Pubblicato da: giulianolapostata | 18 agosto 2018

Giustizia sommaria

‘Giustizia’, chiedono oggi tutti, e credo con animo onesto, dopo l’infamia di Genova.

“Non possiamo aspettare i tempi della giustizia penale”, ha detto il Presidente Conte, e il suo cuore vibrava di sdegno sincero.

“Non voglio sentir parlare di limiti di alcun genere”, ha detto il Procuratore di Genova, trattenendo a stento la rabbia.

Ma io temo che, in fondo al cuore, tutti purtroppo sappiano che, anche questa volta, non pagherà nessuno.

Del resto, stiamo già vedendo come andrà a finire. Dopo le melense dichiarazioni delle prime ore, la Società Autostrade ha subito ritrovato coraggio. Invece di regalare almeno un milione di euro ad ogni famiglia delle vittime, invece di regalare un appartamento nuovo ad ogni famiglia sfollata – per carità: non splendido come quello che Renzi si è appena comprato a Firenze, coi 18.000€ che ha sul conto corrente. I poveri devono stare al loro posto – subito dopo ha dichiarato che se verrà revocata la concessione vogliono comunque tutto quello che gli spetta fino alla fine della concessione medesima: una valanga di miliardi che nemmeno riesco ad esprimere.

Oppure – hanno detto – sono pronti a ricostruire il ponte in cinque mesi. Cinque?! Li aiuteranno di notte i buoni folletti?!

Lo sappiamo, come andrà a finire.

E allora vengono in mente bizzarri pensieri, fuori dal mondo, fuori dalla Storia. E ci si chiede se sia ‘giusto’ un sistema di governo – la ‘democrazia’ – che consente questo. E si comincia a sognare.

Niente pena di morte, per carità. ‘Una vita per una vita’ è comunque una bestemmia, quando una vita – anzi: quarantuno – è già abbastanza, anche troppo. Anche se, certe volte, la mano prude, e corre alla pistola, come diceva quel tizio.

Ma, proviamo a sognare … Cos’avrebbe fatto un Monarca assoluto, in una simile situazione? Cos’avrebbe fatto un Luigi XIV?

Chissà. Magari sarebbe andato a cercare le famiglie del progettista, le famiglie del costruttore. E con un tratto di penna, senza alcun processo (“L’état c’est moi”: lui se lo poteva permettere …), avrebbe confiscato ogni loro bene, così che si trovassero padroni solo dei vestiti che hanno addosso, e la sera, per mangiare, fossero obbligati a mendicare, e per dormire dovessero andare sotto un ponte, sempre sperando che non crolli.

Sarebbe giustizia questa? No? Sì? È giusto che i figli paghino per le colpe dei padri? No? Sì?

Oppure è giusto che non paghi nessuno? No? Sì?

Ed altri cupi pensieri affollano la mente.

Forse abbiamo sbagliato tutto. “Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione: il cielo stellato sopra di me e la Legge Morale dentro di me”, scrisse Immanuel Kant. Lo scriverebbe ancora, dopo il genocidio degli Amerindi, dopo la Shoah, dopo l’infamia di Genova, e della Thyssen, e di Viareggio, dopo gli schiavi nei campi di pomodori, eccetera eccetera? E noi: ci abbiamo creduto per secoli, ma lo crediamo ancora?

L’uomo nasce buono per natura, la società lo rende cattivo’, ha scritto Jean-Jaques Rousseau. È così? O aveva ragione Thomas Hobbes, quando affermava che l’Uomo è naturalmente cattivo, e che la Società serve a contenerne e regolarne le pulsioni malvage, che altrimenti si scatenerebbero senza alcuna remora?

È con terribile amarezza – soprattutto alla mia età – che vien da chiedersi se invece non avesse proprio ragione Hobbes.

Guardandoci intorno, abbiamo l’impressione che l’Uomo eviti – a volte! – di commettere il Male non sotto l’impulso di qualche Legge Morale, ma unicamente per timore delle punizioni che glie ne potrebbero venire. Punizioni che, peraltro, l’Uomo sa benissimo essere spesso lente, improbabili, lontane, modificabili, per cui cerca sempre di barcamenarsi, sapendo che i cattivi e i furbi alla fine vincono, i buoni perdono. E non occorre nemmeno andare a Genova, o ad Auschwitz, per rendersene conto. Per rendersi conto di come la stragrande maggioranza della gggente interpreti la ‘democrazia’, basta andare in un parcheggio, e vedere quanti fermano tranquillamente la macchina sugli stalli riservati ai disabili. Tanto, chi mi vede? E se mi vedono, quando mai arriva una multa? E comunque, in sostanza, chi se ne frega dei disabili? Cazzi loro, come ha scritto su un cartello un tipo tempo fa, proprio in un parcheggio. E se provi a farglielo notare ti mandano con tracotanza affanculo: ma che cazzo vuoi, chi cazzo ti credi di essere, cosa credi, di essere il Ministro della Giustizia? Il Re? Appunto …

Eccetera, eccetera. Brutti pensieri, che avvelenano la mente, quando forse i morti non sono ancora stati scavati tutti, quando ascoltiamo promesse – forse sincere – che però dubitiamo vengano mai mantenute, quando ancora una volta contiamo le vittime del profitto.

Solo violenza aiuta dove violenza regna”, ha scritto Bertolt Brecht. Ma allora, è così che bisogna fare?

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Pubblicato da: giulianolapostata | 24 luglio 2018

MA SE MANGIAMO GLI ANIMALI, ALLORA POSSIAMO MANGIARE ANCHE I BAMBINI?

Il 5 luglio, sul Fatto Quotidiano, Massimo Fini ha pubblicato un articolo, intitolato “Libertà, ma senza pollo”, facilmente reperibile in Rete, che ha suscitato molte polemiche. Pubblico di seguito la risposta di un carissimo amico, già debitamente inviata al Fatto che, naturalmente, non l’ha pubblicata.

 

Gentile Signor Direttore,

dunque Massimo Fini sostiene che la Scolastica elaborò il concetto di “giustizia commutativa e distributiva” e i principi cui dovevano essere sottoposti gli atti di scambio perché fossero conformi a un criterio di giustizia e non permettessero sopraffazioni illimitate per evitare che alla violenza della forza fisica si sostituisse la violenza dell’abilità economica, dell’iniziativa privata dispiegata senza limiti ai danni dei più sprovveduti, dei meno capaci o anche dei meno interessati.

Se alla parole “ai danni dei più sprovveduti, dei meno capaci o anche dei meno interessati” sostituiamo le parole “ai danni degli animali non umani” abbiamo pronto l’argomento fondante dell’ etica vegetariana. La quale vuole, per l’appunto, impedire che si verifichino “sopraffazioni illimitate” ai danni degli animali non umani. Io, soddisfatto di essere vegetariano fin dall’età di 8 anni, non rifiuto affatto di ammazzare con una manata la zanzara che non mi lascia dormire, o di eliminare la tenia che ha invaso il mio intestino, o di sterminare le legioni di microbi delle malattie infettive, o di ammettere che i popoli in determinate situazioni ambientali e climatiche (unni, eschimesi, pigmei, lapponi, ayorei, amerindi, sentinelesi, dongria, papuasi …) vivano di caccia, pesca, allevamento. In tutti questi casi l’animale uomo ha il diritto di difendersi da minacce alla propria vita o al proprio benessere anche eliminando animali non umani. Ma nelle attuali circostanze il problema si pone in termini esattamente contrari. E’ noto che l’allevamento intensivo di animali da carne (70 miliardi all’anno) costituisce una delle più gravi cause di inquinamento del pianeta. Per allevare un bovino da carne occorrono 1800 litri di acqua, per un chilo di patatine 25 litri. E non si tratta di una necessità: diete vegetariane o vegane sono ammesse dalla medicina ufficiale come sane o addirittura più sane di qualsiasi dieta carnivora, vista la quantità di veleni che ingurgitiamo mangiando carne. E questo per quel che riguarda il lato materiale del problema. Esiste poi il lato etico, a meno che Massimo Fini dica “per me la coscia di pollo è sacrosanta, e dell’etica me ne fotto“. Certo, anche questo si può dire senza andare in galera, così come duemila anni fa si poteva dire impunemente “per me un lattante ben arrostito è sacrosanto, e dell’etica me ne fotto“. A tal proposito inviterei semplicemente Fini a visitare per un’ora un normale, rispettabile macello. Si renderebbe conto che l’animale uomo approfitta della sua superiorità fisica per infliggere a qualsiasi altra specie animale sofferenze illimitate e morte, senza alcuna necessità, anzi avvelenando se stesso e l’intero pianeta e causando l’estinzione graduale di milioni di specie non umane. Se poi è conscio di tutto ciò (pur senza visitare un macello) beh, buon per lui. In tal caso dovrò, insieme a vegetariani e vegani, privarlo della nostra stima e considerarlo un selvaggio primitivo, dato che la sua dieta differisce da quella di un cannibale solo per la distanza temporale di uno/due millenni (un attimo nella storia del pianeta).

 

Filippo Franceschi, Vigolzone (PC)

Pubblicato da: giulianolapostata | 28 giugno 2018

“Assassinio sull’Orient Express”, K. Branagh, USA, 2017

 

Spesso, nelle mie recensioni, ho invocato una Legge che proibisse di fare i remakes, e la visione, qualche giorno fa – purtroppo in ritardo – di questo film mi ha confermato una volta di più nella mia convinzione. Il film è di tale bruttezza che non meriterebbe nemmeno una recensione, ma qualcosa bisogna pur dire di fronte a questi insulti alla Settima Arte: andrò brevemente per punti, ché di più non merita.

  • Il regista ha introdotto ‘storie’ assolutamente estranee al romanzo, che comunque non aggiungono nulla e non c’entrano niente. Che cavolo c’entra quel grottesco prologo a Gerusalemme? E da dove salta fuori l’amore perduto di Poirot?
  • Che cavolo di senso hanno i filosofemi di Poirot, sparsi qua e là come il prezzemolo? Forse dovrebbero servire a dare una patina di ‘intelligenza’ al film? Ma mi faccia il piacere …
  • Non mi si sospetti di razzismo, ma il medico di colore e tutte le tiratine sul razzismo sono solo una marchetta pagata all’imperante politically correct. Stupisce che non siano riusciti ad infilarci anche le fanatiche di Me Too …
  • I personaggi sono approssimativi e mal definiti; gli attori sono miserandi, anche i ‘grandi’, che recitano (si fa per dire) al minimo sindacale.
  • Ciliegina sulla torta, la rozzissima computer grafica usate per gli esterni: qualsiasi blockbuster di fantasy sa fare di meglio.

Il punto è che quando un regista mette le mani su un capolavoro (e il libro della Christie, nel suo genere, lo è), deve sapere dove fermarsi. Così ha fatto il geniale  Sidney Lumet nella sua splendida versione del 1974, il quale ci ha sì messo del suo – e ci mancherebbe altro! – ma ha rispettato l’essenza del libro, ricavandone quell’ottimo film che conosciamo.

Oppure si pensi a “Moby Dick” di Melville (e non stiamo parlando di semplice ‘Letteratura’, ma di un libro ‘assoluto’, uno dei grandi libri dell’Umanità). Chi mai avrebbe osato pensare di trarne un film? Eppure il genio di John Huston lo ha fatto (1956), ‘fermandosi’ appunto sulla soglia del capolavoro e ricavandone un film dalla bellezza incredibile, che rispetta e riproduce l’essenza del libro.

Ma all’orrore non c’è limite. È uscito il remake di “Fahrenheit 451”, il capolavoro di François Truffaut del 1966, uno dei pochi film al mondo per i quali si possa spendere l’aggettivo ‘perfetto’, e vorrà pur dire qualcosa se non esce in sala ma solo su Sky … Sulla “Repubblica delle Donne” del 23/6/18, a pag. 68, è stata pubblicata un’esilarante intervista col protagonista (evidentemente scritta dal suo Agente!) che contiene alcune perle intellettuali di rara finezza, che danno la misura del livello culturale suo, del regista e del film. Per esempio: “Nella vita i libri Le piacciono?”. “Molto, anche se ora non ho più molto tempo. (…) Ma mi ci vedo, più in là, seduto davanti al camino con un bel libro e un bicchiere di rosso”. Pietà …

Per finire, in sala in questi giorni c’è anche il remake di “Papillon”. L’originale (F.J. Schaffner, 1973), senza essere un monumento del cinema, era comunque un ottimo film, ottimamente recitato da due grandissimi attori. Questo, sinceramente, non avrò il coraggio di vederlo.

Qui, in tutti i titoli citati, siamo di fronte a film senza alcuna ragione d’essere, film di cui vorresti incontrare il regista per chiedergli: ‘Perché hai voluto farlo?’ (a questa domanda posso rispondere io: per i soldi) e anche: ‘Perché hai voluto farci del male?!’, e a questa domanda non c’è risposta.

Questo è lo stato dell’arte cinematografica oggi, e a me viene sempre in mente quell’aforisma di Karl Kraus: “Quando il sole della cultura è basso, i nani hanno l’aspetto di giganti”. Qui siamo, e non c’è speranza né futuro.

Pubblicato da: giulianolapostata | 26 marzo 2018

I danni collaterali del femminismo

Tra i peggiori danni collaterali del postfemminismo – stendiamo una pietosa lastra di granito sulle rovine provocate dal femminismo storico – c’è la convinzione che basti essere di sesso femminile per essere dotate di tutte le virtù (ricordo ancora alcune ochette mie coetanee, tanti anni fa, che tra lo Scià di Persia e Farah Diba si schierarono massicciamente dalla parte di quest’ultima, “perché è una donna” …).

In base a questo assunto, Asia Argento – non particolarmente nota per le sue capacità attoriali (?!) ma celebre per le sue performances sulla dignità della donna (https://www.google.it/search?q=asia+argento+cane+immagini&tbm=isch&source=iu&ictx=1&fir=R4nHliy3fK7RBM%253A%252CfeNKGKyLuvsgiM%252C_&usg=__2x-4c65T77lT5y7f5oQ70K4nQ-Q%3D&sa=X&ved=0ahUKEwjTgbOauInaAhXRxaYKHVKeC7MQ9QEILDAB#imgrc=7RExcUXYEd-JZM🙂 – è diventata una paladina nella battaglia contro le molestie sessuali. È, questa delle molestie, una delle vergogne del nostro tempo. Oggi non occorrono più prove, documenti, riscontri. Basta pronunciare la ‘M’ – la lettera scarlatta di ‘molestie’ – per distruggere vite e carriere. I meccanismi di questi procedimenti sono orribilmente simili a quelli messi in atto ai bei tempi dei processi per stregoneria e, forse, per recuperare una briciola di razionalità, a queste giovannedarco d’accatto gioverebbe rileggere i verbali di alcuni di essi: per esempio nel bellissimo e terribile “Le streghe”, di Giuseppe Faggin, Longanesi Ed.

Tra parentesi, delle follie di MeToo è caduto vittima anche, indirettamente, un grande e raffinato attore come Kevin Spacey, la cui colpa pare essere quella di preferire gli uomini, a dimostrazione che, alla faccia di tutte le ciance sul rispetto dei gay, il disprezzo e l’odio nei confronti degli omosessuali è ancora ben vivo e imperante.

Qui da noi, non abbiamo fatto in tempo a liberarci dal culto della maestrina dalla penna rossa, la Presidenta della Camera Onorevola Laura Boldrina (tutto al femminile, per carità, se no ci mette una nota sul registro), saccentuzza e supponente di nulla, che subito abbiamo trovato una nuova madonna da mettere sugli altari, la Presidente del Senato On. Maria Elisabetta Alberti Casellati. È tutto un fiorire, in queste ore, di sdilinquimenti per “la prima donna alla Presidenza del Senato”: ed è la prima donna a ricoprire quella carica di qua, e che grande onore per le donne di là eccetera.

Ma forse, appunto, non basta essere donne per essere al di sopra di ogni insinuazione. Per presentarla, la stampa l’ha definita ‘una forzitaliota della prima ora’; il che significa che, sin dalla prima ora, è improbabile che non abbia sentito dire, sulla sua Guida e Mentore, certe voci su bungabunga, nipoti di Mubarak, olgettine e compagnia scosciante. Non proprio espressioni di rispetto per la dignità della donna. Avrà girato occhi e orecchi dall’altra parte? Pare anche che – così si è detto pure in questi giorni – a caldeggiare appassionatamente il suo nome per quella prestigiosa carica sia stato l’On. Avv. Nicolò Ghedini, uomo di nota e storica probità istituzionale e inventore di quell’ineffabile definizione che fu “utilizzatore finale”.

Sembra inoltre che, oltretutto, qualche scheletrino nell’armadio ce l’abbia anche l’Alberti Casellati Viendalmare. Per esempio, è su tutti i social la gustosa storiella della cooptazione della figlia al Ministero della Salute. Ecco come, a suo tempo, la riferì deliziosamente il grande Gianantonio Stella: http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2005/02_Febbraio/15/portaborse.shtml

Quanto alle sue opinioni in tema di famiglia, anche queste sono leggibili sui social, per esempio nella pagina FB di “Forza Europa”:

“La famiglia non è un concetto estensibile. Lo Stato non può equiparare matrimonio e unioni civili, né far crescere un minore in una coppia che non sia famiglia. Le diversità vanno tutelate ma non possono diventare identità, se identità non sono. La famiglia è una. I diritti sono per tutti. Non si può fare confusione, parola usata dal Papa pochi giorni fa: ogni omologazione sarebbe un’improvvida sovrapposizione e un offuscamento di modelli non sovrapponibili”. Io sento odor di Binetti lontano un miglio: voi no?

Anche la sua ‘sensibilità’ nei confronti di cerca di verificare la sua correttezza personale è piuttosto ‘delicata’: https://www.vvox.it/2018/03/25/chi-e-la-casellati-quella-che-cito-per-250-mila-euro-una-cronista/

Insomma: pare che anche questa volta sull’altare abbiano messo la madonna sbagliata. Peccato. Eppure qualcuno aveva detto: “L’onestà andrà di moda” … Peccato davvero.

Pubblicato da: giulianolapostata | 10 febbraio 2018

Kim Jong-il, genio politico

http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Olimpiadi-in-Corea-Moon-a-pranzo-con-dirigenti-Nord-e-sorella-Kim-Attacco-hacker-durante-cerimonia-364a51a9-0b08-4a4c-834c-59ce54dc796b.html

 

 

Con questo gesto Kim Jong-il dimostra di essere un vero genio politico. Vediamo perché brevemente, per punti.

  • È riuscito a trasformare il suo Paese in una potenza nucleare. Non che ciò mi rallegri – ovviamente! – ma non sta scritto da nessuna parte che solo USA (gli unici, tra parentesi, che abbiano usato l’atomica in guerra), GB, Cina, Francia, Pakistan e i Nazisionisti israeliani siano autorizzati ad esserlo. Certo, tutti sogniamo un mondo demilitarizzato e denuclearizzato, ma finché il mondo funziona così era un suo ‘diritto’, che nessuna delle potenze succitate poteva permettersi di negargli.
  • È riuscito a riconquistarsi un posto da protagonista e da primo attore nello scacchiere orientale, liberandosi della tutela della Cina, alleato-padrone tanto potente quanto pericoloso.
  • È riuscito a spiazzare il nemico americano, ponendolo di fronte ad una situazione nuova ed imprevista cui sarà molto imbarazzante far fronte.
  • È riuscito a portare dalla sua parte la Corea del Sud, che, come sappiamo, da tempo è estremamente insofferente della tutela pelosa e pericolosissima degli USA, che di fatto la considerano una specie di colonia e non le permettono di avere una politica estera autonoma.
  • È riuscito ad avviare finalmente un processo di disinnesco del più pericoloso conflitto oggi esistente nel pianeta, processo che, se verrà favorito, potrà portare ad esiti davvero positivi.

Non si tratta di averlo ‘simpatico’ o meno; si tratta semplicemente di stare ora a vedere quali sviluppi potrà avere il suo gesto. Sta di fatto comunque che nessuno può negare che questo sia un atto ‘di pace’, e che se avessimo dovuto aspettare di vederne uno equivalente da parte del pazzo con la frangetta bionda, magari nel frattempo avremmo fatto in tempo a vedersi accendere il fungo nucleare sulla penisola coreana.

Insomma: questo è un buon giorno per sperare?

 

 

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