Pubblicato da: giulianolapostata | 31 gennaio 2019

Colpo di Stato in Venezuela

Nicolàs Maduro, rivoluzionario bolivariano, legittimo Presidente del Venezuela, eletto con elezioni democratiche (giudicate invece ‘non corrette’ dai soliti ‘osservatori internazionali’, la cui attendibilità – lo sappiamo – è pari a quella di coloro che attestano la verginità della madonna …), è stato oggi deposto dall’Imperialismo americano. Al suo posto è stato intronizzato il solito lacchè, subito riverito dall’Europa, da sempre serva e stuoino degli USA.

Quale sia lo scopo di tale operazione, in atto ormai da anni, è chiaro anche ai ciechi e ai sordi: la volontà americana di mettere le mani sul petrolio venezuelano. Ma poiché, come dice l’adagio popolare, non v’è peggior sordo di chi non vuol sentire, nelle settimane e nei mesi scorsi su Maduro è stata messa in atto una campagna diffamatoria e destabilizzante che ha pochi paragoni nei tempi recenti, a parte quella che venne orchestrata contro Slobodan Milosevic, legittimo Presidente della Serbia, anch’egli detronizzato – con una guerra feroce, che sconvolse tutti i Balcani, e le cui conseguenze sono vive e sanguinanti ancor oggi – e poi morto “per cause naturali” nelle carceri del Tribunale Internazionale dell’Aja, sicario americano (mi viene in mente Giuseppe Pinelli, caduto per un “malore attivo” dalla finestra della Questura di Milano, ma questo sarebbe un altro discorso).

Tanto per fare un solo esempio degli argomenti usati nella suddetta campagna, nei giorni scorsi un aereo – naturalmente russo! – sarebbe arrivato a Caracas per portare al sicuro l’oro e il coltan (il coltan?! Anche quello?! Uranio e plutonio no?!) di Maduro. L’oro di Caracas al posto dell’oro di Mosca … Favole e scemenze, ché sarebbe far loro troppo onore chiamarle menzogne.

Al mulino degli antibolivariani portano acqua, in questi giorni, non meglio precisate ‘testimonianze’ di Italiani colà residenti, amici o lontani parenti di nostri connazionali, la cui credibilità è totalmente aleatoria, per innumerevoli ragioni.

Facciamo finta di non aver sentito le notizie dei dollari profusi a piene mani per le strade di Caracas per spingere i manifestanti in piazza (poche migliaia, tra l’altro; giova ricordare che gran parte dei Venezuelani sta manifestando per difendere il legittimo Governo: se vi aspettate di sentirvelo dire dai nostri media, servi pure loro, state freschi …).

Diciamo invece che persone stanche di una pesante crisi economica, alimentare e sanitaria – e prive di strumenti per una più ampia analisi a livello internazionale – sono portate a dire praticamente qualsiasi cosa, e soprattutto a confondere le proprie esperienze personali con la realtà.

Perché, esiste una crisi economica, alimentare e sanitaria in Venezuela? Certo che esiste. Le farmacie e i supermercati sono semivuoti? Certo che lo sono. Eccetera. Peccato che nessuno si chieda PERCHE’ questo accade, quali ne siano le cause, chi si stia accaparrando i beni di cui il popolo venezuelano ha bisogno, perché questi beni non arrivino in Venezuela. Potete avanzare un nome, anche se non avete molta fantasia … ma potete anche star sicuri che, se il colpo di Stato riuscisse, gli scaffali traboccherebbero di ogni ben di dio … e nuovamente nessuno se ne chiederebbe il perché.

Ma del resto queste cose le abbiamo già viste, in America Latina e non solo. Probabilmente nessuno più ricorda (era il 1973: tout passe, tout casse, tout lasse …) le manifestazioni di ‘casalinghe’ che battevano i mestoli sulle pentole per protestare contro il ‘comunista’ Allende … O i ben nutriti profughi cubani manifestare contro Castro a Miami … E durante la Seconda Guerra Mondiale, qui in Veneto, erano proprio i contadini più poveri, e spesso ignoranti, ad esprimere l’odio più feroce contro i Partigiani, che a volte non avevano altro modo per non morire di fame che effettuare degli ‘espropri proletari’. Del resto, come si dice appunto qui, “sta ‘tento parché se vien i comunisti i te porta via la vaca”. Eccetera.

Insomma, la Storia si ripete, e nessuno se ne accorge. Come diceva Gramsci, “la Storia è maestra, ma non ha scolari”.

Un’ultima considerazione, che forse potrebbe apparire semplicistica e di parte, se non conoscessimo, appunto, la Storia degli Stati Uniti: ciò che è bene per gli USA è male per il mondo e, più ‘volgarmente’ ancora, il nemico del mio nemico è mio amico. Funziona sempre.

Auguri, Presidente Maduro.

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Pubblicato da: giulianolapostata | 29 dicembre 2018

“CHI SA FA E CHI NON SA INSEGNA”

Il disprezzo dei politici italiani (Destra o Sinistra per me pari sono) e del popolo per gli intellettuali e gli insegnanti è cosa nota da sempre. Il vecchio adagio che costituisce il titolo di questo pezzo lo dice chiaramente, e del resto nessuno lo ha espresso meglio di quel pover’uomo dell’ex Ministro (si fa per dire) Tremonti, quando ha affermato: “Con la Cultura non si mangia”.

A Vicenza, nel 2017, l’Amministrazione Variati (casualmente di Centrosinistra) aveva pensato di provare ad invertire la tendenza, organizzando una giornata in cui agli Insegnanti andati in pensione nel biennio precedente veniva consegnato un Attestato di Riconoscenza.

Poca cosa, si dirà: una caramellina, un contentino, a fronte di stipendi miseri e pensioni ancor più miserabili. È vero. Ma a chi nella Scuola ha speso “la miglior parte” della propria esistenza e del proprio intelletto; a chi, alla fine dell’Anno Scolastico, dai Genitori si è sentito dire: ‘La ringrazio, perché Lei non ha insegnato a mio figlio le Sue materie: gli ha insegnato a pensare’, a questi poveracci anche una caramellina, dopo tanti anni, può servire ad addolcire la bocca.

Ma ecco che, nel 2018, la nuova Amministrazione Rucco (casualmente di Centrodestra) ha pensato di rimettere le cose a posto, cassando l’iniziativa. Ad una mia richiesta di chiarimenti in merito, l’Assessore delegato ha così risposto:

Egregio Signore,

 

con la presente Le comunico che (…) questa Amministrazione per il momento non prevede di organizzare ed effettuare la Cerimonia per la consegna degli attestati di riconoscenza agli insegnanti andati in pensione.

 

Ringraziando della cortese attenzione, si porgono cordiali saluti e si augurano Buone Feste.

Ho risposto così:

Gentile Assessore,

                                Le sarei grato se volesse riferire al Sindaco che sono molto dispiaciuto per questa decisione. La mia sarà forse una visione di parte, ma io ritengo che gli Insegnanti siano i sacerdoti laici della collettività, e come tali dovrebbero essere massimamente onorati e riconosciuti in una Società che fosse autenticamente democratica. Sono deluso che il Sindaco non condivida questo punto di vista.

Buone Feste.

 

Si sarebbe potuto dire dell’altro, e di peggio. Ma davvero non ne vale la pena.

Le conseguenze di questa noncuranza per la Scuola e l’Insegnamento, del resto, sono sotto gli occhi di tutti. Gli insulti e le violenze sugli Insegnanti da parte di genitori e studenti sono cronaca quotidiana, e non fanno più notizia. E quando la disistima parte dalla testa, come il pesce, è perfino inutile chiedersi il perché.

Ad peiora.

Pubblicato da: giulianolapostata | 14 dicembre 2018

Buon Natale alla Scuola Italiana

Il degrado della Scuola italiana, costante e progressivo, è sotto gli occhi di tutti.

Da decenni, Ministri cialtroni e ignoranti si adoperano, uno dopo l’altro ed ognuno più del precedente, a demolire i fondamenti di quella che era una delle migliori Scuole del mondo.

Scusandomi per l’autocitazione, riporto di seguito un brano del saluto che ho rivolto alle Colleghe il giorno del Pensionamento:

“Da quando sono uscito dalla Scuola come studente e poi vi sono rientrato come Insegnante – molte, troppe decine di anni fa – ho visto la Scuola italiana camminare, voglio sperare non inesorabilmente, verso il degrado. In tanti anni, i nostri occhi di Insegnanti hanno visto abbattersi sulla Scuola le più svariate, bizzarre ed insensate riforme. I Portfoli di famigerata memoria, e poi l’Onda Anomala, e adesso la ‘Buona Scuola’ – sulla quale “il tacere è bello”, per dirla col Poeta – e dopo il Diciotto politico di sessantottina memoria ora ci aspetta il Sei politico, e poi i Licei di quattro anni, e le Lauree brevi. Pensate: una Laurea ‘breve’: come se l’Intelligenza, il Sapere, la Conoscenza potessero essere abbreviati con due righe sulla Gazzetta Ufficiale. Il Liceo Classico, da faro della Cultura Classica si è trasformato in una insalata russa di specializzazioni, sempre più simile ad una scuola professionale e sempre più lontano da quella fucina di ingegni che per decenni ha dato al Paese la sua miglior classe dirigente, a livello morale, culturale e professionale. Vi confesso che molto spesso mi sono trovato a rimpiangere la Riforma Gentile, sotto gli ultimi sprazzi della quale ho compiuto i miei studi, e mi sono chiesto le ragioni di questa parabola discendente lungo la quale la Scuola italiana sembra essersi avviata senza speranza. In un mio articolo di molti anni fa ipotizzai che forse una maledizione biblica pesa su di noi. Io sono convinto –  e non me ne voglia l’Insegnante di Religione per una battuta che non vuol essere in alcun modo irriverente – sono convinto che forse in origine il testo della Genesi doveva essere diverso da come lo conosciamo oggi. Forse, oltre ai versetti che dicono ‘Partorirai con dolore’ e ‘Ti guadagnerai il pane col sudore della fronte’ ce ne doveva essere un altro che diceva: ‘Ed ogni Ministro della Pubblica Istruzione che avrai sarà peggiore del precedente’. Poi – magari per colpa di qualche amanuense distratto – forse quel versetto è andato perduto, ma a me il dubbio resta.

Sarà perché sono vecchio, ma quando penso al futuro della Scuola tendo inevitabilmente ad essere pessimista. Spesso vedo, in quel che accade, non una casuale concomitanza di eventi negativi, ma un progetto, e mi viene in mente quel bel passo della “Storia Infinita”, in cui Atreiu colloquia con Gmork, il terribile lupo nero che guida l’avanzata del Nulla su Fantàsia.

Ad Atreiu, che gli chiede il perché di quel che sta accadendo, Gmork risponde: “Perché è più facile dominare chi non crede in niente, e questo è il modo più sicuro di conquistare il Potere”.

Da allora è passato ormai più di un anno, e le cose sono procedute solo in peggio.

A volte penso che mi piacerebbe essere qui tra cinquant’anni, per vedere quali saranno state sulla nostra società le conseguenze di tutto ciò. Perché una cosa è sicura: la pagheremo, oh se la pagheremo …

Eppure non occorre andare avanti; si può andare anche indietro; di cinquanta ed anche di cent’anni, per rendersi conto della catastrofe che ci aspetta. Giustamente diceva Cicerone che “Historia Magistra vitae”, ma purtroppo altrettanto giustamente lo ha postillato Antonio Gramsci: “La Storia è Maestra, ma non ha scolari”.

Questa Scuola cattiva, classista, spietata; questa Scuola che bocciava senza pietà; questa Scuola che riempiva di compiti gli allievi; questa Scuola che imponeva i temi in classe e faceva imparare le poesie a memoria; questa Scuola in cui l’Insegnante veniva uno scalino dopo dio, e la cui Autorità nessuno osava nemmeno discutere; questa Scuola che, alla Maturità, chiedeva di portare il Programma di tutto il Triennio; questa Scuola che cacciava gli asini e i fancazzisti per mandare avanti i “meritevoli” (sarebbe scritto anche nella Costituzione Repubblicana: “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”); questa Scuola ha prodotto i meglio intelletti che l’Italia abbia avuto.

A far data solo dai primi del Novecento, fior di artisti, scienziati ed intellettuali sono usciti da questa Scuola; ne sono usciti gli Antifascisti che hanno guidato il riscatto nazionale durante e dopo il Ventennio fascista; ne sono usciti i Padri Costituenti e fondatori della Repubblica; ne sono uscite le legioni di ottimi Insegnanti che dopo la guerra per decenni hanno ricostruito le menti e gli Spiriti delle nuove generazioni; ne sono usciti gli imprenditori che hanno ricostruito il tessuto economico dell’Italia del Dopoguerra; ne sono usciti gli Artisti e gli Intellettuali che hanno rivivificato l’Italia Repubblicana dopo la palude fascista.

E oggi? E domani? In un suo recente articolo, Umberto Galimberti, lamentando lo scempio che la Scuola sta facendo della Cultura Umanistica, scrive:

“Se la soggettività umana, che una volta traspariva ad esempio dai temi in classe, oggi non è più fattore di interesse, quanto invece lo sono le prestazioni oggettive e quantificabili e quindi facilmente valutabili, allora l’attenzione si è spostata dal processo educativo, che chiede “fammi vedere chi sei”, a “fammi vedere cosa sai fare”, dove il “fare”, come vuole il pragmatismo americano, ha soppiantato l’”essere”, di cui si prendeva cura l’educazione umanistica. A me questo pare un pessimo degrado degli obiettivi che si propone la Scuola. Non più educare le persone, ma valutare le capacità. Ma, come ci insegnava Platone, anche i malvagi hanno regole rigorose che non hanno nulla da invidiare alle regole su cui si regge una comunità. Quindi?

Il risultato sono i nostri giovani, della cui condotta non c’è genitore o Insegnante che non si lamenti. Forse sapranno fare tante cose, ma conosceranno se stessi? Sapranno qualcosa di sé? Come se la caveranno di fronte al dolore? Oltre che la scorciatoia del suicidio, conosceranno altre strategie? Sapranno amare anche quando la passione si attenua? Sapranno prendersi cura dei figli che avranno messo al mondo? Interiorizzeranno dei valori sociali o si limiteranno a quelli egoistici, individualistici, narcisistici? Avranno qualche ideale che non sia solo quello di realizzare i maggiori guadagni possibili o la miglior performance sociale? Avranno un’identità che non sia quella del ruolo a loro conferito dall’apparato di appartenenza? Sapranno commuoversi per le disgrazie altrui? Avranno una sensibilità per le condizioni della Terra, visto che un’altra Terra non è disponibile? Sono queste alcune domande a cui la cultura umanistica dava delle risposte, e da cui si esonera la cultura anglosassone delle competenze, che i nostri pedagogisti stanno introducendo a forza nelle nostre Scuole. E già si vedono gli effetti”.

Parole terribili, e tragicamente profetiche, temo. Verso questo precipizio ci guidano, appunto, i ‘moderni’ pedagogisti e i loro lacchè, i Ministri dell’Istruzione, in genere ignoranti e incompetenti, agenti di camarille politiche, che avrebbero potuto occuparsi di Scuola come di allevamento dei lombrichi: gli è capitata la Scuola, e bisogna pur portare a casa pane e companatico.

Potrei continuare per pagine e pagine, come purtroppo sa bene chi di Scuola si occupi, ma non ne vale la pena. Merita solo un cenno l’ultima uscita dell’attuale allevatore di lombrichi: la battaglia buonista e chioccesca contro i compiti a casa. Poverini, non sia mai che fatichino, che si stanchino, che comprendano, che imparino.

Gli studenti si sono prontamente adeguati a questa cultura dello sfascio.

La Scuola non viene più vista, così veniva considerata una volta, come una montagna da scalare, con fatica diuturna, con impegno, con sacrificio, passo dopo passo, orgogliosi dei progressi raggiunti e magari vergognosi delle proprie mancanze, fino a giungere al meritato Diploma, alla meritata Laurea.

No. Oggi voti, Diplomi, Lauree sono ‘diritti’, se ne ha diritto per il semplice fatto di frequentare le lezioni (quando non si sia impegnati con una canna, o uno shottino, o a cazzeggiare sullo smartphone); e per quei vecchi rincoglioniti di Insegnanti che non lo capiscono si procede a suon di sberle, pugni, sediate e denunce in Procura.

Forse una soluzione potrebbe essere quella che suggerisco da anni. Chiudere tutte le scuole e sostituirle con un Ufficio Scolastico Centrale dotato di una fotocopiatrice, che, una volta all’anno, mandi a casa degli studenti copia del Diploma. I suddetti, intanto, potrebbero ingannare il tempo con gli impegni di cui sopra. Tanto, chi se ne frega; e poi con la cultura non si mangia, si sa.

Questo – da così a peggio – è lo Stato dell’Arte della Scuola Italiana.

Io non ci sarò, tra cinquant’anni, ma ci saranno i nostri figli e i nostri nipoti, alcuni di loro siederanno in Cattedra. Chissà se sapranno che un’altra Scuola è esistita, che un’altra Scuola è possibile, chissà se troveranno il coraggio di ribellarsi e di ricostruire.

Vorrei far loro i miei migliori auguri, per il loro futuro, oltre che di Buon Natale, ma non so se me la sento.

Ad pejora, e spero di sbagliarmi …

Pubblicato da: giulianolapostata | 22 novembre 2018

SULL’OCCUPAZIONE DEL LICEO “T. TASSO” DI ROMA, 20/11/18

Il Comunicato degli Studenti che il giorno 20/11/18 hanno occupato il Liceo “T. Tasso” di Roma è, almeno per quanto mi riguarda, quasi totalmente condivisibile.

Tuttavia si rendono necessarie, secondo me, alcune considerazioni.

A Scuola si va per STUDIARE. Studiare: cioè acquisire gli strumenti per analizzare e decodificare la realtà e individuare i meccanismi che  la reggono. In una parola, capire il mondo e se del caso, successivamente, anche sovvertirlo.

Ma PRIMA è NECESSARIO acquisire gli strumenti atti allo scopo.

Del resto, Antonio Gramsci, che sarebbe difficile qualificare di reazionario, sul primo numero dell’Ordine Nuovo, il 1/5/1919, scriveva:

«ISTRUITEVI, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza».

Anche secondo lui, dunque, l’Istruzione viene prima dell’Agitazione e dell’Organizzazione, delle quali è elemento propedeutico e fondante.

Nessun ‘ignorante’ potrà mai essere un buon ‘rivoluzionario’.

 

 

COMUNICATO OCCUPAZIONE LICEO T.TASSO, 20/11/18

 

Oggi, 20 novembre, un gruppo di studenti e studentesse del liceo Torquato Tasso di Roma, in seguito ad una votazione svoltasi in una seduta del Collettivo Politico Tasso, ha deciso a maggioranza di voti di occupare la scuola.

Dopo numerosi e approfonditi dibattiti il corpo studentesco si è mostrato favorevole ad aderire alla piattaforma di protesta già seguita dai licei Mamiani, Virgilio, Socrate, Albertelli e Righi, con le loro occupazioni, in opposizione ai primi provvedimenti attuati dal governo insediatosi a seguito delle elezioni del quattro marzo.

In primo luogo, esprimiamo il nostro dissenso riguardo alle politiche economiche e sociali.

Ribadiamo ancora oggi con forza che il sistema configurato a scaglioni progressivi debba essere il tratto fondamentale del sistema di tassazione.

Ribadiamo anche energicamente come la Repubblica Italiana sia fondata, come si evince dal primo articolo della nostra Costituzione, sul lavoro e sulla dignità del lavoratore. Dignità svilita o addirittura cancellata da una forma di sussistenza sociale quale il reddito di Cittadinanza.

In secondo luogo dimostriamo il nostro dissenso al Decreto Scuole Sicure. Decreto che in malafede confonde la sicurezza nelle scuole con un controllo militare degli studenti. Tutto questo attuato al costo di investimenti molto onerosi che potrebbero essere indirizzati alla risoluzone dei veri problemi della sicurezza.

Una scuola è sicura quando non cade il cornicione, una scuola è sicura quando d’inverno funziona il riscaldamento: una scuola è sicura quando è in tutto e per tutto a norma.

Inoltre ci opponiamo con forza al Condono, ennesima manovra che finisce per nutrire una criminalità fin troppo presente nel nostro Paese. Esso stabilisce un prezzo alla legalità, permettendo ai più abbienti di agirarla con facilità e con il favore della legge. Riteniamo parimenti che si tratti di una “mazzetta” richiesta dallo Stato.

Ci schieriamo altresì contro alla demagogia del governo Gialloverde, che continuamente strumentalizza e demolisce la solidarietà umana, trasformando in criminali coloro che cercano di dare dignità a tutti. Dignità alla vita di migranti, esseri umani, che, fuggendo da guerre, povertà, fame, passano poi come capri espiatori di tutti i mali del Paese. Esprimiamo quindi la nostra vicinanza al sindaco Mimmo Lucano, ed al centro Baobab (come alle altre strutture occupate prese di mira dalla “Giustizia”).

Con questo atto forte e deciso gli studenti vogliono dimostrare, oltre che la loro coscienza politica, il proprio dissenso alle politiche esecutive portate avanti dal governo ed in particolare dal Ministero degli Interni.

Con quest’occupazione noi studenti del Tasso, intendiamo lanciare un appello allo Stato, ai cittadini e a noi studenti stessi:

Riteniamo infatti che il cambiamento sia nel dare dignità al lavoro, nel rendere valore alla vita umana, nell’investire sull’efficienza delle strutture sanitarie, e dei trasporti: il cambiamento è nell’investimento sulla Scuola Pubblica.

Durante il periodo di occupazione verranno offerti agli studenti assemblee politiche e corsi sulle materie d’indirizzo, tenuti da studenti universitari e da professori. Allarghiamo inoltre l’invito ai docenti del liceo Tasso, ad aderire alla nostra azione. Essi darebbero spessore alla protesta con le loro lezioni aperte a tutti gli studenti. Non intendiamo infatti questi giorni come un buco di tempo in cui riposarci, vediamo al contrario quest’occupazione come una piattaforma in cui noi studenti possiamo portare avanti un discorso di contestazione fondata sullo scambio tra di noi e sulla cultura portataci dai docenti.

Pubblicato da: giulianolapostata | 18 agosto 2018

Giustizia sommaria

‘Giustizia’, chiedono oggi tutti, e credo con animo onesto, dopo l’infamia di Genova.

“Non possiamo aspettare i tempi della giustizia penale”, ha detto il Presidente Conte, e il suo cuore vibrava di sdegno sincero.

“Non voglio sentir parlare di limiti di alcun genere”, ha detto il Procuratore di Genova, trattenendo a stento la rabbia.

Ma io temo che, in fondo al cuore, tutti purtroppo sappiano che, anche questa volta, non pagherà nessuno.

Del resto, stiamo già vedendo come andrà a finire. Dopo le melense dichiarazioni delle prime ore, la Società Autostrade ha subito ritrovato coraggio. Invece di regalare almeno un milione di euro ad ogni famiglia delle vittime, invece di regalare un appartamento nuovo ad ogni famiglia sfollata – per carità: non splendido come quello che Renzi si è appena comprato a Firenze, coi 18.000€ che ha sul conto corrente. I poveri devono stare al loro posto – subito dopo ha dichiarato che se verrà revocata la concessione vogliono comunque tutto quello che gli spetta fino alla fine della concessione medesima: una valanga di miliardi che nemmeno riesco ad esprimere.

Oppure – hanno detto – sono pronti a ricostruire il ponte in cinque mesi. Cinque?! Li aiuteranno di notte i buoni folletti?!

Lo sappiamo, come andrà a finire.

E allora vengono in mente bizzarri pensieri, fuori dal mondo, fuori dalla Storia. E ci si chiede se sia ‘giusto’ un sistema di governo – la ‘democrazia’ – che consente questo. E si comincia a sognare.

Niente pena di morte, per carità. ‘Una vita per una vita’ è comunque una bestemmia, quando una vita – anzi: quarantuno – è già abbastanza, anche troppo. Anche se, certe volte, la mano prude, e corre alla pistola, come diceva quel tizio.

Ma, proviamo a sognare … Cos’avrebbe fatto un Monarca assoluto, in una simile situazione? Cos’avrebbe fatto un Luigi XIV?

Chissà. Magari sarebbe andato a cercare le famiglie del progettista, le famiglie del costruttore. E con un tratto di penna, senza alcun processo (“L’état c’est moi”: lui se lo poteva permettere …), avrebbe confiscato ogni loro bene, così che si trovassero padroni solo dei vestiti che hanno addosso, e la sera, per mangiare, fossero obbligati a mendicare, e per dormire dovessero andare sotto un ponte, sempre sperando che non crolli.

Sarebbe giustizia questa? No? Sì? È giusto che i figli paghino per le colpe dei padri? No? Sì?

Oppure è giusto che non paghi nessuno? No? Sì?

Ed altri cupi pensieri affollano la mente.

Forse abbiamo sbagliato tutto. “Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione: il cielo stellato sopra di me e la Legge Morale dentro di me”, scrisse Immanuel Kant. Lo scriverebbe ancora, dopo il genocidio degli Amerindi, dopo la Shoah, dopo l’infamia di Genova, e della Thyssen, e di Viareggio, dopo gli schiavi nei campi di pomodori, eccetera eccetera? E noi: ci abbiamo creduto per secoli, ma lo crediamo ancora?

L’uomo nasce buono per natura, la società lo rende cattivo’, ha scritto Jean-Jaques Rousseau. È così? O aveva ragione Thomas Hobbes, quando affermava che l’Uomo è naturalmente cattivo, e che la Società serve a contenerne e regolarne le pulsioni malvage, che altrimenti si scatenerebbero senza alcuna remora?

È con terribile amarezza – soprattutto alla mia età – che vien da chiedersi se invece non avesse proprio ragione Hobbes.

Guardandoci intorno, abbiamo l’impressione che l’Uomo eviti – a volte! – di commettere il Male non sotto l’impulso di qualche Legge Morale, ma unicamente per timore delle punizioni che glie ne potrebbero venire. Punizioni che, peraltro, l’Uomo sa benissimo essere spesso lente, improbabili, lontane, modificabili, per cui cerca sempre di barcamenarsi, sapendo che i cattivi e i furbi alla fine vincono, i buoni perdono. E non occorre nemmeno andare a Genova, o ad Auschwitz, per rendersene conto. Per rendersi conto di come la stragrande maggioranza della gggente interpreti la ‘democrazia’, basta andare in un parcheggio, e vedere quanti fermano tranquillamente la macchina sugli stalli riservati ai disabili. Tanto, chi mi vede? E se mi vedono, quando mai arriva una multa? E comunque, in sostanza, chi se ne frega dei disabili? Cazzi loro, come ha scritto su un cartello un tipo tempo fa, proprio in un parcheggio. E se provi a farglielo notare ti mandano con tracotanza affanculo: ma che cazzo vuoi, chi cazzo ti credi di essere, cosa credi, di essere il Ministro della Giustizia? Il Re? Appunto …

Eccetera, eccetera. Brutti pensieri, che avvelenano la mente, quando forse i morti non sono ancora stati scavati tutti, quando ascoltiamo promesse – forse sincere – che però dubitiamo vengano mai mantenute, quando ancora una volta contiamo le vittime del profitto.

Solo violenza aiuta dove violenza regna”, ha scritto Bertolt Brecht. Ma allora, è così che bisogna fare?

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