Pubblicato da: giulianolapostata | 31 maggio 2017

Scuola per tutti, Scuola per nessuno

Questo brano è l’ultimo capoverso del bell’articolo di Lucio Russo “Un Colosso greco a Manhattan”, pubblicato sul Domenicale del Sole 24 Ore del 9/4/17, avente come tema la presenza, ormai ignorata da quasi tutti, della Cultura Classica nella nostra società, la necessità della sua conoscenza e di come occorra, per far ciò, quello studio appunto “matto e disperatissimo” di cui parlava Vittorio Alfieri.

Temo che lo stesso Prof. Russo, scrivendo queste righe, si rendesse conto di essere una vox clamans in deserto. Oggi la Scuola non ha come fine l’elevazione degli allievi, ma il loro ‘transito’ all’anno di corso successivo, bene o male che ciò avvenga. Se è male, chi se ne frega: non è un problema della Scuola. La Scuola non ha più come fine la ‘Educazione’ (nel senso etimologico del termine!), ma la ‘inclusività’, questo nuovo mito che incombe sul capo di ogni Insegnante che creda ancora nella propria ‘missione’ e che, fuor di burocratese, si può tradurre con: ‘Mandateli avanti tutti, asini e intelligenti, fancazzisti e studiosi, interessati e menefreghisti, se no i genitori se ne hanno a male; se poi gli asini faranno danni nella società, non è un problema vostro’.

Chissà se Paolo Pietrangeli, quando nel 1966 scrisse “Contessa”, si rendeva conto che sarebbe andata a finire così. Oggi ce l’ha anche l’operaio, “il figlio Dottore”, ma spesso non si rende conto che quella laureicchia, ottenuta bene o male studiacchiando qualche dispensicchia, è un autogol, e quel ‘Dottore’ rimane, nella maggior parte dei casi, un ignorante, e a salire la scala non sarà lui, ma quelli che hanno avuto a disposizione una vera platea culturale, e che si sono ammazzati di studio e di fatica per acquisirla. Così il cerchio si chiuderà, e sarà tutto come prima. Con buona pace del ’68.

Certe volte, nei miei deliri di vecchio Insegnante ormai in pensione, sogno una Riforma della Scuola composta da un solo articolo: “Da domani si torna alla Riforma Gentile”. Punto. Ed è troppo facile cavarsela dicendo che Gentile era un ‘fascista’ (parliamo di CULTURA, per favore) e che la sua riforma era diretta solo a formare la classe dirigente. Vero. Ma ricordiamo anche che quella classe dirigente è quella che ha tirato fuori l’Italia dalle rovine della guerra, è quella che fino agli anni Settanta ha popolato i Licei – e non solo – di ottimi Insegnanti, colti e appassionati. Poi hanno cominciato ad arrivare quelli del Diciotto politico, ed è andata come sta andando. ‘Scienza’ e ‘Sapere’ hanno smesso di essere valori, per diventare quasi marchi da sfigati, e l’idea che, iscrivendosi ad una scuola, quale che sia, ci si debba massacrare di studio e di fatica per andare avanti, è diventata una barzelletta: per andare avanti basta iscriversi. Poi, parafrasando Giolitti, un Sei e una promozione non si negano a nessuno.

Malinconie e amarezze di un vecchio Insegnante, e tra cinquant’anni certo io non ci sarò, a vedere se i grattacieli costruiti da questi Ingegneri saranno ancora in piedi,e se i malati curati da loro saranno guariti. Auguri ai posteri.

Certo qualcuno troverà ‘reazionarie’ queste considerazioni. Ma, per favore, proviamo a ragionarne obiettivamente.

‘Ai miei tempi’ (mio dio, che espressione da ‘vecchio’!), prima di arrivare all’Università c’erano cinque sbarramenti selettivi. L’Esame di ammissione alla Terza Elementare; l’Esame di Licenza Elementare; l’Esame di ammissione alla Prima Media; l’Esame di Terza Media, l’Esame di maturità. Dopo di che, tutti potevano iscriversi all’Università, senza alcun Test d’Ingresso (la Madre di tutte le Cazzate). Il ‘test d’ingresso’ veniva però effettuato dall’Università stessa, esame dopo esame, con una selezione tanto severa quanto giusta. Alla fine, da questo processo usciva solo chi, per circa tredici anni della sua vita, aveva esercitato quello studio “matto e disperatissimo” di cui abbiamo parlato ieri. Per gli altri c’erano altri sbocchi, ugualmente onorevoli.

Io credo che la Scuola, per essere veramente degna del suo nome – per essere davvero formativa, utile alla Società e a chi la frequenta, per essere veramente ‘democratica’ – deve, da un lato, assicurare realmente a tutti uguali strumenti di partenza. E dunque accesso a biblioteche, Internet, corsi di approfondimento eccetera eccetera, in modo da azzerare totalmente eventuali handicap sociali di partenza. Ma poi, in itinere, essa ha il dovere morale e culturale di ‘selezionare’, affinché chi esce sia davvero un ‘Cittadino’, utile agli altri e soprattutto a se stesso. Altrimenti – altra amara riflessione da vecchio Insegnante – da tempo penso che sarebbe meglio chiudere le Scuole e sostituirle con una fotocopiatrice, che una volta all’anno mandi a casa il Diploma preferito. Risparmieremmo tempo, soldi, e soprattutto tante illusioni. E, rispetto all’oggi, forse non cambierebbe poi molto.

 

“LA SCUOLA DEV’ESSERE MONARCHICA ASSOLUTISTA E E’ DEMOCRATICA SOLO NEL FINE”

 

LORENZO MILANI

 

 

Pubblicato da: giulianolapostata | 21 maggio 2017

Alessandro Manzoni vs il Resto del Mondo

Carsicamente riemerge la polemica contro Manzoni e i Promessi Sposi, e la proposta di eliminarli dalla Scuola per sostituirli con qualcosa di più ‘moderno’. Un’idea che potrebbe apparire vergognosa e blasfema, se non venisse da una società culturale che consente a consumatori di cellulosa come Fabio Volo e Federico Moccia (e Paulo Coelho, e tanti altri, purtroppo) di definirsi ‘scrittori’, e ai loro parallelepipedi stampati di intasare gli scaffali delle librerie.

Sul ‘valore’ della scrittura, sulla ‘necessità’ di scrivere, sulla ‘dignità’ della Scrittore, mi pare che possa indurre a qualche salutare ragionamento questo articolo, e le riflessioni che riporta del grande Francis Scott Fitzgerald. Sono passati molti anni da quando lessi i suoi romanzi, ma ancora me ne riecheggia nella mente la musica delicatissima e la poetica malinconia. Ed anche la profonda ‘saggezza’. “All’origine di tutto – diceva Fitzgerald – ci dev’essere un’emozione”, e predicava “la necessità di tagliare senza pentimenti”. Sia sulle emozioni che sulla necessità di tagliare, Manzoni forse avrebbe ancora qualcosa da insegnare: i ‘moderni’ che si invocano a sostituirlo, ne dubito.

Così come dubito che verrà salvato, e quando un fine intellettuale come il Ministro Franceschini dice che nelle scuole bisogna studiare i testi dei cantautori, ebbene, questo è il segno che per Manzoni le ore sono contate.

Ad peiora.

Pubblicato da: giulianolapostata | 12 maggio 2017

Il diritto di vivere e di morire come ci pare

QUESTA E’ LA MAIL CHE HO APPENA SPEDITO A CORRADO AUGIAS, ALLA REDAZIONE DI “REPUBBLICA”

 

Da: Giulianolapostata [mailto:giulianolapostata@gmail.com]
Inviato: venerdì 12 maggio 2017 09:28
A: Repubblica Augias
Oggetto: Il diritto di vivere e di morire come ci pare
Priorità: Alta

 

Gentile Sig. Augias,

                                 ecco che Marco Cappato (cui va tutta la mia stima) è inquisito di nuovo, e mi pareva impossibile che qualche zelante tutore dell’ordine non cercasse di rimettere le cose in riga, allineandosi, magari inconsciamente, ai diktat con cui la Chiesa Cattolica da secoli pretende di sindacare sulle nostre scelte più intime e personali.

Qualche anno fa, ricordo di aver letto su Repubblica la lettera della figlia di un giornalista che raccontava la morte serena di suo padre nel suo letto. Non ricordo i nomi, ma mi si sono fissate in mente le sue parole: “Mio padre è morto come avrebbe voluto, a casa sua col gatto sulle coperte”. Così vorrei poter morire anch’io. A casa mia, nella mia stanza, tra le mie cose, coi libri che mi guardano e ai quali ho dedicato un’intera esistenza, la mia dolcissima gatta che ronfa sui miei piedi e tenendo la mano di mia moglie, l’angelo custode della mia esistenza. Eppure la Letteratura, dal Settecento in poi, ci offre numerosissimi esempi di scelte come questa. Perché oggi non è più possibile? Perché dobbiamo essere strappati ai nostri affetti per essere rinchiusi in una squallida stanza d’Ospedale? O perché – tutto sommato peggio ancora – dobbiamo affrontare un viaggio lunghissimo, faticoso e doloroso, e spese fortissime, per ritrovarci poi ancora una volta tra pareti estranee che saranno l’ultima cosa che vedremo? Perché – ed è questo il punto – non ci viene data la possibilità di avere nella nostra casa i mezzi per scegliere la strada del nostro addio? Non capisco bene se si tratti, appunto dell’ennesimo scotto che dobbiamo pagare all’oppressione cattolica o se sia una nuova versione di Stato Etico; quello che so con certezza è che qualsiasi scelta ci venga ‘imposta’, in quel momento, è immorale e feroce, se non rispetta la nostra libertà. Quello che so con certezza è che, in un modo o nell’altro, in quel momento io non subirò scelte volute da altri, e troverò la mia via d’uscita.

Cordialmente.

 

 

Pubblicato da: giulianolapostata | 2 marzo 2017

Rileggere Jack London?

Ho sempre pensato che alcuni libri andrebbero letti e riletti mille volte. Così è stato per me, per esempio, per “Il ritratto di Dorian Gray”, per il quale in passato ebbi una vera e propria ossessione. Abbagliante ‘Manifesto’ superomista, e al tempo stesso capolavoro assoluto del Decadentismo, è stato uno dei libri della mia vita. Credo di averlo riletto decine e decine di volte, e di averne ormai conosciuto e ‘interpretato’ ogni virgola.

Così è stato anche, per nominarne solo un altro, per “Il Maestro e Margherita”, sublime ‘storia d’amore’, ma anche commovente canto d’amore per la Letteratura e la Libertà.

Ma – ahimè – ci sono anche libri che, dopo la prima lettura, non bisognerebbe più riprendere in mano, per non esporsi ad amare delusioni. Così è stato quando, recentemente, ho scoperto che Adelphi aveva ristampato “Il vagabondo delle stelle” di Jack London. L’avevo letto molti anni fa, in una vecchia edizione Monanni del 1928, molto probabilmente ridotta, e mi aveva fatto una grande impressione.

Così mi sono precipitato a rileggerlo nell’edizione Adelphi e, appunto: miodio che delusione.

Storie banali, noiosissime avventure ‘alla Salgari’, ma nel senso peggiore del termine, ché il grande Veronese intesseva le sue avventure di emozioni e passioni, che invece qui latitano quasi sempre. Una prosa sciatta e corriva, davvero pulp, ‘dilettantesca’ nel senso peggiore del termine. A dirla tutta, un libro scritto per la pagnotta, che nel suo caso era spesso innaffiata di whiskey.

Continuo a trovare geniali i suoi libri del Grande Nord – “Zanna Bianca”, “Il richiamo della foresta”, molti racconti, e poi il terribile “Il popolo degli abissi”, e magari anche “Martin Eden” e “Daylight” (… ma anche questi … li ho letti moltissimi anni fa … chissà cosa succederebbe a rileggerli adesso … meglio lasciar perdere …) – ma questo, accidenti, proprio no …

Come se non fosse bastata questa deludente rilettura, l’edizione Adelphi è corredata da una postfazione di Ottavio Fatica che definire irritante sarebbe graziosamente metaforico. Detesto questo tipo di scrittura, che vorrebbe essere … che ne so: poetica? Creativa? Lirica? E nella quale invece non si capisce quasi mai un ***** di quel che si vuol dire. Più che ‘critica letteraria’, a me questo sembra onanismo critico.

Buon divertimento.

 

Pubblicato da: giulianolapostata | 23 gennaio 2017

Alla Maturità con la media del 6: marciando impavidi verso l’abisso

‘Finalmente’ sarà più facile l’accesso alla Maturità: ora basterà la media del 6, e un 6 – dai, cazzo – non si nega a nessuno.

La Scuola italiana, fino a ieri ‘una delle migliori del mondo’, si sta rapidamente avviando ad essere una delle peggiori, il regno degli analfabeti, la fiera degli ignoranti. Abàso l’arin metica! Come stava scritto sui muri del Paese dei Balocchi.

Eppure basta ascoltarli, questi giovani, quando casualmente qualche TG li intervista. Quasi mai in grado di mettere insieme soggetto, predicato e complemento; spesso incapaci di elaborare pensieri complessi, strutture semanticamente espressive; di una povertà lessicale generalmente tragica e disperante, che denuncia, alle spalle, un deserto di letture e di studi.

Colpa ‘anche’ dei loro Insegnanti? A volte è così, purtroppo: ma non sempre. E comunque, come dice quel proverbio russo, ‘gli sta bene a mio padre che mi si siano congelate le mani, così impara a comprarmi i guanti’. Vittorino da Feltre (1373-1446), celebre Umanista, cui è intitolata una prestigiosa Scuola Primaria della nostra città, di famiglia poverissima, si sottopose ad ogni sorta di privazioni ed anche di umiliazioni pur di accedere a quella cultura per la quale sentiva profondissimo ed insopprimibile amore. Non è sempre colpa degli insegnanti.

È il mondo alla rovescia. Un Paese che avesse davvero a cuore il proprio futuro (e che nutrisse il dovuto rispetto per il proprio glorioso Passato!), dovrebbe prima di tutto assicurare ad ogni studente le più ampie e complete possibilità di accedere alla scuola: “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Sta scritto in quella Costituzione che quella fine giurista di Maria Elena Boschi stava tentando di distruggere. Ma leggetelo bene, questo Art. 34: dice “i capaci e meritevoli”, il che significa che, dopo aver appunto sgombrato il cammino dei ragazzi da ogni ostacolo di ordine economico e sociale, la Repubblica (tra parentesi fondata sul lavoro, non sul fancazzismo) deve chieder loro in cambio uno studio “matto e disperatissimo”, ed alla fine di ogni percorso di studi deve selezionare-selezionare-selezionare, parafrasando il Giudice Borrelli, così che alla fine la classe dirigente che esca dalle Scuole italiane sia la migliore possibile, da ogni punto di vista.

Qui, appunto, siamo nel mondo alla rovescia. Da anni, se non da decenni, si è insinuata nella Scuola e nelle famiglie una ‘cultura della chioccia’, tendente a proteggere i ragazzi da ogni possibile sforzo e sacrificio. Basta con questa sadica mania dei compiti a casa! Imparare a memoria? Idiozie deamicisiane! E basta anche con le ‘umiliazioni’ delle insufficienze: sei ‘politico’ per tutti. E via cazzeggiando.

Del resto, già l’aveva detto Giovanni Papini nel suo celebre pamphlet “Chiudiamo le scuole!” del 1914, e anch’io, nel mio piccolo, da anni vado suggerendo di abolirle e di sostituirle con una fotocopiatrice, che una volta all’anno spedisca a casa di ogni allievo il suo bel Diploma. Tanta fatica in meno, fantastici risparmi sul personale, e tutti saranno contenti.

Sono passati cinquant’anni da quando Paolo Pietrangeli cantava “anche l’operaio vuole il figlio dottore”. Questa genialata della media del 6 dev’essere la versione che sì è inventato il Governo Renziloni per attuare, con un po’ di ritardo e con suicida follia, quell’invocazione sessantottina. Buon divertimento, ma ditemi: voi vi fareste curare da un Medico con la media del 6?

Ad pejora.

« Newer Posts - Older Posts »

Categorie