Pubblicato da: giulianolapostata | 16 gennaio 2018

“Chiù pilu per tutti!”

Siamo in campagna elettorale, e i partiti italiani – in particolare la Sinistra (non ridete, per favore: si autodefiniscono ancora così …) – come da manuale, danno il peggio (cioè il meglio) di sé.

Passato (ma mica tanto) il tempo del chilo di pasta e della scarpa destra di lauriana memoria, oggi parliamo di soldi.

‘Via il Canone RAI’, proclama Renzusconi, dimenticando di quando, l’altro ieri, ha inserito questo balzello nella bolletta Enel, obbligando praticamente tutti a pagarlo, anche se non possiedono una TV (ho un amico che da allora ha speso una fortuna in raccomandate cercando di convincere chi di dovere che lui la TV l’ha buttata dalla finestra vent’anni fa. Inutilmente: sta ancora pagando).

Ora tocca a ‘Libera e Bella’, che ha promesso l’abolizione delle tasse universitarie, trascurando di dire come, in tal caso, potrebbero sopravvivere le già disgraziatissime Università italiane (ed evitando invece di proporre una riforma equa e ‘democratica’ di quest’altro iniquo balzello).

Come al solito ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere.

Adesso aspettiamo che Cetto La Qualunque riproponga il suo slogan “Chiu pilu per tutti”: sarà accolto entusiasticamente da milioni di Italiani, e lo farà trionfare alle elezioni.

Lo so, c’è da vergognarsi a vivere in questo Paese, ma non ci possiamo fare niente. Se non una cosa: il 4 marzo fare in modo di cacciar via questa genìa dal Parlamento. L’ho detto e lo ripeto: CHIUNQUE vinca le elezioni, difficilmente potrà far peggio di loro.

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Esce in questi giorni in traduzione italiana, dopo quella in Ungherese dall’originale in Esperanto, questo bel romanzo di due miei carissimi amici. Edito dal tedesco Zambon (http://www.zambon.net/index.php?id=48), è distribuito in Italia da Messaggerie (http://www.messaggerie.it/distribuzione-libri/messaggerie-libri).

Trascrivo di seguito la prefazione di Luiza Carol, augurandovi buona lettura!

 

                                              PREFAZIONE                                                        

 

Libazar e Terra: due mondi che contengono insieme elementi utopici e distopici. In entrambi troviamo idee in sè positive ma realizzate in maniera così esagerata e folle da trasformarle in fanatismi, a volte ridicoli, a volte tragici. Si oscilla fra razionalità e delirio.

Dal sottotitolo “sonata a quattro mani in due tonalità” apprendiamo che si tratta dello scritto comune di due autori, entrambi musicisti, Julia Sigmond ungherese, e Sen Rodin italiano (1) Sulla dichiarata forma di sonata e sulle due tonalità è opportuno fare qualche considerazione dato che queste espressioni metaforiche esprimono perfettamente l’originale struttura dell’opera.

Fin dalle prime pagine si nota l’intreccio di due serie di eventi: la prima ha luogo su Terra, la seconda su Libazar, pianeta gemello di un’altra galassia. Alcuni dei personaggi viaggiano da un mondo all’altro, influenzandone gli eventi. Nel capitolo 41 appare il terzo scenario: il Sottosuolo di Libazar, retto dai robòtidi (discendenti dei robot). Il capitolo di 20 pagine può eventualmente essere letto come un racconto a sè stante: il libro sarebbe abbastanza compiuto anche a prescindere da questo capitolo – gli autori suggeriscono di saltarlo ai lettori che detestano i robot. Ma sarebbe per loro una grave perdita: proprio questo frammento approfondisce il significato dell’opera che appartiene sia alla fantascienza moderna, sia all’utopia classica.

La struttura del romanzo ricorda quella della forma sonata dei compositori classici. Solitamente questa struttura presenta tre temi  (A B C). Se consideriamo i tre blocchi di eventi del romanzo come i tre temi di una sonata classica (A=Terra, B=Libazar, C=Sottosuolo), notiamo che prima del capitolo 41 i temi A e B si susseguono 11 volte, con  diverse variazioni. Dopo il 41 gli stessi due temi si alternano 6 volte con altre variazioni. L’opera termina con il tema A, cioè su Terra. Possiamo perciò parlare di forma sonata con variazioni e descriverne così la struttura:

 

(AB x 11) C (BA x 6)

.

Ora consideriamo le due  tonalità. Una prosa di tipo fantascientifico presenta gli eventi  sulla  superficie di  Libazar  ( A ) e  nel  suo  sottosuolo  ( C ).  Libazar  è un  mondo utopico che rispecchia il  nostro, narrato attraverso  descrizioni  divertenti, talvolta satiriche, talvolta grottesche. Il  romanzo infatti non è solo fantascienza ma appartiene a pieno titolo al filone letterario utopico e di critica sociale (“Utopia” di T. Moro, “Città del sole” di T. Campanella, “I viaggi di Gulliver” di J.Swift, “Il mondo nuovo” di A.L.Huxley, “1984” di G. Orwell, “Noi” di E. Zamjatin, ecc.) La vita su Libazar può apparirci da un lato migliore della nostra, da un altro lato peggiore. In ogni caso gli autori ci offrono, attraverso il loro humor, vasta materia di riflessione.

Invece gli eventi terrestri ci vengono offerti sia in frammenti realistici-romantici degni di un buon romanzo classico, sia in frammenti scritti secondo le tecniche dei moderni  romanzi

 

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1 – Il romanzo  è  stato  scritto  in  lingua  internazionale  esperanto: la lingua famigliare dei due coniugi

Julia Sigmond  ungherese e Sen Rodin italiano – nella  quale  parlano  e  scrivono  da  60-77 anni.  E’

stato pubblicato in esperanto nel  2013 a  New-York  (“Libazar’  kaj  Tero” ed. MONDIAL), e nel

2016  a  Cluy-Napoca  nella  traduzione  ungherese  (“A  Libzár  és  a  Föld,  ed. EXIT).    E’  in

preparazione la  traduzione in rumeno.

“Sen Rodin” è lo pseudònimo letterario di Filippo Franceschi.

 

psicologici/psicanalitici: monologhi, memorie  presentate in forma epistolare, sogni  poetici che  rivelano gli strati  mentali  più  profondi dei  protagonisti. Le due  tonalità  si alternano fino all’ultimo  capitolo, scritto  nella  tonalità   realistica.  Nelle  sonate il finale  decide  la  tonalità dominante della composizione; dunque la  tonalità realistica-romantica  lascierà nel lettore l’impronta più durevole.

Terminata  la  lettura  ho  immaginato  una  serie  di  brevi  film  ispirati  dal  romanzo:  i libazariani  presentati  come  pupi, i  terrestri come attori. Nel  romanzo  appaiono  anche  le silànvere: esseri  femminili  incantevoli, di  origine  extragalattica,  simili  a  fate  o   angeli .   Nei  film  apparirebbero  come cartoni animati semitrasparenti. Con una regia di questo tipo  si  potrebbe immaginare che l’intero Libazar esista solo nei sogni di Kleja: la organista ricca di  sogni,  il  cui  ritratto  risulta  particolarmente  vivo  nel   romanzo  grazie  ai  numerosi frammenti di realismo psicologico/psicanalitico.

Questo romanzo ha in sé una forte potenzialità educativa. Può essere considerato un  grande romanzo educativo. Mentre i terrestri si interessano dei vari aspetti della vita su Libazar e li commentano, anche i libazariani  si interessano vivamente delle condizioni di vita dei terrestri. Grazie a questo schema gli autori arricchiscono lo scritto con considerazioni etiche, informazioni, consigli di “vita sana”, ricette, ammonimenti, critiche … il tutto condito da un pungente, costante tono umoristico. Come esempio cito la seguente conversazione  fra  la silànvera Eluana e la libazariana Guardiana di Ponte Sarida:

 

Eluana – Dama Sarida, da decenni vivo su Terra e devo confessare che del “theremin” non

ho mai sentito parlare! …

Sarida  – Cara silànvera Eluana, non mi meraviglio affatto. Spesso i terrestri ignorano i veri

valori del loro pianeta. Per esempio quasi tutti ignorano il “Poema di Utnoa”: una

delle più geniali epopee galattiche conosciute. Davvero ha ragione il proverbio di

un antico popolo terrestre: “Nemo propheta in patria

 

Condivido  con  Sarida –  e  con  gli  autori –  il  loro  entusiasmo  per il capolavoro del  catalano   Abel   Montagut  “Poemo  de  Utnoa” (Vienna, 1993);  e  ho  appena  scoperto il fascino  del  theremin,  uno  dei  più  stupefacenti  e  godibili  strumenti  musicali inventati dall’uomo.

La lettura di questa “Sonata a quattro mani in due tonalità” è stata per me un’esperienza di valore che ha arricchito la mia mente e la mia fantasia. –

Luiza Carol  (1)

 

 

 

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1 – Luiza Carol: scrittrice israeliana di origine rumena, giornalista, traduttrice, interprete, insegnante

di inglese e di pianoforte.

Pubblicato da: giulianolapostata | 29 dicembre 2017

Giù le mani da Alce Nero

Una delle più viscide caratteristiche della Chiesa Cattolica è il concetto di ‘perdono’, col quale ricorrentemente essa cerca di sciacquarsi la coscienza dagli innumerevoli delitti che hanno contrassegnato la sua Storia. Tra i tanti, la sua partecipazione attiva al genocidio ed etnocidio dei Nativi americani.  Per citare un solo documento, basta leggere la Brevisima relacion de la destruicion de las Indias, di Bartolomé de las Casas (Oscar Mondadori), un frate domenicano sbarcato ad Haiti nel 1502, per rendersi conto della responsabilità diretta ed indiretta che la Chiesa ebbe nello sterminio.

Nel Nord America, fu la cultura cristiana protestante a farsi carico della strage; tra i moltissimi documenti, meritano certamente una lettura, a questo proposito, i libri di Domenico Buffarini (https://www.unilibro.it/libri/f/autore/buffarini_domenico). Definiti barbari e adoratori del Diavolo, gli Indiani d’America vennero quasi cancellati dal loro territorio ancestrale: si calcolano almeno 114 milioni di morti in poche centinaia d’anni.

Oggi tocca a loro godere del perdono cristiano, perché la Chiesa ha deciso di elevarne uno agli altari, il capo Lakota-Sioux Hehàka Sàpa, conosciuto come Alce Nero: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Primo-santo-pellerossa-americani-avvio-iter-per-Alce-Nero-Da-vescovi-ok-a-processo-capo-Sioux-ec570c72-a6f0-461f-baa4-a94a4c6b8f11.html.

Naturalmente, chiunque abbia studiato la Storia degli Indiani Nordamericani – e abbia letto il bellissimo “Alce Nero parla” di J.G. Neihardt, Adelphi Edizioni – sa benissimo quanto la visione del mondo cristiana fosse assente dalla cultura di Hehàka Sàpa, nonostante il tragico ‘lavaggio del cervello’ che gli venne imposto negli ultimi anni della sua vita.

Ma tant’è: al ‘perdono’ cattolico sempre si accompagna lo ‘arruolamento’, tendente a far sembrare il soggetto quel che non è mai stato e a creargli un passato cristiano che non gli è mai appartenuto.

Dopo il delitto, dunque, la vergogna e l’insulto. Non ci sono parole per stigmatizzarli, né vale la pena di spenderne altre.

Seduto accanto a Wakan Tanka, Alce Nero ride di queste miserie, e noi, pur piangendo la tragedia del suo Popolo, ridiamo con lui.

 

Pubblicato da: giulianolapostata | 29 novembre 2017

NON LEGGERO’ PIU’ “LA REPUBBLICA”: ECCO PERCHE’

Questa è la lettera che ho spedito oggi al Direttore di Repubblica. La rendo pubblica in nome del diritto ad una stampa obiettiva, ‘sociale’ ed autenticamente democratica.

 

Gentile Signor Direttore,

ho atteso alcuni giorni prima di scriverLe, così da essere sicuro e convinto delle mie impressioni, ma credo che ora sia venuto il momento di farlo.

Il tema è, ovviamente, il ‘nuovo corso’ di Repubblica, il quale, almeno per quanto mi riguarda, è inaccettabile, tanto da avermi indotto a decidere di non rinnovare l’abbonamento al momento della prossima scadenza. Cercherò di spiegarGliene le ragioni il più brevemente possibile.

La ‘nuova’ Repubblica, come ha scritto sul Web un mio amico, giovane ed intelligente giornalista vicentino, ‘rimanda alla Rete chi abbia bisogno di notizie, riservando il giornale a commenti e riflessioni’ (cito a memoria).

Ora, vede, Signor Direttore, io ho 67 anni. Nella mia ormai molto lunga vita ho praticato moltissimi giornali. Cominciai a 13 anni col Corriere della Sera, e poi L’Unità, il Giorno, Paese Sera, Lotta Continua, il Manifesto, Potere Operaio, il Gazzettino, il Giornale di Vicenza, la Repubblica (fin quasi dagli inizi) … Spesso due o tre insieme (una volta non c’erano i computer a farci perdere tempo…), e sicuramente ne ho dimenticato qualcuno.

In tutti questi anni di letture ‘analitiche’ mi sono formato una convinzione: che la sezione più importante e significativa di un quotidiano non sia quella delle analisi politiche, e nemmeno quella culturale. Secondo me, la sezione più qualificante di un quotidiano è quella della cronaca, addirittura quella della cosiddetta cronaca nera.

Chi ha ucciso chi e perché, e magari anche come; chi ha derubato chi e perché; cosa gli ha rubato; dove abitava; che lavoro faceva; che titolo di studio aveva; chi erano i suoi genitori e che lavoro facevano; che titolo di studio avevano; dove abitavano; che condanna ha avuto eccetera eccetera. Niente, nessuna analisi, nessuna riflessione fornisce, come invece fanno questi dati, una radiografia oggettiva, veridica e ‘parlante’ della società. Il migliore dei giornalisti potrà ragionarvi sopra e proporre ai lettori le sue (sue, personali) conclusioni: ma il lettore potrà indagare e capire la realtà solo dai ‘fatti’.

Ecco, Signor Direttore, questo è quello che non esiste più nella ‘nuova’ Repubblica: i ‘fatti’. Il Lettore si trova a fluttuare in una bolla di – peraltro molto intelligenti – analisi, riflessioni, collegamenti, confronti, indagini, paralleli, ragionamenti eccetera: ma la ‘realtà’, salvo rare eccezioni, è assente. Certo: percepisce che tutto ciò si riferisce a ‘qualcosa’: ma spesso non gli è facile definire con precisione ‘cosa’, e se vuole sapere cosa ‘succede’ (appunto: ‘fatti, non parole’. Mi par di ricordare, ma cito a memoria, che uno dei comandamenti del giornalismo americano degli anni ruggenti fosse: ‘Chi-Cosa-Quando-Come-Dove-Perché’. Ha presente “Deadline”, R. Brooks, 1952?) nel mondo o fuori dalla porta di casa sua, quel qualcosa deve andare a cercarselo altrove: come ha detto il mio amico, magari appunto sul Web; o in un settimanale. Ma né l’uno né l’altro, Signor Direttore, sono un ‘quotidiano’,

Cosa trova, invece, il lettore della ‘nuova’ Repubblica? Pagine e pagine di pesanti ‘colonne di piombo’, che, complici anche la grafica piatta e spenta, quasi fanno venire in mente le famigerate e plumbee paginate della Pravda; severe, concettose e soprattutto interminabili analisi che dividono i capelli in sedici; articoli cattedratici, accademici, verbosi e prolissi, spesso inutilmente eruditi, a volte fastidiosamente saccenti; un deserto, insomma, mortifero, sonnifero e noioso, che induce quasi subito a lasciar cadere il giornale dalle mani. Chi cerca la ‘realtà’, i ‘fatti’, si trova senza ossigeno.

Quando poi quella ‘realtà’ si vuol farla rientrare nel giornale, allora si ricade nello stesso errore: quattro (diconsi quattro!) pagine su Igor sono una mazzata difficile da reggere.

Questo non è un ‘quotidiano’, Signor Direttore. Se voglio analisi e commenti mi compro un settimanale, o un mensile: ce n’è di bellissimi ed anche molto più ‘ariosi’ e al tempo stesso perfino più ’profondi’ e analitici. Ma un quotidiano – secondo me, naturalmente – DEVE essere un’altra cosa, perché la sua NATURA è costituzionalmente ‘altra’.

Tutto qua, e sono stato abbondantemente verboso anch’io. Me ne scuso, ma prima di abbandonare un giornale che leggo da quasi quarant’anni, volevo dire la mia.

Buon lavoro a tutti voi, e tanti auguri.

 

Pubblicato da: giulianolapostata | 29 novembre 2017

BUON NATALE A TUTTI, ANCHE AI ‘SODOMITI’!

Bloccato a letto da una caduta, ho pensato di dedicare questi giorni di immobilità forzata a prepararmi ‘spiritualmente’ al Natale, e mi son fatto tirar fuori dalla biblioteca un libro che tenevo lì da vent’anni, senza averlo mai letto: F. Grisi, “Il Natale: storie e leggende”, Newton Compton, 1997.

Prima di tutto, un’osservazione di carattere filologico. Il volume consiste in un’ampia antologia di brani sul Natale tutti di autori italiani, senza però che mai, di nessuno, venga indicato il testo da cui è tratto, la data, l’edizione: dati che, come ognuno sa, sono necessari per conferire validità documentale a qualsiasi antologia, rendendo perciò il libro totalmente inattendibile da un punto di vista scientifico.

Ma lasciamo perdere, e veniamo ai ‘sodomiti’, poverini.

A pag. 49 del volume si trova un brano di Jacopo da Varagine, frate domenicano morto nel 1298. Come ho detto, non ne viene indicata l’origine: possiamo supporre la “Legenda Aurea”, la sua opera più celebre, o la “Invenzione della Santa Croce”, o magari anche i “Sermones Quadragesimales”; lascio ai lettori il piacere dell’indagine.

Quel che preme a me è riportarne un breve estratto.

Dopo aver riferito di vari ‘prodigi’ che avrebbero accompagnato la nascita di Gesù, comuni a tutto il folklore europeo – vigne che danno grappoli, animali che si prostrano adoranti, fontane che buttano olio – il buon Jacopo ci racconta che “Anche per mezzo dei sodomiti si manifestò la nascita di Cristo”. E sapete come?! Sì, “perché tutti morirono in quella notte”. Che commovente manifestazione d’Amore! Che meravigliosa espressione di Spirito Natalizio! E continua il Nostro: “Come dice S. Girolamo: ‘È sorta una splendida luce ed ha ucciso tutti coloro che erano immersi nel vizio’. Aggiunge S. Agostino: ‘Dio vide nella natura umana un vizio contro natura e quasi esitò ad incarnarsi”.

Serve altro? Servono commenti? No, credo di no. Da più di duemila anni, questo è l’insegnamento del Cristianesimo (si ammettono deroghe solo nel caso di preti pedofili, perché, come dice sempre un mio amico ferocemente anticlericale, ‘nulla in Natura è più elastico della coscienza di un cristiano’).

Ma io, che cristiano non sono, vorrei augurare Buon Natale a tutti. Ai ‘sodomiti’ (giuro che ogni volta che uso questo termine mi rivolto dalle risate); agli eterosessuali; a chi si tromba le pecore e le galline (purché adulte e consenzienti!). A chiunque. In nome dell’amore, della libertà e del rispetto.

Magari, nella prossima edizione della Buona Novella, un’aggiunta in questo senso si potrebbe fare, che ne dite?

Buon Natale a tutti, di tutto cuore.

 

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