Pubblicato da: giulianolapostata | 9 novembre 2016

Io voto NO

LA POSIZIONE DEI MEDICI PER L’AMBIENTE (ISDE ITALIA)

NEI CONFRONTI DELLA RIFORMA COSTITUZIONALE

Nel prossimo Ottobre saremo chiamati ad esprimerci sulla riforma costituzionale, una questione
importante che merita di essere adeguatamente valutata ed approfondita ed a cui, come Medici
per l’Ambiente, intendiamo contribuire con alcune riflessioni di seguito riportate.

Al di là delle giustificazioni addotte (riduzione dei costi della politica, del numero dei
Parlamentari, maggiore snellezza dei percorsi legislativi etc.) il quadro che si va configurando è,
per noi Medici per l’Ambiente, oltremodo preoccupante: vediamo infatti in questa riforma (unita
alla nuova legge elettorale ”Italicum”) alcuni importanti rischi quali lo stravolgimento della
democrazia rappresentativa e di quella partecipativa, un’abnorme concentrazione di
poteri nelle mani del Governo, una pericolosa forma di centralismo decisionale e il venir
meno dell’equilibrio fra i vari poteri dello Stato, tutti elementi imprescindibili e garanti
dell’ordinamento democratico.

Molte delle principali criticità sanitarie sono state causate negli ultimi due decenni, in varie aree
del Paese, da impianti inquinanti identificati come opere strategiche e/o di preminente interesse
nazionale mediante lo strumento del decreto legge, espropriando gli enti locali di qualunque
possibilità di intervento negli iter decisionali. Tale tendenza ha generato, soprattutto negli ultimi
anni, la necessità di frequenti ricorsi alla Corte Costituzionale da parte degli enti locali stessi.
Questa è infatti, in questo momento, l’unica possibilità di difesa contro l’accentramento
decisionale esercitato da parte dello Stato, soprattutto per questioni di importante rilevanza
ambientale. La riforma costituzionale proposta, in particolare con le modifiche all’art. 117,
eliminerebbe di fatto questa possibilità e renderebbe strutturale la supremazia decisionale del
Governo. Il rischio è quello di allargare ulteriormente il divario tra le reali esigenze delle Regioni
e gli interessi dello Stato, spesso legati a motivazioni lontane dal bene comune delle comunità
periferiche, come hanno ad esempio insegnato le vicende di Taranto e lo sfruttamento
territoriale della Basilicata.
Le conseguenze sociali, economiche, ambientali e sanitarie dell’espropriazione dell’autonomia
regionale sarebbero amplificate dalle modifiche agli artt. 116 e 119, che vincolano i poteri
delle Regioni, dei Comuni e delle Città metropolitane all’equilibrio tra le entrate e le spese del
proprio bilancio. Tutto questo inciderà inevitabilmente anche sulla prima parte della
Costituzione, universalmente riconosciuta come immodificabile, in quanto, in violazione dell’art.
3, verrebbero danneggiate ulteriormente soprattutto le regioni meridionali. Già ora in tali
regioni i minori trasferimenti statali e la maggiore aggressività industriale – ad alto impatto
ambientale e scarsa efficacia occupazionale – determinano gravi ricadute socio-economiche,
ambientali e, di conseguenza, assistenziali e sanitarie soprattutto in età infantile. Ad esempio, la
percentuale di famiglie in povertà assoluta nel mezzogiorno è oltre il doppio rispetto a quella nel
nord e per le famiglie in povertà relativa 4 volte superiore; la mortalità nel primo mese di vita è
più alta del 47% rispetto al settentrione ed i più alti tassi standardizzati di mortalità infantile tra
0 e 14 anni si registrano al centro-sud, dove ci sono anche i più bassi valori negli indicatori di
natalità ed i maggiori tassi di dimissione per malformazioni congenite.

Ulteriori motivi di preoccupazione rispetto al mantenimento dei diritti fondamentali sanciti
dalla prima parte della Costituzione sono rappresentati, da una parte, dall’abnorme premio
di maggioranza al partito risultato vincitore delle elezioni previsto dall’Italicum e, dall’altra,
dalla trasformazione del Senato in una Camera di 100 membri non eletti, ma nominati, per cui
facilmente influenzabili. Questi elementi stravolgono l’equilibrio dei poteri a favore
dell’Esecutivo, sottoponendo al controllo di quest’ultimo tutti gli Organi di garanzia, compreso il
Capo dello Stato, e consentono al Governo sia di intraprendere ulteriori interventi limitativi dei
suddetti diritti sanciti dalla prima parte della Costituzione sia di legiferare in contrasto con essa
senza incontrare ostacoli di sorta. Inoltre la prevalenza numerica garantita dalla legge elettorale
al partito del Capo del Governo consentirà ad esso di eleggere non solo il Presidente della
Repubblica, ma anche i membri laici del Consiglio Superiore della Magistratura e quelli della
Corte Costituzionale facendo venir meno ogni garanzia di tutela per le minoranze.

La riforma costituzionale proposta non nasce certo oggi, ma è il risultato di un percorso avviato
già con la sottoscrizione dei trattati europei che, mettendo al primo posto la stabilità dei prezzi,
la competitività e la libera circolazione di merci, capitali e forza lavoro, si ispirano a principi di
incontrollato neoliberismo subordinando i diritti fondamentali della persona alle esigenze
del mercato e della finanza. La nostra Costituzione (purtroppo in larga parte ancora disattesa)
è nata, viceversa, da un lungo e paziente lavoro di conciliazione fra diverse visioni della società
che avevano però come base comune il rifiuto del liberismo e l’affermazione prioritaria della
dignità della persona e dei suoi diritti fondamentali.

La salute non è la semplice assenza della malattia, ma, come la definiva l’OMS già dal 1948, “uno
stato di completo benessere fisico, mentale e sociale” e siamo ben consapevoli che tale stato di
benessere può realizzarsi solo in presenza di equità sociale e nel rispetto dei diritti
fondamentali della persona, quali il diritto alla salute e ad un ambiente sano e rispettoso degli
equilibri naturali, all’istruzione, all’abitazione, al lavoro, all’autodeterminazione territoriale. La
stessa introduzione del pareggio di bilancio nella nostra Costituzione già nel 2012 – in
ossequio ai dettami europei – ha rappresentato per noi un grave vulnus: come sarà ad esempio
possibile garantire “cure adeguate agli indigenti”, come recita l’art. 32 della Costituzione, se deve
prevalere sopra ogni altra cosa il pareggio di bilancio? E come sarà possibile garantire ai cittadini
uno stato di benessere se, proprio a causa del pareggio di bilancio, si sta smantellando lo Stato
sociale di diritto? E chi potrebbe garantirci che, in questo stato di cose, un Governo non si senta
indotto a considerare il fondamentale diritto alla salute il primo bersaglio da colpire? Tutto ciò
pone in pericolo lo stato di salute degli Italiani, potrebbe incrementare le condizioni di
discriminazione ambientale e sanitaria attualmente esistenti in varie aree del Paese e farebbe
certamente aumentare ovunque le disuguaglianze sociali, la povertà, la precarietà e l’incertezza
per il futuro.

L’articolo 6 del Nuovo Codice di Deontologia Medica ci impegna in prima persona : “… Il medico,
in ogni ambito operativo, persegue l’uso ottimale delle risorse pubbliche e private salvaguardando
l’efficacia, la sicurezza e l’umanizzazione dei servizi sanitari, contrastando ogni forma di
discriminazione nell’accesso alla cure.”.

Per tutto quanto sopra detto la nostra posizione non può essere che di contrarietà a
queste modifiche costituzionali.

Arezzo, 15 Giugno 2016

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18.07.2016

Medicina Democratica Onlus : le modifiche costituzionali e l’italicum sono atti insalubri da respingere al
mittente

L’attuale esecutivo ha inaugurato il suo mandato con la parola d’ordine dell’innovazione e delle riforme .

La riforma costituzionale ( Legge Boschi) così come la riforma elettorale ( Italicum -legge 52/2015), per
quanto dichiarato dagli ideatori, andrebbero nella direzione di rendere più veloce l’azione dei governi
con due meccanismi fondamentali : eliminando il bicameralismo ed introducendo un imbuto nella
selezione dei rappresentanti politici(della compagine governativa e dell’opposizione) .

Per queste riforme è stato indetto un referendum (costituzione) ed un altro sarebbe opportuno
(Italicum). Riteniamo che la logica che le sostiene sia la stessa ed è una logica che dobbiamo contrastare. Il
progetto è modificare le basi della Repubblica democratica non per rendere più efficienti le istituzioni ma
per introdurre una sorta di “premierato” del Presidente del Consiglio, una deriva autoritaria, per
“normalizzare”la realtà italiana e ridurre gli spazi dell’espressione della volontà popolare e del conflitto
sociale.

Il primo punto di tale programma è una nuova legge elettorale che stabilisce un premio di maggioranza
eccessivo mettendo fuori gioco ogni minoranza non allineata ai raggruppamenti elettorali maggiori e
scoraggia- di fatto – la partecipazione di sempre più vaste masse di popolazione alla stessa espressione del
voto ( che voto a fare ,se non trovo qualcuno che mi rappresenti veramente? Che voto a fare se il mio voto
avrà un valore minore di quello di un sostenitore dei partiti più forti? Oppure se oggi sono minoranza , per
divenire maggioranza con questi sbarramenti ,dovrei attendere tanto per ottenere una rappresentanza ed
intanto mettere in campo una strategia extraparlamentare di lunga-lunghissima durata ) . Insomma
l’Italicum è una riedizione-peggiorata- del Porcellum in una fase storica in cui la gente già in maggioranza è
attratta dall’astensione . Evidentemente agli occhi degli ideatori del progetto il fenomeno dell’esclusione
di buona parte della popolazione è visto con favore . Per una associazione come Medicina Democratica
che, nel nome stesso, ritiene fondamentale la democrazia e la partecipazione ( “Bisogna combattere la
mancanza di partecipazione come una malattia…”) , questo progetto è un atto lesivo dello stesso diritto
alla Salute . Maccacaro ha analizzato in più occasioni il rapporto malattia, estraniazione, isolamento ed
assenza di rappresentanza ma anche chi non ha letto i suoi testi capisce che il non potere agire
realmente sulla selezione della classe politica significa anche non potere scegliere chi programmerà o
gestirà il Sistema Sanitario . Medicina Democratica non solo è contraria alla restrizione di rappresentatività
ma promuove in tutte le sedi nuove forme di autoorganizzazione e democrazia diretta nei luoghi ove si
gestisce la salute ,in spazi istituzionali e non( ospedali, centri sociali ,aree urbane autogestite)per la
riappropriazione del diritto e la sperimentazione di nuovi rapporti tra la sofferenza e l’istituzione sanitaria.
Medicina Democratica ,cioè, ritiene che non vi è un eccesso di rappresentanza ma al contrario sia
necessario creare nuove forme di espressione democratica . Si capisce anche che l’estraniazione dalla
politica non è diffusa alla stessa maniera in tutte le classi sociali ma riguarda in larga misura le classi
popolari e la fascia sempre più ampia dell’emarginazione . Anche qui, gli ideatori della riforma non solo
non si preoccupano del fenomeno ma in qualche modo lo ritengono un elemento che favorisce il
dinamismo politico selezionando un’area sociale di elettori ristretta ma funzionale a logiche di partito.
Alla fine ad eleggere un governo ci sarà si e no il 25% dei votanti e avranno ancor meno rappresentanza le
espressioni di sofferenza sociale perché non compatibili in questo disegno. Medicina Democratica
invece è strategicamente legata proprio alle classi sociali subalterne. Medicina Democratica, in una
società con forti differenze di classe, ha sempre scelto di stare con la sofferenza sociale ,proprio perché
la Salute non è uguale per tutti(un disoccupato napoletano non avrà in questa situazione storica la
solerzia e la qualità dei servizi di qualche benestante che può accedere alle cure esclusive di luminari in
cliniche di lusso) e questa è un’ingiustizia che va combattuta . La nostra diversità è una scelta politica ,di
schieramento e di prospettiva. Noi la rivendichiamo come rimarchiamo anche per aprire un dibattito
vero con altri movimenti ed associazioni che parlano in maniera indefinita di salute, ammalati, ambiente
come dimensioni eteree , al di sopra ed al di fuori dei conflitti sociali . Non si tratta di riproporre schemi
ideologici per motivi propagandistici ma di dire la verità : il disoccupato napoletano cardiopatico morirà di
scompenso cardiaco a 40 anni in attesa di un posto letto in cardiochirurgia e nessuno dirà niente in Tv. Di
qualcun altro assistiamo alla cronaca giornaliera in TV per mostrare un intero ospedale mobilitato a
garantire la sua pronta guarigione perchè ha più diritto di vivere di uno che non riesce a pagare le bollette.

il secondo meccanismo è quello di “neutralizzare” il senato con l’eliminazione del bicameralismo . In
realtà si propone un secondo serbatoio di classe politica -non direttamente eletta- che avrà tutto
l’interesse ad avere una comoda poltrona a Roma senza avere alcun interesse a disturbare il governo
formato dai deputati di maggioranza. Ci dicono che si risparmia ma in realtà la differenza dei costi saà
irrisoria creando un baraccone parassitario di cooptati alla briglia della maggioranza del momento anziché
mantenere una elemento di controllo e comunque di espressione della volontà degli elettori.

E dopo le regole democratiche cadranno le altre regole e i diritti costituzionali se daranno fastidio al
premier di turno….

Medicina Democratica quindi considera inaccettabili entrambe le riforme proposte e ancor più il loro
“combinato disposto”, un unico progetto antidemocratico, ed invita a votare No al Referendum di Ottobre
e a dire No anche alla legge elettorale .

Il direttivo di Medicina Democratica Onlus

 

Pubblicato da: giulianolapostata | 7 novembre 2016

Io voto NO

http://www.nuovatlantide.org/le-ragioni-del-no-intervista-umberto-terracini-presidente-della-costituente/

 

Le Ragioni del NO – Intervista a Umberto Terracini, presidente della Costituente

a cura di Gian Franco Ferraris – 21 ottobre 2016

Riflessioni intorno al libro  “QUANDO DIVENTAMMO COMUNISTI” Conversazione con Umberto Terracini ed. Rizzoli

Questo libro-intervista a Umberto Terracini pubblicato nel 1981 (1) è significativo del distacco profondo che esiste tra i costituenti del dopoguerra e i riformatori di oggi. I primi (Democrazia Cristiana, Partito Comunista, Partito Socialista, partiti laici) hanno scritto una Costituzione con l’intento di costruire ‘insieme’ istituzioni democratiche solide a favore di tutti gli italiani, i “nuovi” riformatori pensano solo a gestire ‘in pochi’ il potere, conservare i privilegi del ceto politico, dividendo gli italiani e dimenticando gli aspetti sociali della carta originaria.

La vita di Terracini è stata straordinaria, un romanzo avvincente e drammatico che ha attraversato l’intero ‘900. Giovane avvocato di famiglia borghese ha preferito alla carriera l’impegno politico; conGramsci e Bordiga è stato tra i fondatori del Partito Comunista a Livorno nel 1921  (aveva 26 anni), e nel luglio di quell’anno, al congresso dell’internazionale comunista, si scontrò con Lenin che in francese “plus de souplesse camarade Terracini” propose il fronte unico tra comunisti e socialisti e in quell’occasione coniò la famosa formula “estremismo malattia infantile del comunismo” (2) .

E’ stato l’antifascista che ha scontato più anni nelle galere di Mussolini, ben 17 anni, senza cedimenti o compiacimenti. Ha pagato di persona il rigore morale e la fedeltà agli ideali di libertà e giustizia (la stessa sorte di Gramsci) non solo con il carcere ma con l’isolamento da parte dei suoi compagni di partito, fino all’espulsione dal PCI. Nell’immediato dopoguerra rientra nel Partito Comunista (di cui si è sempre sentito parte, seppur escluso) e ne resterà dirigente senza mai lasciarsi condizionare dalle opportunità contingenti (non è mai stato stalinista) e per questo relegato spesso al margine delle decisioni, senza mai nutrire rancori e cercare rivincite. Terracini, deputato alla Costituente, fu eletto presidente del primo parlamento repubblicano, diresse i lavori per la stesura della costituzione e ne firmò il testo assieme a Enrico De Nicola e al presidente del consiglio Alcide De Gasperi.

« Per noi si trattò di restare fedeli alla linea politica, legalitaria e democratica del partito. Non dimentichiamoci che il PCI, appena fu promulgata la Costituzione, concentrò tutta la sua azione sull’esigenza di ottenerne l’applicazione, di spingere il governo e l’apparato dello Stato a realizzare gli obiettivi, le innovazioni, che la Costituzione prometteva agli italiani. Posso dire, secondo un giudizio che non ho mai nascosto, che l’azione del partito ebbe anche in questo campo dei limiti, dei ritardi. Infatti si pose l’accento quasi esclusivamente sulla parte istituzionale della Costituzione, si condussero quindi battaglie per ottenere l’attuazione delle Regioni, lo sviluppo concreto delle autonomie locali, ma si trascurò di condurre una lotta altrettanto incisiva per l’affermazione dei diritti civili pure sanciti dalla Costituzione. Ad ogni modo assumere come punto di riferimento della politica del partito la Costituzione rappresentò in quegli anni difficili la salvezza del PCI e dell’intero movimento operaio italiano. Solo così fu possibile evitare che lo stalinismo compromettesse non solo il presente ma anche il futuro del partito. »

Terracini ribadisce l’importanza dell’approdo democratico raggiunto con l’approvazione della Costituzione nel ricordo dell’attentato a Togliatti.

«Togliatti stesso, mentre lo portavano in ospedale, raccomandò ai compagni di non perdere la testa. “State calmi”, disse a Scoccimarro. Pensando a quanto gli era successo temette subito che le conseguenze potessero distruggere il risultato di tanti sforzi. Di una politica meditata, lontana da forme di violenza e ispirata all’accettazione del metodo democratico.

C’è sempre una corrispondenza tra la costituzione e lo spirito del Paese. E’ ridicola l’affermazione di Renzi che con la riforma cambierà la politica e si ridurranno le spese: le Costituzioni “non precedono la società, ma ne sono l’espressione proiettata in avanti. La Costituzione del ’48 infatti fu la conseguenza della grande rigenerazione spirituale, sociale e culturale prodotta dall’immenso dolore della guerra, e da sentimenti di eguaglianza, libertà, dignità, solidarietà che erano radicati nelle masse” (Carnitti). La classe politica uscita dalla guerra, nella sua maggioranza conduceva vita austera, era mal pagata e non era sospettabile di intenzioni di carrierismo e di conseguenza credevano in un parlamento rappresentativo della società e eletto dai cittadini. La classe politica di oggi si è dimostrata incapace di affrontare i temi cruciali del Paese, il denaro imperversa come la disuguaglianza: povertà, disoccupazione, lavoro precario, sottoproletarizzazione del ceto medio, mancanza di competitività, di tecnologia con il resto del mondo, burocratizzazione.  La frattura tra i politici e la società è diventata una voragine e la nuova classe politica ‘egoista e ambiziosa’ ha pensato bene con artifici costituzionali di conservare il potere con un parlamento di nominati, compresi i 100 senatori.

Questo non vuole dire che la nostra Costituzione non sia migliorabile, l’attuale sistema delle regioni a statuto speciale – che la riforma mantiene sostanzialmente inalterato – poggia su ragioni storiche in gran parte superate, così come ci sono intere parti del Paese che hanno problemi incancreniti nel tempo. Sarebbe opportuno rivedere le competenze dello Stato e quello delle autonomie locali a partire dalle Regioni (molte di queste sono una vera e propria palla al piede del Paese con costi enormi e burocrazia asfissiante) al fine di giungere a una diversificazione delle competenze dei territori e alla ripartizione razionale e trasparente delle risorse tra Stato centrale e Enti locali. Da oltre 20 anni i cittadini si sono visti duplicare le tasse da parte dello Stato e delle autonomie locali.

Ma è intuitivo che la riforma Renzi/Boschi non ha “valori costituenti”, ma solo lo scopo di impadronirsi del potere per soddisfare interessi personali o di lobby, più o meno lecite. Al contrario, i padri costituenti avevano lo sguardo rivolto all’interesse generale del Paese ad interpretare con la costituzione i bisogni ed i diritti di tutti. Purtroppo molti dei dettati ‘sociali’ della Costituzione giacciono dimenticati nella carta da parte di tutte le forze politiche.

Mentre leggevo il libro intervista di Terracini ho respirato aria fresca, ho ritrovato, pur in anni drammatici, la politica fatta di valori e di ideali. Ci sono anche capitoli curiosi come quando Terracini dopo l’espulsione dal Pci rivede Togliatti dopo 20 anni (pag. 140).

«Il mattino dopo chiesi a Turchi dov’era il partito. Mi spiegò che si trovava in un palazzo di via Nazionale. Ci andai. V’era una gran quantità di gente che saliva e scendeva le scale, le porte degli uffici, al primo e al secondo piano, quasi tutte aperte. Chiesi a qualcuno dove fosse lo studio di Togliatti. Mi indicarono un uscio chiuso. Mi avvicinai, bussai, entrai in una stanza dove c’erano molti tavoli e una persona sola, Togliatti, intento a leggere alcuni fogli. Aveva in mano una matita. Dissi: “buongiorno”. E lui senza neanche alzare la testa, rispose: “buongiorno”, e aggiunse: “aspetta un momento”. Dopo qualche minuto posò la matita, alzò gli occhi e finalmente mi vide. Ci guardammo un attimo e poi ci salutammo di nuovo con più calore. “Sono venuto da te per sapere che cosa devo fare” dissi. “Adesso siediti” mi rispose. “Siediti, aspetta un momento, vediamo subito”. Cominciammo a parlare. Dopo un quarto d’ora mi affidò ad un giovane compagno affinché mi accompagnasse in giro per gli uffici. Ci rivedemmo nel pomeriggio. Mi accolse con naturalezza, come se niente fosse accaduto, come se non avessi mai cessato di far parte del gruppo dirigente. Mi affidò l’incarico di mettere in piedi il centro elettorale del partito in vista delle future elezioni. Nei giorni seguenti rividi i vecchi compagni, Secchia, Longo, Scoccimarro, e Amendola, che avevo conosciuto al confino di Ponza, e via via conobbi i giovani quadri: Sereni, Alicata, Ingrao. Con nessuno di loro parlai dell’espulsione, della triste vicenda che avevo vissuto. Mi tuffai invece nel lavoro, con entusiasmo, grato a Togliatti. Perché senza di lui difficilmente mi sarebbero state riaperte le porte del partito. »

Terracini racconta con serenità anche le sofferenze patite e la delusione di essere emarginato dagli stessi compagni con cui ha vissuto carcere e confino…

  1. D) (Mario Pendinelli) :Chi le comunicò l’espulsione dal partito?

«Mi pare Li Causi. Un compagno pacioso e socievole, forse proprio per questo quello più portato a sdrammatizzare simili eventi. Ma non le giuro sia stato Li Causi. Il primo che me lo disse fu probabilmente Antonio Cicalini. Cicalini è una figura curiosa e interessante di comunista. Era stato mandato al confino fra i primi. Poi era ritornato a casa. Poi era stato di nuovo arrestato e confinato. Aveva costituito lui la prima organizzazione di partito al confino di Ponza; quindi era stato trasferito a Ventotene, ed era divenuto il severo custode della disciplina di tutti, intransigente e rigido, per adoperare una terminologia che risale agli ultimi anni della nostra milizia nel partito socialista, prima della scissione. Allora si era formato nel PSI un gruppo di giovani intransigenti vicini a Bordiga, poi all’interno della frazione intransigente si era formata una frazione ancora più intransigente che si era definita intransigente rigida. Cicalini, di Imola, lo definirei così: intransigente rigido. Ed era quello che al confino amministrava la giustizia, per così dire, naturalmente sempre in accordo con gli altri compagni del direttivo, nel quale c’erano elementi come Scoccimarro, Secchia, Li Causi, che certamente non avrebbero accettato di essere usurpati nelle loro funzioni. Comunque mi venne detto un giorno che non facevo più parte del PCd’I. E assieme a quella comunicazione mi venne rivolto l’invito a non cercare di avvicinare più i compagni del collettivo, a ciascuno dei quali venne poi comunicato che ero stato espulso e che quindi non dovevano più avere rapporti con me. E così incominciarono e poi scorsero quegli ultimi due anni di confino che furono per me particolarmente melanconici: mi ritrovai completamente isolato, i compagni mi sfuggivano. Solo Camilla Ravera osò contravvenire a quella disposizione. Un gesto che pagò caro: fu espulsa anche lei dal partito. »

La stessa sorte toccò a Gramsci, l’amico fraterno di Terracini fin dal 1914 a Torino, è struggente il ricordo di Gramsci nell’isolamento in carcere sino alla morte nel 1937

Il mio dissenso non giungeva ai compagni, ma esclusivamente all’orecchio del centro estero, il quale non lo rendeva pubblico neppure eventualmente per contestarmi, per criticarmi, per respingere le mie posizioni. Mi sentivo impotente, quasi un sepolto vivo. Sapevo attraverso “radio carcere” che anche Gramsci aveva espresso un netto dissenso sulla “svolta”. Ed anche attorno a lui era calata una cortina di silenzio. Le critiche di Gramsci avevano però molto allarmato il centro estero del partito, e in modo particolare Togliatti. Fu poi Athos Lisa, un compagno recluso a Turi, a raccontarmi come erano andate le cose. Le critiche di Gramsci alla linea del partito, anche se espresse solo dentro le mura spesse del carcere, erano giunte a Parigi. Togliatti aveva allora incaricato un fratello di Gramsci, Gennaro, il quale lavorava a Parigi, di rientrare in Italia, di recarsi a Turi, di mettere ufficialmente al corrente Antonio della svolta e dell’espulsione dei “tre”, e quindi di riferirne il parere al partito. La scelta cadde su Gennaro perché era l’unico che avesse diritto, secondo la regolamentazione carceraria fascista, di visitare il detenuto Gramsci. Il colloquio fu breve, ed avvenne in presenza di un agente di custodia sardo, di cui Gramsci si fidava. Antonio disse in modo esplicito al fratello che non era d’accordo con la linea dell’Internazionale, aggiunse che non condivideva il provvedimento di espulsione dei “tre”. Eppure Gennaro Gramsci, appena rientrò a Parigi, disse a Togliatti tutto il contrario. Sostenne che Antonio era perfettamente d’accordo con il partito, smentì le voci sul suo dissenso. Spiegò poi che era preoccupato, che temeva, nel clima di intolleranza che si era ormai creato nel partito, che anche Antonio venisse colpito da misure disciplinari, che fosse messo al bando. Per questo aveva mentito. Credeva che se avesse detto la verità sarebbero seguite delle conseguenze spiacevoli per il fratello in prigione. Conseguenze anche pratiche, materiali. Perché era il partito, attraverso Tatiana, la cognata di Antonio, che provvedeva a far pervenire a Gramsci qualche medicina, qualche pacco di viveri, qualche piccola somma di denaro, e soprattutto i libri senza i quali Antonio si sarebbe davvero sentito solo e perduto. Comunque il partito conobbe ugualmente la realtà. Fu proprio Athos Lisa, appena scarcerato, a inviare un rapporto al centro di Parigi, per avvertire che Antonio aveva addirittura iniziato un lavoro di educazione politica tra i compagni in carcere, con l’intento di formare nuovi quadri estranei al settarismo e al massimalismo. Lisa avvertì inoltre che l’atteggiamento di Gramsci aveva suscitato la reazione di una parte dei compagni che componevano il direttivo della cellula carceraria, e che alcuni, accusandolo di opportunismo socialdemocratico, erano giunti a chiedere la sua espulsione dal partito.

Antonio reagì isolandosi, rinunciando alle lezioni. Si capiscono, comunque, le ragioni che indussero Togliatti, Longo e gli altri dirigenti a prendere per buona la versione fornita da Gennaro. Nonostante l’enorme suggestione che l’Internazionale e il nome di Stalin esercitavano sulle coscienze di tutti i militanti, qualche momento di dubbio, di incertezza sarebbe forse penetrato in molti compagni se avessero saputo della posizione di Gramsci. Non è ancora chiaro, del resto, perché non andarono in porto nel 1932 le trattative tra il Vaticano, l’Unione Sovietica e il governo fascista, che avrebbero dovuto condurre alla liberazione di Gramsci. Il Vaticano e l’URSS avevano intrapreso contatti per uno scambio di prigionieri. Era avanzata l’ipotesi che Gramsci potesse riottenere la libertà in seguito alla liberazione di qualche prelato detenuto in Unione Sovietica. La cosa sembrava possibile, anche perché era in atto una campagna internazionale in favore di Gramsci, animata soprattutto da Piero Sraffa, un amico di Antonio degli anni torinesi, che era divenuto professore di economia a Cambridge. Le trattative, alle quali partecipò con certezza monsignor Pizzardo, il futuro cardinale, furono però sospese. Per l’intervento di Stalin? Il dubbio è rimasto e credo che tormenti ancora molti il pensiero che se Gramsci fosse stato liberato, avrebbe potuto curarsi, e sfuggire alla tragica morte che poi lo colse.»

Il racconto di Terracini è scorrevole, in modo chiaro e senza enfasi ripercorre la storia del ‘900 dalla prima guerra mondiale alla crisi dell’italia liberale, dalla scissione del partito socialista di Livorno (3) al fascismo, i rapporti con l’internazionale comunista, la polemica con Lenin del 1921, l’ascesa di Stalin e la stalinizzazione del PCI. Il libro-intervista descrive pure la vita quotidiana dei confinati a Ventotene e i rapporti con Altiero Spinelli e gli esponenti di Giustizia e Libertà, le peripezie con cui raggiunse la Svizzera e poi si unì alle formazioni partigiane in Val d’Ossola, ebreo e comunista/isolato dal partito.

«Attendevamo da un giorno all’altro, fin dal 25 luglio, il momento in cui ci avrebbero detto che eravamo liberi. Quando giunse il momento provai, è ovvio mi pare, una grande gioia, unita tuttavia ad un sentimento di amarezza. I compagni del collettivo non mi avevano coinvolto nei preparativi per lasciare Ventotene. Io e Camilla Ravera continuavamo ad essere isolati dagli altri. (…)

Mi decisi: andai alla stazione e presi un treno per Novara. Ritrovai mio fratello, la sua famiglia. Era un brutto momento: si era diffusa la notizia che nazisti e fascisti avevano iniziato la caccia agli ebrei. Io oltre ad essere ebreo ero pure comunista. Bisognava trovare un rifugio. Novara non era sicura. Mia nipote aveva una villetta sul lago d’Orta. Ci andammo. Ci svegliò in piena notte un fascista del luogo, era anzi proprio il segretario del Fascio di Orta. Un letterato, un buon uomo. Ci avvertì che un plotone di tedeschi aveva iniziato a rastrellare il paese. Cercavano antifascisti ed ebrei. Presto sarebbero arrivati anche lì. Restammo incerti, non sapevamo come comportarci. Il segretario del Fascio ruppe ogni indugio: era venuto in barca, un mezzo di comunicazione normale in quei luoghi. “Va bene” ci disse “scendete, montate sulla mia barca, venite per il momento a casa mia”. Così ci offrì un primo rifugio sicuro. Fece di più: organizzò dopo due giorni il nostro passaggio clandestino in Svizzera. Quando varcammo la frontiera cominciava ad albeggiare. I gendarmi svizzeri ci condussero in un borgo poco lontano dal confine, dove sorgevano molti alberghi, che erano stati adattati dal governo a campi di raccolta per i profughi che fuggivano dall’Italia. (…) Quando i compagni del Partito svizzero del lavoro, il partito comunista svizzero, seppero del mio arrivo, vennero a cercarmi e ad offrirmi il loro aiuto. Non sapevano che il collettivo di Ventotene mi aveva espulso. L’idea fissa che non mi abbandonava mai era quella di ritornare in Italia, e di riallacciare i legami con il partito, per spiegare le mie ragioni e che cosa era successo davvero. Ma soprattutto per contribuire alla lotta in Italia. Le prime notizie sul movimento partigiano, sull’inizio della guerriglia contro i tedeschi, acuivano il mio senso di impotenza. Mandai in Italia un messaggio, al Comitato di liberazione nazionale, mettendomi a disposizione. Riuscii pure a far pervenire una lettera al centro del partito, a Milano. Le risposte che ricevetti furono profondamente deludenti. Il partito da Milano mi fece sapere semplicemente, in due secche parole, che non avevo nulla a che fare con il PCI e che il partito non aveva nulla da dirmi. Il Comitato di liberazione per l’Alta Italia mi rispose che non poteva adoperarmi o affidarmi qualche incarico, perché facendo questo indipendentemente dal Partito comunista, che era un suo costituente, avrebbe certamente rotto un accordo e un’armonia. Seppi in seguito, e del resto lo ha raccontato Giorgio Amendola, nel suo libro Lettere a Milano, che la decisione di confermare la mia espulsione era stata adottata a Roma dopo la caduta di Mussolini, nella prima riunione in Italia del centro dirigente del partito. Vi avevano partecipato, oltre allo stesso Amendola e a Massola, alcuni dei dirigenti del collettivo di Ventotene che mi avevano espulso. Era più che naturale che in un momento oltretutto concitato, e in assenza di Togliatti, il mio caso fosse stato liquidato senza troppi approfondimenti. Passarono alcuni mesi prima che riuscissi a rientrare in Italia, con le mie sole forze. Lo decisi appena seppi, nel settembre del 1944, che in Val d’Ossola le formazioni partigiane avevano sferrato una offensiva contro i tedeschi ed erano riuscite ad occupare Domodossola. Si profilava la costituzione di una repubblica autonoma. Pensai che avrei potuto essere utile. Partii da Locarno con un trenino elettrico che giungeva fino alla frontiera. Poi a piedi, scesi giù nel versante italiano di quelle montagne. Giunsi nei sobborghi di Domodossola a sera fatta, era ormai buio. Quasi all’improvviso mi trovai di fronte un signore anziano, con una pellegrina, quel tipo di soprabito che si usava una volta, con la mantellina nera. Era il professor Ettore Tibaldi, un vecchio compagno socialista, medico di buona fama, il quale durante la guerra si era ritirato nella sua cittadina, a Domodossola, dove dirigeva l’ospedale civico. Fu lui a riconoscermi per primo: evidentemente gli anni non mi avevano molto cambiato. Lui invece si era fatto crescere la barba. Eravamo stati assieme nella Federazione giovanile socialista. “Cosa fai qui?” mi chiese stupito. “Sono venuto per fare qualche cosa” risposi. Lui, non al corrente delle mie traversie col partito, credette che mi trovassi lì per incarico del PCI. Gli spiegai brevemente come stavano le cose. Tibaldi dirigeva l’amministrazione di governo della piccola repubblica. Mi disse che la mia opera sarebbe stata preziosa. Mi trovò ospitalità per la notte e il giorno dopo, in municipio, mi affidò le funzioni di segretario generale del governo dell’Ossola. I problemi erano tantissimi, bisognava riorganizzare le attività civili, far girare la macchina amministrativa, provvedere alle necessità delle brigate combattenti. Qualche giorno dopo giunse da Novara un emissario della federazione comunista. La sua prima preoccupazione, in quel momento difficile, tumultuoso, fu quella di avvisare dappertutto che Terracini era stato escluso dal partito, che non bisognava dargli spazio, che i militanti dovevano ignorarlo. Perciò io non ebbi alcun rapporto con l’organizzazione del PCI che anche in Val d’Ossola si era subito ricostituita. D’altra parte ero ampiamente assorbito dal compito che mi era stato affidato. Mi tuffai nel lavoro quotidiano. Credo che riuscii a conquistarmi la stima della gente.»

Merita apprezzamento anche il giornalista Mario Pendinelli che ha raccolto le memorie di Terracini e ha curato il libro-intervista; ha saputo mantenere la vivezza dell’esposizione di Terracini nel contesto degli anni tumultuosi che hanno segnato il nostro paese.

Particolarmente felici sono poi i ritratti dei protagonisti dell’epoca. Terracini rammenta: “E poi, anche i rapporti personali e fraterni che esistevano tra

Bordiga e noi (lui e Gramsci) ebbero un peso nello stemperare i contrasti”. Ricorda così Amedeo Bordiga: “era una personalità in un certo senso straordinaria. Aveva

una fortissima capacità di lavoro e un carattere ostinato e freddo. Ma era essenzialmente un dogmatico. Credo che avesse letto tutto quanto era stato pubblicato intorno a Marx da autori di ogni lingua… era tuttavia incapace di coglierne il momento vivente, cioè di trasferire la formula nella realtà che lo circondava. Ricordo che pochi giorni, o poche settimane prima della sua morte, nel 1970, io mi ero recato a Napoli per rivederlo, dopo venticinque anni di separazione e di silenzio completo fra di noi.
Fu un incontro strano: mi ripetè le cose che avevo già sentito dire da lui nel 1922, nel 1923, nel 1924. Mi accorsi che non aveva spostato di una virgola le sue convinzioni, la sua mentalità, la sua impostazione di pensiero. Guardava le cose del 1970 come quelle del 1924. Sembrava non accorgersi di quanto il mondo fosse cambiato.”

L’incontro con Antonio Gramsci che ha segnato le loro vite:

«Era portato ad ascoltare, specie quando coloro che parlavano si erano formati in ambienti completamente diversi dal suo, e quindi dicevano cose che lo incuriosivano. In questo modo si esprimeva, tra l’altro, la sua brama di sapere, di arricchire sempre maggiormente il suo bagaglio di istruzione e di conoscenza. Ma in realtà, Gramsci non era un silenzioso. Non era un chiacchierone, ma parlava. Parlava volentieri, perché aveva sempre qualche cosa da dire e perché parlando riusciva a stimolare anche la parola degli interlocutori. E anche qui si manifestava la sua specifica curiosità intellettuale: sentire molto per potere poi anche molto parlare. Avevo visto, non ancora conosciuto, Gramsci nelle aule dell’università. Lui era due anni più avanti di me, poi frequentava lettere, io giurisprudenza. Ma fra una lezione e l’altra, nei corridoi gli allievi dei singoli corsi si mescolavano fra di loro. La figura di Gramsci era molto nota, diciamolo pure, anche per le sue sciagure fisiche, per quel suo corpo deforme, che attirava immediatamente l’attenzione specialmente di ragazzi sempre pronti allora, come purtroppo anche oggi, a deridere, a farsi beffa degli infelici. Ma rapidamente, quasi subito, la personalità di Gramsci si faceva sentire, si imponeva. Innanzitutto perché i suoi compagni ne ammirarono presto le doti di preparazione e di viva intelligenza; poi perché la fama della sua superiorità negli studi, che si affermava anche attraverso i giudizi dei suoi professori, si era allargata a tutta quanta l’università. E allora si vedeva Gramsci con altri occhi, non con gli occhi che notavano la sua deformità fisica, ma con gli occhi della mente che sapevano apprezzare la sua preparazione, le sue capacità intellettuali. Non avevo ancora con lui dimestichezza. Era il compagno di studi che si salutava all’ingresso e all’uscita: ciao, ciao, niente più di tutto questo. Fu l’incontro in casa di Tasca che stabili fra me e Antonio rapporti di conoscenza che si trasformarono, via via, in profonda amicizia, stima, affetto: un sentimento che segnò le nostre vite.»

Il ritratto di Togliatti:

  1. D) (Mario Pendinelli) :Si è discusso molto sulle responsabilità almeno indirette dei dirigenti del comunismo italiano nei crimini di Stalin. Qual è la sua opinione? Come giudica l’atteggiamento di Togliatti verso Stalin?

«Togliatti non ha mai firmato una condanna a morte, ma non ha neppure contestato le accuse che si muovevano a Zinov’ev, a Bucharin, a Kamenev, agli innumerevoli dirigenti russi che sono stati deportati o giustiziati. Penso che dentro di sé ne inorridisse, ma c’è una frase accreditata a qualche grande uomo della storia: il coraggio non ce lo si può comandare quando non lo si ha. Togliatti era un uomo saggio, prudente, ma non aveva un carattere particolarmente coraggioso, specialmente quando si trattava di affrontare una lotta diretta contro forze che giudicava preponderanti. Preferiva raccogliersi nel suo mondo di pensiero, probabilmente convinto che la realtà avrebbe finito col ricollegarsi alle sue idee facendole prima o poi prevale re. Lui ebbe posizioni di estrema importanza nella gerarchia dell’Internazionale, e quindi nei confronti dei partiti comunisti di tutto il mondo. Non per nulla fu mandato dall’Internazionale in Spagna come proprio console, durante il tempo della guerra civile. Il suo pensiero politico, la sua lucidità, la sua cultura, erano largamente apprezzate. Forse avrebbe potuto dire o fare qualcosa. Io ho già detto in passato, e lo ripeto, che secondo me Togliatti era stato durante quegli anni quasi plagiato da Stalin e dallo stalinismo, da quel sistema formidabile di potere che era riuscito a subordinare a sé un intero mondo, dall’Europa all’Asia. Centinaia di milioni di esseri umani sottoposti ad una organizzazione dittatoriale nella quale era insito il dispregio massimo per i diritti individuali, l’odio e l’avversione per tutto ciò che suonasse libertà non solo di azione ma di pensiero. In ogni modo, tutti coloro che vivevano e operavano a Mosca, nel luogo naturale di rifugio di tutti i rivoluzionari del mondo perseguitati da governi fascisti o reazionari, erano presi da quel sistema, soffocati da quell’atmosfera, obbligati ad accettare e inchinarsi. Se non lo facevano sparivano. Come sono spariti quei circa duecento comunisti italiani rifugiati nell’Unione Sovietica, deportati nei campi di annientamento dell’Asia Orientale. E per salvarli niente fu tentato, diciamolo pure, neanche da Togliatti. Certo, se avesse tentato si sarebbe esposto lui stesso a chissà quali terribili sanzioni.»

Ho conosciuto di persona Umberto Terracini nel 1982; era venuto a vivere a Cartosio, il paese di origine della moglie. Un incontro indimenticabile: era molto vecchio, serio, gentile, parlava con semplicità, chiarezza e trattava ogni persona con cui conversava nello stesso modo rispettoso. Gli chiesi dello scontro con Lenin nel 1921 e mi rispose che Lenin aveva grande autorevolezza e nei mesi successivi riflettè a lungo sull’episodio e rivedette in parte il suo pensiero politico. Ricordò anche che nonostante lo scontro politico tra la delegazione italiana e il gruppo dirigente dell’Internazionale fosse stato aspro, i rapporti personali erano rimasti fraterni. “Purtroppo quel costume fatto di tolleranza, di reciproco rispetto, di fraternità rivoluzionaria, non durò molto. Le cose cambiarono.” Le cose precipitarono con l’avvento di Stalin. Disse anche che senza la malattia di Lenin difficilmente Stalin sarebbe emerso, perchè Lenin era consapevole del pericolo di una “svolta autoritaria”. Di fatto con Stalin prese piede una delle più terribili e spietate patologie della sinistra: il settarismo. Come abbiamo letto più volte ha subìto ingrate emarginazioni dai compagni settari del suo partito. La stessa sorte è toccata a Gramsci, drammatico il ricordo della sua morte “… Antonio era stato contrario alla ‘svolta’, quindi alla linea del partito comunista… Per i compagni detenuti o confinati, Antonio ormai era estraneo al partito. Perciò la notizia della sua morte passò come tante altre, fu accolta senza dolore, non suscitò emozioni. E questo atteggiamento rese ancora più acuto il dramma nostro, di quei pochi che sapevano e che erano stati d’accordo con Gramsci.”

Lo stalinismo sopravvisse a lungo nel Partito Comunista, Terracini nell’intervista vuole ricordare un episodio non del tutto chiaro:

«Fra il dicembre del 1950 e marzo del 1951, Stalin cercò in ogni modo di riportare Togliatti a Mosca, sollecitandolo ad assumere la guida del Cominform, l’ufficio che coordinava il reciproco scambio di informazioni fra i partiti comunisti, istituito nel 1947 e sciolto definitivamente nel 1956. L’offerta di assumere quella carica in quell’ufficio, che Stalin intendeva potenziare anche per i pericoli di guerra che la situazione in Corea prospettava, fu fatta a Togliatti mentre era a Mosca, convalescente. Lui non era assolutamente d’accordo. Cercò di prendere tempo. Chiese che la direzione del partito italiano si pronunciasse sulla proposta di Stalin. Amendola, con la franchezza che lo ha distinto, ha ricordato in seguito quello che accadde tra di noi, nel gruppo dirigente del partito. Ci fu una riunione. Secchia e Longo sostennero che proprio Togliatti ci aveva insegnato come il parere di Stalin non poteva essere discusso. Si votò. Io mi pronunciai affinché l’invito di Stalin venisse respinto. Negarville si astenne. Tutti gli altri accolsero la proposta di Stalin. Qual era il motivo vero di quella proposta? Stalin pensava di dare una guida diversa al PCI? La politica di Togliatti, la sua cauta ma tenace ricerca di autonomia, aveva infastidito il Cremlino? Sono tutti interrogativi aperti. Certo è che Togliatti riuscì per fortuna a tornare in Italia, accampando il motivo che doveva almeno partecipare all’imminente congresso del nostro partito. Comunque quell’episodio può illuminare sull’influenza che la parola di Stalin aveva nel PCI. Quando il capo sovietico morì ci furono tra i nostri militanti scene di disperazione. Il lutto e il dolore si diffusero in tutto il partito. »

— Le opinioni cambiarono solo nel 1956, dopo che Chruscèv denunciò al XX congresso del partito sovietico i crimini di Stalin?

« I crimini di Stalin erano noti. Non tutti i componenti del gruppo dirigente del partito avevano vissuto essi stessi a Mosca quei fatti, quegli eventi terribili. Ma tutti ne avevano avuto notizia. Ogni cosa era compresa e definita in una sorta di giustificazione storica. Si pensava che tutto ciò che era accaduto fosse plausibile ed approvabile, data la realtà storica di quei tempi, ma che niente del passato dovesse o potesse ripetersi.»

Terracini ha sempre combattuto il settarismo:

«Sono sicuro che si deve fare di più per accrescere nelle sezioni, nelle federazioni, in tutti gli organismi del PCI, la voglia e la possibilità di parlare. E che al tempo stesso si debba impedire la formazione di correnti o di frazioni. Quanto a me, ho sempre espresso le mie convinzioni, talvolta il mio dissenso, e questo non mi ha impedito di fare la mia parte di lavoro negli incarichi che mi ha affidato il partito. »

Più volte nel libro/conversazione ribadisce di essere contrario al formarsi nel Partito Comunista correnti o gruppi di potere in lotta tra di loro,” ma il centralismo democratico è stato spesso inteso in modo distorto, è stato usato per soffocare il dissenso, o per governare dall’alto il partito.”

E’ curioso che nel PD di Renzi sia sopravvissuto proprio un modo distorto di governare il partito dall’alto. Da anni sono stati gettati dalla stiva della nave della sinistra valori ed ideali e scambiati con vera zavorra ma è tornato il richiamo di conformarsi pedissequiamente alle opinioni del leader. Non si potrebbe spiegare diversamente il comportamento della maggior parte degli iscritti al PD, prima delle elezioni politiche il programma del Pd era totalmente diverso da quello concretizzato dal governo Renzi. Nessuno degli iscritti avrebbe ritenuto solo accettabili leggi come ‘la buona scuola’, il jobs act, lo ‘sblocca Italia’, la legge elettorale peggiore della legge Acerbo o del porcellum e quest’imbroglio della riforma costituzionale, avrebbero deriso chi avesse osato fare una simile profezia mentre ora sono ‘tutti’ (ovviamente i rimasti nel PD) convinti della bontà assoluta di queste nefandezze. Come si può altrimenti spiegare l’isolamento di Massimo D’Alema che anche nella battaglia referendaria sostiene tesi che appartengono alla sinistra dalle origini ai nostri giorni e per di più viene dileggiato ogni giorno con accuse di ogni sorta. Ebbene, nel leggere l’intervista di Terracini, ho provato quasi tenerezza per Massimo D’Alema, che peraltro negli anni del ‘comando’ è stato sostenuto e lusingato da questi stalinisti di quarta generazione.

(1) Quando Diventammo Comunisti. Conversazione con Umberto Terracini, tra cronaca e storia. A cura di Mario Pendinelli (autore) – Rizzoli editore, Milano 1981

(2) “Quando Lenin finì di parlare mi sentii addirittura svilito. Eppure ero convinto di aver fatto bene ad esprimere con chiarezza e risolutezza il nostro dissenso…. Naturalmente il nostro dissenso non bastò. Le tesi di Lenin sul fronte unico furono approvate dall’Internazionale; e divennero perciò la politica ufficiale di tutti i partiti comunisti. Però noi avevamo potuto esprimere liberamente le nostre opinioni, polemizzare con i capi della Rivoluzione d’Ottobre, discutere da posizioni di pari dignità con gli uomini che avevano sconfitto lo zar e stavano tentando di costruire il socialismo in un immenso paese.” (pag. 57)

(3) A Livorno la componente comunista chiedeva l’espulsione dal partito socialista della corrente ‘riformista’ , Turati peraltro nel suo intervento fu profetico”la violenza si ritorce sempre verso noi stessi: minacciando oltre misura, vuotando del suo contenuto l’azione parlamentare, noi creiamo il fascismo, creiamo la contro-rivoluzione… La forza del bolscevismo russo è nel nazionalismo russo, che avrà grande influenza nella storia del mondo, come opposizione all’imperialismo occidentale, ma è pur sempre una forma di imperialismo orientale”. (pag. 17)

Pubblicato da: giulianolapostata | 7 novembre 2016

Io voto NO

http://www.antimafiaduemila.com/rubriche/giorgio-bongiovanni/62651-parlamento-eletto-con-legge-incostituzionale-non-e-legittimato-a-modificare-costituzione.html

 

GIORGIO BONGIOVANNI

”Parlamento eletto con legge incostituzionale non è legittimato a modificare Costituzione”

 

Pubblicato: 22 Ottobre 2016

La trascrizione dell’intervento integrale del magistrato di Palermo, Nino Di Matteo
di Giorgio Bongiovanni 

Riportiamo il discorso integrale del pm Nino Di Matteo intervenuto ieri a “Una notte per la Costituzione”, evento organizzato dalComitato “Liberi cittadini per la Costituzione” a Palermo. Il magistrato dopo aver sottolineato l’importanza di difendere la Costituzione e richiedere la sua reale attuazione invece che modifica è entrato nel vivo della riforma sulla quale ogni cittadino è chiamato a votare nel Referendum del 4 dicembre. Una riforma che, ha chiaramente sottolineato il pm, ha come reale obiettivo, quello voluto dallo stesso Licio Gelli nel Piano di rinascita democratica della P2 e da successivi governi: “favorire il potere esecutivo a scapito del legislativo e del giudiziario” trasformando così la Democrazia in una “sorta di dittatura dolce fondata non sulla sovranità popolare ma sul potere oligarchico che obbedisce solo alle leggi della finanza e della economia internazionale”.

Intervento pm Nino Di Matteo
Devo dire che sono Stato subito contento di accettare l’invito a partecipare a questa serata, un invito che mi è stato formulato da uno studente di giurisprudenza ad alcune associazioni universitarie. Ho subito considerato bello e importante poter partecipare ad un dibattito sulla Costituzione e quindi anche sul referendum costituzionale del quattro dicembre. Io credo che stasera dovevamo essere di più, non per  i relatori ma per l’importanza dell’argomento.
Comunque è importante che ne parliamo. Quella che ci attende non è una consultazione elettorale come le altre, questa più che mai non ci si può permettere che prevalga l’astensionismo o le decisioni improntate all’appartenenza politica o alla simpatia per un partito o per una fazione politica.
Qui è in ballo qualcosa di molto più importante: si decide sulla nostra Carta fondamentale! Si decide su una riforma che ne modifica quarantasette articoli e che incide profondamente sugli assetti fondamentali della nostra Democrazia.
Questa è la mia opinione, la mia sensazione e il mio sentimento: se ancora conserviamo l’aspirazione, nonostante tutto, ad essere cittadini e non sudditi, se ancora conserviamo la dignità di essere cittadini e non servi inconsapevoli di un potere che non ci appartiene e non ci rappresenta, non possiamo restare indifferenti. Abbiamo verso noi stessi e verso i nostri giovani, per la nostra dignità personale l’obbligo di reagire alla indifferenza all’apatia alla rassegnazione all’opportunismo, al sistematico nascondiménto dei fatti, alla superficialità che stanno dilagando fino a trasformare il nostro in un Paese senza memoria senza speranza e quindi senza futuro.
Per questo sono d’accordo con l’onorevole Sarti con tutti quelli che mi hanno preceduto: dobbiamo informarci ! Dobbiamo riflettere, guardarci indietro nella storia di questo Paese. Dobbiamo abbandonare i facili slogan e saper volare alto e capire che al di là delle singole norme di modifica della Costituzione, il significato complessivo della riforma è importantissimo.
Dobbiamo capire le gravi conseguenze che deriverebbero dalla sua approvazione, sul delicato equilibrio di ogni vera democrazia, quell’equilibrio che è fondato sulla separazione e sull’effettivo bilanciamento dei tre fondamentali poteri dello Stato: il potere legislativo, il potere esecutivo e il potere giudiziario. Voliamo alto per capire è orientarci in questa scelta in vista della consultazione del quattro dicembre.
Io ho sempre pensato e in questi venticinque anni di mia carriera in magistratura ho vissuto sempre più intensamente che l’esigenza fondamentale del Paese è quella di arrivare ad una applicazione effettiva dei principi costituzionali. Sono sempre più convinto che il vero grande necessario cambiamento, la vera grande rivoluzione sarebbe quella di lottare tutti uniti coesi non per cambiare ma per applicare effettivamente la Costituzione.
Ricordiamoci e riflettiamo su quanto nei fatti vengano costantemente violati i principi fondamentali della nostra Carta costituzionale. Anziché moltiplicare proclami, annunci e slogan leggiamola la Costituzione. Ricordiamoci per esempio del diritto al lavoro che è anche ‘diritto ad una retribuzione che consente ai lavoratori e alle loro famiglie un’esistenza libera e dignitosa’ leggo dall’articolo della Costituzione.
Ricordiamoci prima che scompaia la residua sanità pubblica che la Repubblica, articolo trentadue, ‘tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività’.
Riflettiamo prima di smontare la scuola pubblica che, articolo trentaquattro la Costituzione, ‘le scuole statali per tutti gli ordini e gradi vengono prima delle scuole private che possono operare liberamente ma senza oneri per lo Stato’.
Prima di cambiarla la Costituzione vediamo se è applicata. Ricordiamoci, prima di intraprendere azioni belliche anche se travestiti da operazioni di pace, che l’Italia ripudia la guerra, articolo undici, e che lo stato di guerra può essere deliberato non dal Governo ma dalle Camere.
Ricordiamoci che, di fronte al più sfrenato egoismo proprietario, la proprietà privata trova il suo limite nella funzione sociale, articolo quarantadue, che l’iniziativa economica privata non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale.
Ricordiamoci, lo hanno ricordato chi è intervenuti prima di me, che la sovranità appartiene al popolo, articolo uno, cioé a tutti noi.
Dobbiamo applicarla la Costituzione dobbiamo lottare ciascuno nel proprio ambito.
Per un’attuazione vera concreta sostanziale del principio di eguaglianza sancito dall’articolo tre della Costituzione non possiamo più accettare, per esempio, che la giustizia funzioni a due velocità: sia rigorosa e certe volte spietata con i deboli e sia invece ancora troppo timida e con le armi spuntate nei confronti della criminalità dei potenti.
Dobbiamo lottare per l’applicazione dei princìpi della Carta costituzionale! Per l’indipendenza della magistratura, patrimonio e garanzia dei cittadini, soprattutto dei più deboli, non privilegio della casta. Dobbiamo lottare tutti quanti per preservare l’indipendenza della magistratura dai pericoli esterni. Dagli attacchi esterni di quella gran parte della politica che vorrebbe che il potere giudiziario divenisse sostanzialmente servente rispetto al potere politico e al potere esecutivo.
Dobbiamo lottare per preservare indipendenza della magistratura dei pericoli interni. Dobbiamo lottare perché si abbandoni ogni forma di collateralismo da parte della magistratura alla politica e ai potenti.
Dobbiamo lottare perché una volta per tutte si abbandoni, nelle scelte giudiziarie, il criterio della opportunità, che valuta le conseguenze dell’atto giudiziario e ci si abbandoni invece soltanto all’unico criterio che deve ispirare l’azione del magistrato che è quello della doverosità dell’agire.
Dobbiamo impegnarci perché un altro principio della nostra Carta costituzionale, l’obbligatorietà dell’azione penale, venga effettivamente rispettato nei confronti di tutti perché la legge sia uguale per tutti e perché i magistrati possano lavorare per applicare il diritto anche quando l’applicazione del diritto comporti delle conseguenze negative per il potere.
Dobbiamo lottare perché, sto parlando accanto a Salvatore Borsellino fratello di uno dei tanti eroi della nostra storia costituzionale, la Carta costituzionale venga applicata nella ricerca continua della verità sulle stragi. Ricerca che non si limiti e non si accontenti dei risultati, pur importanti, che sono arrivati ma che vada oltre e abbia il coraggio di andare oltre, quello che adesso non vuole più nessuno. Vada oltre nella ricerca anche di eventuali responsabilità esterne rispetto alle organizzazioni criminali i cui componenti sono già stati giustamente condannati.
Il vero grande problema italiano, a mio parere, è la forbice tra la Costituzione formale, quella scritta dopo la Resistenza al nazifascismo e approvata nel 1948 e la Costituzione materiale, cioé la trasformazione, il travisamento, l’elusione della prima nella pratica politica.
Quella pratica politica che ha spaccato il Paese e che ha avuto la gravissima colpa di contrapporre ad un’Italia che ancora crede nel progetto di attuare gli altissimi principi di uguaglianza solidarietà e libertà contenuti nella Costituzione, un’altra Italia fondata sulla speculazione, sulla ricerca esasperata del potere e della sua conservazione, sul compromesso e sull’accettazione di metodi mafiosi clientelari e poteri criminali.
Altro che cambiare la Costituzione! Oggi chi ancora ha a cuore le sorti del Paese dovrebbe privilegiare ad ogni interesse di parte l’interesse superiore del partito della Costituzione di tutti coloro che a prescindere dal loro specifico orientamento culturale e politico si riconoscono nell’idea e nel progetto di applicare, nelle scelte concrete, la Costituzione senza indugi e a qualunque costo.

Le falsità e le mistificazioni su questa Riforma
Reputo quasi doveroso, anche nella mia veste di magistrato, un giudizio sulla riforma costituzionale sulla quale siamo chiamati a votare con il referendum del quattro dicembre.
Voglio fare due premesse, che sono mie convinzioni che credo orientino tutto il giudizio successivo sul contenuto nella riforma.
La prima premessa è che questa riforma costituzionale è stata adottata da un Parlamento eletto, o meglio di nominati piuttosto che eletti, sulla base di una legge elettorale dichiarata dalla Corte costituzionale illegittima. La sentenza è del quattro dicembre 2013, nove mesi dopo l’elezione del Parlamento oggi in carica, eppure a nessuno, né al Quirinale né ai Governi che si sono succeduti Letta e Renzi se non a pochi nello stesso Parlamento, è venuto in mente che un Parlamento eletto con una legge incostituzionale, a mio parere, non può avere la legittimazione morale necessaria a modificare profondamente la Costituzione.

Seconda premessa: la riforma è stata ideata e ostinatamente voluta dal Governo della Repubblica con la pressione e l’etero direzione dell’ex Presidente della Repubblica Napolitano. Gli ultimi Governi sono stati presieduti da chi non era stato nemmeno eletto. Allora non dimentichiamo come è nata questa riforma, non dimentichiamo da chi e come è stata approvata. E’ stata scritta dal Governo e questo già a prescindere dal merito costituisce un vizio molto grave perché i Governi sono espressione della maggioranza dunque sono di parte, mentre la scrittura della legge fondamentale dello Stato dovrebbe essere esclusiva competenza del Parlamento che rappresenta il popolo sovrano o di assemblee costituenti elette con sistema proporzionale in modo da essere il più possibile rappresentativa delle varie componenti politiche sociali e culturali presenti nel Paese.
C’è uno scritto di Piero Calamandrei “Come nasce la nuova Costituzione” che è stato pubblicato nel gennaio del 1947, leggo testualmente:  “Nella preparazione della Costituzione il Governo non ha alcuna ingerenza. Nel campo del potere costituente non può avere alcuna iniziativa neanche preparatoria. Quando l’assemblea discuterà pubblicamente la nuova Costituzione i banchi del Governo dovranno essere vuoti. Estraneo del pari deve rimanere il Governo alla formulazione del progetto se si vuole che questo scaturisca interamente dalla libera determinazione dell’Assemblea sovrana”. 1947, poco prima dell’approvazione della nostra Carta costituzionale.

Altra premessa: non si può scindere in nessun momento valutativo il giudizio sulle modifiche alla Costituzione da quello sulla legge elettorale. Le modifiche alla Costituzione riguardano principalmente le funzioni dei due rami del Parlamento. La legge elettorale riguarda ovviamente la procedura di nomina e quindi la composizione nel Parlamento.
La nuova legge elettorale, lo ricordava l’onorevole Sarti, ripropone le stesse caratteristiche, gli stessi vizi di quella dichiarata incostituzionale con la sentenza del dicembre 2013 che lede gravemente il principio di rappresentatività sacrificato sull’altare della stabilità dei Governi.
La sentenza della Corte sul cosiddetto “Porcellum” censurava pesantemente, leggo testualmente, “un meccanismo di attribuzione del premio di maggioranza manifestamente irragionevole” e “una disciplina che priva l’elettore di ogni margine di scelta dei propri rappresentanti”.
I due vizi che sono indicati perfettamente in questa sentenza della Corte costituzionale ricompaiono nell’“Italicum”. Basta ricordare che in esito al ballottaggio previsto dall’Italicum è ben possibile che una lista che abbia ottenuto anche semplicemente il 21%  dei voti conquisti il 54% dei seggi.
E basta sottolineare il dato che più del 60% dei deputati sarebbero nominati dai partiti e non scelti dagli elettori. Se si tiene conto del forte astensionismo delle ultime tornate elettorali ci si rende conto che un gruppo politico, che rappresenta una minoranza anche piuttosto esigua di cittadini, con questo sistema elettorale può mettersi in mano il Paese, eleggere il Presidente della Repubblica e i componenti laici del Consiglio Superiore della Magistratura e i giudici della Corte costituzionale senz’altro sempre attraverso questo meccanismo.
Io credo che ognuno possa avere qualsiasi idea, che è cosa legittima ma non possiamo sopportare le bugie e le mistificazioni continuamente abilmente amanite a sostegno della riforma. Sono costretto a ripetere alcune considerazioni già svolte. La riforma non abolisce il Senato e non abolisce il bicameralismo lo rende solo tremendamente più confuso.
Il Senato continua ad esistere sarà composto da novantacinque senatori rappresentativi delle istituzioni territoriali e cinque senatori che possono essere nominati dal presidente la Repubblica. Il meccanismo che si viene a creare è di confusione istituzionale totale!
Sulla designazione dei senatori, sull’impiego part-time di sindaci e consiglieri regionali che, non si capisce quando fino a quando potrebbero fare i Sindaci o i consiglieri regionali e quando i senatori, sul continuo avvicendamento, nel nostro sistema non tutti i Sindaci con tutti i Consiglieri regionali vengono eletti nello stesso momento o nello stesso anno, avremmo in Senato un continuo avvicendamento di senatori che magari sono stati sindaci fino a quel momento e poi devono cedere lo scranno da senatore all’altro sindaco che nel frattempo viene eletto.
Una confusione totale.  L’unica certezza è l’acquisizione per molti sindaci e consiglieri regionali di spazi di immunità penale.
Senza ovviamente generalizzare e demonizzare le categorie dobbiamo però vederlo in una situazione come quella italiana, dove c’è una percentuale alta di politici e amministratori, nei Consigli regionali e nelle Amministrazioni comunali, che hanno problemi con la giustizia.

Quando leggiamo che la riforma finalmente abbatte i costi della politica io penso e mi chiedo da semplice cittadino ma perché piuttosto che smantellare un assetto costituzionale assolutamente rodato e consolidato non si riduceva semplicemente proporzionalmente il numero dei deputati e dei senatori senza stravolgere l’assetto costituzionale?
Altra mistificazione: nella riforma si parla tanto di semplificazione, mi consentirete di perdere cinque minuti di tempo per dimostrarvi attraverso una semplice lettura quanto la semplificazione sia uno slogan assolutamente falso.  L’iter di formazione delle leggi non è per niente semplificato semmai la riforma lo complica e crea le condizioni per un clima di perenne conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato.
Articolo 70 nella formulazione attuale della Costituzione vigente: “La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere”. Nella Costituzione vigente nove parola. Nell’articolo 70 del progetto di riforma Renzi-Boschi quelle nuove parole diventano 434.
Scusate ma io penso che lo dobbiamo leggere: “La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere per le leggi di revisione della Costituzione alle altre leggi costituzionali e soltanto per le leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali concernenti la tutela delle minoranze linguistiche referendum popolari le altre forme di consultazione di cui all’articolo settantuno per le leggi che determinano l’ordinamento la legislazione elettorale gli organi di governo le funzioni fondamentali dei Comuni delle Città metropolitane e le disposizioni di principio sulle forme associative dei Comuni per la legge che stabilisce le norme generali e le forme i termini della partecipazione dell’Italia e la formazione all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea, per quella che determini casi di ineleggibilità ed incompatibilità con l’ufficio di senatori di cui all’articolo sessantacinque primo comma e per leggi di cui articolo cinquantasette sesto comma ottanta secondo periodo centoquattordici terzo comma centosedici terzo comma centodiciassette quinto il nono comma, centodiciannove sesto comma centoventi secondo comma centoventidue primo comma centotrentadue secondo comma.
Le stesse leggi ciascuna come oggetto proprio possono essere abrogate o modificate o derogate solo in forma espresse e da leggi approvati a norma del presente comma…”. Scusate ancora non sono nemmeno a metà e comunque la lettura per chi ci riuscirà vi prego di completarla voi perché altrimenti tutto il tempo a mia disposizione va avanti sulla lettura di questo articolo 70.
Io credo che da semplice laureato in giurisprudenza si debba dire che non c’è nessuna semplificazione anzi c’è una moltiplicazione dei processi legislativi c’è un clamoroso intricarsi delle procedure e dietro l’angolo c’è la paralisi del Parlamento per favorire la supremazia del Governo e il suo potere.
La nuova normativa che poi riguarda il tema fondamentale della formazione delle leggi dello Stato è prolissa e tortuosa sembra fatta apposta per confondere le idee per tenere i cittadini lontani dalla Costituzione.
Per consegnare la Democrazia, per legarla mani e piedi, in mano agli uscieri del palazzo, ai professionisti del cavillo e ai professionisti della politica nel senso deteriore del termine.

Un attacco iniziato molto prima del Governo Renzi, da Gelli in poi
Ma il giudizio su questa riforma deve anche prescindere dalle singole norme, si deve formulare con una visione di insieme di contesto più alta rispetto alla mera e parcellizzata analisi delle singole modifiche costituzionali. Questo giudizio deve anche tenere conto di una seria analisi storica di quanto accaduto in Italia negli ultimi quarant’anni.
Questa riforma crea uno spostamento grave dell’equilibrio tra i poteri in funzione del rafforzamento dell’esecutivo e dello svilimento del potere legislativo.
Ma d’altra parte basta leggere la relazione che accompagna il disegno di legge di riforma costituzionale per capire quali sono gli scopi della riforma costituzionale.
Vi si legge, nella relazione che accompagna il disegno di legge, che “la revisione della parte seconda della Costituzione non può più attendere per il necessario processo di adattamento dell’ordinamento interno alle nuove sfide – Segue una lista dei problemi a cui secondo il Governo la riforma rimedierà –
1- L’esigenza di adeguare l’ordinamento interno alla recente evoluzione della governance economica europea e alle relative stringenti regole di bilancio. governance europea ed esigenze di bilancio
2- Le sfide derivanti dalla internazionalizzazione dell’economia dal mutato contesto della competizione globale 
3- L’elevata conflittualità tra i diversi livelli di governo dovuta alle spinte verso una compiuta attuazione della riforma del Titolo quinto della Costituzione 
4- La cronica debolezza degli esecutivi nell’attuazione del programma di governo la lentezza e la farraginosità dei procedimenti legislativi ricorso eccessivo alla decretazione d’urgenza eccetera..”
Cosa di evince dalla relazione che accompagna il disegno di legge?
Che è urgente e rendere più forte il Governo per adeguarsi alla austerità imposta dall’Unione europea e alle regole di mercato dell’economia globale e per imbrigliare regioni comuni con le rinnovate esigenze di un governo unitario.
Io credo che, se questi sono gli scopi e questa è la direttrice di fondo di tutta la riforma, non possiamo dimenticare che nell’iter di formazione di questa riforma, accanto parallelamente al percorso istituzionale se ne svolgeva un altro a mio parere molto più incisivo e decisivo che si è mosso fuori dalle istituzioni della Repubblica ed è iniziato prima della proposta Boschi e probabilmente l’ha ispirata se non determinata.
A cosa mi riferisco? “Dopo le due lettere dall’Europa dalla BCE e dal commissario per l’economia dell’Unione europea del 2011 dopo le dimissioni di Berlusconi e la nascita del Governo Monti, la tappa più significativa è il documento dedicato, (si intitola così) “Alla narrazione su come gestire la crisi” da una grande compagnia di gestione degli investimenti che amministra 1800 miliardi di dollari” JP Morgan.
Per capire da che pulpito viene questa predica dobbiamo ricordarci che nel novembre 2013 JP Morgan pagò al Governo degli Stati Uniti una gigantesca multa di tredici miliardi di dollari dopo avere ammesso di avere venduto a piccoli investitori prodotti finanziari inquinati.
Cosa si legge in quelle documento? Venne pubblicato il 28 maggio 2013, l’ho trovato facilmente in rete, quel documento accusa le costituzioni dei paesi della periferia meridionale approvate dopo la caduta del fascismo di essere “un ostacolo al processo di integrazione economica e anzi causa della crisi in quanto risentono di una forte influenza socialista”. Al tempo stesso però il documento dichiara che “in uno dei Paesi della periferia meridionale, cioé saremmo noi l’Italia, il nuovo Governo può chiaramente impegnarsi in importanti riforme politiche”.
Sarà poi il Governo Renzi a condurre disciplinatamente in porto le riforme mettendo mano alla Costituzione su due dei punti essenziali suggeriti da JP Morgan. “Governi deboli rispetto i Parlamenti – di questo si lamentava il grande colosso bancario e finanziario – e Stati centrali deboli rispetto alle Regioni”.
Mi pare che la riforma costituzionale, sarà forse un caso, risponda a queste due indicazioni date nel documento che vi ho letto.

Non vorrei che si realizzasse quello che Leonardo Sciascia diceva nel 1978 quando parlava del Parlamento in quel momento in carica. “Il potere  è altrove” scriveva Leonardo Sciascia – deplorando un Parlamento di anime morte che non hanno mai avuto un pensiero proprio.
Io credo che la linea fondante della riforma affonda le radici in un’idea di Stato che si avvicina molto ad una sorta di dittatura dolce fondata non su una Democrazia, sulla partecipazione del popolo e sulla sovranità del popolo ma su un potere oligarchico che obbedisce esclusivamente alle leggi e gli interessi dell’economia e della finanza internazionale.
E questa idea di Stato, cerchiamo di volare alto e di guardarci attorno e indietro, per la prima volta nel dopoguerra venne delineata nel Piano di rinascita democratica della P2 di Licio Gelli.
Ricordava Aaron Pettinari la celebre intervista di Gelli da Maurizio Costanzo il 5 ottobre 1980 pubblicato sul Corriere della Sera “Quando fossi eletto il mio primo atto sarebbe una completa revisione della Costituzione era un ambito perfetto quando fu indossato per la prima volta par la nostra Repubblica ma oggi è un ambito lusso e sfibrato e la Repubblica deve stare molto attenta nei suoi movimenti per non rischiare di romperlo definitivamente. E’ il parto dell’Assemblea Costituente avvenuto in un momento del tutto particolare nella vita della nostra nazione ma che oggi a cose assestate risulta inefficiente e inadeguato”.
Sono passati quasi quarant’anni, questo per dirvi che l’attacco alla Costituzione comincia molto prima del Governo Renzi. Dopo Licio Gelli analoghi progetti sostanzialmente volti a favorire sempre l’esecutivo a scapito del legislativo e del giudiziario via via sono stati portati avanti con fortune alterne mai portati a termine, da Cossiga, dal Governo Craxi  e ultimamente da un Governo Berlusconi con una reazione che in quel caso fece gridare a tutti che dovevamo difendere la Costituzione più bella del mondo, riguardò anche coloro i quali oggi invece sono schierati per stravolgere la nostra Costituzione.
Da Gelli ad oggi ci sono quarant’anni di tentativi per ribaltare gli assetti fondamentali della nostra Carta costituzionale.
La posta in gioco è la realizzazione definitiva di un progetto che viene da molto lontano e che lega quarant’anni di costante assedio alla Costituzione. L’obiettivo di questo referendum non può essere la permanenza o meno di Renzi al Governo ma l’obiettivo è ben altro, è la definitiva decostituzionalizzazione a scapito della partecipazione dello Stato dei cittadini che servono come sudditi impotenti e perciò apatici da governare.
Non possiamo permetterci il nome della parola d’ordine governabilità che il bastone del comando venga attribuito ad un solo uomo al potere più facilmente manovrabile in dispregio del fondamentale principio della separazione dei poteri.

Ho giurato fedeltà alla Costituzione non ai Governi
Mi avvio alla conclusione, non ho avuto nessun dubbio ad accettare la proposta che mi è stata fatta da Simone Cappellani, sono un magistrato ma ci sono dei momenti e degli argomenti per i quali il magistrato non ha soltanto il diritto ma io ritengo perfino il dovere di intervenire e di esporsi personalmente. Io come magistrato ho giurato fedeltà alla Costituzione non ai Governi! Ho giurato fedeltà alla Costituzione non ad altre Istituzioni politiche né tanto meno alle persone che rivestono incarichi istituzionali. Ho giurato fedeltà alla Costituzione e non riesco a dimenticare che per quella Costituzione, per quei principi che afferma, tante persone, tanti miei colleghi, tanti servitori dello Stato, tanti semplici cittadini hanno offerto la loro vita!
Se dovessi oggi rivolgermi ai miei figli per spiegare lo spirito più autentico della Costituzione non troverei di meglio che citare le parole di Piero Calamandrei, nel famoso discorso ai giovani sulla Costituzione del 26 gennaio 1955: “Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per rispettare la libertà e la dignità andate lì o giovani col pensiero perché lì è nata la nostra Costituzione e anche per questo che la dobbiamo difendere”.

 

Pubblicato da: giulianolapostata | 31 ottobre 2016

Io voto NO

Pubblicato sul sito del Comitato NO AL PEGGIO

AVVOCATI E REFERENDUM COSTITUZIONALE

I sottoscritti avvocati del Foro di Trieste, in relazione al prossimo referendum avente oggetto la
riforma della Carta costituzionale approvata dal Parlamento, ritengono loro dovere civico di rendere
edotti i cittadini delle motivazioni, che di seguito si enumerano, per le quali intendono votare “NO”
al referendum in questione.

Un tanto, accantonando con il massimo rigore le personali simpatie politiche, che tra i sottoscrittori
sono le piu` varie, ma rimanendo strettamente ancorati ad una mera valutazione tecnico-giuridica,
formulata sulla scorta della rispettiva formazione culturale e sulla comune consapevolezza della
funzione pubblica e sociale della professione forense.

1) La c.d. “Riforma Boschi” e` una legge dal contenuto disomogeneo che sottende a tre complesse
questioni di rilevanza costituzionale e che comprendono la modifica di ben 40 articoli della Carta
che trattano di temi del tutto dissimili. A fronte di tale complessa articolazione l’elettore sarà
chiamato ad esprimersi con un semplicistico SI o un NO, con palese violazione sia della sovranità
popolare (art. 1, comma II, Cost.) e sia della liberta` di voto (art. 48 Cost.).

2) La c.d. “Riforma Boschi” e` frutto di un’iniziativa governativa e non di iniziativa parlamentare
come invece avrebbe dovuto essere secondo il nostro sistema costituzionale e secondo gli
insegnamenti dei nostri padri costituenti, giacche´ la Costituzione rappresenta la legge fondamentale
dello Stato e non un atto di parte, ovvero solo di quelle parti che appoggiano un governo. Tale
“tecnica” legislativa ha di fatto abbassato l’approvazione della riforma della Costituzione al livello
dell’iter di una legge ordinaria, dove oggi prevalgono interessi di parte e (purtroppo) strafalcioni
letterali e giuridici che rendono i testi normativi di difficile e controversa lettura anche per i tecnici
del diritto.

3) La c.d. “Riforma Boschi” (approvata dalla Camera con 361 voti su 630!) e` stata decisa da un
Parlamento sul quale pesano fondati dubbi di legittimazione, a seguito della nota sentenza della
Corte Costituzionale, n. 1 dd. 13 gennaio 2014 con la quale e` stata cassata la legge elettorale
previgente (c.d. Porcellum) e cioè con parlamentari “nominati”, insicuri di essere rieletti e perciò
esposti ad abituali cambi di casacca (in questo stralcio di legislatura i passaggi da un gruppo
parlamentare all’altro sono stati 325 tra Camera e Senato per un totale di 246 parlamentari).

4) La c.d. “Riforma Boschi” viola il diritto di elettorato attivo come forma di esercizio della
sovranità popolare (art. 1, comma 2, Costituzione), giacche´ la Costituzione garantisce l’elettività
diretta delle assemblee legislative, e non prevede affatto l’interposizione di elezioni di secondo
grado e/o indirette come disposte dalla riforma tramite i c.d. “grandi elettori regionali”. Per tacere
del fatto che la nomina a senatore dei sindaci (sulla quale la riforma nulla dice) collide con il
principio di ragionevolezza, posto che non e` dato di capire come sia possibile adempiere con
“disciplina ed onore” (Cost. art. 54) alle due assorbenti funzioni in contemporanea.

5) La c.d. “riforma Boschi”, in nome di una pretesa semplificazione dell’iter legislativo, aumenta i
procedimenti legislativi di approvazione delle leggi dagli attuali tre (procedimento normale,
conversione decreti legge, procedimento di riforma costituzionale) in otto (cfr. artt. 70, 71, 72, 73, e
77 Cost.) con conseguente fondato rischi di complicare in pejus la tempistica dei provvedimenti.
Oltre a dette stringate ma assorbenti ragioni, si ravvisano nella riforma altre contraddizioni che, per
motivi di economia espositiva, vengono qui evidenziate in modo sintetico:

6) La violazione del principio di eguaglianza e ragionevolezza a fronte della macroscopica
differenza tra il numero dei deputati (630) con quello dei senatori-sindaci e/o consiglieri regionali
(95).

7) L’inspiegabile allargamento ai senatori-sindaci e/o consiglieri regionali del privilegio
dell’immunità.

8) Il travaso inorganico di competenze legislative dalle Regioni ordinarie allo Stato per una
cinquantina di materie affastellate in 21 lettere dalla a) alla z), con rischio di un perenne conflitto di
attribuzioni.

9) L’inspiegabile ed illogico riparto dei numeri dei senatori in riferimento alle singole regioni (p.
es.: 14 senatori alla Lombardia e 2 al Friuli Venezia Giulia nella quale le minoranze linguistiche
rischiano di rimanere fuori gioco (art. 6 Cost.).

10) L’aumento da 50.000 a 150.000 firme per l’iniziativa legislativa popolare.

11) La contraddittoria compresenza di due forme di referendum abrogativo in base al numero dei
proponenti e dei votanti, con la trasparente mira di seppellire definitivamente tale guarentigia
costituzionale.

Infine, ultimo ma non ultimo, il potenziale esplosivo che rischia di sviluppare la “Riforma Boschi”
se valutata in uno con la nuova legge elettorale (il c.d Italicum).

Il connubio legislativo (Riforma Boschi – Italicum) rischia di far si che nella scontata ipotesi di
ballottaggio, il potere si concentri tutto nelle mani della sola forza politica che raccolga meno del
40% dei votanti e cioè, atteso il dilagante fenomeno dell’astensione, che rappresenti solo il 25% del
corpo elettorale.

Questioni e rischi questi per i quali si sono gia` spese le critiche di costituzionalisti di indiscusso
spessore, al di fuori e al di sopra di ogni speculazione partitica, e ai quali gli scriventi fanno qui
riferimento, contestando il merito della “Riforma Boschi” che, col preteso stimolo e collegamento
con le esigenze di modernità e asserita governabilità del Paese, rischia invece di provocare guasti
insanabili al nostro ordinamento democratico che costituisce patrimonio di noi tutti e che tutti siamo
chiamati a difendere.

Elisa Adamic, Stefano Alunni Barbarossa, Renzo Baldo, Matteo Belli, Bogdan Berdon, Janez
Berdon, Franco Berti, Gabriella Berti, Carlo Berti, Andrea Bitetto, Jose Biteznik, Nicoletta
Bonina, Maurizio Braida, Fabio Campanella, Antonio Caragliu, Alessandro Carbone, Massimo
Carretti Martina Chiapolino, Andrea Commisso, Sandro Contento, Alessandro Cuccagna,
Antonia D’amico, Raffaella Del Punta, Andrea Di Roma, Umberto Ercolessi, Guido Fabbretti,
Mario Famularo, Angela Filippi, Andrea Frassini , Gabriella Frezza, Lara Lakic , Raffaele Leo,
Domenico Lo Buono, Giuliano Loiudice, Dario Lunder, Alberto Kostoris, Marco Meloni, Peter
Mocnik, Micol Minetto, Giuseppe Muscolo, Fabio Nider, Fabia Novajolli, Francesco Oliva, Sara
Pecchiari, Cesare Pellegrini, Lorenzo Pistacchio, Alberto Polacco, Andrea Polacco , Carmine
Pullano , Mirella Pulvento, Giulio Quarantotto, Mitja Ozbic, Sandra Racchi, Antonio Regazzo,
Mario Reiner, Gianluca Rossi, Pierpaolo Safret, Mirta Samengo, Giuseppe Sbisà, Cesare
Stradaioli, Gianluca Teat , Francesca Todone, Cinzia Torre, Daniela Triolo, Augusto Truzzi,
Giuliana Vascotto, Giovanni Ventura, Fulvio Vida, Sergio Vida, Gianni Zgagliardich

Pubblicato da: giulianolapostata | 31 ottobre 2016

Io voto NO

http://www.libertaegiustizia.it/2016/10/27/la-riforma-renzi-unaggressione-alle-garanzie-costituzionali/

 

LA RIFORMA RENZI: UN’AGGRESSIONE ALLE GARANZIE COSTITUZIONALI

SPEC. REFERENDUM 27 OTTOBRE 2016  0 | DI  LUIGI FERRAJOLI

La tesi ripetuta con più insistenza dai sostenitori del Sì al referendum costituzionale è che la riforma non tocca la prima parte della Costituzione, cioè i diritti fondamentali e le garanzie, ma solo la seconda parte, dedicata all’ordinamento della Repubblica. Formalmente, questo è vero. Nella sostanza, purtroppo, è vero il contrario. Da questa riforma risultano indebolite tutte le garanzie costituzionali. Al punto che è legittimo il sospetto che proprio questo sia il suo principale obiettivo.

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Grazie all’azione congiunta della riforma del Parlamento e della legge elettorale maggioritaria verrà infatti sostanzialmente soppresso quello che è il tratto distintivo delle costituzioni antifasciste del secondo dopoguerra: il loro ruolo di limitazione del potere politico e la stessa garanzia della rigidità costituzionale, cioè l’impossibilità di modificare la Costituzione se non con larghissime maggioranze. Domani, se questa riforma passerà, chi vincerà le elezioni entrerà in possesso, di fatto, dell’intero assetto costituzionale. Ma le elezioni saranno vinte dalla maggiore minoranza: verosimilmente, da un partito o da una coalizione votati dal 25 o dal 30% dei votanti, corrispondenti, tenuto conto delle astensioni, al 15 o al 20% degli elettori. Grazie alla legge elettorale maggioritaria, questa infima minoranza otterrà la maggioranza assoluta dei seggi, con la quale potrà fare ciò che vuole, incluse le manomissioni della Carta costituzionale. Questo, del resto, è esattamente ciò che ha fatto la maggiore minoranza presente in questo Parlamento, approvando la sua riforma con la maggioranza fittizia conferitagli dal Porcellum dichiarato illegittimo dalla Corte costituzionale e sostanzialmente riprodotto dal cosiddetto Italicum.

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Non solo. L’artificiosa maggioranza assoluta assegnata automaticamente e rigidamente alla maggiore minoranza consentirà al vincitore delle elezioni di eleggere da solo, a sua immagine e somiglianza, tutte le istituzioni di garanzia: il Presidente della Repubblica, i membri di nomina parlamentare della Corte costituzionale, del Consiglio Superiore della Magistratura e delle altre autorità cosiddette “indipendenti”. L’intero sistema politico ne risulterà squilibrato per il venir meno di tutti gli checks and balances, cioè dell’intero sistema dei freni e contrappesi. Le istituzioni di garanzia non saranno più tali, cioè in grado di limitare e controllare i poteri di governo, ma saranno ridotte a espressioni della maggioranza e del suo governo e, di fatto, con questo solidali.

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Ma l’aggressione ai diritti fondamentali, e in particolare ai diritti sociali – alla salute, all’istruzione, alla previdenza, alla sussistenza – potrà avvenire, come l’esperienza insegna ma come avverrà assai più agevolmente con questa nuova costituzione, anche senza alterare la prima parte del testo costituzionale. E’ infatti la “governabilità”, ripetono i sostenitori del SI, la grande conquista realizzata da questa riforma. Riservando la fiducia al governo alla sola Camera, nella quale la maggiore minoranza avrà automaticamente la maggioranza assoluta dei seggi, la sera delle elezioni sapremo non solo chi ha vinto, come ripetono i sostenitori della riforma, ma anche chi sarà il capo che ci governerà per cinque anni, senza limiti, né controlli né compromessi parlamentari. Matteo Renzi ripete che non c’è nessuna norma nella riforma che aumenti i poteri del presidente del Consiglio.

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Di una simile norma, infatti, non c’è affatto bisogno, essendo l’aumento e la concentrazione dei poteri nel governo e nel suo capo l’ovvio risultato dell’esautorazione del Parlamento, della neutralizzazione delle istituzioni di garanzia e dell’indebolimento delle autonomie regionali. Grazie a questo squilibrio nei rapporti tra i poteri, la nostra democrazia parlamentare si trasformerà in un sistema autocratico, verticalizzato e personalizzato, ben più di quanto accada in qualunque sistema presidenziale, per esempio gli Stati Uniti, dove è comunque garantita, oltre alla separazione tra Stati federati e governo federale, la totale indipendenza del Congresso dal Presidente e perciò la separazione del potere legislativo in capo al primo dal potere esecutivo in capo al secondo.

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Domandiamoci allora, cosa vuol dire questa decantata governabilità? Può voler dire capacità di governo. In questo senso, certamente, la massima governabilità si è avuta nei primi 35 anni della Repubblica: allorquando – grazie a questa Costituzione, al sistema elettorale proporzionale, alla centralità e rappresentatività del Parlamento e, insieme, alla più forte opposizione e al conflitto di classe più aspro di tutto l’occidente capitalistico – è stata costruita la democrazia e lo Stato sociale e l’Italia, che era tra i paesi più poveri dell’Europa, è diventata la quinta o sesta potenza economica mondiale.

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Ma “governabilità”, nel lessico politico odierno, vuol dire soltanto potere di comando, senza limiti dal basso, grazie alla smobilitazione sociale dei partiti, e senza limiti e vincoli dall’alto, grazie al venir meno dei freni e contrappesi e la scomparsa della Costituzione dall’orizzonte della politica. E’ questa la governabilità inseguita da 30 anni – prima da Craxi, poi da Berlusconi e oggi da Renzi – attraverso la semplificazione e la verticalizzazione dell’assetto costituzionale intorno al governo e al suo capo: una governabilità necessaria alla rapida e fedele esecuzione dei dettami dei mercati. E’ questo, e non altro, il senso delle riforme istituzionali di Matteo Renzi. “Ce le chiede l’Europa”, ripetono i nuovi costituenti a proposito delle loro riforme. Ce le chiede l’ambasciatore degli Stati Uniti.

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Domandiamoci: perché? Perché mai i mercati, l’Unione Europea, gli Usa, le agenzie di rating, il gigante finanziario americano JP Morgan si preoccupano della riforma costituzionale italiana, delle nuove competenze del nostro Senato e della nostra legge elettorale? Sono gli stessi giornali e le stesse forze politiche schierate a sostegno del SI che confessano apertamente le finalità della riforma. L’Europa, e tramite l’Europa i mercati, ci chiedono di sostituire alla centralità del Parlamento la centralità del governo e del suo capo perché solo così può realizzarsi questa agognata governabilità, cioè l’onnipotenza della politica nei confronti dei cittadini e dei loro diritti, necessaria perché si realizzi la sua impotenza nei confronti dei grandi poteri economici e finanziari. Solo se avrà mani libere nei tagli alle spese sociali, il governo potrà trasformarsi in un fedele esecutore dei dettami di quei nuovi sovrani invisibili, anonimi e irresponsabili nei quali si sono trasformati i cosiddetti “mercati”.

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Si capisce allora il nesso tra la lunga crisi della democrazia italiana nell’ultimo trentennio e l’aggressione alla Costituzione del 1948. All’aggravarsi di tutti gli aspetti della crisi – il discredito e lo sradicamento sociale dei partiti, la loro subalternità all’economia e alla finanza, l’opzione comune e sempre più esplicita per le controriforme in materia di lavoro e di stato sociale – ha fatto costantemente riscontro il progetto di indebolire il Parlamento e di rafforzare il governo tramite modifiche sempre più gravi delle leggi elettorali e della seconda parte della Costituzione repubblicana: dapprima, negli anni Ottanta, il progetto craxiano della “grande riforma”, poi i tentativi delle Commissioni Bozzi, De Mita-Jotti e D’Alema; poi l’aggressione ben più di fondo alla Costituzione da parte del governo Berlusconi con la riforma del 2005, bocciata dal referendum del giugno 2006 con il 61% dei voti; infine l’ultimo assalto da parte di questo governo.

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Di nuovo, come sempre, ciò che accomuna tutti questi tentativi, oltre all’argomento della “governabilità”, è l’intento del ceto di governo di far ricadere sulla nostra carta costituzionale la responsabilità della propria inettitudine. Del resto queste riforme costituzionalizzano ciò che di fatto in gran parte è già avvenuto. Già oggi, tra decreti-legge, leggi delegate e leggi di iniziativa governativa, la schiacciante maggioranza delle leggi è di fonte governativa. Già oggi, grazie alle mani libere dei governi, si è prodotto un sostanziale processo decostituente in materia di lavoro e di diritti sociali, con l’abbattimento di quell’ultima garanzia della stabilità dei rapporti di lavoro che era l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, i tagli alla scuola e alla ricerca, il venir meno della gratuità della sanità pubblica e la monetizzazione di farmaci e visite che pesa soprattutto sui poveri, al punto che ben 11 milioni di persone nel 2015 hanno dovuto rinunciare alle cure.

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Ebbene, l’attuale riforma equivale alla legittimazione popolare e al perfezionamento istituzionale di questo tipo di governabilità, nonché del processo decostituente che ne è seguito, interamente a spese dei soggetti più deboli. Si parla sempre del Pil come della sola misura della crescita e del benessere; mentre si tace sulla crescita delle disuguaglianze e della povertà e sul fatto che, per la prima volta nella storia della Repubblica, sono diminuite le aspettative di vita delle persone.

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Dall’esito del referendum dipenderà dunque il futuro della nostra democrazia: la conservazione sul piano normativo e la rivendicazione popolare della restaurazione di fatto del suo carattere parlamentare, oppure la legittimazione e lo sviluppo dell’attuale deriva anti-parlamentare; la riaffermazione della sovranità popolare, oppure la consegna del sistema politico alla sovranità anonima, invisibile e irresponsabile dei mercati; la legittimazione del governo dell’economia e della finanza, oppure la riaffermazione e il rilancio del progetto costituzionale; lo sviluppo degli attuali processi decostituenti, oppure il rafforzamento, contro future aggressioni, della procedura di revisione costituzionale prevista dall’articolo 138, rivelatasi debolissima ed esposta a tutti gli strappi e a tutte le incursioni più avventurose nel nostro tessuto istituzionale.

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agora magazine, 26 ottobre 2016

 

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