Pubblicato da: giulianolapostata | 10 novembre 2016

Io voto NO

LA SCUOLA VOTA “NO”

Siamo le donne e gli uomini del “Comitato LIP Vicenza per la difesa della
scuola pubblica”. Abbiamo deciso di impegnarci a fondo nelle scuole e

con i cittadini tutti per la tutela del carattere pubblico, laico, pluralista e

democratico del sistema nazionale dell’istruzione.

Noi della LIP stiamo lavorando alla predisposizione e alla presentazione di
una Legge di Iniziativa Popolare (LIP) per una diversa e autentica riforma
della scuola statale. Ci sentiamo vincolati ai principi della Costituzione Italiana
e alla funzione che essa assegna alla scuola, luogo di promozione

dell’emancipazione umana, del sapere critico e della libertà di pensiero. La

Costituzione entra ogni giorno, come creatura viva e pulsante, nel nostro
agire e nelle nostre aule.

Ci sentiamo impegnati a promuovere percorsi di crescita culturale e sociale e

ad avversare, con tutti gli strumenti costituzionalmente garantiti, un’idea
oligarchica di scuola e di società veicolata sia dalla presunta “Buona scuola”
che dalle cosiddette “riforme costituzionali”. Di entrambe ci allarmano tanto il
metodo del “finto ascolto” e del mancato confronto quanto il merito dei

provvedimenti.

Al potere concentrato nelle mani del dirigente scolastico, allo svuotamento
degli organi collegiali, alla frantumazione della comunità educante e del

sistema nazionale d’istruzione, fino alla subalternità della formazione critica
delle giovani generazioni agli interessi delle aziende con l’alternanza scuola-
lavoro, corrispondono la concentrazione dei potere nelle mani del Governo,

l’umiliazione del Parlamento, l’asservimento del Paese alle oligarchie

industriali e finanziarie e la sottrazione di sovranità popolare.

LA DIFESA DELLA COSTITUZIONE CI CHIAMA TUTTI IN CAUSA

CI RIGUARDA!

Per questo votiamo e invitiamo a votare NO al referendum sulle modifiche costituzionali.

COMITATO LIP VICENZA
per la difesa della scuola pubblica
Comitato LIP Vicenza

http://www.lipscuola.it

Stampato in Via Vaccari n° 128 –
Data 21/10/2016
LE TANTE RAGIONI DEL “NO”

La Riforma abolisce il Senato.
NO, il Senato non sarà abolito. Resteranno 100 senatori, con funzioni e poteri diversi rispetto ad ora,

il che provocherà un’enorme confusione di competenze!


Il Senato sarà eletto dai cittadini.
NO, 95 senatori saranno scelti dalle Regioni (21 devono essere sindaci) e 5 dal Presidente della
Repubblica, e si occuperanno di un questione fondamentale: la legislazione europea!


Se vince il NO l’Italia finisce nel baratro.
NO, è uno spauracchio demagogico. Se vince il NO si ripensano le riforme, prendendo atto dell’esito
del voto popolare!


La riforma non sarà perfetta però è un inizio.
NO, la vera catastrofe è la combinazione tra riforma costituzionale e legge elettorale (l’Italicum).
Insieme sono una bomba per la democrazia!

Le riforme sono state approvate a maggioranza, abbiamo avuto i numeri.
NO, non è questo il modo giusto di procedere per riforme così importanti. Esse avrebbero dovuto
essere l’espressione di un consenso maturato tra le principali forze politiche, e non da un governo
non eletto da nessuno!


Ma non viene mica toccata la prima parte della Costituzione.
NO, ci mancherebbe! Ma se nella seconda parte vengono tolti o ridotti i diritti, lasciare la prima
inalterata serve a poco ed è solo un fatto formale!


Ma un cambiamento ci vuole.
NO, auspicare un cambiamento fine a se stesso non significa nulla. Quello che servirebbe è un buon
cambiamento, e questa riforma non lo è!


Scegliere i senatori tra i consigli regionali è una buona idea.
NO, di fatto i consiglieri regionali godranno di un’immunità che ora non hanno. Viste statistiche e
cronache giudiziarie, per molti sarà una manna dal cielo!


Si snelliscono i tempi parlamentari.
NO, è un falso problema: già oggi con la “ghigliottina”, il Governo può stroncare il dibattito. Più che
uno snellimento, è una dittatura soft. La riforma delle pensioni della Fornero è stata approvata in 16
giorni!


Col bicameralismo paritario si producono poche leggi in tempi biblici.
NO, nella XVI legislatura (2008-2013) sono state approvate 391 leggi: una legge ogni 4,5 giorni!


L’Europa ci chiede questa riforma.
NO, sono i mercati finanziari e questa Unione europea asservita alle oligarchie che ce la chiedono.


Finalmente il Governo potrà governare.
NO, il Governo avrà un potere immenso rispetto al Parlamento. La democrazia è ben altra cosa.


Il fronte del “No” vuole che tutto resti com’è.
NO, il fronte del “No” tiene alla democrazia e non si accontenta di slogan semplicistici. La materia è
complessa e va studiata a fondo, ma prima di tutto noi vogliamo che la Costituzione venga applicata.

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PERCHE’ NO?
3
1* Riforma costituzionale in pillole
pag. 4
2* Fine del bicameralismo perfetto e nuovo Senato
pag. 5
3* Legge elettorale “Italicum” e riforma costituzionale
pag. 7
4* Nuovo procedimento legislativo, è più semplice?
pag. 10
5* Modifica del rapporto tra Stato, Regioni ed Enti Locali
pag. 12
6* La nuova “democrazia” diretta
pag. 14
– Indice –
PERCHE’ NO?
4
1* Riforma costituzionale in pillole
Nella Gazzetta Ufficiale del 15 aprile 2016 è stato pubblicato il testo della legge
costituzionale (C. 2613-D) approvata da entrambe le Camere, in seconda deliberazione,
a maggioranza assoluta dei componenti:
Qual è il contenuto della Riforma?
La riforma è nata con un disegno di legge presentato dal Governo Renzi l’8 aprile
2014 e si prefigge «il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del
numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni,
la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della parte II della
Costituzione».
La riforma prevede la modifica di oltre 40 articoli della Costituzione, di cui più
della metà costitutivi del Titolo I, Parte Seconda: ovvero la parte dedicata alla
disciplina, all’interno dell’ordinamento della Repubblica, del Parlamento. Nella
nostra analisi però non possiamo esimerci dal considerare la modifica della c.d.
“seconda parte” della Carta Costituzionale come uno strumento capace di
incidere, in senso a nostro avviso peggiorativo, sulla prima parte della Costituzione,
contenente diritti spesso inapplicati.
Struttura del testo di Legge Costituzionale:
Cap I MODIFICHE AL TITOLO I DELLA PARTE II DELLA COSTITUZIONE
Cap II MODIFICHE AL TITOLO II DELLA PARTE II DELLA COSTITUZIONE
Cap III MODIFICHE AL TITOLO III DELLA PARTE II DELLA COSTITUZIONE
Cap IV MODIFICHE AL TITOLO IV DELLA PARTE II DELLA COSTITUZIONE
Cap V MODIFICHE AL TITOLO V DELLA PARTE II DELLA COSTITUZIONE
Cap VI DISPOSIZIONI FINALI
PERCHE’ NO?
5
2* Fine del bicameralismo
perfetto e nuovo Senato
Il tema maggiormente dibattuto all’interno della proposta di revisione costituzionale
Renzi – Boschi riguarda la modifica del Senato. Secondo il Governo infatti è
necessario modificare l’architettura istituzionale dello Stato riducendo le funzioni
del Senato ed il numero dei senatori. L’obiettivo sarebbe quello di eliminare il
“bicameralismo perfetto”, ossia quel sistema d’equilibrio istituzionale che assegna
funzioni identiche alle due Camere del Parlamento, in ottica di un processo di
“semplificazione dei processi legislativi” e “riduzione dei costi della politica”.
Vediamo un po’ come stanno le cose realmente.
La Revisione Costituzionale vuole abolire il Senato?
No, la Riforma si prefigge l’obiettivo del superamento del bicameralismo perfetto,
accusato di essere il responsabile principale della “lungaggine” legislativa, (in
particolare si critica il procedimento della navetta parlamentare, ossia l’iter
legislativo di trasmissione di progetti di legge, tra Camera dei Deputati e Senato,
che può essere reiterato qualora non vi sia convergenza da parte di entrambi i
rami del Parlamento, sul progetto di legge). Il Senato non viene abolito, ma viene
ridotto il numero dei suoi membri e modificate in parte le sue funzioni, quasi residuali.
Come sarà composto il nuovo Senato?
Il nuovo Senato sarà ridotta da 315 a 100 senatori: 21 sindaci, 74 consiglieri
regionali, 5 senatori “speciali”. La riforma costituzionale del Governo Renzi però
non specifica come verranno eletti questi nuovi Senatori: in particolare si assiste
ad una grave ed imbarazzante modifica dell’articolo 57, che non solo non
chiarisce la modalità di elezione del nuovo Senato, ma contiene in sé due procedimenti
elettorali opposti, suggellando nella Carta Fondamentale, l’espressione di
una grave forma di dilettantismo e irresponsabilità da parte di chi vorrebbe
cambiare le regole su cui si fonda la nostra democrazia.
PERCHE’ NO?
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In più sicuramente i cittadini saranno privati del diritto di voto nell’elezione del
Senato, configurandosi così un’ulteriore ipotesi di sottrazione della sovranità
popolare, gravissimo attacco alla democrazia.
Ma con questa riforma non si andrà a snellire e semplificare un processo
legislativo troppo vecchio e lento?
Si critica un iter legislativo lento, ma che è riuscito ad approvare in appena 16
giorni la Legge Fornero, in 20 giorni il Lodo Alfano e ancora delle 391 leggi approvate
la scorsa legislatura, ben 301 (più dell’80 %) ce l’hanno fatta senza navette
parlamentari, ovvero con una sola lettura alla Camera e una al Senato.
L’Italia è il secondo Paese Europeo per quanto riguarda la produzione di leggi
all’anno. Forse dovremmo iniziare ad interrogarci sulla qualità delle nostre
leggi, più che sulla quantità.
Inoltre la disarmante mancanza di chiarezza del nuovo articolo 70, sulle materia
di competenza legislativa della sola Camera dei Deputati o di entrambe, porterebbe
ad un numero di conflitti di attribuzione elevatissimo, tale da intasare e rallentare
il lavoro della Corte Costituzionale e di conseguenza quella legislativa.
E’ vero che si avrà una riduzione delle spese riducendo il Senato?
I nuovi senatori non avranno lo stipendio parlamentare (indennità) ma disporranno
di un rimborso-spese abbastanza corposo (diaria).
La riduzione del numero di senatori e l’abolizione dell’indennità porterà ad una
riduzione dei costi di funzionamento del Senato del solo 5%, con una spesa che
resterà sopra i 450 milioni di euro annui.
I senatori disporranno comunque dell’immunità parlamentare, ovvero il diritto di
non essere arrestati, perquisiti e spiati senza l’autorizzazione del Senato. Si
tratta di una misura che renderà il Senato una “zona franca” in cui i politici italiani
potranno “rifugiarsi” in caso di guai con la Giustizia. Rimane infine del tutto
discutibile la scelta di attribuire il doppio incarico: sindaco o consigliere durante
la settimana e senatore a Palazzo Madama nel tempo libero… una scelta che
difficilmente permetterebbe ad un politico di svolgere il ruolo per cui è stato
eletto: fare gli interessi dei cittadini.
PERCHE’ NO?
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3* Legge elettorale “Italicum”
e riforma costituzionale
Che relazione tra legge elettorale “Italicum” e riforma costituzionale?
L’Italicum è il sistema elettorale che è entrato in vigore nel luglio 2016. Questo
si riferisce solo alla Camera dei Deputati e proprio per questo si combina alla
Riforma Costituzionale Renzi-Boschi che vedrà il Senato divenire non più direttamente
elettivo.
Perché la necessità di una nuova legge elettorale?
La legge elettorale n 52/2015, nota come Italicum, nasce a seguito della pronuncia
della Corte Costituzionale, che con la sentenza n. 1/2014 ha dichiarato incostituzionale
la precedente legge elettorale n.270/2005, nota come Porcellum.
Questa viziava di costituzionalità in due punti: l’attribuzione del premio di maggioranza
senza soglia minima di sbarramento e le liste bloccate (cd. nominati)
Guardando all’Italicum, ci rendiamo conto però, che tali meccanismi sono
riproposti in egual misura.
Rimane ferma la possibilità di ottenere il premio di maggioranza anche qualora
non si sia raggiunta una soglia minima di voti: ciò è reso possibile dal momento
che, seppur sia prevista una soglia minima pari al 40% dei voti, fissata al primo
turno, questa scompare al secondo turno ovvero il ballottaggio. Nel nostro
attuale quadro politico caratterizzato da un forte tripolarismo e in una fase storica
in cui vi è un marcato astensionismo è chiaro che è improbabile che una lista
raggiunga questa soglia al primo turno; si passerebbe così al ballottaggio in cui
le due liste più votate (tenendo conto anche la possibilità di due liste votate da
un’esigua minoranza degli aventi diritto) si contendono il premio e di conseguenza
la maggioranza assoluta alla Camera dei Deputati; infatti il premio assegna
340 seggi su 615, vale a dire il 54% dei seggi disponibili.
Nella sentenza 1/2014 la Corte Costituzionale evidenziava come il Porcellum
risultasse incompatibile con la nostra Carta Costituzionale dal momento che,
testuali “ è foriero di una eccessiva sovra-rappresentazione”. In quale elementi
differisce la nuova legge elettorale?
PERCHE’ NO?
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Inoltre permangono i capilista bloccati: ovvero questi non sono scelti dagli
elettori ma “nominati” dalle segreterie di partito; i restanti seggi sono attribuiti
sulla base delle preferenze che possono essere due, un uomo e una donna.
Il governo in questo modo avrà più poteri?
L’Italicum è in forte relazione con la Revisione costituzionale, anzi tra le due
proposte esiste un nesso pericolosissimo. Infatti non si può trascurare il c.d.
“combinato disposto”, ossia l’effetto che il superamento del bicameralismo
perfetto (riduzione delle funzioni del Senato) e l’Italicum (legge elettorale)
possono avere, agendo congiuntamente, sulla nostra forma di Governo e
sull’equilibrio tra poteri che è alla base di ogni Stato di Diritto. Prevedere una
legge elettorale soltanto per la Camera dei Deputati, composta grazie ad un
premio di maggioranza assegnato ad una sola lista ed in definitiva unica Camera
deputata ad incidere nei processi decisionali del Paese, significa rimettere tutto
il potere nelle mani di una sola Camera, probabilmente espressione di un solo
Partito, vincolato al Governo che già ha dato dimostrazione di intendere la
democrazia a “colpi di fiducia”. Il rischio che si corre, in definitiva, è un accentramento
assurdo nelle mani dell’ “uomo solo al comando”, un premierato assoluto
che mira a superare la nostra Repubblica Parlamentare per superare ogni tipo di
discussione pluralista in seno alle istituzioni.
Inoltre gravi sono infatti le conseguenze di questo collegato disposto: esempio
emblematico è il riscritto articolo 78 sulla dichiarazione dello stato di guerra.
Nell’attuale articolo è necessario che la delibera sia approvata a maggioranza
assoluta da entrambe le camere, che conferiscono così i poteri necessari al
Governo. La Riforma prevede invece che tale decisione sia presa dalla sola
Camera dei Deputati; ma se con questa legge elettorale si può assegnare la
maggioranza assoluta ad un solo partito è evidente che tale importantissima
decisione è rimessa esclusivamente alla volontà del partito di maggioranza e
quindi, in ultima analisi, ancora una volta al Governo stesso.
PERCHE’ NO?
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In che modo cambia l’elezione del Presidente della Repubblica?
Per quanto riguarda l’articolo 83, che prevede l’elezione del Capo dello Stato,
assistiamo ad una grave modifica che viene ulteriormente aggravata dalla legge
elettorale. Attualmente è previsto il raggiungimento della maggioranza qualificata
(2/3 dei componenti) da parte di entrambe le camere, e a partire dal terzo
scrutinio, della maggioranza assoluta dei componenti; il riscritto articolo
propone per i primi tre scrutini la necessità di una maggioranza qualificata dei
componenti, a partire dal quarto di una maggioranza dei 3/5 dei componenti (
almeno 429 parlamentari su 715: considerando che il premio assegna 340 seggi
alla sola Camera, equivale ad un numero tranquillamente raggiungibile da un
solo partito), ma ben più grave è che a partire dal settimo scrutinio (nella storia
della Repubblica italiana si è andati ben oltre il settimo scrutinio per elezione di 5
Presidenti su 12, perciò eventualità più che probabile) è necessario solamente il
raggiungimento dei 3/5 dei votanti, non più dei componenti!! Un organo di garanzia
come il Presidente della Repubblica potrebbe essere tranquillamente scelto
da un solo partito.
PERCHE’ NO?
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4* Nuovo procedimento
legislativo, è più semplice?
Com è l’attuale iter legislativo?
La nostra Costituzione offre un procedimento legislativo che prende le forme del
bicameralismo perfetto.
Cosa significa? Per trasformare un disegno di legge in legge ordinaria il testo
deve essere discusso, emendato e approvato da una camera (ad esempio,
Camera dei Deputati) per poi essere trasmesso all’altro ramo del parlamento
(ad esempio, Senato della Repubblica); qui il disegno di legge può essere approvato
e quindi essere trasmesso al Presidente della Repubblica che a sua volta avrà
la possibilità di firmarlo e trasformarlo definitivamente in legge oppure rifiutare
la firma e rinviarlo alle camere. Al contrario se il disegno di legge non viene
approvato da una delle due camere, il testo decade; oppure il testo può essere
emendato e quindi ritrasmesso all’altra camera per una seconda approvazione
(sistema delle navette).
E’ vero che negli altri paesi europei c’è una produzione maggiore di leggi?
No. Dati alla mano, da un punto di vista quantitativo la produzione legislativa
italiana e’ in linea con quella degli altri Stati europei: nel 2011 sono state 153 le
leggi approvate in Germania, 111 in Francia, 71 in Italia, 50 in Spagna e 25 in Inghilterra.
Inoltre nelle ultime due legislature l’80% delle leggi sono state approvate nel
giro di 100-150 giorni. Quanto alle navette hanno riguardato solo il 20% dei casi
(90 leggi su 391 leggi approvate nella XVI legislatura). Inoltre è da sottolineare
che si è riusciti ad approvare, per esempio, in appena 16 giorni la Legge Fornero
e in 20 giorni il Lodo Alfano. L’Italia è il secondo paese europeo per quanto riguarda
la produzione di legge all’anno. Forse dovremmo iniziare ad intterrogarci
sulla qualità delle nostre leggi, più che sulla quantità.
PERCHE’ NO?
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Come sarà l’iter legislativo dopo la riforma?
Oggi nell’art 70 ci sono 9 parole, nel nuovo articolo ce ne sono 432.
Un primo problema è riscontrabile nel fatto che siano presenti numerosi rimandi
interni, tecnica legislativa sconsigliata da tutti manuali di legistica e mai
comparsa prima in Costituzione: “la legge in materia di..” diventa “ la legge di cui
all’art 80 secondo periodo ecc. La Carta Costituzionale dovrebbe essere accessibile
a tutti, in questo modo si da per scontato che chiunque possa cogliere agevolmente
il rinvio.
Un secondo problema è che il procedimento legislativo da seguire dipende dalla
materia trattata, ma quasi sempre le leggi si collocano a cavallo tra più materie,
quale procedimento seguire in questi casi?
L’art 70 co. 6 si limita a prevedere che i presidenti delle camere decidano, di
comune intesa, sui conflitti di interesse, ma come si assicura quest intesa? Sono
perciò prevedibili contenziosi costituzionali in materia di attribuzione di competenze.
Al posto di un solo procedimento legislativo bicamerale si trovano i seguenti
procedimenti legislativi:
LEGGI DI REVISIONE COSTITUZIONALE E LEGGI ORDINARIE: approvate paritariamente da
Camera e Senato
ALTRE LEGGI NON RIENTRANTI NELLA 1: sola Camera (eventuale parere del Senato)
LEGGI STATALI CON “CLAUSOLA DI SUPREMAZIA”: sola Camera (necessario parere del
Senato che può modificare a maggioranza semplice o assoluta e la Camera deve tenerne conto)
LEGGE DI BILANCIO E RENDICONTI ANNUALI: sola Camera (eventuale parere del Senato)
LEGGI DICHIARATE ESSENZIALI DAL GOVERNO: sola Camera (eventuale parere del Senato)
LEGGI DICHIARATE URGENTI: disciplina rimessa ai regolamenti parlamentari
LEGGI DI CONVERSIONE DEI DECRETI-LEGGE: sola Camera (eventuale parere del Senato)
Un terzo problema è dato dal fatto che si potranno approvare decreti legge
anche nelle materie riservate alla legge bicamerale. In questi casi la legge di
conversione dovrà essere bicamerale? Pare di no, ma ciò renderebbe troppo
eludibile l’obbligo di seguire il procedimento di approvazione da parte di entrambe
le Camere.
PERCHE’ NO?
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5* Modifica del rapporto tra
Stato, Regioni ed Enti locali
Uno dei punti toccati dal tentativo di riforma costituzionale riguarda il titolo V
della Carta, volto a disciplinare i rapporti tra lo Stato e gli Enti territoriali.
All’interno di questa revisione infatti, il governo Renzi prevede una riconfigurazione
dei rapporti tra lo Stato e gli Enti territoriali con un’idea di base ben precisa:
abbandonare il progetto federalista ed invertire la rotta procedendo con un
fortissimo accentramento del potere nelle mani dello Stato.
Quindi la riforma cosa prevede in questo ambito?
La riforma innanzitutto mira ad espandere lo spazio del legislatore nazionale: è
eliminata la competenza concorrente (ossia la ripartizione delle competenze tra
Stato ed Enti Territoriali) e di conseguenza sono ricondotte alla competenza
esclusiva dello Stato molte materie fondamentali (tra le quali: trasporto, tutela
della salute, tutela e sicurezza del lavoro, politiche sociali, istruzione, previdenza
sociale, formazione professionale, legislazione elettorale, ambiente ed ecosistema).
Inoltre si introduce la ambigua “clausola di supremazia statale”: secondo questa
proposta di riforma, ai fini della tutela dell’unità giuridica ed economica o dell’interesse
nazionale, su proposta del Governo, la legge statale può intervenire in
materia di competenza delle Regioni. A causa di tale clausola potenzialmente il
Governo potrà avocare a sé, in modo totalmente discrezionale e opportunistico,
qualsiasi competenza e di conseguenza aumenterà il contenzioso davanti alla
Corte Costituzionale.
Per finire, come se non bastasse, a questo discorso sulle competenze si affianca
anche la modifica dell’art.116: sarà possibile concedere maggiore autonomia alle
Regioni solo se queste avranno un equilibrio di bilancio tra entrate e spese: al
pareggio di bilancio saranno costrette anche le Regioni!
PERCHE’ NO?
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Non ci sarà quindi, come si dice, una ridefinizione chiara, equa e democratica
dei rapporti Stato – Enti Territoriali?
Assolutamente NO.
Si nota chiaramente infatti che questa proposta di ridefinizione dei rapporti prevede
uno strapotere dello Stato in contraddizione con una serie di principi, non
casuali, garantiti dalla nostra Costituzione come quello di sussidiarietà. Inoltre
emerge in modo evidente la deriva accentratrice e anti democratica di questa
proposta laddove va a restringere notevolmente gli spazi d’autonomia concessi
agli Enti, i quali saranno sempre più vincolati a rispettare vincoli economici che
prescindono totalmente dalle condizioni socio economiche di ogni territorio.
Ulteriore dramma di questa riforma è l’allontanamento del cittadino dall’istituzione
competente ad erogare il servizio di cui ha diritto di usufruire e questo in una
situazione grave crisi economica non farà altro che provocare ritardi ed inefficienze
a scapito, come al solito, della popolazione.
PERCHE’ NO?
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6* La nuova “democrazia” diretta
La revisione costituzionale prevede una modifica sostanziale degli art.71 e 75
della nostra Costituzione, riguardanti la presentazione di una legge di iniziativa
popolare e le modalità di richiesta di un referendum popolare abrogativo.
Secondo il Governo questa riforma intende rafforzare gli strumenti di democrazia
diretta ampliando la partecipazione popolare. Ma ne siamo sicuri?
Cosa è previsto oggi dalla nostra Costituzione riguardo leggi di iniziative
popolari e referendum abrogativi?
L’art. 71 della Costituzione vigente garantisce al popolo il diritto di avanzare
direttamente una proposta di legge ad una delle due Camere del Parlamento,
previa raccolta e sottoscrizione di 50.000 firme tra i cittadini italiani.
L’art 75 oggi in vigore invece prevede l’indizione di referendum popolare per
deliberare l’abrogazione (totale o parziale) di una legge o dei c.d. atti aventi
valore di legge, nel caso in cui vi sia la richiesta di 500.000 elettori. Inoltre la
proposta soggetta a referendum viene approvata nel momento in cui si raggiunge
un quorum fissato nella maggioranza degli aventi diritto al voto.
Come la revisione costituzionale modificherà le forme di democrazia
diretta?
Il nuovo art. 71, in merito alla possibilità di leggi di iniziativa popolare, sembra
molto confuso e soprattutto macchinoso. Infatti rimanda le modalità di svolgimento
dell’iniziativa a regolamenti parlamentari successivi, ma intanto triplica
da 50.000 a 150.000 il numero di firme necessarie alla presentazione della
proposta in Parlamento.
Il nuovo art. 75 pone invece un innalzamento del numero degli elettori proponenti
un referendum abrogativo da 500mila a 800mila, rendendo superfluo il
quorum nel caso di raggiungimento delle ottocentomila firme necessarie,
purché i votanti siano stati pari a quelli del precedente voto politico.
Come si può notare i nuovi meccanismi previsti complicherebbero invece di
semplificare l’utilizzo di strumenti di democrazia diretta.
PERCHE’ NO?
15
Quindi siamo davvero in presenza dell’ampliamento degli strumenti di
democrazia diretta?
L’art. 71 e l’art. 75, seppur non conosciutissimi, rappresentano gli unici strumenti
di democrazia diretta per permettere ai cittadini di esprimere autonomamente la
propria volontà senza intermediazioni istituzionali e, specie il referendum, è
stato utilissimo per portare a compimento una serie di importantissimi progressi
all’interno della società italiana: l’aborto, il divorzio, l’eliminazione dell’ergastolo,
etc.
Inoltre non possiamo non riflettere sul rapporto che questa parte di revisione ha
con il contesto politico e sociale in cui ci troviamo ad agire come cittadini e come
forze organizzate. Siamo in presenza di un clima politico caratterizzato dal totale
distacco dei cittadini dalla politico e da un attacco ormai sistematico nei confronti
delle forze intermedie. Per i corpi intermedi infatti le forme di partecipazione
popolare rappresentano uno strumento per emergere all’interno del dibattito,
affinché sia garantito il pluralismo ed esercitata la democrazia.
Risulta quindi chiaro che la modifica di questa parte della Carta comporterebbe
un pericoloso attacco alla democrazia, diminuendo drasticamente le possibilità
del popolo di opporsi ad eventuali decisioni governative o di proporre nuove
leggi e lasciando al Governo incontrollabili spazi di azione verso un autoritarismo
sempre più esplicito.
Le ragioni del
Un opuscolo informativo
per far luce sui punti più
controversi della riforma
2
“Gufi e conservatori votano no.
Per cambiare basta un sì. ”
Nell’esperienza di tutti, dire di no è più facile.
Non richiede lo sforzo di essere costruttivi, né
di assumersi responsabilità.
In un
referendum
costituzionale,
però, le cose
sono diverse.
3
La Costituzione deve essere di tutti.
Altrimenti non potrà essere strumento
di unità, ma solo l’ennesima causa di
divisione. Ecco perché i Costituenti
hanno previsto che le sue modifiche
non potessero essere fatte da un
solo partito e neppure dalla sola
maggioranza parlamentare.
Un voto sulla Costituzione non è un voto
su un Governo o, peggio ancora, su
una persona. Perché mentre i Governi
passano e il carisma dei leader prima o
poi finisce, la Costituzione resta, a dare
forma e continuità ad un sistema politico
La riforma della Costituzione che siamo
chiamati ad approvare o a respingere
risponde ad una chiara logica di
accentramento del potere. Suggerendo
che sia solo occasione di spreco e
di cattiva politica, la riforma svaluta
definitivamente il ruolo del Parlamento,
facendone un burattino nelle mani della
falsa maggioranza creata dall’Italicum.
Garantisce al Governo il sostegno
scontato di una Camera composta
– ancora una volta – soprattutto di
nominati. Consegna ad un solo partito,
Andiamo al referendum perché i Sì
in Parlamento non sono bastati.
Non si tratta di dire Sì o No ad un
Governo e alle sue politiche.
Dire No in questo referendum,
per poter dire Sì ogni giorno.
“Un solo sì non mi basta!
Al referendum costituzionale io voto NO”
Le leggi di revisione costituzionale
devono essere approvate dai
2/3 dei parlamentari e, se ciò
non è possibile, rimesse alla
decisione ultima dei i cittadini.
Dire no, in questo caso, è dire
“Non potete farlo senza di me.
Voglio decidere anch’io”.
– sociale in continuo cambiamento. Se si
trasforma il voto in un plebiscito, invece,
si svaluta la Costituzione e si chiede ai
cittadini un vero e proprio atto di fede.
Dire no, in questo caso, è dire
“Non forzate la mia mano”.
potenzialmente minoritario nel Paese, sia
il potere legislativo sia quello Esecutivo,
indebolendo i contropoteri previsti dalla
Costituzione o svuotandone di fatto la
portata. Si riprende molti dei poteri affidati
alle Regioni e, rimandando al futuro il
potenziamento effettivo degli strumenti
di democrazia diretta, crea nuovi ostacoli
a quelli già esistenti. Se questo è il
cambiamento a cui dovremmo dire Sì, farlo
rischia di toglierci il potere di prendere,
domani, una qualunque posizione.
Dire no, in questo caso, è dire:
4
È un referendum
oppositivo voluto
dalle opposizioni
La riforma è frutto
dell’iniziativa e della
volontà del Governo
Il Parlamento era
giuridicamente
e politicamente
delegittimato
a modificare la
Costituzione
I senatori part-time
rappresentano il
partito, il Presidente
della Repubblica, se
stessi
Non si capisce se
i senatori saranno
eletti direttamente
dai cittadini
Non è vero che
il bicameralismo
paritario non
permette di
legiferare
La riforma del
Senato ci allontana
da tutti gli altri
esempi nel mondo
La riforma
sostanzialmente non
muta i costi della
politica
1
5
7 8
6
2
3 4
INDICE
pag 6
pag 11
pag 17
pag 24
pag 27
pag 20
pag 14
pag 8
5
Il procedimento
legislativo sarà più
confuso
È una riforma
conservatrice
La riforma rende
verticistica la forma
di governo
La riforma
diminuisce il potere
dei cittadini
La riforma prevede
lo strapotere
dell’Esecutivo
Nei paesi normali la
sera delle elezioni
non si sa chi ha
vinto
La riforma
indebolisce
le autonomie
territoriali
La riforma si
riflette anche sulla
prima parte della
Costituzione
9
11
13
15
10
12
14
16
INDICE
pag 30
pag 36
pag 42
pag 33
pag 38
pag 48
pag 52
pag 50
È un referendum
confermativo voluto
dalla maggioranza
1
odpaplolesi tiovpop ovsoizluiotnoi
6
7
È importante invece sottolineare come il
referendum regolato dall’articolo 138 della
Costituzione abbia una funzione oppositiva,
ultima risorsa di chi non ha potuto avere
direttamente voce in Parlamento e si
rivolge direttamente al popolo sovrano.
Se in seconda votazione non si ottiene
la maggioranza dei 2/3, – segno che la
riforma non esprime una condivisione
tra le forze che siedono in Parlamento – ,
1/5 dei membri di una Camera o 500mila
elettori o 5 Consigli regionali, possono
fare richiesta di referendum. Tra questi
soggetti non è previsto il Governo.
Il Presidente del Consiglio Renzi ha
invece personalizzato la consultazione
Un altro elemento da sottolineare è
che il testo della riforma è fortemente
disomogeneo nel contenuto. Esso costringe
l’elettore ad esprimere contestualmente,
con un solo voto, la propria adesione
o il proprio dissenso sulla totalità delle
modifiche, anche nel caso in cui fosse
favorevole solo a parte di esse. Insomma,
Un referendum oppositivo
Un referendum disomogeneo
referendaria, trasformandola in un
plebiscito sulla sua persona e legando la
sorte del suo Governo alla vittoria dei Sì. Il
“Capo” si pone in relazione immediata con
il “suo” popolo al di là del proprio partito,
cerrcando di costruirsi un’autonoma risorsa
di legittimità direttamente alla fonte.
Ma la posta in gioco è ben più alta della
sopravvivenza di un Governo: riguarda la
qualità del nostro sistema democratico
e il pericolo, derivante dal combinato
disposto con la legge elettorale Italicum,
di una modifica nei fatti del nostro sistema
parlamentare. Se non ci opponiamo, ciò
potrebbe portare ad un rafforzamento
dell’Esecutivo senza alcun contrappeso.
prendere o lasciare tutto in blocco. Più
volte la Corte costituzionale ha affermato,
sia pure con riferimento al referendum
abrogativo di cui all’art. 75 Cost., che i
quesiti referendari non devono contenere
una pluralità di questioni eterogenee, tali
da non permettere una risposta chiara
e precisa, articolata in un sì o un no.
È un referendum oppositivo voluto dalle opposizioni
Chi è favorevole alla riforma afferma che con il referendum di ottobre
saranno gli elettori a confermare la riforma costituzionale e ad approvarla
definitivamente: si è così diffusa l’idea che il referendum costituzionale
possa essere richiesto, in funzione confermativa, dagli stessi
promotori della revisione, per ottenere a posteriori, dal corpo elettorale,
il consenso non conseguito in Parlamento. In tal modo, però, il
significato dell’istituto referendario si inverte: da strumento di sovrana
decisione popolare, a mezzo attraverso cui il popolo è sollecitato a
fornire la propria passiva adesione a quanto già deciso da altri.
8
La riforma è frutto
dell’iniziativa e della
volontà del Parlamento
del Governo
2
9
Nel 1947, uno dei Costituenti – Piero
Calamandrei – rivolse al Governo
un interessante monito: «Quando
l’Assemblea discuterà pubblicamente la
nuova Costituzione, i banchi del Governo
dovranno essere vuoti; estraneo del
pari deve rimanere il Governo alla
formulazione del progetto, se si vuole
che questo scaturisca interamente dalla
libera determinazione dell’assemblea
sovrana». Così fece il Governo De
Gasperi: quando si discuteva della
Costituzione, il Presidente del Consiglio
L’attuale riforma della Costituzione
rappresenta invece il contenuto di un atto
di indirizzo politico di maggioranza. Lo
confermano, in particolare, le inammissibili
interferenze del Governo sulla libertà di
coscienza dei parlamentari, sulle modalità
e sui tempi di approvazione: interferenze
che (forse) possono essere ritenute
legittime per velocizzare l’approvazione
di leggi ordinarie, ma non lo sono
certamente quando si tratti di leggi di
revisione costituzionale. Tra le anomalie
più evidenti, l’iter della riforma è stato
caratterizzato da:
Il posto del Governo
Un’approvazione anomala
abbandonava i banchi del Governo e
si sedeva tra le fila dei parlamentari.
A cosa mirava Calamandrei
affermando il principio della necessaria
estraneità del Governo alle revisioni
costituzionali? Mirava a garantire che
l’indirizzo politico di maggioranza non
potesse inserirsi nel procedimento di
revisione costituzionale, che si pone
a un livello ben più alto rispetto alla
politica quotidiana: un livello al quale
anche alle opposizioni deve essere
assicurato di avere voce in capitolo.
1 – l’iniziativa governativa (e non
parlamentare) nella presentazione del
disegno di legge di revisione;
2 – la rimozione d’autorità dalla
Commissione Affari costituzionali del
Senato, nel luglio 2014, degli onorevoli
Mauro e Mineo, che con altri 14 senatori
avevano invocato il rispetto della libertà
di coscienza in merito alle modifiche della
Costituzione;
3 – la mancata conferma, in sede di
terza lettura del disegno di legge, del
La riforma è frutto dell’iniziativa e della volontà del Governo
In un sistema di democrazia parlamentare come il nostro, una riforma
costituzionale così vasta e complessa sarebbe dovuta passare
attraverso una discussione pienamente parlamentare. Così non è
stato. La prova inequivocabile della paternità della riforma in capo
al Governo sta nella scelta di Renzi di collegare la vittoria del No al
referendum alle sue dimissioni: così il voto viene politicizzato e reso
di fatto estraneo al merito della riforma.
10
La riforma è frutto dell’iniziativa e della volontà del Governo
relatore di minoranza (sen. Calderoli)
e il mantenimento della sola relatrice
di maggioranza (sen. Finocchiaro), con
il pretesto della fine del c. d. patto del
Nazareno, quando invece la procedura di
revisione costituzionale avrebbe dovuto
essere insensibile all’evolversi delle
vicende politiche;
4 – la messa in votazione, il 1° ottobre
2015, di un emendamento (a firma dei
sen. Cociancich e Rossi) strutturato
in modo da precludere una serie di
votazioni che avrebbero richiesto il
voto segreto, con notevoli rischi di
divisione interna per il Governo e per la
maggioranza.
I lavori in commissione, inoltre, sono
stati ridotti all’osso e numerose forzature
procedurali hanno impedito il normale
svolgimento della discussione, in una
logica complessiva che non era di
confronto tra maggioranza e opposizione,
ma di mera conta numerica degli
schieramenti (conta, peraltro, falsata dal
premio di maggioranza attribuito al PD con
il Porcellum dichiarato incostituzionale).
Il Parlamento era
legittimato a modificare
la Costituzione
giuridicamente e dpoelleitgicitatimmeanttoe
3
11
12
Con la sentenza n. 1/2014, la Corte
costituzionale ha denunciato l’«eccessiva
divaricazione tra la composizione
dell’organo di rappresentanza
politica (…) e la volontà dei cittadini
espressa attraverso il voto», che
discendeva dall’ampiezza del premio
di maggioranza assegnato al partito
più votato. Inoltre, la Corte ha ritenuto
che il meccanismo delle liste bloccate
non avesse consentito agli elettori
di esercitare un voto consapevole.
Pertanto, ha dichiarato l’incostituzionalità
del cd. Porcellum (l. 270/2005).
Anche se, responsabilmente, la Corte
ha scelto di non far seguire alla sua
sentenza il travolgimento delle Camere e
degli atti sino a quel momento compiuti,
il Presidente della Repubblica avrebbe
potuto decidere di indire nuove elezioni,
le quali sarebbero state regolate o dal
L’incostituzionalità del Porcellum
c. d. Consultellum (cioè il Porcellum
con le modifiche conseguenti alle
dichiarazioni parziali di incostituzionalità),
o da un sistema proporzionale con
soglie di sbarramento e la possibilità di
esprimere una preferenza. Quantomeno
un Parlamento così delegittimato e
composto da parlamentari “nominati”,
insicuri di essere rieletti e perciò
ricattabili ed esposti alla mercé del
migliore offerente, non avrebbe dovuto
procedere a una revisione costituzionale
di così ampia portata. Così la riforma
della Costituzione è divenuta oggetto di
scambio e di ascesa politica. Lo prova
il record di passaggi da un gruppo
parlamentare all’altro registrato nella
XVII legislatura: 325 migrazioni in
poco più di due anni e mezzo, per un
totale di 246 parlamentari coinvolti.
Il Parlamento era giuridicamente e politicamente delegittimato a modificare la Costituzione
La Costituzione del 1947 fu approvata con 458 voti favorevoli (e solo
62 contrari) da un’Assemblea Costituente scelta e legittimata dai cittadini.
La riforma costituzionale è stata invece approvata da un Parlamento
di “nominati” dai partiti, delegittimato da una sentenza della
Corte Costituzionale che, a causa della legge elettorale con cui è stato
eletto, lo ha giudicato non rappresentativo della volontà popolare.
Secondo la Corte, le Camere avrebbero
potuto continuare ad esercitare le loro
funzioni anche a fronte di un vizio di
costituzionalità così grave in virtù del
principio, implicito nell’ordinamento
Perché lasciare in carica le
Camere delegittimate?
giuridico, della continuità dello Stato e
degli organi costituzionali. Questo non
autorizzava però le Camere a concludere
la Legislatura e, soprattutto, ad operare
con pieni poteri come se nulla fosse
13
E invece la nuova legge elettorale
approvata dal Parlamento ha
sostanzialmente riprodotto le norme del
Porcellum. L’Italicum, infatti, consente
ad una lista che in sede di ballottaggio
abbia raggiunto anche solo il 20-25%
dei voti di ottenere la maggioranza
dei seggi alla Camera, continuando a
prevedere uno sproporzionato premio
Una nuova legge elettorale
incostituzionale
di maggioranza. Il vero obiettivo che
muove la sua approvazione, che
ha preceduto quella della riforma
costituzionale e si pone in combinato
disposto con essa, pare essere quello
della “verticalizzazione”del potere: il fine
di gestire il potere senza ostacoli e limiti
da parte di nessuno, cittadini compresi.
accaduto. La proroga delle Camere aveva
lo scopo di permettere l’approvazione di
una nuova legge elettorale, conforme ai
principi costituzionali, per poi tornare al
voto e restituire ai cittadini la sovranità
di cui il Porcellum li aveva privati.
Il Parlamento era giuridicamente e politicamente delegittimato a modificare la Costituzione
rappresenteranno
le Regioni
il partito, il Presidente della Repubblica, se stessi…
4
I senatori
14
part-time
15
I 95 senatori con incarichi nelle istituzioni
territoriali non dovranno dimettersi dalla
loro funzione di consigliere regionale
o di sindaco, ma continueranno a
svolgerla part-time, con una serie di
conseguenze sull’operatività di questi
organi che, al contrario, richiedono
La durata del mandato di senatore
coinciderà con quella di consigliere
regionale e di sindaco.
Avremo, quindi, un Senato a formazione
progressiva, soggetto a variazioni continue
in ragione delle diverse scadenze degli
organismi territoriali. Si consideri, ad
esempio, che i Consigli regionali ora
Ai 95 senatori eletti dalle istituzioni
territoriali si aggiungono 5 senatori
nominati dal Presidente della Repubblica
e scelti tra i cittadini che hanno
illustrato la Patria per altissimi meriti
nel campo sociale, scientifico, artistico
Un Senato dopolavoro
Un Senato a fomazione progressiva
Un partitino del Presidente della
Repubblica?
un impegno a tempo pieno.
Si tratta di una scelta singolare
osteggiata da molti Paesi. Ad esempio,
in Francia con la l. n. 125/2014, vieta
il cumulo del mandato parlamentare
con ogni carica esecutiva nel
Governo regionale e locale.
in carica scadranno: 1 nel 2017; 6 nel
2018 (più i Consigli provinciali di Trento
e Bolzano); 5 nel 2019; 6 nel 2020.
Di nuovo, ad essere messo in
discussione è l’ordinario funzionamento
di questa Camera, a vantaggio
di un elevato tasso di incertezza,
confusione ed irragionevolezza.
e letterario. Si è di fronte ad una figura
del tutto nuova: senatori a tempo
determinato, non più a vita come ora,
con mandato di 7 anni non rinnovabile
e irragionevolmente coincidente con
la durata del mandato presidenziale.
I senatori part-time rappresentano il partito, il Presidente della Repubblica, se stessi
Il nuovo Senato passerà da 315 senatori a 100, così suddivisi:
– 74 consiglieri regionali, eletti dai Consigli regionali (oltre che da
quelli provinciali di Trento e Bolzano);
– 21 sindaci, eletti dai Consigli regionali (oltre che da quelli provinciali
di Trento e Bolzano) fra tutti i sindaci dei Comuni della Regione
e nella misura di uno per ciascuna;
– 5 senatori, nominati dal Presidente della Repubblica con mandato
di 7 anni non rinnovabile.
16
I senatori part-time rappresentano il partito, il Presidente della Repubblica, se stessi
È come se il Presidente della Repubblica
avesse propri rappresentanti nel Senato,
con un peso assolutamente rilevante e
triplicato rispetto a prima. Attualmente
sono previsti 5 senatori a vita su 315;
con la riforma saranno 5 su 100 (come
se nell’attuale Senato ce ne fossero 17).
Paradossale, poi, è che tali personalità
«che hanno illustrato la Patria per
altissimi meriti nel campo sociale,
scientifico, artistico e letterario» vadano
ad esercitare il loro alto magistero
culturale in un organo che rappresenta
esclusivamente le istituzioni territoriali e
la cui funzione è di operare un raccordo
tra lo Stato e gli altri enti costitutivi
della Repubblica. Sarebbe stato
molto più logico che questo pubblico
riconoscimento fosse previsto nell’ambito
della Camera dei deputati, la sola a
mantenere le funzioni di rappresentanza
generale del popolo italiano.
17
Ncoanpi scsie se 5
I senatori saranno
eletti direttamente
dai cittadini
18
1 – I Consigli regionali e i Consigli delle
Province autonome di Trento e di Bolzano
«eleggono, con metodo proporzionale, i
senatori tra i propri componenti e, nella
misura di uno per ciascuno, tra i Sindaci
dei Comuni dei rispettivi territori».
2 – Tale elezione dovrà avvenire «in
conformità alle scelte degli elettori».
«La durata del mandato dei senatori
coincide con quella degli organi
delle istituzioni territoriali dai quali
In primo luogo, sancire in una medesima
disposizione costituzionale che i
senatori siano eletti, da un lato, dagli
«organi delle istituzioni territoriali» e,
dall’altro, «in conformità delle scelte
espresse dagli elettori» per i candidati
consiglieri in occasione del rinnovo
dei medesimi organi, significa non
decidere quale sistema si vuol adottare.
Non si capisce, inoltre, come i Consigli
regionali potranno tener conto, allo
stesso tempo, «dei voti espressi
I criteri
Una logica confusa
sono stati eletti, in conformità alle
scelte espresse dagli elettori per i
candidati consiglieri in occasione
del rinnovo dei medesimi organi».
3 – «I seggi sono attribuiti in
ragione dei voti espressi e della
composizione di ciascun Consiglio».
Ad una futura legge approvata da
entrambe le Camere si demanda il
compito di «regolare le modalità di
attribuzione dei seggi e di elezione dei
membri del Senato della Repubblica».
e della composizione di ciascun
Consiglio»: la composizione dei Consigli
regionali non corrisponde, infatti,
ai voti presi dai partiti alle elezioni
perché tutte le leggi elettorali regionali
prevedono premi di maggioranza.
Del tutto irrisolto, anzi nemmeno
prefigurato, è, in ultimo, ogni riferimento
all’elezione in Senato dei 21 Sindaci: la
«conformità alle scelte degli elettori»
è imposta, infatti, solo per l’elezione
dei 74 senatori – consiglieri e non per
l’elezione dei senatori – sindaci.
Non si capisce se i senatori saranno eletti direttamente dai cittadini
Per l’elezione dei Senatori sono individuati tre criteri, tra di loro
fortemente contraddittori e ambigui.
19
La composizione del Senato sarà
strettamente legata all’andamento delle
elezioni regionali e comunali. I nuovi
senatori saranno eletti su base partitica
e, come tali, invece di rappresentare le
istituzioni territoriali, saranno portatori
di istanze politiche di parte.
Tale impostazione segna una
netta differenza rispetto al modello
Eletti su base partitica
tedesco, spesso richiamato.
I senatori tedeschi non sono, infatti, portatori
di interessi politici di parte, rappresentano
i Länder (stati federati), hanno vincolo
di mandato e, quindi, l’obbligo di votare
come deciso dal Land. Tutti i voti di un
singolo Land devono, poi, essere concordi
e non contrastanti tra di loro (i senatori
votano, cioè, “per delegazione”).
Non si capisce se i senatori saranno eletti direttamente dai cittadini
20
6
La riforma
abbatte radicalmente
i costi della politica
sostnaonnz iamlmuteante
21
Le spese per il Senato ammontano,
attualmente, a circa 540 milioni di
euro. Nel 2015 questa istituzione
Dal bilancio pubblicato sul sito del
Senato risulta chiaramente che la
spesa per le indennità dei senatori,
(pari a circa 42 milioni di euro, ossia
meno del 10% del totale), è solo una
piccola frazione del costo complessivo
dell’Istituzione. Rimarrebbero invariati,
invece, i costi legati alla diaria
(attualmente pari a circa 37 milioni di
euro) comprensiva delle spese di viaggio
e di permanenza a Roma, nonché
quelli più rilevanti, legati alle pensioni
di ex senatori ed ex dipendenti (ben
233 milioni di euro), agli immobili, ai
Se la logica è quella del risparmio, perché
non ridurre sia i senatori che i deputati?
Nel tempo sono stati avanzati diversi
progetti di riforma che proponevano di
ridurre il numero dei membri di entrambe
Quanto costa il Senato?
Quanto pesa la spesa per le
indennità dei senatori in carica?
Perché non diminuire anche il
numero dei deputati?
ha gravato sul bilancio complessivo
dello Stato per una percentuale dello
0,064%, con un rapporto di 1:1.568.
servizi e, soprattutto, al personale.
Nulla di ciò verrebbe eliminato con
la riforma del Senato. Anzi: una delle
disposizioni finali della riforma, allo scopo
dichiarato di rendere più efficiente la
gestione delle due Camere, istituisce
un ruolo unico dei dipendenti del
Parlamento. Si costituzionalizza, così,
questa figura di funzionario statale, con
il rischio di sottrarla definitivamente alle
manovre di risparmio che interessano
tutti gli altri dipendenti pubblici (spending
review, blocco del turn over e degli scatti
stipendiali, tagli delle pensioni, etc.).
le Camere. Un progetto avanzato dal
PD nel 2008 prevedeva 400 deputati
e 200 senatori e avrebbe portato il
rapporto tra rappresentanti e cittadini a
1 parlamentare ogni 100mila abitanti.
La riforma sostanzialmente non muta i costi della politica
Un mantra ripetuto dai sostenitori della riforma costituzionale è che ci
sarà un netto abbattimento dei costi, per via della riduzione del numero
dei senatori e dell’eliminazione delle indennità di carica. Non è così.
22
Nela graduatoria degli Stati con il
maggior numero di parlamentari per
abitante, l’Italia si colloca al 22° posto
sui 27 Paesi considerati. Gli Stati di
dimensione comparabile presentano
valori analoghi: in Italia ci sono 1, 6
parlamentari ogni 100mila abitanti; in
Francia 1,4 e in Spagna 1,3. Hanno invece
una posizione particolare il Regno Unito
(2,4 parlamentari ogni 100mila abitanti)
e la Germania (0,8 parlamentari ogni
100mila abitanti).
Al di là dei numeri – che come si è
visto sono assolutamente nella norma
– la discussione sul numero adeguato
di parlamentari dovrebbe essere
preceduta da una seria riflessione sulla
rappresentanza: chi o che cosa si vuole
rappresentare? Come? Per esercitare
quali competenze? Le critiche al numero
attuale di rappresentanti, invece,
sembrano esclusivamente fondarsi su
un diffuso sentimento antiparlamentare,
senza una logica costruttiva.
I nostri parlamentari sono tanti?
Invero, se la funzione del Senato
deve essere – come si dice – quella
di tutelare le competenze regionali e
di rappresentare le istanze degli enti
regionali (e non direttamente l’elettorato
della Regione), allora il numero dei suoi
componenti si può ridurre ulteriormente,
alterando il rapporto popolazione/
rappresentanti, (ad esempio assegnando
un numero fisso e uguale di delegati
ad ogni ente territoriale, a prescindere
dalla sua consistenza demografica, come
avviene negli Stati Uniti).
La riforma, però, non sposa questa
logica. Riduce soltanto il numero dei
senatori, i quali, come si è visto, non
rappresenteranno la Regione da cui
provengono, ma le forze politiche che
li hanno selezionati e riprodurranno,
dentro al Senato, la composizione
partitica dei Consigli regionali, senza
nemmeno essere vincolati (come avviene
in Germania col vincolo di mandato) alle
direttive della propria Regione.
La riforma sostanzialmente non muta i costi della politica
L’esempio delle Province: abolire
tutto per non abolire niente
La retorica csull’inutilità del Senato e
sul taglio dei costi della politica era
già emersa in occasione della riforma
delle Province, sfociata nella legge
56 del 2014 (c.d. legge Delrio). Essa
prevede il trasferimento delle funzioni
delle Province alle Regioni e ai Comuni,
nonché la soppressione dell’elettività
diretta delle cariche provinciali, sostituita
da una elezione di secondo grado
da parte dei sindaci e dei consiglieri
comunali compresi nella Provincia stessa.
Ad un anno dalla sua entrata in vigore,
la relazione della Corte dei Conti al
Parlamento disegna un quadro piuttosto
negativo: le Province continuano, in
sostanza, a fare quel che facevano
prima della riforma; i servizi erogati non
sono infatti venuti meno con l’abolizione
dell’elettività diretta degli organi. Nè i
costi si sono ridotti: il personale non è
infatti scomparso, ma è stato trasferito
23
La critica sui costi della politica si
concentra sempre sulle istituzioni
parlamentari, mentre trascura di rivolgere
la stessa indagine sul Governo.
Eppure i numeri dovrebbero fare riflettere
sul rischio di “elefantiasi” che investe
questa Istituzione. Il Governo Renzi, ad
esempio, si compone di 64 membri tra
E quanto costa il Governo?
Ministri, viceministri e sottosegretari:
quasi una terza Camera. Quanto ai
costi, i Ministeri spendono sempre di
più. A titolo esemplificativo, le spese del
solo Segretariato generale di Palazzo
Chigi sono lievitate, nel 2014, fino alla
cifra di 754 milioni di euro, molto più
del Senato attuale (540 milioni).
La riforma sostanzialmente non muta i costi della politica
ad altre pubbliche amministrazioni.
A fronte, dunque, di un modesto
risparmio realizzato sullo stipendio dei
componenti degli organi Provinciali,
i cittadini hanno pagato il prezzo
altissimo di perdere il potere di
scegliere direttamente chi deve gestire
i loro servizi e il loro territorio.
24
Nveorno èc he 7
Il bicameralismo
paritario non permette
di legiferare
25
Con riferimento alla XVI legislatura,
si è calcolato che il tempo medio di
approvazione di disegni di legge e
progetti di legge è pari a 279 giorni
(263 con riferimento alla XVII legislatura).
Quanto alla conversione dei decreti
legge, che deve avvenire, da parte
di entrambe le Camere, nel termine
perentorio di 60 giorni, essa non ha
mai risentito delle presunte lungaggini
del bicameralismo. Durante il Governo
Berlusconi è, infatti, decaduto il 13,75%
dei decreti; durante il Governo Monti il
15,79%; durante il Governo Letta il 12%;
durante il Governo Renzi il 15,22%. In
tutti i casi, numeri bassissimi: dei 189 d.l.
presentati nelle ultime due legislature,
Quanti “rimpalli”?
solo 27 non sono stati convertiti in
legge, il più delle volte per carenza di
volontà politica e non per mancanza di
tempo.
A tal ultimo riguardo, si pensi al fatto
che sono bastati appena 13 giorni per la
ratifica del Trattato di risoluzione unica,
contestatissimo dai risparmiatori, sul
risanamento bancario e il salvataggio
interno, mentre ne sono serviti 871 per
la legge sull’agricoltura sociale, 1456
per la legge anticorruzione e più di 20
anni per una legge sulle Unioni civili.
La stragrande maggioranza delle leggi,
inoltre, è approvata con solo due letture
e la navetta da una Camera all’altra
riguarda soltanto il 20 % dei casi1.
Non è vero che il bicameralismo paritario non permette di legiferare
Si dice che il bicameralismo paritario (cioè indifferenziato) è un ostacolo
per il Paese e che la riforma assicura maggiore rapidità ed efficacia
nell’approvazione delle leggi. Ma qual è la situazione attuale?
XVI legislatura, numero complessivo di letture
Disegni o progetti di legge divenuti legge con più di 4 letture 3
Disegni o progetti di legge divenuti legge con 4 letture 12
Disegni o progetti di legge divenuti legge con 3 letture 45
Disegni o progetti di legge divenuti legge con 2 letture 301
1 – Rapporto Openpolis sull’attività legislativa (6.1.2016)
26
Non è vero che il bicameralismo paritario non permette di legiferare
La convinzione che il bicameralismo
impedisca al sistema parlamentare
di funzionare è sorprendentemente
in contrasto con la percezione,
diffusissima presso l’opinione pubblica,
che ci siano troppe leggi. La verità
è che il legislatore decide troppo,
troppo rapidamente e modifica
Al contrario: bulimia legislativa
costantemente quanto già disposto
in precedenza. Ciò, evidentemente,
è sintomo che quella decisione
non era stata sufficientemente
ponderata, né era maturata nella
società: le questioni sulle quali c’è un
consenso collettivo consolidato non
necessitano di continui cambiamenti.
Se paragoniamo la produzione legislativa
italiana con quella di altri Paesi,
risulta evidente che il bicameralismo
paritario non impedisce di legiferare.
Confronto con la produzione
legislativa di altri paesi dell’U.E.
1997 – 2011 su (fonte: Camera deputati)
Germania 2153 leggi approvate1
Italia 1894 leggi approvate
Francia 1385 leggi approvate
Spagna 700 leggi approvate
Regno Unito 630 leggi approvate
1 – L’elevato numero delle leggi tedesche dipende dal fatto che in Germania si approva una legge
di attuazione per ogni direttiva europea e, soprattutto, molte leggi hanno un contenuto molto
dettagliato o sono finalizzate alla “manutenzione” normativa (riordino, abrogazione espressa di
norme). Da noi, invece, spesso una sola legge disciplina molti argomenti diversi.
27
8
La riforma del Senato
ci allinea ad altri
esempi nel mondo
cdi aa ltlountttia ngali
28
Il contesto istituzionale tedesco è
radicalmente diverso.
Al netto della riforma, l’Italia è uno Stato
regionale che devolve alle Regioni molte
competenze legislative e amministrative.
La Germania, invece, ha un ordinamento
di tipo federale, essendo composta di
veri e propri Stati sovrani (i Länder).
Il Bundesrat è composto dai delegati
dei Governi dei vari Länder. Ogni Land
può avere da un minimo di 3 ad un
massimo di 6 delegati, a seconda della
popolazione.
I cittadini dei singoli Länder eleggono il
Governo del Land, ma non il Bundesrat,
neanche indirettamente, dal momento
che i senatori non rappresentano il
popolo, ma gli Stati regionali di cui
interpretano gli interessi. Per tale ragione,
i senatori sono nominati direttamente dai
governatori, hanno un vincolo di mandato
e, come tali, sono sottoposti all’obbligo di
votare come deciso dal Land. Inoltre, tutti
Il Bundesrat tedesco
i voti di un singolo Land devono essere
sempre concordi.
Il Bundesrat ha potere di veto su
tutta la legislazione che riguarda le
competenze regionali. La sua capacità
di interdizione è tale che per superare
i casi di stallo in materie rientranti
nella legislazione concorrente Stato/
Regioni (foriere di conflitti interpretativi)
è previsto l’intervento di un comitato
di conciliazione per raggiungere un
compromesso. Se ciò non è possibile,
in alcuni casi (pochi) il Bundesrat
prevale addirittura sulla Camera elettiva
(Bundestag).
Il nuovo Senato italiano sarebbe ben
diverso, in quanto i rappresentanti eletti
dai Consigli regionali «in conformità alle
scelte degli elettori» (qualunque cosa
ciò significhi) saranno rappresentanti dei
gruppi politici che li avranno eletti, non
dei territori e saranno privi di vincoli di
mandato.
La riforma del Senato ci allontana da tutti gli altri esempi nel mondo
Per quanto riguarda il Senato francese,
inizialmente si fanno eleggere ai
cittadini circa 150mila “grandi elettori” in
rappresentanza di tutti gli enti territoriali
del Paese. Questi, poi, in un’elezione di
secondo livello, scelgono i 348 senatori
che compongono questa istituzione.
La legge n. 125/2014 vieta il cumulo del
mandato parlamentare con ogni carica
esecutiva nel Governo regionale e
locale. Questo perché, come risulta dal
Il Senato francese
rapporto della commissione incaricata
da Hollande di avanzare proposte per
un funzionamento esemplare delle
istituzioni, il cumulo delle cariche è causa
di malessere politico e istituzionale.
Il parlamentare deve impegnarsi
pienamente nella sua funzione e anche le
istituzioni locali richiedono pari impegno.
In Italia, come si è visto, i
senatori svolgeranno la propria
duplice carica part-time.
29
La riforma del Senato ci allontana da tutti gli altri esempi nel mondo
Il Senato degli Usa, composto da
un totale di 100 senatori, ha una
funzione di contrappeso a garanzia
della divisione dei poteri.
Tutti gli elettori degli Stati membri della
Federazione (gli Usa sono un sistema
La Camera dei Lord, non elettiva, non
rappresenta le istituzioni territoriali.
La sua funzione è piuttosto quella
di apportare modifiche di carattere
tecnico alle leggi e di e di garantire una
maggiore una maggiore ponderazione
delle scelte legislative, soprattutto
Il Senato americano
La Camera dei Lord britannica
federale) eleggono 2 senatori, in
elezioni separate da quelle presidenziali
che si svolgono ogni due anni.
Il procedimento legislativo, negli
Stati Uniti, è improntato ad una
forma di bicameralismo paritario.
in presenza di contrasti sociali e
dissensi particolarmente forti nella
società. Addirittura, se la Camera dei
Lord non approva una legge (con
l’eccezione della materia finanziaria) la
Camera dei Comuni può riapprovarla
definitivamente solo l’anno successivo.
30
9
Il procedimento
legislativo sarà più
rapido
confuso
31
Il bicameralismo perfetto permane su:
– leggi di revisione della Costituzione e le
altre leggi costituzionali;
– leggi ordinarie a tutela delle minoranze
linguistiche, referendum popolari, leggi di
iniziativa popolare, legislazione elettorale,
legislazione relativa agli organi di Governo
e alle funzioni fondamentali di Comuni,
Province e Città metropolitane, leggi di
autorizzazione alla ratifica dei Trattati
UE, leggi sull’eleggibilità dei senatori,
sull’ordinamento di Roma, sul regionalismo
Il bicameralismo perfetto non
scompare!
differenziato, sulla partecipazione
delle Regioni speciali alla formazione
e alla attuazione di norme UE, sulle
intese internazionali delle Regioni, sul
patrimonio degli enti territoriali, sui poteri
sostitutivi dello Stato nei confronti degli
enti territoriali, sui principi della legge
elettorale delle Regioni ordinarie, sul
passaggio di un Comune da una regione
a un’altra. In tutte queste materie, le leggi
continuano a dover essere approvate nel
medesimo testo da Camera e Senato.
Il procedimento legislativo sarà più confuso
Le altre leggi sono di competenza
prevalente della Camera, ma per
esse è sempre possibile attivare tre
passaggi (anziché i due attuali).
Infatti, una volta approvate dalla Camera,
le leggi vanno immediatamente trasmesse
al Senato, con possibili soluzioni diverse:
a) nella maggioranza dei casi il
Senato, entro 10 giorni, su richiesta
di 1/3 dei membri, può esaminare
il progetto di legge e nei 30 giorni
successivi proporre modifiche, su cui
poi si pronuncia in via definitiva la
Camera a maggioranza semplice;
Leggi approvate dalla Camera
b) per i disegni di legge che il Governo
propone in deroga alla ripartizione delle
competenze tra Stato e Regioni (attivando,
cioè, la “clausola di supremazia” statale),
l’esame del Senato è disposto nel termine
di 10 giorni dalla data di trasmissione. In
questo caso se le modifiche sono state
approvate dal Senato a maggioranza
assoluta, la Camera può non conformarsi
ad esse solo pronunciandosi a sua volta
a maggioranza assoluta (il che, però, con
l’Italicum, non configura un limite reale);
c) i disegni di legge in materia di bilancio
e di rendiconto consuntivo approvati dalla
Il testo originale dell’art. 70 della Costituzione così recita: «La funzione
legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere». Il
nuovo testo, al contrario, appare farraginoso, molto lungo, con continui
rimandi ad altri articoli o a singoli commi di essi e risulta, alla fine,
incomprensibile.
32
Il procedimento legislativo sarà più confuso
Viene introdotto il giudizio preventivo
di costituzionalità sulle leggi elettorali,
attivabile su richiesta di 1/3 dei
senatori o di 1/4 dei deputati prima
della promulgazione, entro 10 giorni
dall’approvazione della legge. La
Corte costituzionale si pronuncia
entro il termine di 30 giorni. Se
considerata incostituzionale, la legge
non può essere promulgata.
Giudizio preventivo di
costituzionalità
Camera sono direttamente esaminati dal
Senato, che può proporre modifiche entro
15 giorni dalla data della trasmissione.
La Camera, poi, può accettare o meno
tali proposte a maggioranza semplice;
d) il Senato può, a maggioranza assoluta
dei suoi componenti, richiedere alla
Camera di procedere all’esame di
ogni progetto di legge. La Camera
si pronuncia entro 6 mesi dalla data
di deliberazione del Senato.
È allora evidente la complicazione
dell’iter legislativo che la riforma
comporterebbe. E cosa accadrebbe
se le Camere non si accordassero
sul procedimento da seguire?
E se una legge dovesse avere contenuti
che richiedono di essere disciplinati
con procedimenti diversi (per esempio, i
decreti “omnibus” o i “milleproroghe”)?
E cosa accadrebbe qualora non fossero
rispettati i termini temporali previsti?
Saranno i Presidenti di Camera e
Senato a risolvere i (prevedibilmente
numerosi) casi controversi, ma manca
una norma che possa dirimere
incertezze e conflitti tra di loro.
Ciò che, al contrario, è certo, è
l’incremento di ricorsi alla Corte
costituzionale sulla divisione delle
competenze tra le due Camere.
La sovrapposizione tra le due forme
di sindacato (in via preventiva e in via
successiva) crea però incertezze. Si
potrà senz’altro adire la Corte anche
successivamente, anche perché, spesso,
i motivi di illegittimità si presentano
solo nella fase applicativa. Tuttavia, ove
fosse già intervenuta una sentenza di
rigetto, difficilmente la Corte opererà
un cambio di rotta così radicale.
10
La riforma prevede
una forma di governo
equilibrata
ldoe lsl’tErsaepcoutteirveo
33
34
Il meccanismo del “voto a data certa”
non ha nulla a che fare con le elezioni:
è uno strumento con cui il Governo
potrà chiedere alla Camera di iscrivere
all’ordine del giorno, con priorità, un
disegno di legge che ritiene essenziale
per l’attuazione del suo programma1.
Prevede che entro 5 giorni dalla
richiesta la Camera inserisca il
provvedimento in agenda e lo
discuta nei successivi 70 giorni
A distanza di un decennio dalla riforma
del Titolo V (e ancor prima della sua
definitiva attuazione) si torna al passato.
Il Governo potrà indebolire le autonomie
territoriali – e condizionare ulteriormente
l’attività del Parlamento – proponendo
Il voto a data certa
I poteri regionali
(fino a un massimo di 85 in casi di
particolare complessità). Inoltre,
si abbreviano, sia i termini entro i
quali la Camera deve trasmettere il
disegno di legge al Senato (5 giorni),
sia quelli entro cui il Senato può
proporre modifiche (15 giorni).
Così, il Governo potrà condizionare
i lavori del Parlamento, ingerendosi
nella funzione legislativa e violando il
principio di separazione dei poteri.
che le competenze legislative attribuite
alle Regioni siano esercitate dallo Stato
(cd. clausola di supremazia). Basta
sostenere che lo richieda l’interesse
nazionale o lo imponga l’unità giuridica
o economica della Repubblica.
La riforma prevede lo strapotere dell’Esecutivo
La riforma accentra il potere verso l’alto: dal Parlamento al Governo;
dal Consiglio dei ministri al capo del Governo; dalle autonomie territoriali
allo Stato; dagli elettori a una piccola frazione degli eletti.
Concorrono a spostare il potere nelle mani dell’Esecutivo: la fissazione
di tempi certi per il voto su disegni di legge essenziali per il
programma di Governo; la nuova distribuzione delle competenze tra
Stato e Regioni; la composizione del Senato e le sue modalità di elezione
poco chiare; la falsa maggioranza parlamentare creata dal premio
previsto dalla legge elettorale.
1 – Salvo che si tratti di leggi riservate all’approvazione congiunta di Camera e Senato, leggi
elettorali, di autorizzazione alla ratifica di trattati internazionali, di amnistia e indulto, o di bilancio.
35
La riforma è solo il culmine di un
processo di indebolimento del
Parlamento rappresentativo in corso da
anni, un processo che ha consegnato di
fatto al Governo il potere di fare le leggi.
Da un lato, infatti, l’Esecutivo ha abusato
del potere di fare decreti legge in casi
Lo strapotere dell’Esecutivo
di “urgenza” e di porre la fiducia sui
provvedimenti all’esame del Parlamento
– compresa la legge elettorale – ,
abituando i cittadini alla logica del
ricatto. Dall’altro, l’esercizio della
funzione legislativa gli è stato delegato
con vincoli sempre meno stringenti.
La riforma prevede lo strapotere dell’Esecutivo
36
11
È una riforma
storica
conservatrice
37
Le statistiche ci dicono che:
– su 10 atti che diventano legge,
8 sono di iniziativa del Governo
e solo 2 del Parlamento;
– le leggi di iniziativa parlamentare
necessitano del triplo del tempo
rispetto ai provvedimenti di iniziativa
governativa: 233 giorni contro
109 nell’attuale legislatura
– le iniziative del Governo hanno
una percentuale di successo
La riforma aumenterà lo spostamento
dell’asse istituzionale a favore
dell’Esecutivo. La Camera a cui spetterà
dare la fiducia al Governo (la Camera
dei deputati) sarà priva di legittimazione
popolare, perché eletta con una legge
elettorale il cui unico scopo è quello di
assicurare comunque una maggioranza
artificiale. Ballottaggio, premio di
maggioranza alla singola lista, soglie
d’accesso e voto bloccato sui capilista,
La marginalizzazione
del Parlamento
Un Parlamento ancora più
delegittimato
molto più alta rispetto a quelle dei
parlamentari: 32% rispetto a 0,87%;
– lo spazio del Parlamento nella
produzione legislativa è reso ancor
più misero dal ricorso al voto di fiducia
da parte del Governo: con Letta nel
27,78% dei casi, con Renzi nel 31,01%;
– le leggi più importanti sono di
iniziativa governativa: provvedimenti
economici, riforme, modifiche
costituzionali, politica estera.
consegnano la Camera nelle mani di un
leader vincente anche con pochi voti,
secondo il modello dell’uomo solo al
comando. Il voto diverrà un plebiscito per
il “capo”, che potrà scegliere e disporre
liberamente dei parlamentari, interessati
a seguire il leader che garantirà loro
la rielezione più che a farsi interpreti
della volontà popolare. Un incentivo al
trasformismo che negli ultimi due anni e
mezzo ha già coinvolto 246 parlamentari.
È una riforma conservatrice
Una riforma conservatrice, che non fa altro che costituzionalizzare
quanto avviene da anni: il predominio dell’Esecutivo sul Parlamento.
Da vent’anni, infatti, le Camere sono ridotte ad un ruolo marginale
nel confronto politico e schiacciate dall’abuso della decretazione
d’urgenza e dei maxiemendamenti, dall’uso continuo e strumentale
della fiducia, dal contingentamento dei tempi di discussione. Il Parlamento
come luogo di rappresentanza, di confronto e di mediazione
di interessi reali è ridotto al regno della formalità procedurale (per di
più strozzata e velocizzata).
38
12
Nei paesi normali la
sera delle elezioni si sa
chi ha vinto
non si sa
39
Sono state fatte leggi elettorali
simili nel corso del Novecento:
– la legge Acerbo del 1923: se la lista
più votata a livello nazionale avesse
superato il 25% dei voti validi, avrebbe
automaticamente ottenuto i 2/3 dei
seggi della Camera dei deputati; tutte
le altre liste si sarebbero divise 1/3 dei
seggi. Se nessuna avesse superato la
soglia, non sarebbe stato assegnato
alcun premio di maggioranza e tutti
i seggi sarebbero stati ripartiti tra le
liste in proporzione ai voti ricevuti;
– la “legge – truffa” del 1953: il premio
Precedenti storici
di maggioranza assegnava il 65% dei
seggi della Camera dei deputati alla
lista o al gruppo di liste collegate che
avesse superato il 50% dei voti validi;
– il cd. Porcellum (con cui abbiamo
votato alle ultime elezioni): non
prevedeva una soglia minima di
voti per ottenere il 54% dei seggi
in Parlamento; assegnava il premio
di maggioranza al Senato su base
regionale, creando il rischio che il
premio venisse assegnato a una lista
diversa in ogni Regione e si creassero
maggioranze diverse tra le due Camere.
Nei paesi normali la sera delle elezioni non si sa chi ha vinto
La nuova legge elettorale, l’Italicum, prevede un sistema elettorale
che non corrisponde a nessuno dei modelli esistenti in democrazia
e impone per via giuridica la formazione di una maggioranza fissa
alla Camera (340 deputati), al di là di come i cittadini voteranno. Pur
dichiarandosi formalmente proporzionale, infatti, prevede un abnorme
premio di maggioranza che ne fa un caso isolato in Europa, con
l’unica – ma non rassicurante – eccezione dell’Ungheria di Orban. Saremo
l’unico sistema parlamentare che avrà un vincitore la sera delle
elezioni.
L’Italicum prevede un meccanismo
apparentemente proporzionale (seggi
contesi per liste di candidati) ma è
sostanzialmente maggioritario, perché
assegna alla lista che vince – al primo o
al secondo turno – più della maggioranza
assoluta alla Camera (340 seggi su 630). Nei
fatti, funziona come il Porcellum considerato
illegittimo dalla Corte costituzionale.
Nella sentenza n. 1/2014 la Corte afferma
L’Italicum
che, per non distorcere eccessivamente
la volontà degli elettori in nome della
governabilità, occorre stabilire una
soglia minima di voti da raggiungere per
far scattare il premio di maggioranza.
Dunque: se l’elettorato è molto diviso,
il Parlamento deve rispecchiare queste
divisioni; se invece una forza politica
arriva molto vicina alla maggioranza, il
premio di maggioranza può servire a
40
Nei paesi normali la sera delle elezioni non si sa chi ha vinto
COALIZIONE/LISTA VOTI RICEVUTI (%) SEGGI ALLA CAMERA
Centrosinistra 29,55% 345 su 630 (54,7%)
Centrodestra 29,18% 125 su 630 (19, 8%)
M5S 25,56% 109 su 630 (17,3%)
Ad una differenza di
280.000 voti tra la
coalizione di centrosinistra
e centrodestra, pari
allo 0,96% dei voti
totali, è corrisposto un
divario di 220 seggi!
darle la maggioranza assoluta.
L’Italicum fissa una soglia del 40%, ma,
se nessuno la raggiunge al primo turno,
si va al ballottaggio tra le prime due liste
più votate, a prescindere da quanti voti
avessero ottenuto al primo turno, e alla
vincitrice viene comunque assegnato
il premio. Per essere chiari: con la
legge fascista Acerbo perché scattasse
il premio occorreva avere almeno il
25% dei voti; con l’Italicum può essere
sufficiente una percentuale più bassa!
Con l’Italicum, l’Italia è l’unico tra i
28 Paesi dell’UE ad avere adottato
un sistema elettorale con premio di
maggioranza, doppio turno di lista e
attribuzione certa di una maggioranza più
che assoluta dei seggi a un solo partito.
Un premio di maggioranza così grande
esiste solo in Ungheria, mentre in Grecia,
anche se il partito più votato riceve un
premio di 50 deputati su 300, nelle
elezioni degli ultimi anni ciò non ha mai
consentito al vincitore di raggiungere
la maggioranza assoluta dei seggi.
L’Italicum non ci avvicina neppure:
– alla Germania, dove (dopo Hitler)
non si è mai avuto un Governo
composto da un solo partito né un
Governo uscito meccanicamente
dalle urne la sera delle elezioni;
– alla Spagna, in cui il sistema elettorale
favorisce il bipolarismo, ma non lo
assicura (nelle ultime elezioni segnate da
scelte elettorali diverse dai tradizionali
popolari e socialisti, non è emerso
dal voto un Governo precostituito);
né ci avvicina ai Paesi in cui esiste
un sistema elettorale maggioritario
a doppio turno, perché:
– in Francia il doppio turno (di collegio
uninominale) non assicura affatto di
conoscere il vincitore la sera delle elezioni,
perché se il sistema politico diventa
tripolare – cioè se emergono più di due
forze politiche consistenti – il
Parlamento francese non avrà
una maggioranza predefinita;
– il sistema inglese (uninominale
maggioritario senza alcun correttivo)
attribuisce la maggioranza dei seggi
ad un partito che ottiene meno della
maggioranza assoluta dei voti (quando
sia, cioè, leggermente minoritario),
ma ciò non accade sempre: nella
scorsa legislatura nessuno ha avuto la
maggioranza e si è fatto un Governo di
coalizione tra conservatori e liberali.
Cosa è accaduto nelle elezioni politiche del 2013,
con il premio di maggioranza del Porcellum
13
La riforma non
tocca la forma di
governo
verrteincdisetica
41
42
La riforma rende verticistica la forma di governo
La combinazione della riforma con l’Italicum:
– trasformerebbe la forma di governo in senso verticistico, consegnando
alla falsa maggioranza creata dal premio molti dei pesi e
contrappesi esistenti e distorcendo il legame di rappresentanza che
lega i cittadini agli eletti;
– porterebbe verso una “democrazia d’investitura”, in cui la stabilità
e la forza delle istituzioni sono subordinate alla compattezza del
partito ed al carisma dell’uomo al comando, invece che all’esercizio
di una cittadinanza attiva ed alla qualità del confronto delle forze politico
– sociali in Parlamento.
Il Parlamento, nella tradizione parlamentare democratica, è il luogo della
rappresentanza, là dove l’intero popolo è rappresentato. È il luogo del confronto
pubblico e trasparente, mentre il Governo è, soprattutto, il luogo dell’attuazione
dell’indirizzo elaborato nel dibattito parlamentare. Se il Governo gode della fiducia
del Parlamento significa che è sostenuto dalla maggioranza dei rappresentanti
dei cittadini, e dunque, almeno in astratto, dalla maggioranza del popolo. È solo
in questo che trova la legittimazione per governare e, se necessario, per imporre
sacrifici al Paese.
L’Italicum attribuisce un premio di
maggioranza, pari al 54% dei seggi alla
Camera, alla lista (cioè al partito) che
raggiunga almeno il 40% dei voti al primo
turno. Questo crea una forbice artificiale
tra voti (40%) e seggi (54%) e permette
ad un solo gruppo politico di diventare
dominante. A causa della frammentazione
del panorama politico, poi, è molto
probabile che i partiti e movimenti che
si classificano ai primi due posti al primo
turno abbiano ottenuto basse percentuali
di voti (il 20%, il 15%, addirittura il 10%).
Con il ballottaggio, essi comunque
Gli effetti:
accedono al secondo turno e ottengono il
premio, a prescindere dalla percentuale di
elettori che partecipano al voto. In questo
caso la distorsione della rappresentanza
può diventare molto elevata, risolvendosi
in un’intollerabile violazione del principio
di eguaglianza del voto.
In definitiva, un solo partito con pochi
consensi reali nel Paese potrebbe avere
in Parlamento una maggioranza blindata,
mentre tutti gli altri soggetti politici, che
pure assommano nel totale maggiori
consensi, dovrebbero dividersi i seggi
rimanenti.
1) La distorsione della rappresentanza
43
La riforma rende verticistica la forma di governo
La riforma costituzionale prevede poi
che questa maggioranza (fittizia) di
eletti – che rappresenta una minoranza
di elettori – voti la fiducia al Governo e
faccia le leggi ordinarie. Non solo. Con
ben 340 seggi alla Camera potrà anche:
– influenzare l’approvazione
delle riforme costituzionali;
– dichiarare lo stato di guerra (spetta alla
sola Camera e sono sufficienti 316 voti,
cioè la maggioranza assoluta dei membri);
– decidere su amnistia e indulto (spetta
alla Camera e servono 80 voti in più
di quelli assicurati dal premio);
– derogare alle competenze regionali
È sproporzionato che la Camera più
numerosa (630 membri) ed eletta
direttamente dai cittadini possa scegliere
solo 3 giudici della Corte costituzionale,
mentre ad un Senato di soli 100 membri
(per di più ad elezione indiretta, tramite
i Consigli regionali) ne spettino ben 2.
L’Italicum prevede che ciascuna forza
politica indichi preventivamente il nome
del proprio leader, candidandolo di fatto
al ruolo di Presidente del Consiglio. Così,
se si arrivasse al ballottaggio, il capo
della forza politica vincente finirebbe
per ricevere una sorta di investitura
diretta, anche se a votarlo fosse una
parte minoritaria del totale degli elettori.
Nei fatti siamo di fronte all’elezione
diretta del Presidente del Consiglio.
Ciò crea un forte squilibrio di
legittimazione tra il Primo Ministro
2) Lo strapotere di una minoranza
3) Lo squilibrio tra le Camere
4) Lo squilibrio tra Governo e Parlamento
in nome dell’interesse nazionale;
– imporre alla Camera una votazione a
data certa su un proprio disegno di legge;
– decidere i regolamenti parlamentari;
– precisare il contenuto dello statuto
delle opposizioni, che dovrebbe
tutelare le minoranze parlamentari
ma – come ogni altro regolamento
parlamentare – è destinato ad essere
approvato a maggioranza assoluta;
– condizionare l’elezione degli organi
di garanzia, quali il Presidente della
Repubblica, i membri del Consiglio
Superiore della Magistratura e i
giudici della Corte costituzionale.
È inoltre singolare che l’elezione di un
organo costituzionale non territoriale, quale
la Consulta, avvenga da parte di un organo,
il Senato, che dovrebbe rappresentare
le istituzioni territoriali. E per di più, con
il concorso di cinque voti dei senatori
scelti dal Presidente della Repubblica.
e il Parlamento e attribuisce al
potere Esecutivo una posizione di
supremazia rispetto al legislativo.
Inoltre, l’indicazione preventiva del
capo della forza politica rappresenta
un limite oggettivo alle prerogative del
Presidente della Repubblica, il quale
dovrà necessariamente dare l’incarico di
formare il Governo al «capo» della lista
che ha vinto. Ne verrebbe compromesso
il suo ruolo di controllo e di garanzia
nonché la sua estraneità all’indirizzo
politico di Governo o di maggioranza.
44
La riforma rende verticistica la forma di governo
Sostanzialmente, ciò su cui saranno
chiamati a pronunciarsi gli elettori sarà la
formazione del Governo. L’elezione dei
parlamentari sarà solo una conseguenza
dell’investitura politica del Governo,
nonostante la forma di governo resti –
almeno formalmente – parlamentare. La
competizione elettorale verrà totalmente
sradicata dalle circoscrizioni elettorali
locali e si svolgerà necessariamente
Le minoranze interne ai partiti, le
cui sorti sono già parzialmente
compromesse dalla regola dei capilista
bloccati, saranno indotte a uniformarsi
sempre più agli indirizzi del «capo»,
vero motore politico del sistema, in
quanto titolare di un rapporto diretto
e privilegiato con gli elettori.
La carriera dei singoli parlamentari
non dipenderà dal giudizio che gli
elettori daranno su di loro, ma dal
giudizio sul leader, per cui dal giorno
dopo l’elezione, in una Camera con
maggioranza assoluta assicurata, essi
saranno in cerca di un soggetto che
L’asimmetria nella legittimazione del
Presidente del Consiglio rispetto ai
parlamentari determina un’alterazione
negli equilibri tra Governo e
Parlamento, tutta in favore del primo.
Ne risulta un modello di democrazia
5) Un plebiscito per il leader
6) L’accentramento del potere
all’interno dei partiti politici
7) Da Repubblica dei partiti
a Repubblica d’un partito
come una competizione tra i leader:
la scelta reale avverrà tra i Renzi, i
Grillo, i Berlusconi, i Salvini, etc.
Trasformare il voto in un plebiscito
per il capo annulla la legittimazione
politica dei parlamentari e spezza
il meccanismo fondamentale della
rappresentatività, del rapporto
con gli elettori, la funzione delle
organizzazioni intermedie e dei territori.
garantisca loro la rielezione (a conferma
di quanto è già avvenuto negli ultimi
due anni e mezzo: 325 migrazioni di
gruppo parlamentare in poco più di
due anni e mezzo, per un totale di
246 parlamentari coinvolti) e saranno
fedeli al leader finché sarà popolare.
Così – si dice – si permette la governabilità.
In realtà, è quando l’investitura è
solo nella leadership che il Paese è
ingovernabile; i parlamentari, infatti, non
sono solo espressione di consenso,
ma anche agenti di costruzione del
consenso, e giustificano quanto si decide
in modo mediato tra le varie posizioni.
maggioritaria, nel quale chi vince
prende tutto e chi perde ha soltanto un
semplice diritto di parola, ma non può
incidere in alcun modo sulle scelte che
riguardano la vita del Paese, sia nelle
sedi parlamentari sia in quelle di partito.
45
La riforma rende verticistica la forma di governo
Di fatto muta la forma di governo. Invece
di essere soltanto “primus inter pares”,
come lo vuole la Costituzione del 1947,
il Presidente del Consiglio diviene il
vertice esponenziale del Governo, dotato
di legittimazione propria e di poteri non
adeguatamente controbilanciati. Il Premier
Ci troveremo di fronte ad una Repubblica
del Premier in cui un solo partito
(neppure più una coalizione) si “porta
a casa” la maggioranza del Parlamento
che, così, diviene ostaggio del potere
esecutivo. Insomma, un uomo solo al
comando, quello che Leopoldo Elia aveva
definito come “premierato assoluto”.
E’ la realizzazione di un disegno che è
stato per decenni il senso dell’ideologia
della “Seconda Repubblica”, un’ideologia
8) L’uomo solo al comando
dominerà pertanto la Camera dei deputati
senza che gli si possa opporre alcun
potenziale contro – potere: né esterno,
essendo il Senato ormai irrilevante,
né interno, stante l’indebolimento
delle commissioni d’inchiesta e la
mancanza di inchieste di minoranza.
elaborata a partire dalla fine del
centrismo democristiano, passata
attraverso il progetto di Grande Riforma
di Bettino Craxi e rilanciata dal governo
Berlusconi. Un’ideologia fondata
sulla governabilità a tutti i costi, sul
decisionismo del leader, condotta da
un numero ristretto di politici, finalizzata
a correggere il metodo parlamentare
della concertazione tra partiti. Retta,
infine, su una cittadinanza, apatica.
Il desiderio di un padrone
«… c’è un motivo di fondo che ritorna:
la voglia del “padre” o del “padrone”,
di “qualcuno”, insomma, che decide
per tutti senza trovare ostacoli e col
suo potere aggiusta sempre le cose.
Una tendenza antica di secoli, indice
delle tradizioni despotiche italiane,
risorgenti dalle viscere sociali» Così
diceva Gaetano Arangio – Ruiz, a
fine Ottocento, parlando del potere
personale di Crispi e contrapponendolo
al sistema parlamentare: «quello che
contraddice alle forme di Governo
esclusivo, è in antagonismo con
la necessità di concentrar tutto in
un uomo, che è idea per l’appunto
esclusiva» ed invece si basa «sulla
utilità di tutti, necessità di nessuno».
46
La riforma rende verticistica la forma di governo
Una forma di governo ben diversa
dal presidenzialismo
La riforma non crea una forma di
governo presidenziale, dal momento
che questa comunque si basa sulla
divisione del potere. L’esempio
statunitense lo dimostra: il Presidente
Obama non concentra affatto il potere
politico, ma deve continuamente
contrattare con il Congresso (ecco
perché ha incontrato notevoli difficoltà
per affrontare temi caldi quali la
riduzione della circolazione delle
armi o la riforma sanitaria, che era
nell’agenda dei presidenti Usa dai
tempi di Carter); molto spesso, poi,
il Parlamento americano è dominato
dal partito opposto a quello di cui
è espressione il Presidente.
In Italia, invece, finiremmo per eleggere
un capo automaticamente dotato di
una maggioranza più che assoluta in
Parlamento: un simulacro di assemblea,
che sarebbe in realtà una sua
emanazione. In definitiva, si avrebbe una
forma di governo «neoparlamentare»,
come quello realizzato nei Comuni e
nelle Regioni, con l’elezione diretta
del capo dell’Esecutivo, l’elezione
dell’organo assembleare, la fiducia
dell’assemblea all’Esecutivo, ma nella
quale un’eventuale crisi di Governo
comporta l’automatico scioglimento
dell’organo assembleare (che, dunque,
per sfiduciare il leader deve assumere
un atteggiamento da kamikaze…).
14
La riforma rispetta
le autonomie
territoriali
indebolisce
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48
La riforma indebolisce le autonomie territoriali
La finalità di accentramento del potere sottesa alla riforma del Senato
emerge anche in relazione alla nuova disciplina dei rapporti tra centro
e periferia. La riforma realizza infatti una netta inversione di tendenza
rispetto alla riforma del Titolo V realizzata nel 2001, prevedendo
una nuova ripartizione delle materie – di competenza, rispettivamente,
dello Stato o delle Regioni ordinarie – e reintroducendo una clausola
di supremazia statale. Si sconfessa, così, l’evoluzione storica, sociale,
economica e politica degli ultimi decenni. Nulla cambia, invece, per le
Regioni a Statuto speciale, che mantengono intatti i propri privilegi.
Viene abolita la legislazione
concorrente tra Stato e Regioni,
così come era stata delineata dalla
legge costituzionale n. 3 del 2001, e
molte delle materie che erano così
disciplinate vengono ricondotte alla
competenza esclusiva dello Stato.
In realtà, però:
– in molte materie la funzione legislativa
dello Stato continuerà a concorrere con
quella delle Regioni: la competenza
esclusiva statale dovrà infatti limitarsi
Le modifiche introdotte nel 2001
avevano alimentato un difficile
contenzioso tra Stato e Regioni davanti
alla Corte costituzionale (soprattutto
in tema di legislazione concorrente).
La nuova ripartizione delle materie
I limiti della riforma del 2001
alle «disposizioni generali e comuni»,
formulazione di incerto significato
che spetterà alla Corte costituzionale
chiarire nella sua reale portata;
– in altre (ordinamento delle comunicazioni,
grandi reti di trasporto, produzione e
distribuzione nazionale dell’energia,
coordinamento della finanza pubblica
e del sistema tributario ecc. ) è
previsto che lo Stato possa delegarne
alle Regioni l’attuazione, attraverso
norme di tipo regolamentare.
Molte delle questioni di competenza
risolte in questi anni verranno
riaperte con l’aggiornamento delle
competenze e la ri-centralizzazione
prevista dalla riforma.
49
La riforma indebolisce le autonomie territoriali
Il depotenziamento delle autonomie
territoriali è soprattutto legato alla
previsione della cd. “clausola di
supremazia” statale. Essa consiste
nella possibilità che una legge dello
Stato – su proposta del Governo,
che se ne assume la responsabilità –
La clausola di supremazia statale
possa intervenire in una materia che
non è riservata dalla Costituzione
allo Stato, derogando al normale
ordine delle competenze perché lo
richiede la tutela dell’unità giuridica
o economica della Repubblica,
ovvero dell’interesse nazionale.
15
La riforma aumenta
il potere dei cittadini
diminuisce
50
51
La riforma diminuisce il potere dei cittadini
Il numero di firme necessarie per
la presentazione di proposte di
legge di iniziativa popolare viene
triplicato: da 50mila a 150mila.
Questa significativa limitazione ad
una delle forme esercizio diretto della
sovranità da parte dei cittadini non è
giustificata da un eccessivo utilizzo
dello strumento dell’iniziativa popolare
(dal 1979 ad oggi solo l’1,15% delle
proposte di legge d’iniziativa popolare
sono state approvate dal Parlamento).
La riforma finisce per aumentare anche
il numero delle firme necessarie per la
richiesta dei referendum: infatti, se si
vuole che il quorum partecipativo sia
calcolato sulla maggioranza dei votanti
all’ultima elezione della Camera dei
deputati anziché sulla maggioranza
assoluta degli aventi diritto, le firme da
Iniziativa popolare: triplicato il
numero di firme
Referendum: nuovo quorum
Non è giustificabile neppure alla luce
dei “tempi certi” di discussione che la
riforma vorrebbe garantire a tali leggi,
perché secondo il nuovo art. 71 Cost.
essi saranno stabiliti dai regolamenti
parlamentari, cioè da atti affidati alla
maggioranza, la stessa ottenuta con
il premio di maggioranza previsto
dall’Italicum. Sarà quindi il partito vincente
a decidere sull’eventuale adeguamento
dei regolamenti e quindi sulle sorti della
democrazia partecipativa e diretta.
raccogliere a sostegno della richiesta non
saranno più 500mila, bensì 800mila.
Resta in ogni caso possibile la raccolta
di 500mila firme, ma in tal caso il
quorum partecipativo rimane fissato
nella metà più uno degli aventi diritto
(un ostacolo, in tempi di grande
astensione, difficilmente sormontabile).
Rimandando ad un’eventuale legge futura il potenziamento effettivo
degli strumenti di democrazia diretta, nell’immediato la riforma non fa
che creare nuovi ostacoli agli istituti già esistenti.
52
16
La riforma non tocca
la prima parte della
Costituzione
asni crhifel estutella
53
La riforma si riflette anche sulla prima parte della Costituzione
Occorre infine sfatare il mito secondo il quale la riforma, modificando
soltanto la Parte seconda della Carta (sull’ordinamento della Repubblica),
non intaccherebbe le garanzie contenute nella Parte prima (sui diritti
e i doveri dei cittadini). In realtà, le due parti della Costituzione sono
strettamente collegate.
Eguaglianza, diritti e istituzioni si legano
inscindibilmente: da una parte, le
politiche con le quali il Governo decide
sui diritti nascono nelle istituzioni,
e ne sono conformate; dall’altra, le
istituzioni e le procedure contenute
nella seconda parte della Costituzione
sono funzionali alla realizzazione
dei diritti contenuti nella prima. Ciò
In nome della stabilità e della
governabilità, la riforma costituzionale
e l’Italicum consegnano molte decisioni
fondamentali ad una maggioranza
artificiale, dominata dal leader del
partito e sostenuta di fatto da meno di
un terzo dei consensi elettorali. Questa
maggioranza potrebbe decidere da
sola sui diritti fondamentali di libertà,
sull’indipendenza della Magistratura,
sulle regole dell’informazione, sui principi
dell’etica pubblica, sulle prerogative
del ceto politico, sulle leggi elettorali e
perfino su ulteriori revisioni costituzionali.
Il controllo dell’agenda parlamentare da
parte del Governo e lo stravolgimento
del sistema delle garanzie costituzionali,
infine, indeboliscono i contropoteri che
Diritti e istituzioni sono inscindibili
Vogliamo consegnare le decisioni sui
diritti a una maggioranza artificiale e
senza limiti?
significa che, se mutano le procedure
e le istituzioni, muteranno anche le
politiche e il livello di garanzia dei diritti.
Quali leggi e politiche migliori
possiamo aspettarci se il prossimo
Parlamento sarà – come già quello
attualmente in carica – indebolito dal
sistema elettorale, ossequiente al
capo, e succube dell’Esecutivo?
potrebbero opporsi al predominio di
questa falsa maggioranza.
Decisioni su temi così essenziali non
possono essere rimesse alla sola
maggioranza di Governo, peraltro
neppure realmente rappresentativa
della maggioranza del Paese. Chi vuole
istituzioni attente ai diritti e ai bisogni
dei cittadini, capace di cogliere le
esigenze del paese reale, una scuola
pubblica di qualità, più tutele sul posto
di lavoro, etc. deve volere anche un
Parlamento rappresentativo, strumenti
efficaci di partecipazione democratica
e una legge elettorale che non metta
bavagli artificiosi a una parte consistente
del Paese reale. Deve volere che
chi è chiamato a rappresentare gli
54
La riforma si riflette anche sulla prima parte della Costituzione
interessi dei cittadini nelle istituzioni
conti realmente nelle decisioni e non
sia soltanto un’obbediente marionetta
a cui il leader pro tempore impone le
proprie decisioni a forza di voti di fiducia,
maxiemendamenti, decreti – legge, voti a
data certa…
Con una Camera formata da deputati
nominati dai capi-partito, con una
maggioranza artificiale, con un Senato
depotenziato e con modalità di elezione
confuse e contraddittorie… come potrà
ancora dirsi che “la sovranità appartiene
al popolo” (art. 1 della Costituzione)?
55
Testi a cura di
Gisella Bottoli, Lorenzo Spadacini, Marco Podetta,
Alessandra Cerruti, Francesca Paruzzo e Diletta Pamelin.
http://www.iovotono.it http://www.libertaegiustizia.it

Pubblicato da: giulianolapostata | 9 novembre 2016

Io voto NO

LA POSIZIONE DEI MEDICI PER L’AMBIENTE (ISDE ITALIA)

NEI CONFRONTI DELLA RIFORMA COSTITUZIONALE

Nel prossimo Ottobre saremo chiamati ad esprimerci sulla riforma costituzionale, una questione
importante che merita di essere adeguatamente valutata ed approfondita ed a cui, come Medici
per l’Ambiente, intendiamo contribuire con alcune riflessioni di seguito riportate.

Al di là delle giustificazioni addotte (riduzione dei costi della politica, del numero dei
Parlamentari, maggiore snellezza dei percorsi legislativi etc.) il quadro che si va configurando è,
per noi Medici per l’Ambiente, oltremodo preoccupante: vediamo infatti in questa riforma (unita
alla nuova legge elettorale ”Italicum”) alcuni importanti rischi quali lo stravolgimento della
democrazia rappresentativa e di quella partecipativa, un’abnorme concentrazione di
poteri nelle mani del Governo, una pericolosa forma di centralismo decisionale e il venir
meno dell’equilibrio fra i vari poteri dello Stato, tutti elementi imprescindibili e garanti
dell’ordinamento democratico.

Molte delle principali criticità sanitarie sono state causate negli ultimi due decenni, in varie aree
del Paese, da impianti inquinanti identificati come opere strategiche e/o di preminente interesse
nazionale mediante lo strumento del decreto legge, espropriando gli enti locali di qualunque
possibilità di intervento negli iter decisionali. Tale tendenza ha generato, soprattutto negli ultimi
anni, la necessità di frequenti ricorsi alla Corte Costituzionale da parte degli enti locali stessi.
Questa è infatti, in questo momento, l’unica possibilità di difesa contro l’accentramento
decisionale esercitato da parte dello Stato, soprattutto per questioni di importante rilevanza
ambientale. La riforma costituzionale proposta, in particolare con le modifiche all’art. 117,
eliminerebbe di fatto questa possibilità e renderebbe strutturale la supremazia decisionale del
Governo. Il rischio è quello di allargare ulteriormente il divario tra le reali esigenze delle Regioni
e gli interessi dello Stato, spesso legati a motivazioni lontane dal bene comune delle comunità
periferiche, come hanno ad esempio insegnato le vicende di Taranto e lo sfruttamento
territoriale della Basilicata.
Le conseguenze sociali, economiche, ambientali e sanitarie dell’espropriazione dell’autonomia
regionale sarebbero amplificate dalle modifiche agli artt. 116 e 119, che vincolano i poteri
delle Regioni, dei Comuni e delle Città metropolitane all’equilibrio tra le entrate e le spese del
proprio bilancio. Tutto questo inciderà inevitabilmente anche sulla prima parte della
Costituzione, universalmente riconosciuta come immodificabile, in quanto, in violazione dell’art.
3, verrebbero danneggiate ulteriormente soprattutto le regioni meridionali. Già ora in tali
regioni i minori trasferimenti statali e la maggiore aggressività industriale – ad alto impatto
ambientale e scarsa efficacia occupazionale – determinano gravi ricadute socio-economiche,
ambientali e, di conseguenza, assistenziali e sanitarie soprattutto in età infantile. Ad esempio, la
percentuale di famiglie in povertà assoluta nel mezzogiorno è oltre il doppio rispetto a quella nel
nord e per le famiglie in povertà relativa 4 volte superiore; la mortalità nel primo mese di vita è
più alta del 47% rispetto al settentrione ed i più alti tassi standardizzati di mortalità infantile tra
0 e 14 anni si registrano al centro-sud, dove ci sono anche i più bassi valori negli indicatori di
natalità ed i maggiori tassi di dimissione per malformazioni congenite.

Ulteriori motivi di preoccupazione rispetto al mantenimento dei diritti fondamentali sanciti
dalla prima parte della Costituzione sono rappresentati, da una parte, dall’abnorme premio
di maggioranza al partito risultato vincitore delle elezioni previsto dall’Italicum e, dall’altra,
dalla trasformazione del Senato in una Camera di 100 membri non eletti, ma nominati, per cui
facilmente influenzabili. Questi elementi stravolgono l’equilibrio dei poteri a favore
dell’Esecutivo, sottoponendo al controllo di quest’ultimo tutti gli Organi di garanzia, compreso il
Capo dello Stato, e consentono al Governo sia di intraprendere ulteriori interventi limitativi dei
suddetti diritti sanciti dalla prima parte della Costituzione sia di legiferare in contrasto con essa
senza incontrare ostacoli di sorta. Inoltre la prevalenza numerica garantita dalla legge elettorale
al partito del Capo del Governo consentirà ad esso di eleggere non solo il Presidente della
Repubblica, ma anche i membri laici del Consiglio Superiore della Magistratura e quelli della
Corte Costituzionale facendo venir meno ogni garanzia di tutela per le minoranze.

La riforma costituzionale proposta non nasce certo oggi, ma è il risultato di un percorso avviato
già con la sottoscrizione dei trattati europei che, mettendo al primo posto la stabilità dei prezzi,
la competitività e la libera circolazione di merci, capitali e forza lavoro, si ispirano a principi di
incontrollato neoliberismo subordinando i diritti fondamentali della persona alle esigenze
del mercato e della finanza. La nostra Costituzione (purtroppo in larga parte ancora disattesa)
è nata, viceversa, da un lungo e paziente lavoro di conciliazione fra diverse visioni della società
che avevano però come base comune il rifiuto del liberismo e l’affermazione prioritaria della
dignità della persona e dei suoi diritti fondamentali.

La salute non è la semplice assenza della malattia, ma, come la definiva l’OMS già dal 1948, “uno
stato di completo benessere fisico, mentale e sociale” e siamo ben consapevoli che tale stato di
benessere può realizzarsi solo in presenza di equità sociale e nel rispetto dei diritti
fondamentali della persona, quali il diritto alla salute e ad un ambiente sano e rispettoso degli
equilibri naturali, all’istruzione, all’abitazione, al lavoro, all’autodeterminazione territoriale. La
stessa introduzione del pareggio di bilancio nella nostra Costituzione già nel 2012 – in
ossequio ai dettami europei – ha rappresentato per noi un grave vulnus: come sarà ad esempio
possibile garantire “cure adeguate agli indigenti”, come recita l’art. 32 della Costituzione, se deve
prevalere sopra ogni altra cosa il pareggio di bilancio? E come sarà possibile garantire ai cittadini
uno stato di benessere se, proprio a causa del pareggio di bilancio, si sta smantellando lo Stato
sociale di diritto? E chi potrebbe garantirci che, in questo stato di cose, un Governo non si senta
indotto a considerare il fondamentale diritto alla salute il primo bersaglio da colpire? Tutto ciò
pone in pericolo lo stato di salute degli Italiani, potrebbe incrementare le condizioni di
discriminazione ambientale e sanitaria attualmente esistenti in varie aree del Paese e farebbe
certamente aumentare ovunque le disuguaglianze sociali, la povertà, la precarietà e l’incertezza
per il futuro.

L’articolo 6 del Nuovo Codice di Deontologia Medica ci impegna in prima persona : “… Il medico,
in ogni ambito operativo, persegue l’uso ottimale delle risorse pubbliche e private salvaguardando
l’efficacia, la sicurezza e l’umanizzazione dei servizi sanitari, contrastando ogni forma di
discriminazione nell’accesso alla cure.”.

Per tutto quanto sopra detto la nostra posizione non può essere che di contrarietà a
queste modifiche costituzionali.

Arezzo, 15 Giugno 2016

–  – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – –  – – – – – – – – – – –  – – – – – – – – – – – – – – –  –  – – – – – — – – – – – – – – – – – –

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18.07.2016

Medicina Democratica Onlus : le modifiche costituzionali e l’italicum sono atti insalubri da respingere al
mittente

L’attuale esecutivo ha inaugurato il suo mandato con la parola d’ordine dell’innovazione e delle riforme .

La riforma costituzionale ( Legge Boschi) così come la riforma elettorale ( Italicum -legge 52/2015), per
quanto dichiarato dagli ideatori, andrebbero nella direzione di rendere più veloce l’azione dei governi
con due meccanismi fondamentali : eliminando il bicameralismo ed introducendo un imbuto nella
selezione dei rappresentanti politici(della compagine governativa e dell’opposizione) .

Per queste riforme è stato indetto un referendum (costituzione) ed un altro sarebbe opportuno
(Italicum). Riteniamo che la logica che le sostiene sia la stessa ed è una logica che dobbiamo contrastare. Il
progetto è modificare le basi della Repubblica democratica non per rendere più efficienti le istituzioni ma
per introdurre una sorta di “premierato” del Presidente del Consiglio, una deriva autoritaria, per
“normalizzare”la realtà italiana e ridurre gli spazi dell’espressione della volontà popolare e del conflitto
sociale.

Il primo punto di tale programma è una nuova legge elettorale che stabilisce un premio di maggioranza
eccessivo mettendo fuori gioco ogni minoranza non allineata ai raggruppamenti elettorali maggiori e
scoraggia- di fatto – la partecipazione di sempre più vaste masse di popolazione alla stessa espressione del
voto ( che voto a fare ,se non trovo qualcuno che mi rappresenti veramente? Che voto a fare se il mio voto
avrà un valore minore di quello di un sostenitore dei partiti più forti? Oppure se oggi sono minoranza , per
divenire maggioranza con questi sbarramenti ,dovrei attendere tanto per ottenere una rappresentanza ed
intanto mettere in campo una strategia extraparlamentare di lunga-lunghissima durata ) . Insomma
l’Italicum è una riedizione-peggiorata- del Porcellum in una fase storica in cui la gente già in maggioranza è
attratta dall’astensione . Evidentemente agli occhi degli ideatori del progetto il fenomeno dell’esclusione
di buona parte della popolazione è visto con favore . Per una associazione come Medicina Democratica
che, nel nome stesso, ritiene fondamentale la democrazia e la partecipazione ( “Bisogna combattere la
mancanza di partecipazione come una malattia…”) , questo progetto è un atto lesivo dello stesso diritto
alla Salute . Maccacaro ha analizzato in più occasioni il rapporto malattia, estraniazione, isolamento ed
assenza di rappresentanza ma anche chi non ha letto i suoi testi capisce che il non potere agire
realmente sulla selezione della classe politica significa anche non potere scegliere chi programmerà o
gestirà il Sistema Sanitario . Medicina Democratica non solo è contraria alla restrizione di rappresentatività
ma promuove in tutte le sedi nuove forme di autoorganizzazione e democrazia diretta nei luoghi ove si
gestisce la salute ,in spazi istituzionali e non( ospedali, centri sociali ,aree urbane autogestite)per la
riappropriazione del diritto e la sperimentazione di nuovi rapporti tra la sofferenza e l’istituzione sanitaria.
Medicina Democratica ,cioè, ritiene che non vi è un eccesso di rappresentanza ma al contrario sia
necessario creare nuove forme di espressione democratica . Si capisce anche che l’estraniazione dalla
politica non è diffusa alla stessa maniera in tutte le classi sociali ma riguarda in larga misura le classi
popolari e la fascia sempre più ampia dell’emarginazione . Anche qui, gli ideatori della riforma non solo
non si preoccupano del fenomeno ma in qualche modo lo ritengono un elemento che favorisce il
dinamismo politico selezionando un’area sociale di elettori ristretta ma funzionale a logiche di partito.
Alla fine ad eleggere un governo ci sarà si e no il 25% dei votanti e avranno ancor meno rappresentanza le
espressioni di sofferenza sociale perché non compatibili in questo disegno. Medicina Democratica
invece è strategicamente legata proprio alle classi sociali subalterne. Medicina Democratica, in una
società con forti differenze di classe, ha sempre scelto di stare con la sofferenza sociale ,proprio perché
la Salute non è uguale per tutti(un disoccupato napoletano non avrà in questa situazione storica la
solerzia e la qualità dei servizi di qualche benestante che può accedere alle cure esclusive di luminari in
cliniche di lusso) e questa è un’ingiustizia che va combattuta . La nostra diversità è una scelta politica ,di
schieramento e di prospettiva. Noi la rivendichiamo come rimarchiamo anche per aprire un dibattito
vero con altri movimenti ed associazioni che parlano in maniera indefinita di salute, ammalati, ambiente
come dimensioni eteree , al di sopra ed al di fuori dei conflitti sociali . Non si tratta di riproporre schemi
ideologici per motivi propagandistici ma di dire la verità : il disoccupato napoletano cardiopatico morirà di
scompenso cardiaco a 40 anni in attesa di un posto letto in cardiochirurgia e nessuno dirà niente in Tv. Di
qualcun altro assistiamo alla cronaca giornaliera in TV per mostrare un intero ospedale mobilitato a
garantire la sua pronta guarigione perchè ha più diritto di vivere di uno che non riesce a pagare le bollette.

il secondo meccanismo è quello di “neutralizzare” il senato con l’eliminazione del bicameralismo . In
realtà si propone un secondo serbatoio di classe politica -non direttamente eletta- che avrà tutto
l’interesse ad avere una comoda poltrona a Roma senza avere alcun interesse a disturbare il governo
formato dai deputati di maggioranza. Ci dicono che si risparmia ma in realtà la differenza dei costi saà
irrisoria creando un baraccone parassitario di cooptati alla briglia della maggioranza del momento anziché
mantenere una elemento di controllo e comunque di espressione della volontà degli elettori.

E dopo le regole democratiche cadranno le altre regole e i diritti costituzionali se daranno fastidio al
premier di turno….

Medicina Democratica quindi considera inaccettabili entrambe le riforme proposte e ancor più il loro
“combinato disposto”, un unico progetto antidemocratico, ed invita a votare No al Referendum di Ottobre
e a dire No anche alla legge elettorale .

Il direttivo di Medicina Democratica Onlus

 

Pubblicato da: giulianolapostata | 7 novembre 2016

Io voto NO

http://www.nuovatlantide.org/le-ragioni-del-no-intervista-umberto-terracini-presidente-della-costituente/

 

Le Ragioni del NO – Intervista a Umberto Terracini, presidente della Costituente

a cura di Gian Franco Ferraris – 21 ottobre 2016

Riflessioni intorno al libro  “QUANDO DIVENTAMMO COMUNISTI” Conversazione con Umberto Terracini ed. Rizzoli

Questo libro-intervista a Umberto Terracini pubblicato nel 1981 (1) è significativo del distacco profondo che esiste tra i costituenti del dopoguerra e i riformatori di oggi. I primi (Democrazia Cristiana, Partito Comunista, Partito Socialista, partiti laici) hanno scritto una Costituzione con l’intento di costruire ‘insieme’ istituzioni democratiche solide a favore di tutti gli italiani, i “nuovi” riformatori pensano solo a gestire ‘in pochi’ il potere, conservare i privilegi del ceto politico, dividendo gli italiani e dimenticando gli aspetti sociali della carta originaria.

La vita di Terracini è stata straordinaria, un romanzo avvincente e drammatico che ha attraversato l’intero ‘900. Giovane avvocato di famiglia borghese ha preferito alla carriera l’impegno politico; conGramsci e Bordiga è stato tra i fondatori del Partito Comunista a Livorno nel 1921  (aveva 26 anni), e nel luglio di quell’anno, al congresso dell’internazionale comunista, si scontrò con Lenin che in francese “plus de souplesse camarade Terracini” propose il fronte unico tra comunisti e socialisti e in quell’occasione coniò la famosa formula “estremismo malattia infantile del comunismo” (2) .

E’ stato l’antifascista che ha scontato più anni nelle galere di Mussolini, ben 17 anni, senza cedimenti o compiacimenti. Ha pagato di persona il rigore morale e la fedeltà agli ideali di libertà e giustizia (la stessa sorte di Gramsci) non solo con il carcere ma con l’isolamento da parte dei suoi compagni di partito, fino all’espulsione dal PCI. Nell’immediato dopoguerra rientra nel Partito Comunista (di cui si è sempre sentito parte, seppur escluso) e ne resterà dirigente senza mai lasciarsi condizionare dalle opportunità contingenti (non è mai stato stalinista) e per questo relegato spesso al margine delle decisioni, senza mai nutrire rancori e cercare rivincite. Terracini, deputato alla Costituente, fu eletto presidente del primo parlamento repubblicano, diresse i lavori per la stesura della costituzione e ne firmò il testo assieme a Enrico De Nicola e al presidente del consiglio Alcide De Gasperi.

« Per noi si trattò di restare fedeli alla linea politica, legalitaria e democratica del partito. Non dimentichiamoci che il PCI, appena fu promulgata la Costituzione, concentrò tutta la sua azione sull’esigenza di ottenerne l’applicazione, di spingere il governo e l’apparato dello Stato a realizzare gli obiettivi, le innovazioni, che la Costituzione prometteva agli italiani. Posso dire, secondo un giudizio che non ho mai nascosto, che l’azione del partito ebbe anche in questo campo dei limiti, dei ritardi. Infatti si pose l’accento quasi esclusivamente sulla parte istituzionale della Costituzione, si condussero quindi battaglie per ottenere l’attuazione delle Regioni, lo sviluppo concreto delle autonomie locali, ma si trascurò di condurre una lotta altrettanto incisiva per l’affermazione dei diritti civili pure sanciti dalla Costituzione. Ad ogni modo assumere come punto di riferimento della politica del partito la Costituzione rappresentò in quegli anni difficili la salvezza del PCI e dell’intero movimento operaio italiano. Solo così fu possibile evitare che lo stalinismo compromettesse non solo il presente ma anche il futuro del partito. »

Terracini ribadisce l’importanza dell’approdo democratico raggiunto con l’approvazione della Costituzione nel ricordo dell’attentato a Togliatti.

«Togliatti stesso, mentre lo portavano in ospedale, raccomandò ai compagni di non perdere la testa. “State calmi”, disse a Scoccimarro. Pensando a quanto gli era successo temette subito che le conseguenze potessero distruggere il risultato di tanti sforzi. Di una politica meditata, lontana da forme di violenza e ispirata all’accettazione del metodo democratico.

C’è sempre una corrispondenza tra la costituzione e lo spirito del Paese. E’ ridicola l’affermazione di Renzi che con la riforma cambierà la politica e si ridurranno le spese: le Costituzioni “non precedono la società, ma ne sono l’espressione proiettata in avanti. La Costituzione del ’48 infatti fu la conseguenza della grande rigenerazione spirituale, sociale e culturale prodotta dall’immenso dolore della guerra, e da sentimenti di eguaglianza, libertà, dignità, solidarietà che erano radicati nelle masse” (Carnitti). La classe politica uscita dalla guerra, nella sua maggioranza conduceva vita austera, era mal pagata e non era sospettabile di intenzioni di carrierismo e di conseguenza credevano in un parlamento rappresentativo della società e eletto dai cittadini. La classe politica di oggi si è dimostrata incapace di affrontare i temi cruciali del Paese, il denaro imperversa come la disuguaglianza: povertà, disoccupazione, lavoro precario, sottoproletarizzazione del ceto medio, mancanza di competitività, di tecnologia con il resto del mondo, burocratizzazione.  La frattura tra i politici e la società è diventata una voragine e la nuova classe politica ‘egoista e ambiziosa’ ha pensato bene con artifici costituzionali di conservare il potere con un parlamento di nominati, compresi i 100 senatori.

Questo non vuole dire che la nostra Costituzione non sia migliorabile, l’attuale sistema delle regioni a statuto speciale – che la riforma mantiene sostanzialmente inalterato – poggia su ragioni storiche in gran parte superate, così come ci sono intere parti del Paese che hanno problemi incancreniti nel tempo. Sarebbe opportuno rivedere le competenze dello Stato e quello delle autonomie locali a partire dalle Regioni (molte di queste sono una vera e propria palla al piede del Paese con costi enormi e burocrazia asfissiante) al fine di giungere a una diversificazione delle competenze dei territori e alla ripartizione razionale e trasparente delle risorse tra Stato centrale e Enti locali. Da oltre 20 anni i cittadini si sono visti duplicare le tasse da parte dello Stato e delle autonomie locali.

Ma è intuitivo che la riforma Renzi/Boschi non ha “valori costituenti”, ma solo lo scopo di impadronirsi del potere per soddisfare interessi personali o di lobby, più o meno lecite. Al contrario, i padri costituenti avevano lo sguardo rivolto all’interesse generale del Paese ad interpretare con la costituzione i bisogni ed i diritti di tutti. Purtroppo molti dei dettati ‘sociali’ della Costituzione giacciono dimenticati nella carta da parte di tutte le forze politiche.

Mentre leggevo il libro intervista di Terracini ho respirato aria fresca, ho ritrovato, pur in anni drammatici, la politica fatta di valori e di ideali. Ci sono anche capitoli curiosi come quando Terracini dopo l’espulsione dal Pci rivede Togliatti dopo 20 anni (pag. 140).

«Il mattino dopo chiesi a Turchi dov’era il partito. Mi spiegò che si trovava in un palazzo di via Nazionale. Ci andai. V’era una gran quantità di gente che saliva e scendeva le scale, le porte degli uffici, al primo e al secondo piano, quasi tutte aperte. Chiesi a qualcuno dove fosse lo studio di Togliatti. Mi indicarono un uscio chiuso. Mi avvicinai, bussai, entrai in una stanza dove c’erano molti tavoli e una persona sola, Togliatti, intento a leggere alcuni fogli. Aveva in mano una matita. Dissi: “buongiorno”. E lui senza neanche alzare la testa, rispose: “buongiorno”, e aggiunse: “aspetta un momento”. Dopo qualche minuto posò la matita, alzò gli occhi e finalmente mi vide. Ci guardammo un attimo e poi ci salutammo di nuovo con più calore. “Sono venuto da te per sapere che cosa devo fare” dissi. “Adesso siediti” mi rispose. “Siediti, aspetta un momento, vediamo subito”. Cominciammo a parlare. Dopo un quarto d’ora mi affidò ad un giovane compagno affinché mi accompagnasse in giro per gli uffici. Ci rivedemmo nel pomeriggio. Mi accolse con naturalezza, come se niente fosse accaduto, come se non avessi mai cessato di far parte del gruppo dirigente. Mi affidò l’incarico di mettere in piedi il centro elettorale del partito in vista delle future elezioni. Nei giorni seguenti rividi i vecchi compagni, Secchia, Longo, Scoccimarro, e Amendola, che avevo conosciuto al confino di Ponza, e via via conobbi i giovani quadri: Sereni, Alicata, Ingrao. Con nessuno di loro parlai dell’espulsione, della triste vicenda che avevo vissuto. Mi tuffai invece nel lavoro, con entusiasmo, grato a Togliatti. Perché senza di lui difficilmente mi sarebbero state riaperte le porte del partito. »

Terracini racconta con serenità anche le sofferenze patite e la delusione di essere emarginato dagli stessi compagni con cui ha vissuto carcere e confino…

  1. D) (Mario Pendinelli) :Chi le comunicò l’espulsione dal partito?

«Mi pare Li Causi. Un compagno pacioso e socievole, forse proprio per questo quello più portato a sdrammatizzare simili eventi. Ma non le giuro sia stato Li Causi. Il primo che me lo disse fu probabilmente Antonio Cicalini. Cicalini è una figura curiosa e interessante di comunista. Era stato mandato al confino fra i primi. Poi era ritornato a casa. Poi era stato di nuovo arrestato e confinato. Aveva costituito lui la prima organizzazione di partito al confino di Ponza; quindi era stato trasferito a Ventotene, ed era divenuto il severo custode della disciplina di tutti, intransigente e rigido, per adoperare una terminologia che risale agli ultimi anni della nostra milizia nel partito socialista, prima della scissione. Allora si era formato nel PSI un gruppo di giovani intransigenti vicini a Bordiga, poi all’interno della frazione intransigente si era formata una frazione ancora più intransigente che si era definita intransigente rigida. Cicalini, di Imola, lo definirei così: intransigente rigido. Ed era quello che al confino amministrava la giustizia, per così dire, naturalmente sempre in accordo con gli altri compagni del direttivo, nel quale c’erano elementi come Scoccimarro, Secchia, Li Causi, che certamente non avrebbero accettato di essere usurpati nelle loro funzioni. Comunque mi venne detto un giorno che non facevo più parte del PCd’I. E assieme a quella comunicazione mi venne rivolto l’invito a non cercare di avvicinare più i compagni del collettivo, a ciascuno dei quali venne poi comunicato che ero stato espulso e che quindi non dovevano più avere rapporti con me. E così incominciarono e poi scorsero quegli ultimi due anni di confino che furono per me particolarmente melanconici: mi ritrovai completamente isolato, i compagni mi sfuggivano. Solo Camilla Ravera osò contravvenire a quella disposizione. Un gesto che pagò caro: fu espulsa anche lei dal partito. »

La stessa sorte toccò a Gramsci, l’amico fraterno di Terracini fin dal 1914 a Torino, è struggente il ricordo di Gramsci nell’isolamento in carcere sino alla morte nel 1937

Il mio dissenso non giungeva ai compagni, ma esclusivamente all’orecchio del centro estero, il quale non lo rendeva pubblico neppure eventualmente per contestarmi, per criticarmi, per respingere le mie posizioni. Mi sentivo impotente, quasi un sepolto vivo. Sapevo attraverso “radio carcere” che anche Gramsci aveva espresso un netto dissenso sulla “svolta”. Ed anche attorno a lui era calata una cortina di silenzio. Le critiche di Gramsci avevano però molto allarmato il centro estero del partito, e in modo particolare Togliatti. Fu poi Athos Lisa, un compagno recluso a Turi, a raccontarmi come erano andate le cose. Le critiche di Gramsci alla linea del partito, anche se espresse solo dentro le mura spesse del carcere, erano giunte a Parigi. Togliatti aveva allora incaricato un fratello di Gramsci, Gennaro, il quale lavorava a Parigi, di rientrare in Italia, di recarsi a Turi, di mettere ufficialmente al corrente Antonio della svolta e dell’espulsione dei “tre”, e quindi di riferirne il parere al partito. La scelta cadde su Gennaro perché era l’unico che avesse diritto, secondo la regolamentazione carceraria fascista, di visitare il detenuto Gramsci. Il colloquio fu breve, ed avvenne in presenza di un agente di custodia sardo, di cui Gramsci si fidava. Antonio disse in modo esplicito al fratello che non era d’accordo con la linea dell’Internazionale, aggiunse che non condivideva il provvedimento di espulsione dei “tre”. Eppure Gennaro Gramsci, appena rientrò a Parigi, disse a Togliatti tutto il contrario. Sostenne che Antonio era perfettamente d’accordo con il partito, smentì le voci sul suo dissenso. Spiegò poi che era preoccupato, che temeva, nel clima di intolleranza che si era ormai creato nel partito, che anche Antonio venisse colpito da misure disciplinari, che fosse messo al bando. Per questo aveva mentito. Credeva che se avesse detto la verità sarebbero seguite delle conseguenze spiacevoli per il fratello in prigione. Conseguenze anche pratiche, materiali. Perché era il partito, attraverso Tatiana, la cognata di Antonio, che provvedeva a far pervenire a Gramsci qualche medicina, qualche pacco di viveri, qualche piccola somma di denaro, e soprattutto i libri senza i quali Antonio si sarebbe davvero sentito solo e perduto. Comunque il partito conobbe ugualmente la realtà. Fu proprio Athos Lisa, appena scarcerato, a inviare un rapporto al centro di Parigi, per avvertire che Antonio aveva addirittura iniziato un lavoro di educazione politica tra i compagni in carcere, con l’intento di formare nuovi quadri estranei al settarismo e al massimalismo. Lisa avvertì inoltre che l’atteggiamento di Gramsci aveva suscitato la reazione di una parte dei compagni che componevano il direttivo della cellula carceraria, e che alcuni, accusandolo di opportunismo socialdemocratico, erano giunti a chiedere la sua espulsione dal partito.

Antonio reagì isolandosi, rinunciando alle lezioni. Si capiscono, comunque, le ragioni che indussero Togliatti, Longo e gli altri dirigenti a prendere per buona la versione fornita da Gennaro. Nonostante l’enorme suggestione che l’Internazionale e il nome di Stalin esercitavano sulle coscienze di tutti i militanti, qualche momento di dubbio, di incertezza sarebbe forse penetrato in molti compagni se avessero saputo della posizione di Gramsci. Non è ancora chiaro, del resto, perché non andarono in porto nel 1932 le trattative tra il Vaticano, l’Unione Sovietica e il governo fascista, che avrebbero dovuto condurre alla liberazione di Gramsci. Il Vaticano e l’URSS avevano intrapreso contatti per uno scambio di prigionieri. Era avanzata l’ipotesi che Gramsci potesse riottenere la libertà in seguito alla liberazione di qualche prelato detenuto in Unione Sovietica. La cosa sembrava possibile, anche perché era in atto una campagna internazionale in favore di Gramsci, animata soprattutto da Piero Sraffa, un amico di Antonio degli anni torinesi, che era divenuto professore di economia a Cambridge. Le trattative, alle quali partecipò con certezza monsignor Pizzardo, il futuro cardinale, furono però sospese. Per l’intervento di Stalin? Il dubbio è rimasto e credo che tormenti ancora molti il pensiero che se Gramsci fosse stato liberato, avrebbe potuto curarsi, e sfuggire alla tragica morte che poi lo colse.»

Il racconto di Terracini è scorrevole, in modo chiaro e senza enfasi ripercorre la storia del ‘900 dalla prima guerra mondiale alla crisi dell’italia liberale, dalla scissione del partito socialista di Livorno (3) al fascismo, i rapporti con l’internazionale comunista, la polemica con Lenin del 1921, l’ascesa di Stalin e la stalinizzazione del PCI. Il libro-intervista descrive pure la vita quotidiana dei confinati a Ventotene e i rapporti con Altiero Spinelli e gli esponenti di Giustizia e Libertà, le peripezie con cui raggiunse la Svizzera e poi si unì alle formazioni partigiane in Val d’Ossola, ebreo e comunista/isolato dal partito.

«Attendevamo da un giorno all’altro, fin dal 25 luglio, il momento in cui ci avrebbero detto che eravamo liberi. Quando giunse il momento provai, è ovvio mi pare, una grande gioia, unita tuttavia ad un sentimento di amarezza. I compagni del collettivo non mi avevano coinvolto nei preparativi per lasciare Ventotene. Io e Camilla Ravera continuavamo ad essere isolati dagli altri. (…)

Mi decisi: andai alla stazione e presi un treno per Novara. Ritrovai mio fratello, la sua famiglia. Era un brutto momento: si era diffusa la notizia che nazisti e fascisti avevano iniziato la caccia agli ebrei. Io oltre ad essere ebreo ero pure comunista. Bisognava trovare un rifugio. Novara non era sicura. Mia nipote aveva una villetta sul lago d’Orta. Ci andammo. Ci svegliò in piena notte un fascista del luogo, era anzi proprio il segretario del Fascio di Orta. Un letterato, un buon uomo. Ci avvertì che un plotone di tedeschi aveva iniziato a rastrellare il paese. Cercavano antifascisti ed ebrei. Presto sarebbero arrivati anche lì. Restammo incerti, non sapevamo come comportarci. Il segretario del Fascio ruppe ogni indugio: era venuto in barca, un mezzo di comunicazione normale in quei luoghi. “Va bene” ci disse “scendete, montate sulla mia barca, venite per il momento a casa mia”. Così ci offrì un primo rifugio sicuro. Fece di più: organizzò dopo due giorni il nostro passaggio clandestino in Svizzera. Quando varcammo la frontiera cominciava ad albeggiare. I gendarmi svizzeri ci condussero in un borgo poco lontano dal confine, dove sorgevano molti alberghi, che erano stati adattati dal governo a campi di raccolta per i profughi che fuggivano dall’Italia. (…) Quando i compagni del Partito svizzero del lavoro, il partito comunista svizzero, seppero del mio arrivo, vennero a cercarmi e ad offrirmi il loro aiuto. Non sapevano che il collettivo di Ventotene mi aveva espulso. L’idea fissa che non mi abbandonava mai era quella di ritornare in Italia, e di riallacciare i legami con il partito, per spiegare le mie ragioni e che cosa era successo davvero. Ma soprattutto per contribuire alla lotta in Italia. Le prime notizie sul movimento partigiano, sull’inizio della guerriglia contro i tedeschi, acuivano il mio senso di impotenza. Mandai in Italia un messaggio, al Comitato di liberazione nazionale, mettendomi a disposizione. Riuscii pure a far pervenire una lettera al centro del partito, a Milano. Le risposte che ricevetti furono profondamente deludenti. Il partito da Milano mi fece sapere semplicemente, in due secche parole, che non avevo nulla a che fare con il PCI e che il partito non aveva nulla da dirmi. Il Comitato di liberazione per l’Alta Italia mi rispose che non poteva adoperarmi o affidarmi qualche incarico, perché facendo questo indipendentemente dal Partito comunista, che era un suo costituente, avrebbe certamente rotto un accordo e un’armonia. Seppi in seguito, e del resto lo ha raccontato Giorgio Amendola, nel suo libro Lettere a Milano, che la decisione di confermare la mia espulsione era stata adottata a Roma dopo la caduta di Mussolini, nella prima riunione in Italia del centro dirigente del partito. Vi avevano partecipato, oltre allo stesso Amendola e a Massola, alcuni dei dirigenti del collettivo di Ventotene che mi avevano espulso. Era più che naturale che in un momento oltretutto concitato, e in assenza di Togliatti, il mio caso fosse stato liquidato senza troppi approfondimenti. Passarono alcuni mesi prima che riuscissi a rientrare in Italia, con le mie sole forze. Lo decisi appena seppi, nel settembre del 1944, che in Val d’Ossola le formazioni partigiane avevano sferrato una offensiva contro i tedeschi ed erano riuscite ad occupare Domodossola. Si profilava la costituzione di una repubblica autonoma. Pensai che avrei potuto essere utile. Partii da Locarno con un trenino elettrico che giungeva fino alla frontiera. Poi a piedi, scesi giù nel versante italiano di quelle montagne. Giunsi nei sobborghi di Domodossola a sera fatta, era ormai buio. Quasi all’improvviso mi trovai di fronte un signore anziano, con una pellegrina, quel tipo di soprabito che si usava una volta, con la mantellina nera. Era il professor Ettore Tibaldi, un vecchio compagno socialista, medico di buona fama, il quale durante la guerra si era ritirato nella sua cittadina, a Domodossola, dove dirigeva l’ospedale civico. Fu lui a riconoscermi per primo: evidentemente gli anni non mi avevano molto cambiato. Lui invece si era fatto crescere la barba. Eravamo stati assieme nella Federazione giovanile socialista. “Cosa fai qui?” mi chiese stupito. “Sono venuto per fare qualche cosa” risposi. Lui, non al corrente delle mie traversie col partito, credette che mi trovassi lì per incarico del PCI. Gli spiegai brevemente come stavano le cose. Tibaldi dirigeva l’amministrazione di governo della piccola repubblica. Mi disse che la mia opera sarebbe stata preziosa. Mi trovò ospitalità per la notte e il giorno dopo, in municipio, mi affidò le funzioni di segretario generale del governo dell’Ossola. I problemi erano tantissimi, bisognava riorganizzare le attività civili, far girare la macchina amministrativa, provvedere alle necessità delle brigate combattenti. Qualche giorno dopo giunse da Novara un emissario della federazione comunista. La sua prima preoccupazione, in quel momento difficile, tumultuoso, fu quella di avvisare dappertutto che Terracini era stato escluso dal partito, che non bisognava dargli spazio, che i militanti dovevano ignorarlo. Perciò io non ebbi alcun rapporto con l’organizzazione del PCI che anche in Val d’Ossola si era subito ricostituita. D’altra parte ero ampiamente assorbito dal compito che mi era stato affidato. Mi tuffai nel lavoro quotidiano. Credo che riuscii a conquistarmi la stima della gente.»

Merita apprezzamento anche il giornalista Mario Pendinelli che ha raccolto le memorie di Terracini e ha curato il libro-intervista; ha saputo mantenere la vivezza dell’esposizione di Terracini nel contesto degli anni tumultuosi che hanno segnato il nostro paese.

Particolarmente felici sono poi i ritratti dei protagonisti dell’epoca. Terracini rammenta: “E poi, anche i rapporti personali e fraterni che esistevano tra

Bordiga e noi (lui e Gramsci) ebbero un peso nello stemperare i contrasti”. Ricorda così Amedeo Bordiga: “era una personalità in un certo senso straordinaria. Aveva

una fortissima capacità di lavoro e un carattere ostinato e freddo. Ma era essenzialmente un dogmatico. Credo che avesse letto tutto quanto era stato pubblicato intorno a Marx da autori di ogni lingua… era tuttavia incapace di coglierne il momento vivente, cioè di trasferire la formula nella realtà che lo circondava. Ricordo che pochi giorni, o poche settimane prima della sua morte, nel 1970, io mi ero recato a Napoli per rivederlo, dopo venticinque anni di separazione e di silenzio completo fra di noi.
Fu un incontro strano: mi ripetè le cose che avevo già sentito dire da lui nel 1922, nel 1923, nel 1924. Mi accorsi che non aveva spostato di una virgola le sue convinzioni, la sua mentalità, la sua impostazione di pensiero. Guardava le cose del 1970 come quelle del 1924. Sembrava non accorgersi di quanto il mondo fosse cambiato.”

L’incontro con Antonio Gramsci che ha segnato le loro vite:

«Era portato ad ascoltare, specie quando coloro che parlavano si erano formati in ambienti completamente diversi dal suo, e quindi dicevano cose che lo incuriosivano. In questo modo si esprimeva, tra l’altro, la sua brama di sapere, di arricchire sempre maggiormente il suo bagaglio di istruzione e di conoscenza. Ma in realtà, Gramsci non era un silenzioso. Non era un chiacchierone, ma parlava. Parlava volentieri, perché aveva sempre qualche cosa da dire e perché parlando riusciva a stimolare anche la parola degli interlocutori. E anche qui si manifestava la sua specifica curiosità intellettuale: sentire molto per potere poi anche molto parlare. Avevo visto, non ancora conosciuto, Gramsci nelle aule dell’università. Lui era due anni più avanti di me, poi frequentava lettere, io giurisprudenza. Ma fra una lezione e l’altra, nei corridoi gli allievi dei singoli corsi si mescolavano fra di loro. La figura di Gramsci era molto nota, diciamolo pure, anche per le sue sciagure fisiche, per quel suo corpo deforme, che attirava immediatamente l’attenzione specialmente di ragazzi sempre pronti allora, come purtroppo anche oggi, a deridere, a farsi beffa degli infelici. Ma rapidamente, quasi subito, la personalità di Gramsci si faceva sentire, si imponeva. Innanzitutto perché i suoi compagni ne ammirarono presto le doti di preparazione e di viva intelligenza; poi perché la fama della sua superiorità negli studi, che si affermava anche attraverso i giudizi dei suoi professori, si era allargata a tutta quanta l’università. E allora si vedeva Gramsci con altri occhi, non con gli occhi che notavano la sua deformità fisica, ma con gli occhi della mente che sapevano apprezzare la sua preparazione, le sue capacità intellettuali. Non avevo ancora con lui dimestichezza. Era il compagno di studi che si salutava all’ingresso e all’uscita: ciao, ciao, niente più di tutto questo. Fu l’incontro in casa di Tasca che stabili fra me e Antonio rapporti di conoscenza che si trasformarono, via via, in profonda amicizia, stima, affetto: un sentimento che segnò le nostre vite.»

Il ritratto di Togliatti:

  1. D) (Mario Pendinelli) :Si è discusso molto sulle responsabilità almeno indirette dei dirigenti del comunismo italiano nei crimini di Stalin. Qual è la sua opinione? Come giudica l’atteggiamento di Togliatti verso Stalin?

«Togliatti non ha mai firmato una condanna a morte, ma non ha neppure contestato le accuse che si muovevano a Zinov’ev, a Bucharin, a Kamenev, agli innumerevoli dirigenti russi che sono stati deportati o giustiziati. Penso che dentro di sé ne inorridisse, ma c’è una frase accreditata a qualche grande uomo della storia: il coraggio non ce lo si può comandare quando non lo si ha. Togliatti era un uomo saggio, prudente, ma non aveva un carattere particolarmente coraggioso, specialmente quando si trattava di affrontare una lotta diretta contro forze che giudicava preponderanti. Preferiva raccogliersi nel suo mondo di pensiero, probabilmente convinto che la realtà avrebbe finito col ricollegarsi alle sue idee facendole prima o poi prevale re. Lui ebbe posizioni di estrema importanza nella gerarchia dell’Internazionale, e quindi nei confronti dei partiti comunisti di tutto il mondo. Non per nulla fu mandato dall’Internazionale in Spagna come proprio console, durante il tempo della guerra civile. Il suo pensiero politico, la sua lucidità, la sua cultura, erano largamente apprezzate. Forse avrebbe potuto dire o fare qualcosa. Io ho già detto in passato, e lo ripeto, che secondo me Togliatti era stato durante quegli anni quasi plagiato da Stalin e dallo stalinismo, da quel sistema formidabile di potere che era riuscito a subordinare a sé un intero mondo, dall’Europa all’Asia. Centinaia di milioni di esseri umani sottoposti ad una organizzazione dittatoriale nella quale era insito il dispregio massimo per i diritti individuali, l’odio e l’avversione per tutto ciò che suonasse libertà non solo di azione ma di pensiero. In ogni modo, tutti coloro che vivevano e operavano a Mosca, nel luogo naturale di rifugio di tutti i rivoluzionari del mondo perseguitati da governi fascisti o reazionari, erano presi da quel sistema, soffocati da quell’atmosfera, obbligati ad accettare e inchinarsi. Se non lo facevano sparivano. Come sono spariti quei circa duecento comunisti italiani rifugiati nell’Unione Sovietica, deportati nei campi di annientamento dell’Asia Orientale. E per salvarli niente fu tentato, diciamolo pure, neanche da Togliatti. Certo, se avesse tentato si sarebbe esposto lui stesso a chissà quali terribili sanzioni.»

Ho conosciuto di persona Umberto Terracini nel 1982; era venuto a vivere a Cartosio, il paese di origine della moglie. Un incontro indimenticabile: era molto vecchio, serio, gentile, parlava con semplicità, chiarezza e trattava ogni persona con cui conversava nello stesso modo rispettoso. Gli chiesi dello scontro con Lenin nel 1921 e mi rispose che Lenin aveva grande autorevolezza e nei mesi successivi riflettè a lungo sull’episodio e rivedette in parte il suo pensiero politico. Ricordò anche che nonostante lo scontro politico tra la delegazione italiana e il gruppo dirigente dell’Internazionale fosse stato aspro, i rapporti personali erano rimasti fraterni. “Purtroppo quel costume fatto di tolleranza, di reciproco rispetto, di fraternità rivoluzionaria, non durò molto. Le cose cambiarono.” Le cose precipitarono con l’avvento di Stalin. Disse anche che senza la malattia di Lenin difficilmente Stalin sarebbe emerso, perchè Lenin era consapevole del pericolo di una “svolta autoritaria”. Di fatto con Stalin prese piede una delle più terribili e spietate patologie della sinistra: il settarismo. Come abbiamo letto più volte ha subìto ingrate emarginazioni dai compagni settari del suo partito. La stessa sorte è toccata a Gramsci, drammatico il ricordo della sua morte “… Antonio era stato contrario alla ‘svolta’, quindi alla linea del partito comunista… Per i compagni detenuti o confinati, Antonio ormai era estraneo al partito. Perciò la notizia della sua morte passò come tante altre, fu accolta senza dolore, non suscitò emozioni. E questo atteggiamento rese ancora più acuto il dramma nostro, di quei pochi che sapevano e che erano stati d’accordo con Gramsci.”

Lo stalinismo sopravvisse a lungo nel Partito Comunista, Terracini nell’intervista vuole ricordare un episodio non del tutto chiaro:

«Fra il dicembre del 1950 e marzo del 1951, Stalin cercò in ogni modo di riportare Togliatti a Mosca, sollecitandolo ad assumere la guida del Cominform, l’ufficio che coordinava il reciproco scambio di informazioni fra i partiti comunisti, istituito nel 1947 e sciolto definitivamente nel 1956. L’offerta di assumere quella carica in quell’ufficio, che Stalin intendeva potenziare anche per i pericoli di guerra che la situazione in Corea prospettava, fu fatta a Togliatti mentre era a Mosca, convalescente. Lui non era assolutamente d’accordo. Cercò di prendere tempo. Chiese che la direzione del partito italiano si pronunciasse sulla proposta di Stalin. Amendola, con la franchezza che lo ha distinto, ha ricordato in seguito quello che accadde tra di noi, nel gruppo dirigente del partito. Ci fu una riunione. Secchia e Longo sostennero che proprio Togliatti ci aveva insegnato come il parere di Stalin non poteva essere discusso. Si votò. Io mi pronunciai affinché l’invito di Stalin venisse respinto. Negarville si astenne. Tutti gli altri accolsero la proposta di Stalin. Qual era il motivo vero di quella proposta? Stalin pensava di dare una guida diversa al PCI? La politica di Togliatti, la sua cauta ma tenace ricerca di autonomia, aveva infastidito il Cremlino? Sono tutti interrogativi aperti. Certo è che Togliatti riuscì per fortuna a tornare in Italia, accampando il motivo che doveva almeno partecipare all’imminente congresso del nostro partito. Comunque quell’episodio può illuminare sull’influenza che la parola di Stalin aveva nel PCI. Quando il capo sovietico morì ci furono tra i nostri militanti scene di disperazione. Il lutto e il dolore si diffusero in tutto il partito. »

— Le opinioni cambiarono solo nel 1956, dopo che Chruscèv denunciò al XX congresso del partito sovietico i crimini di Stalin?

« I crimini di Stalin erano noti. Non tutti i componenti del gruppo dirigente del partito avevano vissuto essi stessi a Mosca quei fatti, quegli eventi terribili. Ma tutti ne avevano avuto notizia. Ogni cosa era compresa e definita in una sorta di giustificazione storica. Si pensava che tutto ciò che era accaduto fosse plausibile ed approvabile, data la realtà storica di quei tempi, ma che niente del passato dovesse o potesse ripetersi.»

Terracini ha sempre combattuto il settarismo:

«Sono sicuro che si deve fare di più per accrescere nelle sezioni, nelle federazioni, in tutti gli organismi del PCI, la voglia e la possibilità di parlare. E che al tempo stesso si debba impedire la formazione di correnti o di frazioni. Quanto a me, ho sempre espresso le mie convinzioni, talvolta il mio dissenso, e questo non mi ha impedito di fare la mia parte di lavoro negli incarichi che mi ha affidato il partito. »

Più volte nel libro/conversazione ribadisce di essere contrario al formarsi nel Partito Comunista correnti o gruppi di potere in lotta tra di loro,” ma il centralismo democratico è stato spesso inteso in modo distorto, è stato usato per soffocare il dissenso, o per governare dall’alto il partito.”

E’ curioso che nel PD di Renzi sia sopravvissuto proprio un modo distorto di governare il partito dall’alto. Da anni sono stati gettati dalla stiva della nave della sinistra valori ed ideali e scambiati con vera zavorra ma è tornato il richiamo di conformarsi pedissequiamente alle opinioni del leader. Non si potrebbe spiegare diversamente il comportamento della maggior parte degli iscritti al PD, prima delle elezioni politiche il programma del Pd era totalmente diverso da quello concretizzato dal governo Renzi. Nessuno degli iscritti avrebbe ritenuto solo accettabili leggi come ‘la buona scuola’, il jobs act, lo ‘sblocca Italia’, la legge elettorale peggiore della legge Acerbo o del porcellum e quest’imbroglio della riforma costituzionale, avrebbero deriso chi avesse osato fare una simile profezia mentre ora sono ‘tutti’ (ovviamente i rimasti nel PD) convinti della bontà assoluta di queste nefandezze. Come si può altrimenti spiegare l’isolamento di Massimo D’Alema che anche nella battaglia referendaria sostiene tesi che appartengono alla sinistra dalle origini ai nostri giorni e per di più viene dileggiato ogni giorno con accuse di ogni sorta. Ebbene, nel leggere l’intervista di Terracini, ho provato quasi tenerezza per Massimo D’Alema, che peraltro negli anni del ‘comando’ è stato sostenuto e lusingato da questi stalinisti di quarta generazione.

(1) Quando Diventammo Comunisti. Conversazione con Umberto Terracini, tra cronaca e storia. A cura di Mario Pendinelli (autore) – Rizzoli editore, Milano 1981

(2) “Quando Lenin finì di parlare mi sentii addirittura svilito. Eppure ero convinto di aver fatto bene ad esprimere con chiarezza e risolutezza il nostro dissenso…. Naturalmente il nostro dissenso non bastò. Le tesi di Lenin sul fronte unico furono approvate dall’Internazionale; e divennero perciò la politica ufficiale di tutti i partiti comunisti. Però noi avevamo potuto esprimere liberamente le nostre opinioni, polemizzare con i capi della Rivoluzione d’Ottobre, discutere da posizioni di pari dignità con gli uomini che avevano sconfitto lo zar e stavano tentando di costruire il socialismo in un immenso paese.” (pag. 57)

(3) A Livorno la componente comunista chiedeva l’espulsione dal partito socialista della corrente ‘riformista’ , Turati peraltro nel suo intervento fu profetico”la violenza si ritorce sempre verso noi stessi: minacciando oltre misura, vuotando del suo contenuto l’azione parlamentare, noi creiamo il fascismo, creiamo la contro-rivoluzione… La forza del bolscevismo russo è nel nazionalismo russo, che avrà grande influenza nella storia del mondo, come opposizione all’imperialismo occidentale, ma è pur sempre una forma di imperialismo orientale”. (pag. 17)

Pubblicato da: giulianolapostata | 7 novembre 2016

Io voto NO

http://www.antimafiaduemila.com/rubriche/giorgio-bongiovanni/62651-parlamento-eletto-con-legge-incostituzionale-non-e-legittimato-a-modificare-costituzione.html

 

GIORGIO BONGIOVANNI

”Parlamento eletto con legge incostituzionale non è legittimato a modificare Costituzione”

 

Pubblicato: 22 Ottobre 2016

La trascrizione dell’intervento integrale del magistrato di Palermo, Nino Di Matteo
di Giorgio Bongiovanni 

Riportiamo il discorso integrale del pm Nino Di Matteo intervenuto ieri a “Una notte per la Costituzione”, evento organizzato dalComitato “Liberi cittadini per la Costituzione” a Palermo. Il magistrato dopo aver sottolineato l’importanza di difendere la Costituzione e richiedere la sua reale attuazione invece che modifica è entrato nel vivo della riforma sulla quale ogni cittadino è chiamato a votare nel Referendum del 4 dicembre. Una riforma che, ha chiaramente sottolineato il pm, ha come reale obiettivo, quello voluto dallo stesso Licio Gelli nel Piano di rinascita democratica della P2 e da successivi governi: “favorire il potere esecutivo a scapito del legislativo e del giudiziario” trasformando così la Democrazia in una “sorta di dittatura dolce fondata non sulla sovranità popolare ma sul potere oligarchico che obbedisce solo alle leggi della finanza e della economia internazionale”.

Intervento pm Nino Di Matteo
Devo dire che sono Stato subito contento di accettare l’invito a partecipare a questa serata, un invito che mi è stato formulato da uno studente di giurisprudenza ad alcune associazioni universitarie. Ho subito considerato bello e importante poter partecipare ad un dibattito sulla Costituzione e quindi anche sul referendum costituzionale del quattro dicembre. Io credo che stasera dovevamo essere di più, non per  i relatori ma per l’importanza dell’argomento.
Comunque è importante che ne parliamo. Quella che ci attende non è una consultazione elettorale come le altre, questa più che mai non ci si può permettere che prevalga l’astensionismo o le decisioni improntate all’appartenenza politica o alla simpatia per un partito o per una fazione politica.
Qui è in ballo qualcosa di molto più importante: si decide sulla nostra Carta fondamentale! Si decide su una riforma che ne modifica quarantasette articoli e che incide profondamente sugli assetti fondamentali della nostra Democrazia.
Questa è la mia opinione, la mia sensazione e il mio sentimento: se ancora conserviamo l’aspirazione, nonostante tutto, ad essere cittadini e non sudditi, se ancora conserviamo la dignità di essere cittadini e non servi inconsapevoli di un potere che non ci appartiene e non ci rappresenta, non possiamo restare indifferenti. Abbiamo verso noi stessi e verso i nostri giovani, per la nostra dignità personale l’obbligo di reagire alla indifferenza all’apatia alla rassegnazione all’opportunismo, al sistematico nascondiménto dei fatti, alla superficialità che stanno dilagando fino a trasformare il nostro in un Paese senza memoria senza speranza e quindi senza futuro.
Per questo sono d’accordo con l’onorevole Sarti con tutti quelli che mi hanno preceduto: dobbiamo informarci ! Dobbiamo riflettere, guardarci indietro nella storia di questo Paese. Dobbiamo abbandonare i facili slogan e saper volare alto e capire che al di là delle singole norme di modifica della Costituzione, il significato complessivo della riforma è importantissimo.
Dobbiamo capire le gravi conseguenze che deriverebbero dalla sua approvazione, sul delicato equilibrio di ogni vera democrazia, quell’equilibrio che è fondato sulla separazione e sull’effettivo bilanciamento dei tre fondamentali poteri dello Stato: il potere legislativo, il potere esecutivo e il potere giudiziario. Voliamo alto per capire è orientarci in questa scelta in vista della consultazione del quattro dicembre.
Io ho sempre pensato e in questi venticinque anni di mia carriera in magistratura ho vissuto sempre più intensamente che l’esigenza fondamentale del Paese è quella di arrivare ad una applicazione effettiva dei principi costituzionali. Sono sempre più convinto che il vero grande necessario cambiamento, la vera grande rivoluzione sarebbe quella di lottare tutti uniti coesi non per cambiare ma per applicare effettivamente la Costituzione.
Ricordiamoci e riflettiamo su quanto nei fatti vengano costantemente violati i principi fondamentali della nostra Carta costituzionale. Anziché moltiplicare proclami, annunci e slogan leggiamola la Costituzione. Ricordiamoci per esempio del diritto al lavoro che è anche ‘diritto ad una retribuzione che consente ai lavoratori e alle loro famiglie un’esistenza libera e dignitosa’ leggo dall’articolo della Costituzione.
Ricordiamoci prima che scompaia la residua sanità pubblica che la Repubblica, articolo trentadue, ‘tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività’.
Riflettiamo prima di smontare la scuola pubblica che, articolo trentaquattro la Costituzione, ‘le scuole statali per tutti gli ordini e gradi vengono prima delle scuole private che possono operare liberamente ma senza oneri per lo Stato’.
Prima di cambiarla la Costituzione vediamo se è applicata. Ricordiamoci, prima di intraprendere azioni belliche anche se travestiti da operazioni di pace, che l’Italia ripudia la guerra, articolo undici, e che lo stato di guerra può essere deliberato non dal Governo ma dalle Camere.
Ricordiamoci che, di fronte al più sfrenato egoismo proprietario, la proprietà privata trova il suo limite nella funzione sociale, articolo quarantadue, che l’iniziativa economica privata non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale.
Ricordiamoci, lo hanno ricordato chi è intervenuti prima di me, che la sovranità appartiene al popolo, articolo uno, cioé a tutti noi.
Dobbiamo applicarla la Costituzione dobbiamo lottare ciascuno nel proprio ambito.
Per un’attuazione vera concreta sostanziale del principio di eguaglianza sancito dall’articolo tre della Costituzione non possiamo più accettare, per esempio, che la giustizia funzioni a due velocità: sia rigorosa e certe volte spietata con i deboli e sia invece ancora troppo timida e con le armi spuntate nei confronti della criminalità dei potenti.
Dobbiamo lottare per l’applicazione dei princìpi della Carta costituzionale! Per l’indipendenza della magistratura, patrimonio e garanzia dei cittadini, soprattutto dei più deboli, non privilegio della casta. Dobbiamo lottare tutti quanti per preservare l’indipendenza della magistratura dai pericoli esterni. Dagli attacchi esterni di quella gran parte della politica che vorrebbe che il potere giudiziario divenisse sostanzialmente servente rispetto al potere politico e al potere esecutivo.
Dobbiamo lottare per preservare indipendenza della magistratura dei pericoli interni. Dobbiamo lottare perché si abbandoni ogni forma di collateralismo da parte della magistratura alla politica e ai potenti.
Dobbiamo lottare perché una volta per tutte si abbandoni, nelle scelte giudiziarie, il criterio della opportunità, che valuta le conseguenze dell’atto giudiziario e ci si abbandoni invece soltanto all’unico criterio che deve ispirare l’azione del magistrato che è quello della doverosità dell’agire.
Dobbiamo impegnarci perché un altro principio della nostra Carta costituzionale, l’obbligatorietà dell’azione penale, venga effettivamente rispettato nei confronti di tutti perché la legge sia uguale per tutti e perché i magistrati possano lavorare per applicare il diritto anche quando l’applicazione del diritto comporti delle conseguenze negative per il potere.
Dobbiamo lottare perché, sto parlando accanto a Salvatore Borsellino fratello di uno dei tanti eroi della nostra storia costituzionale, la Carta costituzionale venga applicata nella ricerca continua della verità sulle stragi. Ricerca che non si limiti e non si accontenti dei risultati, pur importanti, che sono arrivati ma che vada oltre e abbia il coraggio di andare oltre, quello che adesso non vuole più nessuno. Vada oltre nella ricerca anche di eventuali responsabilità esterne rispetto alle organizzazioni criminali i cui componenti sono già stati giustamente condannati.
Il vero grande problema italiano, a mio parere, è la forbice tra la Costituzione formale, quella scritta dopo la Resistenza al nazifascismo e approvata nel 1948 e la Costituzione materiale, cioé la trasformazione, il travisamento, l’elusione della prima nella pratica politica.
Quella pratica politica che ha spaccato il Paese e che ha avuto la gravissima colpa di contrapporre ad un’Italia che ancora crede nel progetto di attuare gli altissimi principi di uguaglianza solidarietà e libertà contenuti nella Costituzione, un’altra Italia fondata sulla speculazione, sulla ricerca esasperata del potere e della sua conservazione, sul compromesso e sull’accettazione di metodi mafiosi clientelari e poteri criminali.
Altro che cambiare la Costituzione! Oggi chi ancora ha a cuore le sorti del Paese dovrebbe privilegiare ad ogni interesse di parte l’interesse superiore del partito della Costituzione di tutti coloro che a prescindere dal loro specifico orientamento culturale e politico si riconoscono nell’idea e nel progetto di applicare, nelle scelte concrete, la Costituzione senza indugi e a qualunque costo.

Le falsità e le mistificazioni su questa Riforma
Reputo quasi doveroso, anche nella mia veste di magistrato, un giudizio sulla riforma costituzionale sulla quale siamo chiamati a votare con il referendum del quattro dicembre.
Voglio fare due premesse, che sono mie convinzioni che credo orientino tutto il giudizio successivo sul contenuto nella riforma.
La prima premessa è che questa riforma costituzionale è stata adottata da un Parlamento eletto, o meglio di nominati piuttosto che eletti, sulla base di una legge elettorale dichiarata dalla Corte costituzionale illegittima. La sentenza è del quattro dicembre 2013, nove mesi dopo l’elezione del Parlamento oggi in carica, eppure a nessuno, né al Quirinale né ai Governi che si sono succeduti Letta e Renzi se non a pochi nello stesso Parlamento, è venuto in mente che un Parlamento eletto con una legge incostituzionale, a mio parere, non può avere la legittimazione morale necessaria a modificare profondamente la Costituzione.

Seconda premessa: la riforma è stata ideata e ostinatamente voluta dal Governo della Repubblica con la pressione e l’etero direzione dell’ex Presidente della Repubblica Napolitano. Gli ultimi Governi sono stati presieduti da chi non era stato nemmeno eletto. Allora non dimentichiamo come è nata questa riforma, non dimentichiamo da chi e come è stata approvata. E’ stata scritta dal Governo e questo già a prescindere dal merito costituisce un vizio molto grave perché i Governi sono espressione della maggioranza dunque sono di parte, mentre la scrittura della legge fondamentale dello Stato dovrebbe essere esclusiva competenza del Parlamento che rappresenta il popolo sovrano o di assemblee costituenti elette con sistema proporzionale in modo da essere il più possibile rappresentativa delle varie componenti politiche sociali e culturali presenti nel Paese.
C’è uno scritto di Piero Calamandrei “Come nasce la nuova Costituzione” che è stato pubblicato nel gennaio del 1947, leggo testualmente:  “Nella preparazione della Costituzione il Governo non ha alcuna ingerenza. Nel campo del potere costituente non può avere alcuna iniziativa neanche preparatoria. Quando l’assemblea discuterà pubblicamente la nuova Costituzione i banchi del Governo dovranno essere vuoti. Estraneo del pari deve rimanere il Governo alla formulazione del progetto se si vuole che questo scaturisca interamente dalla libera determinazione dell’Assemblea sovrana”. 1947, poco prima dell’approvazione della nostra Carta costituzionale.

Altra premessa: non si può scindere in nessun momento valutativo il giudizio sulle modifiche alla Costituzione da quello sulla legge elettorale. Le modifiche alla Costituzione riguardano principalmente le funzioni dei due rami del Parlamento. La legge elettorale riguarda ovviamente la procedura di nomina e quindi la composizione nel Parlamento.
La nuova legge elettorale, lo ricordava l’onorevole Sarti, ripropone le stesse caratteristiche, gli stessi vizi di quella dichiarata incostituzionale con la sentenza del dicembre 2013 che lede gravemente il principio di rappresentatività sacrificato sull’altare della stabilità dei Governi.
La sentenza della Corte sul cosiddetto “Porcellum” censurava pesantemente, leggo testualmente, “un meccanismo di attribuzione del premio di maggioranza manifestamente irragionevole” e “una disciplina che priva l’elettore di ogni margine di scelta dei propri rappresentanti”.
I due vizi che sono indicati perfettamente in questa sentenza della Corte costituzionale ricompaiono nell’“Italicum”. Basta ricordare che in esito al ballottaggio previsto dall’Italicum è ben possibile che una lista che abbia ottenuto anche semplicemente il 21%  dei voti conquisti il 54% dei seggi.
E basta sottolineare il dato che più del 60% dei deputati sarebbero nominati dai partiti e non scelti dagli elettori. Se si tiene conto del forte astensionismo delle ultime tornate elettorali ci si rende conto che un gruppo politico, che rappresenta una minoranza anche piuttosto esigua di cittadini, con questo sistema elettorale può mettersi in mano il Paese, eleggere il Presidente della Repubblica e i componenti laici del Consiglio Superiore della Magistratura e i giudici della Corte costituzionale senz’altro sempre attraverso questo meccanismo.
Io credo che ognuno possa avere qualsiasi idea, che è cosa legittima ma non possiamo sopportare le bugie e le mistificazioni continuamente abilmente amanite a sostegno della riforma. Sono costretto a ripetere alcune considerazioni già svolte. La riforma non abolisce il Senato e non abolisce il bicameralismo lo rende solo tremendamente più confuso.
Il Senato continua ad esistere sarà composto da novantacinque senatori rappresentativi delle istituzioni territoriali e cinque senatori che possono essere nominati dal presidente la Repubblica. Il meccanismo che si viene a creare è di confusione istituzionale totale!
Sulla designazione dei senatori, sull’impiego part-time di sindaci e consiglieri regionali che, non si capisce quando fino a quando potrebbero fare i Sindaci o i consiglieri regionali e quando i senatori, sul continuo avvicendamento, nel nostro sistema non tutti i Sindaci con tutti i Consiglieri regionali vengono eletti nello stesso momento o nello stesso anno, avremmo in Senato un continuo avvicendamento di senatori che magari sono stati sindaci fino a quel momento e poi devono cedere lo scranno da senatore all’altro sindaco che nel frattempo viene eletto.
Una confusione totale.  L’unica certezza è l’acquisizione per molti sindaci e consiglieri regionali di spazi di immunità penale.
Senza ovviamente generalizzare e demonizzare le categorie dobbiamo però vederlo in una situazione come quella italiana, dove c’è una percentuale alta di politici e amministratori, nei Consigli regionali e nelle Amministrazioni comunali, che hanno problemi con la giustizia.

Quando leggiamo che la riforma finalmente abbatte i costi della politica io penso e mi chiedo da semplice cittadino ma perché piuttosto che smantellare un assetto costituzionale assolutamente rodato e consolidato non si riduceva semplicemente proporzionalmente il numero dei deputati e dei senatori senza stravolgere l’assetto costituzionale?
Altra mistificazione: nella riforma si parla tanto di semplificazione, mi consentirete di perdere cinque minuti di tempo per dimostrarvi attraverso una semplice lettura quanto la semplificazione sia uno slogan assolutamente falso.  L’iter di formazione delle leggi non è per niente semplificato semmai la riforma lo complica e crea le condizioni per un clima di perenne conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato.
Articolo 70 nella formulazione attuale della Costituzione vigente: “La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere”. Nella Costituzione vigente nove parola. Nell’articolo 70 del progetto di riforma Renzi-Boschi quelle nuove parole diventano 434.
Scusate ma io penso che lo dobbiamo leggere: “La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere per le leggi di revisione della Costituzione alle altre leggi costituzionali e soltanto per le leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali concernenti la tutela delle minoranze linguistiche referendum popolari le altre forme di consultazione di cui all’articolo settantuno per le leggi che determinano l’ordinamento la legislazione elettorale gli organi di governo le funzioni fondamentali dei Comuni delle Città metropolitane e le disposizioni di principio sulle forme associative dei Comuni per la legge che stabilisce le norme generali e le forme i termini della partecipazione dell’Italia e la formazione all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea, per quella che determini casi di ineleggibilità ed incompatibilità con l’ufficio di senatori di cui all’articolo sessantacinque primo comma e per leggi di cui articolo cinquantasette sesto comma ottanta secondo periodo centoquattordici terzo comma centosedici terzo comma centodiciassette quinto il nono comma, centodiciannove sesto comma centoventi secondo comma centoventidue primo comma centotrentadue secondo comma.
Le stesse leggi ciascuna come oggetto proprio possono essere abrogate o modificate o derogate solo in forma espresse e da leggi approvati a norma del presente comma…”. Scusate ancora non sono nemmeno a metà e comunque la lettura per chi ci riuscirà vi prego di completarla voi perché altrimenti tutto il tempo a mia disposizione va avanti sulla lettura di questo articolo 70.
Io credo che da semplice laureato in giurisprudenza si debba dire che non c’è nessuna semplificazione anzi c’è una moltiplicazione dei processi legislativi c’è un clamoroso intricarsi delle procedure e dietro l’angolo c’è la paralisi del Parlamento per favorire la supremazia del Governo e il suo potere.
La nuova normativa che poi riguarda il tema fondamentale della formazione delle leggi dello Stato è prolissa e tortuosa sembra fatta apposta per confondere le idee per tenere i cittadini lontani dalla Costituzione.
Per consegnare la Democrazia, per legarla mani e piedi, in mano agli uscieri del palazzo, ai professionisti del cavillo e ai professionisti della politica nel senso deteriore del termine.

Un attacco iniziato molto prima del Governo Renzi, da Gelli in poi
Ma il giudizio su questa riforma deve anche prescindere dalle singole norme, si deve formulare con una visione di insieme di contesto più alta rispetto alla mera e parcellizzata analisi delle singole modifiche costituzionali. Questo giudizio deve anche tenere conto di una seria analisi storica di quanto accaduto in Italia negli ultimi quarant’anni.
Questa riforma crea uno spostamento grave dell’equilibrio tra i poteri in funzione del rafforzamento dell’esecutivo e dello svilimento del potere legislativo.
Ma d’altra parte basta leggere la relazione che accompagna il disegno di legge di riforma costituzionale per capire quali sono gli scopi della riforma costituzionale.
Vi si legge, nella relazione che accompagna il disegno di legge, che “la revisione della parte seconda della Costituzione non può più attendere per il necessario processo di adattamento dell’ordinamento interno alle nuove sfide – Segue una lista dei problemi a cui secondo il Governo la riforma rimedierà –
1- L’esigenza di adeguare l’ordinamento interno alla recente evoluzione della governance economica europea e alle relative stringenti regole di bilancio. governance europea ed esigenze di bilancio
2- Le sfide derivanti dalla internazionalizzazione dell’economia dal mutato contesto della competizione globale 
3- L’elevata conflittualità tra i diversi livelli di governo dovuta alle spinte verso una compiuta attuazione della riforma del Titolo quinto della Costituzione 
4- La cronica debolezza degli esecutivi nell’attuazione del programma di governo la lentezza e la farraginosità dei procedimenti legislativi ricorso eccessivo alla decretazione d’urgenza eccetera..”
Cosa di evince dalla relazione che accompagna il disegno di legge?
Che è urgente e rendere più forte il Governo per adeguarsi alla austerità imposta dall’Unione europea e alle regole di mercato dell’economia globale e per imbrigliare regioni comuni con le rinnovate esigenze di un governo unitario.
Io credo che, se questi sono gli scopi e questa è la direttrice di fondo di tutta la riforma, non possiamo dimenticare che nell’iter di formazione di questa riforma, accanto parallelamente al percorso istituzionale se ne svolgeva un altro a mio parere molto più incisivo e decisivo che si è mosso fuori dalle istituzioni della Repubblica ed è iniziato prima della proposta Boschi e probabilmente l’ha ispirata se non determinata.
A cosa mi riferisco? “Dopo le due lettere dall’Europa dalla BCE e dal commissario per l’economia dell’Unione europea del 2011 dopo le dimissioni di Berlusconi e la nascita del Governo Monti, la tappa più significativa è il documento dedicato, (si intitola così) “Alla narrazione su come gestire la crisi” da una grande compagnia di gestione degli investimenti che amministra 1800 miliardi di dollari” JP Morgan.
Per capire da che pulpito viene questa predica dobbiamo ricordarci che nel novembre 2013 JP Morgan pagò al Governo degli Stati Uniti una gigantesca multa di tredici miliardi di dollari dopo avere ammesso di avere venduto a piccoli investitori prodotti finanziari inquinati.
Cosa si legge in quelle documento? Venne pubblicato il 28 maggio 2013, l’ho trovato facilmente in rete, quel documento accusa le costituzioni dei paesi della periferia meridionale approvate dopo la caduta del fascismo di essere “un ostacolo al processo di integrazione economica e anzi causa della crisi in quanto risentono di una forte influenza socialista”. Al tempo stesso però il documento dichiara che “in uno dei Paesi della periferia meridionale, cioé saremmo noi l’Italia, il nuovo Governo può chiaramente impegnarsi in importanti riforme politiche”.
Sarà poi il Governo Renzi a condurre disciplinatamente in porto le riforme mettendo mano alla Costituzione su due dei punti essenziali suggeriti da JP Morgan. “Governi deboli rispetto i Parlamenti – di questo si lamentava il grande colosso bancario e finanziario – e Stati centrali deboli rispetto alle Regioni”.
Mi pare che la riforma costituzionale, sarà forse un caso, risponda a queste due indicazioni date nel documento che vi ho letto.

Non vorrei che si realizzasse quello che Leonardo Sciascia diceva nel 1978 quando parlava del Parlamento in quel momento in carica. “Il potere  è altrove” scriveva Leonardo Sciascia – deplorando un Parlamento di anime morte che non hanno mai avuto un pensiero proprio.
Io credo che la linea fondante della riforma affonda le radici in un’idea di Stato che si avvicina molto ad una sorta di dittatura dolce fondata non su una Democrazia, sulla partecipazione del popolo e sulla sovranità del popolo ma su un potere oligarchico che obbedisce esclusivamente alle leggi e gli interessi dell’economia e della finanza internazionale.
E questa idea di Stato, cerchiamo di volare alto e di guardarci attorno e indietro, per la prima volta nel dopoguerra venne delineata nel Piano di rinascita democratica della P2 di Licio Gelli.
Ricordava Aaron Pettinari la celebre intervista di Gelli da Maurizio Costanzo il 5 ottobre 1980 pubblicato sul Corriere della Sera “Quando fossi eletto il mio primo atto sarebbe una completa revisione della Costituzione era un ambito perfetto quando fu indossato per la prima volta par la nostra Repubblica ma oggi è un ambito lusso e sfibrato e la Repubblica deve stare molto attenta nei suoi movimenti per non rischiare di romperlo definitivamente. E’ il parto dell’Assemblea Costituente avvenuto in un momento del tutto particolare nella vita della nostra nazione ma che oggi a cose assestate risulta inefficiente e inadeguato”.
Sono passati quasi quarant’anni, questo per dirvi che l’attacco alla Costituzione comincia molto prima del Governo Renzi. Dopo Licio Gelli analoghi progetti sostanzialmente volti a favorire sempre l’esecutivo a scapito del legislativo e del giudiziario via via sono stati portati avanti con fortune alterne mai portati a termine, da Cossiga, dal Governo Craxi  e ultimamente da un Governo Berlusconi con una reazione che in quel caso fece gridare a tutti che dovevamo difendere la Costituzione più bella del mondo, riguardò anche coloro i quali oggi invece sono schierati per stravolgere la nostra Costituzione.
Da Gelli ad oggi ci sono quarant’anni di tentativi per ribaltare gli assetti fondamentali della nostra Carta costituzionale.
La posta in gioco è la realizzazione definitiva di un progetto che viene da molto lontano e che lega quarant’anni di costante assedio alla Costituzione. L’obiettivo di questo referendum non può essere la permanenza o meno di Renzi al Governo ma l’obiettivo è ben altro, è la definitiva decostituzionalizzazione a scapito della partecipazione dello Stato dei cittadini che servono come sudditi impotenti e perciò apatici da governare.
Non possiamo permetterci il nome della parola d’ordine governabilità che il bastone del comando venga attribuito ad un solo uomo al potere più facilmente manovrabile in dispregio del fondamentale principio della separazione dei poteri.

Ho giurato fedeltà alla Costituzione non ai Governi
Mi avvio alla conclusione, non ho avuto nessun dubbio ad accettare la proposta che mi è stata fatta da Simone Cappellani, sono un magistrato ma ci sono dei momenti e degli argomenti per i quali il magistrato non ha soltanto il diritto ma io ritengo perfino il dovere di intervenire e di esporsi personalmente. Io come magistrato ho giurato fedeltà alla Costituzione non ai Governi! Ho giurato fedeltà alla Costituzione non ad altre Istituzioni politiche né tanto meno alle persone che rivestono incarichi istituzionali. Ho giurato fedeltà alla Costituzione e non riesco a dimenticare che per quella Costituzione, per quei principi che afferma, tante persone, tanti miei colleghi, tanti servitori dello Stato, tanti semplici cittadini hanno offerto la loro vita!
Se dovessi oggi rivolgermi ai miei figli per spiegare lo spirito più autentico della Costituzione non troverei di meglio che citare le parole di Piero Calamandrei, nel famoso discorso ai giovani sulla Costituzione del 26 gennaio 1955: “Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per rispettare la libertà e la dignità andate lì o giovani col pensiero perché lì è nata la nostra Costituzione e anche per questo che la dobbiamo difendere”.

 

Pubblicato da: giulianolapostata | 31 ottobre 2016

Io voto NO

Pubblicato sul sito del Comitato NO AL PEGGIO

AVVOCATI E REFERENDUM COSTITUZIONALE

I sottoscritti avvocati del Foro di Trieste, in relazione al prossimo referendum avente oggetto la
riforma della Carta costituzionale approvata dal Parlamento, ritengono loro dovere civico di rendere
edotti i cittadini delle motivazioni, che di seguito si enumerano, per le quali intendono votare “NO”
al referendum in questione.

Un tanto, accantonando con il massimo rigore le personali simpatie politiche, che tra i sottoscrittori
sono le piu` varie, ma rimanendo strettamente ancorati ad una mera valutazione tecnico-giuridica,
formulata sulla scorta della rispettiva formazione culturale e sulla comune consapevolezza della
funzione pubblica e sociale della professione forense.

1) La c.d. “Riforma Boschi” e` una legge dal contenuto disomogeneo che sottende a tre complesse
questioni di rilevanza costituzionale e che comprendono la modifica di ben 40 articoli della Carta
che trattano di temi del tutto dissimili. A fronte di tale complessa articolazione l’elettore sarà
chiamato ad esprimersi con un semplicistico SI o un NO, con palese violazione sia della sovranità
popolare (art. 1, comma II, Cost.) e sia della liberta` di voto (art. 48 Cost.).

2) La c.d. “Riforma Boschi” e` frutto di un’iniziativa governativa e non di iniziativa parlamentare
come invece avrebbe dovuto essere secondo il nostro sistema costituzionale e secondo gli
insegnamenti dei nostri padri costituenti, giacche´ la Costituzione rappresenta la legge fondamentale
dello Stato e non un atto di parte, ovvero solo di quelle parti che appoggiano un governo. Tale
“tecnica” legislativa ha di fatto abbassato l’approvazione della riforma della Costituzione al livello
dell’iter di una legge ordinaria, dove oggi prevalgono interessi di parte e (purtroppo) strafalcioni
letterali e giuridici che rendono i testi normativi di difficile e controversa lettura anche per i tecnici
del diritto.

3) La c.d. “Riforma Boschi” (approvata dalla Camera con 361 voti su 630!) e` stata decisa da un
Parlamento sul quale pesano fondati dubbi di legittimazione, a seguito della nota sentenza della
Corte Costituzionale, n. 1 dd. 13 gennaio 2014 con la quale e` stata cassata la legge elettorale
previgente (c.d. Porcellum) e cioè con parlamentari “nominati”, insicuri di essere rieletti e perciò
esposti ad abituali cambi di casacca (in questo stralcio di legislatura i passaggi da un gruppo
parlamentare all’altro sono stati 325 tra Camera e Senato per un totale di 246 parlamentari).

4) La c.d. “Riforma Boschi” viola il diritto di elettorato attivo come forma di esercizio della
sovranità popolare (art. 1, comma 2, Costituzione), giacche´ la Costituzione garantisce l’elettività
diretta delle assemblee legislative, e non prevede affatto l’interposizione di elezioni di secondo
grado e/o indirette come disposte dalla riforma tramite i c.d. “grandi elettori regionali”. Per tacere
del fatto che la nomina a senatore dei sindaci (sulla quale la riforma nulla dice) collide con il
principio di ragionevolezza, posto che non e` dato di capire come sia possibile adempiere con
“disciplina ed onore” (Cost. art. 54) alle due assorbenti funzioni in contemporanea.

5) La c.d. “riforma Boschi”, in nome di una pretesa semplificazione dell’iter legislativo, aumenta i
procedimenti legislativi di approvazione delle leggi dagli attuali tre (procedimento normale,
conversione decreti legge, procedimento di riforma costituzionale) in otto (cfr. artt. 70, 71, 72, 73, e
77 Cost.) con conseguente fondato rischi di complicare in pejus la tempistica dei provvedimenti.
Oltre a dette stringate ma assorbenti ragioni, si ravvisano nella riforma altre contraddizioni che, per
motivi di economia espositiva, vengono qui evidenziate in modo sintetico:

6) La violazione del principio di eguaglianza e ragionevolezza a fronte della macroscopica
differenza tra il numero dei deputati (630) con quello dei senatori-sindaci e/o consiglieri regionali
(95).

7) L’inspiegabile allargamento ai senatori-sindaci e/o consiglieri regionali del privilegio
dell’immunità.

8) Il travaso inorganico di competenze legislative dalle Regioni ordinarie allo Stato per una
cinquantina di materie affastellate in 21 lettere dalla a) alla z), con rischio di un perenne conflitto di
attribuzioni.

9) L’inspiegabile ed illogico riparto dei numeri dei senatori in riferimento alle singole regioni (p.
es.: 14 senatori alla Lombardia e 2 al Friuli Venezia Giulia nella quale le minoranze linguistiche
rischiano di rimanere fuori gioco (art. 6 Cost.).

10) L’aumento da 50.000 a 150.000 firme per l’iniziativa legislativa popolare.

11) La contraddittoria compresenza di due forme di referendum abrogativo in base al numero dei
proponenti e dei votanti, con la trasparente mira di seppellire definitivamente tale guarentigia
costituzionale.

Infine, ultimo ma non ultimo, il potenziale esplosivo che rischia di sviluppare la “Riforma Boschi”
se valutata in uno con la nuova legge elettorale (il c.d Italicum).

Il connubio legislativo (Riforma Boschi – Italicum) rischia di far si che nella scontata ipotesi di
ballottaggio, il potere si concentri tutto nelle mani della sola forza politica che raccolga meno del
40% dei votanti e cioè, atteso il dilagante fenomeno dell’astensione, che rappresenti solo il 25% del
corpo elettorale.

Questioni e rischi questi per i quali si sono gia` spese le critiche di costituzionalisti di indiscusso
spessore, al di fuori e al di sopra di ogni speculazione partitica, e ai quali gli scriventi fanno qui
riferimento, contestando il merito della “Riforma Boschi” che, col preteso stimolo e collegamento
con le esigenze di modernità e asserita governabilità del Paese, rischia invece di provocare guasti
insanabili al nostro ordinamento democratico che costituisce patrimonio di noi tutti e che tutti siamo
chiamati a difendere.

Elisa Adamic, Stefano Alunni Barbarossa, Renzo Baldo, Matteo Belli, Bogdan Berdon, Janez
Berdon, Franco Berti, Gabriella Berti, Carlo Berti, Andrea Bitetto, Jose Biteznik, Nicoletta
Bonina, Maurizio Braida, Fabio Campanella, Antonio Caragliu, Alessandro Carbone, Massimo
Carretti Martina Chiapolino, Andrea Commisso, Sandro Contento, Alessandro Cuccagna,
Antonia D’amico, Raffaella Del Punta, Andrea Di Roma, Umberto Ercolessi, Guido Fabbretti,
Mario Famularo, Angela Filippi, Andrea Frassini , Gabriella Frezza, Lara Lakic , Raffaele Leo,
Domenico Lo Buono, Giuliano Loiudice, Dario Lunder, Alberto Kostoris, Marco Meloni, Peter
Mocnik, Micol Minetto, Giuseppe Muscolo, Fabio Nider, Fabia Novajolli, Francesco Oliva, Sara
Pecchiari, Cesare Pellegrini, Lorenzo Pistacchio, Alberto Polacco, Andrea Polacco , Carmine
Pullano , Mirella Pulvento, Giulio Quarantotto, Mitja Ozbic, Sandra Racchi, Antonio Regazzo,
Mario Reiner, Gianluca Rossi, Pierpaolo Safret, Mirta Samengo, Giuseppe Sbisà, Cesare
Stradaioli, Gianluca Teat , Francesca Todone, Cinzia Torre, Daniela Triolo, Augusto Truzzi,
Giuliana Vascotto, Giovanni Ventura, Fulvio Vida, Sergio Vida, Gianni Zgagliardich

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