Il libro

Copertina del libro

«Nessuno dice ‘ti voglio bene’ come lo dice un bambino. Nessun ‘grande’, come li chiamano loro: di sicuro. Un bambino è diverso, è un’altra cosa. Un bambino ti vuol bene, e basta. Un bambino non ti chiede niente in cambio».
Parte da qui il racconto di Giuliano Corà, maestro elementare per missione e non per lavoro, perché «nessuno, per lavoro, potrebbe sopportare tutti i giorni la presenza di venti o venticinque affarini urlanti che ti tormentano continuamente coi bisogni più assurdi».
L’Autore ci consegna in 18 brevi e gustosissimi capitoli un distillato della sua lunga esperienza sul campo con i bambini, offrendoci nel contempo uno spaccato della società italiana di ieri e di oggi vista dal punto di vista privilegiato della scuola, luogo per eccellenza dove il passato (i genitori e gli insegnanti) e il futuro (i bambini) si incontrano, e spesso si scontrano. È il racconto della vita quotidiana in una scuola elementare, di un mondo fatto di cose e situazioni all’apparenza minute ma che in realtà sono grandi per i piccoli protagonisti che le vivono e per il loro maestro, fattosi a sua volta piccolo per «innalzarsi al livello dei bambini». Si leggono d’un fiato queste storie commoventi, divertenti, a volte velate di tristezza ma sempre ricche di speranza: c’è Lucy, ghanese, di cui si racconta dormisse per strada con la madre, appena arrivata in Italia; c’è Paola, ‘patologicamente’ allegra, che è contenta anche quando la si rimprovera; e poi Slobodan, educato dal padre al rispetto di Dio e del maestro e Lidia, bimba cinese dalla memoria di ferro, pronta in ogni occasione a cogliere in castagna il povero insegnante.
Storie che si rincorrono e intersecano offrendoci con un sorriso il quadro della realtà scolastica italiana e dei suoi problemi legati alla burocrazia, all’integrazione culturale e linguistica, alla cronica carenza di fondi, al nostro essere genitori ed educatori.

Ti voglio bene maestro!
di Giuliano Corà
Angelo Colla Editore
formato 14×21, 112 pagine, brossura cucita
Isbn: 978-88-89527-70-2
Prezzo: 9,90 Euro
pagina del catalogo on-line

ALCUNI COMMENTI

Gentile Maestro, adesso che ho letto il Suo libro  posso dirle che é stata una lettura davvero piacevole. Se è vero che “non si vede bene che con il cuore”, Lei di cuore con i suoi bambini ce ne mette proprio in abbondanza e per loro “l’essenziale” è sempre perfettamente visibile.  Molti complimenti e auguri sinceri.

(la madre di un’allieva – Vicenza, 15/10/11)

Ho comperato stamani il tuo libro, l’ho letto d’un fiato, l’ho terminato un secondo fa e, asciugandomi una lacrima di commozione, ti sto scrivendo. Mi sono fatta qualche risata e ho versato, come ti dicevo, qualche lacrima. Fa bene al cuore leggere ogni tanto queste cose. Dobbiamo tenere duro: l’educazione, la cultura, l’amore per i bambini sono l’unica arma che abbiamo per lottare contro il declino.

(una collega – Vicenza, 17/10/11)

Ciao Giuliano. Ti scrivo innanzitutto per farti tantissimi complimenti per il tuo libro, che ho trovato veramente delizioso! Pieno di umanità, di tenerezza, di ironia… L’ho letto tutto d’un fiato, e l’ho passato subito alla mia ragazza, che l’ha trovato ugualmente godibile e toccante. Bel lavoro! Si percepisce chiaramente il tuo amore per il lavoro (o missione?) che fai e per gli “affarini” che ti ritrovi intorno tutti i giorni. In libreria abbiamo bruciato il primo arrivo e stiamo aspettando il rifornimento, e alcuni clienti hanno già espresso il loro apprezzamento. Bravo! Ti saluto, e ancora tanti complimenti. Ciaociao!

(un amico commesso in una libreria – Vicenza, 18/10/11)

Gentile Maestro, quando ho letto il Suo libro, le Sue parole mi hanno illuminato i pensieri, e questa non è una frase poetica. Vi ho trovato l’ importanza del Verbo e il suo potere! È  una discussione filosofica, dall’antichità – Aristotele, Platone – fino ai pensatori della nostra epoca. Il titolo del Suo libro è già importante per la parola magica che contiene: Maestro! Il lettore si immedesimi negli impulsi che genera la parola ‘Maestro’!  Prima suoni, ricordi, sensazioni, immagini, situazioni vissuti nella propria scuola. Poi il genitore vede il proprio figlio e si emoziona. Pensa e  prova con umiltà di riuscire a migliorarlo. Con la ‘semplicità’ delle sue parole Lei ci eleva per un istante e ci fa vedere com’è la scuola ‘dall’alto’, attraverso gli occhi di un maestro speciale che crede all’insegnamento e guarda il bambino come unicità. Con rispetto.

(la madre di un allievo – Vicenza, 19/10/11)

Oggi ho finito il libro. E’ molto delicato e piacevole. Condivido molto di quello che scrivi perché sono anch’io insegnante e vivo situazioni simili alla tua. Vorrei che lo leggessero tutti i maestri del mondo perché li farebbe riflettere. Mi chiedo quante altre storie avresti potuto scrivere e il motivo per cui ha scelto queste piuttosto che altre. E’ bello immaginare il microcosmo che crei con i tuoi alunni e io che lo conosco un po’ attraverso mio figlio ora mi rendo conto che avrei dovuto prenderlo più sul serio quando meditava una settimana per decidere se regalarti una sorpresa dell’ovetto Kinder. Io gli dicevo: ma lascia stare, cosa vuoi che gliene freghi al maestro delle sorprese. Bravo Giuliano. La tua sembra una vita invidiabile per la tua capacità di godere ancora di gioie infantili. Anche per me è così. Ciao.

(la madre di un allievo – Vicenza, 30/10/11)

Caro Giuliano,
desidero farti le mie congratulazioni per il tuo libro Ti voglio bene maestro!
Per chi ama la scuola e non la vive solo come un lavoro e una fatica, per chi è convinto che sia centrale nella società democratica, per chi la difende dagli ignoranti e dagli affaristi senza scrupoli, è un altro, necessario, mattone per restaurare l’edificio a noi caro: la scuola italiana.

(una blogger italiana – Milano, 1/11/11)

W la scuola! La scuola così come la vivono maestri come Giuliano Corà!

Giulia Alberico

(inviata da G.A. a Fahrenheit dopo l’intervista che mi è stata fatta nel pomeriggio del 31/10/11)

Ciao Giuliano.

Ho appena finito di leggere (cioè rileggere perché l’ho fatto due volte: una per gustarmelo, una per appropriarmi di alcune perle di saggezza) il tuo libro.

Beh, che fossi capace di scrivere non ne avevo dubbi, ma caspita! La tua non è capacità di scrittura, bensì arte di dar musica alle parole, di dar vita alle frasi, di far vedere, oltre che ascoltare, le persone, le situazioni di cui hai narrato.

Ma poi permettimi!

In un punto ti chiedi che cosa hai fatto per meritarti tanto amore!

Beh, la risposta sta tutta in quello che hai scritto, nell’amore, nella sensibilità, nella passione, nella dedizione, che traspare dal tuo libro.

Sta in ciò che scrivi fin dalle prime righe del tuo libro dove fai brillare il tuo concetto dell’insegnare e, come tale, il tuo essere un insegnante: uno che trasmette il gusto del sapere, la gioia di scoprire. Sapessi quanto ho odiato al liceo e, peggio, all’Università chi, invece di “addestrarmi alla ricerca”, mi ha obbligato a “imparare” ciò che lui (o lei) considerava importante ricordare ai fini del conseguimento di un “bel voto”.

E quanto odio ora (che mia figlia fa la prima elementare) il VOTO!!! Che senso ha giudicare un bimbo con un numero?! Che senso di competizione (per me malsana), di confronto si instaura in bimbetti che dovrebbero avere solo il gusto di stare a scuola per imparare tutto quello che permetterà loro di acquisire indipendenza, autonomia, libertà?

Me li hai fatti gustare e me li porterò nel cuore i vari Franco (con le sue emozioni), la mamma di Virginia (“lei sta insegnando a pensare”), Guglielmo (non era il suo caso, ma “si può essere primi della classe ma navigare in una spenta e normale diligenza”), Ilaria (attenta ma non in modo convenzionale).

E mi hai fatto sorridere e intenerire con … lo scambio delle sorpresine …

Giuliano … ci sono mille motivi per cui ti amano e  mille motivi per cui puoi essere orgoglioso di te.

Vedi, nel mio lavoro incontro molte persone, molte storie, molte vite. Alcune mi rattristano per la povertà del cuore e della mente, altre mi inorridiscono per la freddezza e disumanità, ma altre … ringrazio per la fortuna di averle incontrate, perché senza quegli incontri sarei una persona decisamente più povera.

E tra queste vite inserisco anche la tua.

Grazie

(un’amica medico – Vicenza, novembre 2011)

Caro Giuliano, era proprio vero: il tuo libro va giù come un bicchier d’acqua, forse perché tratti un argomento apparentemente facile, anche se quando si parla di ‘materiale umano’ di facile e di scontato non c’è mai nulla.

Ribadisco quanto ti ho detto: chi ti conosce non può stupirsi né del tuo libro né di come tu ti relazioni con gli altri anche se così piccoli. Tu hai capito perfettamente che se un bambino viene stimolato da subito nel pensare e nel riflettere, con ogni probabilità sarà nel suo percorso di vita una persona più attenta e ovviamente meno influenzabile da un pensiero unico, cosa che per molti è l ‘atteggiamento più facile per sentirsi accettati dagli altri.

Mi rendo conto di contraddirmi, ma a volte vorrei che su molti temi imperasse un pensiero unico, come sul tema della pace, del lavoro, dell’ immigrazione e via dicendo.

Ma tornando al tuo lavoro, da come lo descrivi lo si potrebbe definire una ‘terapia benefica’, dato che ieri in un tuo passaggio hai parlato di un malessere del vivere che poi, grazie all’incontro con queste ‘piccole pesti’, si dissolve magicamente. Mi vien da dire quanto tu sia stato fortunato a scoprire un ‘attività di questo tipo, e dico ‘scoprire’ perché sono convinto che anche per te sia stata una sorpresa nel vedere quanto di buono ci sia in questo lavoro, cosa che ritengo impossibile da capire solo a livello teorico, d’altronde come tutte le attività umane.

Quindi, che dire ancora? Ti rinnovo i miei complimenti per un libro ben fatto e colgo la vicinanza delle festività per fare a te e a tutta la tua famiglia i miei più sentiti auguri, ovviamente laici.

(una coppia di amici – Vicenza, 3 /12/11)

In via eccezionale inserisco col nome e cognome dell’autore questa speciale ‘recensione’ al mio libro. Lo faccio perché Francesco, studioso e fine scrittore, è un ‘vecchio’ amico, perché gli voglio bene, e perché le sue parole sono sagge e belle. Di esse, e della sua stima, lo ringrazio di cuore.

“Che bel libro hai scritto! Apparentemente leggero, ridanciano anche, da farci una risata su e metterlo da parte. Invece no: circola in queste pagine una concezione esistenziale della vita, propria non solo del Maestro, che dà senso al libro. E allora capiamo che il libro va letto attentamente, soprattutto nelle domande che implicitamente si pone senza risposta: ‘Ma che ci faccio qui? Capiranno gli alunni quello che dico? Che cosa resterà loro?’.

Il Maestro insegna, ma nulla dice del suo insegnamento. Tutto si accentra sul rapporto che si instaura con il singolo alunno; con pochi cenni dice dell’emergere di qualche personalità, e subito – sospesa – rimane la domanda: che ne sarà di loro? Di uno solo parlerà anche dopo la scuola, di Guglielmo, che andrà magistrato in Sicilia. A noi passa un pensiero: che con questa scelta abbia a che fare – minimamente, inconsciamente – anche un piccolo seme gettato nel suo formarsi dal maestro?

Ma il maestro non lo dice, non ci pensa.

Ci rimane vivace la figura di Lucy nella parentesi serena della scuola, e il brusco concludere del brano che la riguarda non nasconde quel tanto o quel poco di nostalgia che ci pare il Maestro debba provare, e che noi giureremmo ci sia.

Perché il Maestro vive il suo lavoro come tale, non come una missione (“Dio ne scampi!”, direbbero i vecchi). E del lavoro soffre la specialissima alienazione che comporta e che investe non l’effettuazione, ma l’utilità. Il suo è un libro triste, che fa riflettere, meno sulla vita di un uomo e più sul significato del suo operare”.

Francesco Moisio, Padova, 24 dicembre 2011

Questa lettera è di Franco, amico che vive non lontano, ma da cui tuttavia impegni e studi mi tengono colpevolmente lontano, Franco che amo ed ammiro, perché si è costruito una vita frugale e silenziosa, da cui tutti dovremmo prendere esempio, Franco fratello di Silvio, carissimo, malato di mal d’Africa, da cui pure mi separano migliaia di chilometri. Spesso le persone più lontane sono le più vicine al cuore.

Carissimo Giuliano, ti scrivo per salutarti e augurarti buone e rilassanti vacanze di Natale. Personalmente non mi riconosco in questa né in altre ricorrenze legate alla religione cattolica e, per la verità, nemmeno per quanto riguarda altre religioni. Se il 25 dicembre, con annessi, connessi e accessori vari, passasse silenziosamente nel già assordante frastuono quotidiano esterno, evitando così l’aggiunta di altri fastidiosi e noiosi frastuoni, forse sarei un poco più contento. Comunque sia, penso che per chi lavora siano molto salutari alcuni giorni di vacanza. Detto questo, il principale motivo che mi induce a scriverti, oltre al piacere che provo nel farlo, è il ringraziamento per aver scritto “Ti voglio bene maestro”, e ancora un ringraziamento più forte per il “lavoro”, perdonami il termine improprio, che porti avanti con le tue bambine e i bambini, per il rapporto che riesci a sviluppare nella pratica quotidiana in una attività che penso tra le più difficili, impegnative e di grande responsabilità, pari a quella che i genitori dovrebbero svolgere normalmente ma che purtroppo è diventata un optional. Tutto ciò traspare e appare nella tua scrittura e dalla tua scrittura che, anche nei passaggi più sintetici, ha il potere e la grazia di comunicare ‘umanità’. Prezioso ingrediente questo, sempre più raro nei rapporti tra gli adulti, molti, forse troppi dei quali – intendo dire gli adulti – irrimediabilmente adulterati, ma che invece per tuo merito accarezza, metaforicamente parlando, le creature che ti sono affidate. Umanità che è rafforzata dal sentimento di complicità che, anche se da te manifestata con discrezione e, mi viene spontaneo dire, anche con pudore, viene percepita e tesaurizzata da chi la riceve. Tra i genitori ai quali dai la parola nel libro, quella che mi è parsa molto sensibile è la mamma di Virginia, che coglie bene nel segno quando dice di “aver capito che stai insegnando ai bambini a pensare”. Non ti nascondo la commozione che ho provato nel leggere quel pensiero. Mi è molto piaciuto come, in uno spazio relativamente breve, parli della scuola, dei genitori e di alcuni aspetti molto importanti della società e del vivere sociale, e del modo in cui parli di Giuliano maestro di scuola elementare e di Giuliano persona, posto al di fuori del contesto scolastico,  nonostante Giuliano appaia alle volte quasi tra le righe pur essendo interprete principale, assieme alle bambine e ai bambini, di  questo quasi diario senza date. Però, però … A ben guardare, ma forse è più appropriato dire a ben leggere, c’è una cosa che dispiace, e te la devo dire: la tua scrittura, e di conseguenza la mia lettura, non consentono soste né periodi di ponderazione, né se né ma; così mi ritrovo troppo velocemente e controvoglia, e questo è il punto dolente, a leggere la fatidica ultima pagina, e pur sapendo benissimo che è l’ultima, continuo innocentemente a sbirciare per cercarne altre, finché mi arrendo e rimango con il libro aperto e il sorriso nel cuore e nell’animo. Mi verrebbe quasi da dire, ma mi trattengo, “a buon intenditore, pardon scrittore, poche parole …” Ops non sono riuscito a trattenermi. Lo so, caro Giuliano, o credo di sapere, quanto è impegnativo scrivere e quanto sia facile leggere, però mi vedo costretto, seppur garbatamente, ad insistere … Magari in un futuro non troppo lontano, chissà, hai visto mai. Adesso confido nella tua comprensione e nella tua benevola assoluzione per cotanta malcelata insistenza. Ti saluto, amico caro, e ti auguro serenità, buon umore e buona vita. Un abbraccio. Franco

Alcune recensioni

http://stilos.it/blog/?p=951

Ricordi di scuola – 10 novembre 2011

di Lidia Gualdoni

Quello di Giuliano Corà, maestro anticonformista, approdato all’insegnamento per vie lunghe e tortuose – un lavoro che, come si diceva un tempo, è più una “missione” o un’arte – è un libro che, da maestra, consiglierei agli insegnanti di ogni ordine e grado di scuola (ma anche a tutti i genitori). A tutti quelli capaci sopportare venti o venticinque “affarini urlanti che ti tormentano continuamente con i bisogni più assurdi”, ma che, per i mille problemi che affliggono la scuola italiana, non sono immuni da sentimenti di delusione e di stanchezza, o che si sentono demotivati, incapaci di entrare in classe con l’entusiasmo necessario, la lettura di Ti voglio bene maestro! sarà in grado di infondere una dose di ottimismo o, almeno, una visione meno nera del futuro.

Si sa che i primi anni di scuola sono fra i più determinanti, dal punto di vista formativo: possono segnare una strada piuttosto che un’altra e da essa dipenderà forse il futuro del bambino. Un ruolo importante, anzi, fondamentale, dunque, quello dell’insegnante, che viene però spesso sottovalutato, persino dai diretti interessati. E’ vero, con le colleghe e i colleghi si parla, ci si confronta, capita spesso che ci si lamenti delle cose che non vanno, della burocrazia che ha complicato tutto, degli alunni che sono cambiati, delle famiglie che, passando da un estremo all’altro, o si intromettono troppo nella vita scolastica del figlio, o se ne disinteressano completamente. Poi, però, quando si chiude la porta della classe, è con loro che si ha a che fare, con gli alunni: uno diverso dall’altro, per carattere, indole, capacità di apprendimento e di comunicazione. Con alcuni di essi si instaura un rapporto affettivo molto forte, con altri, invece, si ha la netta sensazione di non essere riusciti a fare del nostro meglio o, addirittura, di averli “persi”, di aver fallito. E ci si sente soli.

Ma le diciotto storie di alunni, insegnanti, dirigenti e genitori, che vengono raccontate dal maestro Giuliano con ironia e una nota di nostalgia –  una nostalgia che comincia dalle vecchie figurine dell’alfabeto che illustrano le pagine del libro – riguardano categorie in cui, con il sorriso sulle labbra, non sarà difficile riconoscersi o riconoscere qualcuno con cui abbiamo avuto a che fare. Sono, ad esempio, ‘i genitori Giuseppe e Maria’, che credono di aver messo al mondo la reincarnazione di Gesù Bambino; la bambina straniera che a causa dei tagli della riforma è costretta a ‘fare da sola’; l’insegnante che, a un certo punto, decide di diventare Dirigente; bambini molto dotati, apparentemente distratti, che invece sono in grado di svolgere due attività contemporaneamente; bambini insicuri, bisognosi di conforto e di incoraggiamento… Pagine divertenti anche sulla disciplina, sui voti, sugli scambi di merendine e sorpresine, situazioni che offrono un punto di vista certamente non molto usuale sulla vita di ogni giorno in classe.

Ti voglio bene maestro!, però, ci fa anche riflettere su come «insegnare è, prima di tutto, ascoltare le domande dei bambini, scoprire che la loro curiosità è la tua stessa curiosità, e che il brivido della ricerca e della scoperta è comune. Insegnare è imparare. E’ rendersi conto, cioè, che sì, quella cosa la sapevi, credevi di saperla, ma che mai l’avevi davvero capita come nel momento in cui l’hai smontata e ricostruita per poterla spiegare con chiarezza, e quasi ti par di non stare in cattedra  ma sui banchi, e sei felice, come se qualche maestro l’avesse finalmente spiegata a te. […] Poche cose ti fanno sentire profondamente ‘umano’ come il rapporto che si instaura tra chi vuol sapere e chi quel sapere vuole trasmetterlo. Poche cose come un insegnamento così vissuto ti danno il senso, o per lo meno la speranza, di aver speso bene la tua esistenza».

la Repubblica (31/10/2011): Elogio degli insegnanti (perché la tecnologia non può sostituirli) di Massimo Recalcati

Ma se esiste una vocazione all’insegnamento, non può che radicarsi nell’inciampo. E questo mostrano una serie di libri usciti in questo periodo che, nonostante tutto, sono dichiarazioni appassionate per la scuola e per chi tutti i giorni ci lavora e si dispera: da L’iguana non vuole di Giusi Marchetta (Rizzoli) a Ti voglio bene maestro! di Giuliano Corà (Angelo Colla Editore). Raccontano le loro difficoltà, gli errori, confessano le fragilità. E insieme rinnovano la voglia di andare avanti.

Visualizza l’intero articolo (pdf – 1,60 MB circa)

http://www.bol.it/libri/Ti-voglio-bene-maestro/Giuliano-Cora/ea978888952770/

La recensione di BOL

Nessuno dice ‘ti voglio bene’ come lo dice un bambino. Nessun ‘grande’, come li chiamano loro: di sicuro. Un bambino è diverso, è un’altra cosa. Un bambino ti vuol bene, e basta. Un bambino non ti chiede niente in cambio”. Parte da qui il racconto di Giuliano Corà, maestro elementare per missione e non per lavoro, perché “nessuno, per lavoro, potrebbe sopportare tutti i giorni la presenza di venti o venticinque affanni urlanti che ti tormentano continuamente coi bisogni più assurdi”. In diciotto storie ricche di humour, tenerezza e speranza, l’autore ci coinvolge nella sua lunga esperienza sul campo con i bambini e ci offre uno spaccato della società italiana di ieri e di oggi osservata dal punto di vista privilegiato della scuola, dove il passato, dei genitori e degli insegnanti, e il futuro, dei bambini, si incontrano, e qualche volta si scontrano. Un maestro innamorato del lavoro più bello del mondo, che sa farsi piccolo per “innalzarsi al livello dei bambini”, racconta gli aspetti positivi e migliori della scuola italiana al tempo della crisi e della globalizzazione.

Qualsiasi maestro, nella nostra letteratura, non può che rievocare automaticamente quello del libro Cuore, e anche il vicentino Giuliano Corà, sessantottino per anagrafe e formazione, ha qualcosa in comune col Perboni di De Amicis: l’insegnamento come incontro “profondamente umano…tra chi vuol sapere e chi quel sapere vuole trasmetterlo”.
In una ventina di capitoletti racconta la sua esperienza ricordando i suoi scolari: anche con i più problematici è riuscito a comunicare, per il suo approccio mai dall’alto della cattedra ma empatico, basato sulla piattaforma comune della curiosità, del gioco, di un’ironia non aggressiva, rasserenante. Corà dichiara di essersi sempre rifiutato di usare il terribile “Potere delle Lame Rotanti di cui ogni insegnante è dotato”, un’arma impropria con cui si rischia di ” uccidere l’anima” dei bambini. E come si fa a non voler bene a un maestro che è quasi un fanciullino pascoliano, avido collezionista dei giochini che si trovano negli ovetti di cioccolato?

Daniela Pizzagalli

Da “L’Indice dei Libri”, dicembre 2011

Giuliano Corà

TI VOGLIO BENE MAESTRO! di Monica Bardi

pp. 105, € 9,90,

Angelo Colla, Costabissara (Vi) 2011

Con un linguaggio semplice e diretto, attraverso brevi capitoli marcati dalle tessere dell’alfabetiere ben note a chi ha frequentato le elementari in tempi non recenti, Giuliano Corà racconta la sua esperienza di scuola e propone al lettore numerosi spunti di riflessione sul lavoro dell’insegnante. Qualcuno l’ha definito una missione, altri un’arte e, in ogni caso, “nessuno potrebbe sopportare ‘per lavoro’ la presenza di venti o venticinque affarini urlanti, che ti tormentano continuamente coi bisogni più assurdi”. Comunque, se l’insegnamento non è un lavoro, perché “non significa mettersi in cattedra, imporre con metodi più o meno terroristici il silenzio, aprire la bocca e trasmettere (…) una serie di nozioni senz’anima”, subito balza in primo piano la necessità fondamentale di impegnarsi nella relazione fortemente affettiva (accettando, fra l’altro, che un allievo si alzi ripetutamente dal banco per dichiarare il suo amore al maestro, come si evince dal titolo del volume) e di rinnegare quella sistematica mortificazione che costituiva uno strumento tipico della scuola tradizionale. Contro quello che Corà definisce “il potere delle lame rotanti” vale il sapersi abbassare, il farsi piccolo dell’insegnante, che coincide con la capacità di sapersi innalzare all’altezza dei bambini, inattingibile per gli adulti: ecco il maestro in cortile, intento a scambiare (stando nei tempi concessi dall’intervallo) le sorprese dell’ovetto Kinder, di cui è un appassionato collezionista, ed eccolo ancora mentre scombina, giocando, i capisaldi della valutazione (quella scala numerica da 0 a 10 variamente usata a scuola, anche nelle sue più assurde declinazioni): “‘Quanto mi dai maestro?’. ‘Quattordici’. ‘Ma no quattordici!’. ‘Allora settantacinque’. ‘Ma nooo!’. ‘Non ti va bene nemmeno settantacinque? Allora ti do diciotto sotto zero’”.

Un atteggiamento non dissimile da quello del poeta Caproni quando fingeva, secondo il racconto di Cerami, di rischiare il licenziamento da parte del direttore a causa della propria ignoranza. L’immagine di uno dei più grandi poeti contemporanei italiani (ma per i suoi allievi era solo “il maestro”), disperato per il fatto di non saper misurare la lavagna della classe, è veramente illuminante: un bambino si alza, suggerisce di moltiplicare la base per altezza, prende in mano la situazione e soccorre l’insegnante. Ecco il ribaltamento creativo del ruolo, così gravido di ricadute positive nel processo dell’apprendimento e che (al contrario di quello che potrebbe sembrare) va nella direzione di un rafforzamento del ruolo e dell’autorevolezza di chi insegna.

Corà usa gli stessi espedienti che non appartengono a nessun codice pedagogico e sarebbero il motivo della disapprovazione di più di una direzione didattica. Nel bellissimo libro Caproni maestro (a cura di Marcella Bacigalupi e Piero Fossati, il melangolo, 2010), a cui è impossibile non pensare leggendo il volume di Corà, si racconta che il maestro-poeta portava in classe il trenino Rivarossi, felice come un bambino, e distribuiva dolcetti come premio. Corà rincorre lo stesso principio per cui piacere di stare in classe e gioco costituiscono i requisiti per il superamento di ogni difficoltà. Del resto, racconta l’autore parlando di sé nel capitolo It’s a long way to Tipperary, anche il percorso che ha portato il maestro in cattedra è stato accidentato e non lineare, e ogni errore è comunque interessante e pieno di senso.

Altre le insensatezze che l’autore addita all’attenzione del lettore: l’effetto soporifero dei collegi docenti, l’abbandono di Lucy, la bambina ghanese in attesa della certificazione alla quale vengono sottratte attenzione e risorse: “Nessuno avrà del tempo per lei e lei continuerà a riempire i quaderni di stupidaggini e a immusonirsi sempre di più. Ma in fondo chissenefrega di Lucy: ‘Che ‘i torna a casa sua a magnar banane’, direbbero in quel comune della provincia di Vicenza dove qualche tempo fa hanno negato la mensa ai figli dei poveracci che non potevano pagarsela, e dove poi hanno inserito il dialetto veneto tra le lingue che si possono usare in Consiglio comunale. Così si fa cultura”.

Meno amara e più divertente, nel quadro complessivo della nuova ingerenza genitoriale nel sistema scolastico, la classificazione dei genitori inventata dall’autore: accanto al gn (genitore normale), c’è il ggm (genitore Giuseppe e Maria), il genitore convinto di aver prodotto il miglior bambino del creato: “Spesso la prima visita del ggm avviene il primo giorno di scuola, all’uscita. Rimira la creatura, e poi l’abbraccia, ma con quel delicato e timoroso rispetto che naturalmente si riserva a ciò che ci è superiore. Poi vi fissa. Non vi chiede niente – ancora non vi conosce, non si fida – ma tuttavia vi scruta: cerca nel vostro sguardo il bagliore dell’avvenuta illuminazione. Non trovandolo se ne va, Bambinello per mano: spesso gli uomini sono ottusi di fronte al Divino, ci vuol pazienza”. Ma forse il capitolo più toccante è quello contrassegnato dalla tessera “St” di stella e intitolato Il vagabondo del Dharma: vi si racconta la storia di Vitale, che salta fuori da una pizzeria e riconosce il suo maestro dopo tanti anni: a partire da quell’incontro si snoda una lunga amicizia fatta di lettere, chiacchiere, libri. Difficile immaginare qualcosa di più bello di questo frutto tardivo di un lavoro-non lavoro, che forse un’arte non è e non gode di nessun riconoscimento economico e sociale, ma sicuramente ha una funzione e un senso nel mondo degli umani.

Dal “Giornale di Vicenza” – venerdì 2 dicembre 2011

LIBRI /1. Domani pomeriggio se ne parlerà alla libreria Girapagina di Vicenza

Un maestro e i suoi alunni

Ritratti in punta di penna

Maurizia Veladiano

Giuliano Corà propone diciotto storie minime eppure molto significative, con il gusto antico di una scrittura scintillante e colta

venerdì 02 dicembre 2011 CULTURA, pagina 62

Diciotto storie in punta di penna. Diciotto storie inseguite dal brivido leggero del tempo che passa e dallo sguardo affettuoso di chi nel gioco bello e difficile delle parole cerca una complicità delicata e segreta. Ce le racconta Giuliano Corà, vicentino classe 1950, in un volumetto (Ti voglio bene maestro, Angelo Colla editore, euro 9,90) che sarà presentato domani alle 17.30 dalla giornalista Anna Madron alla libreria Girapagina di Via Verdi.
La lunga esperienza di Corà all´interno della scuola elementare si dispiega in una sorta d´incalzante amarcord impegnato nella ricomposizione di un´avventura umana e professionale dal sapore deliziosamente fané. E tuttavia, sotto tanto garbo e finezza espressiva, scorre il fil rouge dell´ironia, quasi l´autore volesse prendere le distanze da una materia che tenta continuamente di risucchiarlo nelle sue spire avvolgenti e tenerissime. Una materia ricca di fantasia, candore, attenzione, qua e là attraversata da richieste d´affetto spesso nascoste dietro misteriose ritrosie o crepitanti impennate d´orgoglio.
Ciò che emerge in filigrana è il senso di un rapporto maestro-allievo allo stesso tempo intenso e cruciale. Ecco allora che la vivacità di Silvia, la pensosa fierezza di Roberto, la riservatezza di Franco, l´inquietudine di Lucy, la genialità di Guglielmo, la passione per il disegno di Ilaria diventano i colorati, suggestivi tasselli di un puzzle che il maestro Giuliano Corà dispone con finezza sul pentagramma di una narrazione tanto piacevole quanto densa di piste sotterranee e deviazioni impreviste. Pagina dopo pagina i ricordi assumono la forma di un diario autobiografico tra le cui pieghe la complessa vicenda di un insegnante di lungo corso si fonde e s´intreccia con quella dei suoi piccoli alunni, che hanno saputo regalargli il senso di una storia viva e profonda, fatta di conoscenza, affetto e rispetto reciproco.
Una storia che in qualche caso ha il sapore di una fiaba inquieta e beffarda, anche per via di quel vento capriccioso che talvolta scuote gli alberi e colpisce con le sue raffiche gelide e distanti la fiduciosa attesa di bambini che non sempre si sentono amati e compresi… Ma poi le stelle tornano a brillare, i grilli a cantare, le rane a saltare… Che cosa è accaduto? È accaduto che il maestro si è seduto lì, accanto a loro. Un piccolo gesto, una parola, un sorriso e tutto si è magicamente ricomposto nel cerchio rassicurante di un´armonia condivisa e serena.
La stessa che accompagna tante pagine di questo breve racconto capace di mettere insieme intelligenza, buonsenso e alcuni principi della più recente psicopedagogia con il profumo antico di una scrittura scintillante e colta.

Francesco Erbani da “La Repubblica Sera” del 23 gennaio 2012

L’incipit  «Insegnare è imparare». Nessuna cosa si conosce davvero se non si è in grado, quella cosa, di smontarla e di rimontarla per spiegarla a dei bambini. Non è un precetto della logica, ma una delle regole, la prima, che Giuliano Corà, maestro in una scuola di Vicenza, segue ogni mattina quando si trova di fronte ai suoi piccoli alunni. E che gli permette di riconoscere che poche altre esperienze «ti fanno sentire così profondamente umano come il rapporto che si instaura tra chi vuol sapere e chi quel sapere vuol trasmetterlo». E che insegnare, in fondo, non è un lavoro. Il libro  Ti voglio bene maestro! raccoglie diciotto storie di ognuna delle quali (o quasi) è protagonista un bambino. Sono storie di relazioni, di saperi che vengono trasferiti e di emozioni che giungono di riflesso. La posta in gioco è quella di orientarsi in un mondo complicato, senza «nascondere l’assurdo che c’è» in esso (come recitano i versi di Danilo Dolci citati da Corà) e cercando di scansare «la plastica disperata e falsa che una società oscena e triste spaccia per sentimento». In fondo, dunque, la vera protagonista è la scuola, che nonostante le martellate subite viene raccontata come la migliore comunità in cui si possano formare cittadini. Lo humour  La scrittura è limpida, scorre veloce senza mai cedere alla retorica che spesso inquina il discorso sui bambini, lo imbruttisce con le frasi fatte. Qui si coglie il senso pieno di una condivisione, anche linguistica, fra il maestro e i suoi alunni.  

Il commento di un vecchio amico esperantista

Caro Giuliano,

alle 13 la portalettere Rosalba l’ha consegnato, alle 15 l’ho cominciato, alle 18 l’ho purtroppo finito. Non mi resta che ripetere il commento di Guglielmo: “Mi dispiace di averlo letto”. Perché non ci sarà più una “prima volta”.

Giuliano, io (a 80 anni) ti riscopro oggi! Mai avrei immaginato che in te si celassero tali tesori di umorismo – a volte sfociante in satira, ma sempre signorile, controllata, rispettosa … –  di amore per l’umanità, di sottile comprensione psicologica dovuta a empatia, di somme virtù civili mai sbandierate ma discretamente espresse attraverso l’ osservazione e il confronto. Il tuo libro, me ne ha ricordato un altro, da me amatissimo, “Ricordi di scuola” (1939) del maestro elementare Giovanni Mosca (1908-1983). Quello del “Signor Veneranda”. (Ma tu sei troppo giovane, forse questo nome non ti dice niente).  Ma erano altri tempi … Oggi un libro come il tuo è una rarità assoluta: un oggetto in totale, clamoroso contrasto con tutti i volgari sfacciati disvalori che oggi dominano le società e gli uomini, anche quelli apparentemente diversi (come il Monti “santo subito!”).

Alcuni articoli sono pezzi da collezione. Irresistibile “Arancia scolastica” soprattutto per chi ha dovuto sorbire per 30 anni le pappette sonnifere dei Direttori Scolastici … Altri sono lezioni di civiltà degne di un N. Bobbio (“Gli stranieri se la devono meritare, la cittadinanza”). Altri sono deliziosi ritratti, notevoli per acume psicologico, spesso commoventi (“Potere delle lame rotanti”, “Ombretta sdegnosa”, “Machissenefrega di Lucy”, “Non c’è più rispetto”). Altri perché riassumono in poche dense pagine lunghe esperienze di vita (“It’s a long way to Typperary”) o ci fanno riscoprire situazioni comuni di cui ci erano sfuggiti gli aspetti grotteschi (“Prosopagnosia”) … In verità non c’è pagina che non si distingua per interesse, originalità, acume. Arrivati a p.110, l’unico rammarico è “già finito!”. Troppo corto!

Laste sed ne balaste” : le belle riproduzioni dei cartelloni alfabetici (quanta nostalgia!). Tra cui il famoso errore, che ancor oggi induce  99 italiani su 100 a chiamare “grilli” le cavallette (o locuste)!

Tutto il tuo libro è un inno alla bellezza del “mestiere” di maestro: bellezza che solo un animo saturo di sensibilità umana-estetica può cogliere.

Non mi resta che porgerti le mie congratulazioni e un sincero “grazie” per avermi rallegrato con un raro gioiello. Non potevi indovinare un dono migliore !

Con affetto, Filippo (20/1/2013)

Responses

  1. Mi è capitato tra le mani in libreria e il titolo mi ha incuriosito; una volta a casa l’ho letto tutto d’un fiato e mi è piaciuto veramente. Mi ci trovo in tantissime cose e mi riconosco nella filosofia “educativa” anche se dal punto di vista del Dirigente, che ci vuole caro Giuliano……Anche noi non siamo tutti uguali…….Angelo turato


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