Pubblicato da: giulianolapostata | 29 dicembre 2017

Giù le mani da Alce Nero

Una delle più viscide caratteristiche della Chiesa Cattolica è il concetto di ‘perdono’, col quale ricorrentemente essa cerca di sciacquarsi la coscienza dagli innumerevoli delitti che hanno contrassegnato la sua Storia. Tra i tanti, la sua partecipazione attiva al genocidio ed etnocidio dei Nativi americani.  Per citare un solo documento, basta leggere la Brevisima relacion de la destruicion de las Indias, di Bartolomé de las Casas (Oscar Mondadori), un frate domenicano sbarcato ad Haiti nel 1502, per rendersi conto della responsabilità diretta ed indiretta che la Chiesa ebbe nello sterminio.

Nel Nord America, fu la cultura cristiana protestante a farsi carico della strage; tra i moltissimi documenti, meritano certamente una lettura, a questo proposito, i libri di Domenico Buffarini (https://www.unilibro.it/libri/f/autore/buffarini_domenico). Definiti barbari e adoratori del Diavolo, gli Indiani d’America vennero quasi cancellati dal loro territorio ancestrale: si calcolano almeno 114 milioni di morti in poche centinaia d’anni.

Oggi tocca a loro godere del perdono cristiano, perché la Chiesa ha deciso di elevarne uno agli altari, il capo Lakota-Sioux Hehàka Sàpa, conosciuto come Alce Nero: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Primo-santo-pellerossa-americani-avvio-iter-per-Alce-Nero-Da-vescovi-ok-a-processo-capo-Sioux-ec570c72-a6f0-461f-baa4-a94a4c6b8f11.html.

Naturalmente, chiunque abbia studiato la Storia degli Indiani Nordamericani – e abbia letto il bellissimo “Alce Nero parla” di J.G. Neihardt, Adelphi Edizioni – sa benissimo quanto la visione del mondo cristiana fosse assente dalla cultura di Hehàka Sàpa, nonostante il tragico ‘lavaggio del cervello’ che gli venne imposto negli ultimi anni della sua vita.

Ma tant’è: al ‘perdono’ cattolico sempre si accompagna lo ‘arruolamento’, tendente a far sembrare il soggetto quel che non è mai stato e a creargli un passato cristiano che non gli è mai appartenuto.

Dopo il delitto, dunque, la vergogna e l’insulto. Non ci sono parole per stigmatizzarli, né vale la pena di spenderne altre.

Seduto accanto a Wakan Tanka, Alce Nero ride di queste miserie, e noi, pur piangendo la tragedia del suo Popolo, ridiamo con lui.

 

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Pubblicato da: giulianolapostata | 29 novembre 2017

NON LEGGERO’ PIU’ “LA REPUBBLICA”: ECCO PERCHE’

Questa è la lettera che ho spedito oggi al Direttore di Repubblica. La rendo pubblica in nome del diritto ad una stampa obiettiva, ‘sociale’ ed autenticamente democratica.

 

Gentile Signor Direttore,

ho atteso alcuni giorni prima di scriverLe, così da essere sicuro e convinto delle mie impressioni, ma credo che ora sia venuto il momento di farlo.

Il tema è, ovviamente, il ‘nuovo corso’ di Repubblica, il quale, almeno per quanto mi riguarda, è inaccettabile, tanto da avermi indotto a decidere di non rinnovare l’abbonamento al momento della prossima scadenza. Cercherò di spiegarGliene le ragioni il più brevemente possibile.

La ‘nuova’ Repubblica, come ha scritto sul Web un mio amico, giovane ed intelligente giornalista vicentino, ‘rimanda alla Rete chi abbia bisogno di notizie, riservando il giornale a commenti e riflessioni’ (cito a memoria).

Ora, vede, Signor Direttore, io ho 67 anni. Nella mia ormai molto lunga vita ho praticato moltissimi giornali. Cominciai a 13 anni col Corriere della Sera, e poi L’Unità, il Giorno, Paese Sera, Lotta Continua, il Manifesto, Potere Operaio, il Gazzettino, il Giornale di Vicenza, la Repubblica (fin quasi dagli inizi) … Spesso due o tre insieme (una volta non c’erano i computer a farci perdere tempo…), e sicuramente ne ho dimenticato qualcuno.

In tutti questi anni di letture ‘analitiche’ mi sono formato una convinzione: che la sezione più importante e significativa di un quotidiano non sia quella delle analisi politiche, e nemmeno quella culturale. Secondo me, la sezione più qualificante di un quotidiano è quella della cronaca, addirittura quella della cosiddetta cronaca nera.

Chi ha ucciso chi e perché, e magari anche come; chi ha derubato chi e perché; cosa gli ha rubato; dove abitava; che lavoro faceva; che titolo di studio aveva; chi erano i suoi genitori e che lavoro facevano; che titolo di studio avevano; dove abitavano; che condanna ha avuto eccetera eccetera. Niente, nessuna analisi, nessuna riflessione fornisce, come invece fanno questi dati, una radiografia oggettiva, veridica e ‘parlante’ della società. Il migliore dei giornalisti potrà ragionarvi sopra e proporre ai lettori le sue (sue, personali) conclusioni: ma il lettore potrà indagare e capire la realtà solo dai ‘fatti’.

Ecco, Signor Direttore, questo è quello che non esiste più nella ‘nuova’ Repubblica: i ‘fatti’. Il Lettore si trova a fluttuare in una bolla di – peraltro molto intelligenti – analisi, riflessioni, collegamenti, confronti, indagini, paralleli, ragionamenti eccetera: ma la ‘realtà’, salvo rare eccezioni, è assente. Certo: percepisce che tutto ciò si riferisce a ‘qualcosa’: ma spesso non gli è facile definire con precisione ‘cosa’, e se vuole sapere cosa ‘succede’ (appunto: ‘fatti, non parole’. Mi par di ricordare, ma cito a memoria, che uno dei comandamenti del giornalismo americano degli anni ruggenti fosse: ‘Chi-Cosa-Quando-Come-Dove-Perché’. Ha presente “Deadline”, R. Brooks, 1952?) nel mondo o fuori dalla porta di casa sua, quel qualcosa deve andare a cercarselo altrove: come ha detto il mio amico, magari appunto sul Web; o in un settimanale. Ma né l’uno né l’altro, Signor Direttore, sono un ‘quotidiano’,

Cosa trova, invece, il lettore della ‘nuova’ Repubblica? Pagine e pagine di pesanti ‘colonne di piombo’, che, complici anche la grafica piatta e spenta, quasi fanno venire in mente le famigerate e plumbee paginate della Pravda; severe, concettose e soprattutto interminabili analisi che dividono i capelli in sedici; articoli cattedratici, accademici, verbosi e prolissi, spesso inutilmente eruditi, a volte fastidiosamente saccenti; un deserto, insomma, mortifero, sonnifero e noioso, che induce quasi subito a lasciar cadere il giornale dalle mani. Chi cerca la ‘realtà’, i ‘fatti’, si trova senza ossigeno.

Quando poi quella ‘realtà’ si vuol farla rientrare nel giornale, allora si ricade nello stesso errore: quattro (diconsi quattro!) pagine su Igor sono una mazzata difficile da reggere.

Questo non è un ‘quotidiano’, Signor Direttore. Se voglio analisi e commenti mi compro un settimanale, o un mensile: ce n’è di bellissimi ed anche molto più ‘ariosi’ e al tempo stesso perfino più ’profondi’ e analitici. Ma un quotidiano – secondo me, naturalmente – DEVE essere un’altra cosa, perché la sua NATURA è costituzionalmente ‘altra’.

Tutto qua, e sono stato abbondantemente verboso anch’io. Me ne scuso, ma prima di abbandonare un giornale che leggo da quasi quarant’anni, volevo dire la mia.

Buon lavoro a tutti voi, e tanti auguri.

 

Pubblicato da: giulianolapostata | 29 novembre 2017

BUON NATALE A TUTTI, ANCHE AI ‘SODOMITI’!

Bloccato a letto da una caduta, ho pensato di dedicare questi giorni di immobilità forzata a prepararmi ‘spiritualmente’ al Natale, e mi son fatto tirar fuori dalla biblioteca un libro che tenevo lì da vent’anni, senza averlo mai letto: F. Grisi, “Il Natale: storie e leggende”, Newton Compton, 1997.

Prima di tutto, un’osservazione di carattere filologico. Il volume consiste in un’ampia antologia di brani sul Natale tutti di autori italiani, senza però che mai, di nessuno, venga indicato il testo da cui è tratto, la data, l’edizione: dati che, come ognuno sa, sono necessari per conferire validità documentale a qualsiasi antologia, rendendo perciò il libro totalmente inattendibile da un punto di vista scientifico.

Ma lasciamo perdere, e veniamo ai ‘sodomiti’, poverini.

A pag. 49 del volume si trova un brano di Jacopo da Varagine, frate domenicano morto nel 1298. Come ho detto, non ne viene indicata l’origine: possiamo supporre la “Legenda Aurea”, la sua opera più celebre, o la “Invenzione della Santa Croce”, o magari anche i “Sermones Quadragesimales”; lascio ai lettori il piacere dell’indagine.

Quel che preme a me è riportarne un breve estratto.

Dopo aver riferito di vari ‘prodigi’ che avrebbero accompagnato la nascita di Gesù, comuni a tutto il folklore europeo – vigne che danno grappoli, animali che si prostrano adoranti, fontane che buttano olio – il buon Jacopo ci racconta che “Anche per mezzo dei sodomiti si manifestò la nascita di Cristo”. E sapete come?! Sì, “perché tutti morirono in quella notte”. Che commovente manifestazione d’Amore! Che meravigliosa espressione di Spirito Natalizio! E continua il Nostro: “Come dice S. Girolamo: ‘È sorta una splendida luce ed ha ucciso tutti coloro che erano immersi nel vizio’. Aggiunge S. Agostino: ‘Dio vide nella natura umana un vizio contro natura e quasi esitò ad incarnarsi”.

Serve altro? Servono commenti? No, credo di no. Da più di duemila anni, questo è l’insegnamento del Cristianesimo (si ammettono deroghe solo nel caso di preti pedofili, perché, come dice sempre un mio amico ferocemente anticlericale, ‘nulla in Natura è più elastico della coscienza di un cristiano’).

Ma io, che cristiano non sono, vorrei augurare Buon Natale a tutti. Ai ‘sodomiti’ (giuro che ogni volta che uso questo termine mi rivolto dalle risate); agli eterosessuali; a chi si tromba le pecore e le galline (purché adulte e consenzienti!). A chiunque. In nome dell’amore, della libertà e del rispetto.

Magari, nella prossima edizione della Buona Novella, un’aggiunta in questo senso si potrebbe fare, che ne dite?

Buon Natale a tutti, di tutto cuore.

 

Pubblicato da: giulianolapostata | 25 novembre 2017

UN’ALTRA INFAMIA CONTRO LA VERITA’ E CONTRO LA SERBIA

Dopo la ‘condanna a morte’ comminata dal sedicente Tribunale Penale Internazionale per la ex Jugoslavia – in realtà sicario al soldo della NATO, degli USA e della UE – al Presidente Slobodan Milosevic; dopo la condanna a quarant’anni, chiaramente anch’essa una ‘condanna a morte’, inferta a Radovan Karadzic, Presidente della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina; oggi tocca al Generale Ratko Mladic. Ergastolo, che, dati i suoi gravi problemi di salute, si trasformerà presto anch’esso in un’esecuzione.

Non ci sono parole per commentare questi delitti, compiuti proprio da chi ha la massima responsabilità della rovina della Jugoslavia e dei crimini che ad essa sono seguiti.

Possiamo allinearci alla canea scatenatasi in questi giorni a proposito di questa condanna sulla stampa internazionale, serva e complice. Oppure possiamo provare ad ascoltare una diversa verità leggendo “Srebrenica: come sono andate veramente le cose”, di Alexander Dorin e Zoran Jovanovic, pubblicato nel 2012 da Zambon Editore (http://zambon.net/index.php?id=2&L=1).

Come dicono gli Autori, “chi preferisce continuare a farsi ingannare e a farsi prescrivere da potenti gruppi d’interesse e dai media monopolizzati cosa deve credere e pensare, può risparmiarsi la fatica di leggere questa documentazione. Per tutti gli altri invece si apre finalmente, per la prima volta, la strada per farsi da se stessi un’idea sui fatti realmente accaduti a Srebrenica”.

Sarà anche utile leggere questa intervista rilasciata recentemente a L’Antidiplomatico da Cristopher Black, ex legale canadese di Milosevic.

 

 

Da: la casa rossa <lacasarossamilano@gmail.com>
Date: 24 novembre 2017 18:19
Oggetto: Verdetto Mladic. Parla l’ex legale canadese di Milosevic: “E’ un capro espiatorio per coprire i crimini della NATO”, intervista a L’Antidiplomatico
A: la casa rossa <lacasarossamilano@gmail.com>

 

Verdetto Mladic. Parla l’ex legale canadese di Milosevic: “E’ un capro espiatorio per coprire i crimini della NATO”

All’AntiDiplomatico Cristopher Black rivela: “L’ICTY è un tribunale fantoccio che ha utilizzato metodi fascisti di giustizia per attuare l’agenda Nato di conquista dei Balcani”

Tutti i mezzi di informazione di massa hanno dato ieri e per l’intera giornata la notizia della condanna da parte del tribunale delle Nazioni Unite del generale Ratko Mladic. I giudici del Tribunale Onu hanno ritenuto colpevole il generale serbo della maggior parte delle accuse risalenti alla guerra del 1992-1995, in particolare il famigerato massacro di Srebrenica. Mladic si era sempre dichiarato non colpevole di tutte le accuse.

Il giudice presidente Alphons Orie ha dichiarato alla lettura della sentenza che il Tribunale ha scoperto che le azioni di Mladic durante la guerra erano “tra le più atroci conosciute dal genere umano” e costituivano un “genocidio”. Mladic, che ha ascoltato il verdetto da una stanza limitrofa dopo che ha tentato varie volte di disturbare la lettura, è stato condannato all’ergastolo. Secondo quello che riporta il figlio del generale, Darko, in un’intervista a TASS,  suo padre in aula ha detto: “Sono tutto bugie, questo è un tribunale della NATO!”

Come AntiDiplomatico abbiamo ascoltato per un commento Cristopher Black, canadese, uno dei giuristi penali internazionali più importanti al mondo e colui che per anni è stato il legale che ha difeso l’ex presidente serbo Slobodan Milosevic dalle accuse mossegli dallo stesso Tribunale ONU. In pochi conoscono la storia del Tribunale per l’ex Jugoslavia come lui.

L’intervista:

Signor Black, il Tribunale criminale internazionale per le Nazioni Uniti ha condannato all’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra il generale Ratko Mladic. Quali sono i suoi primi commenti?

C.B. Si tratta di un’altra umiliazione per la Jugoslavia e la Serbia da parte della Nato. E’ chiaro a tutti che dalla sua creazione, dal finanziamento, dai metodi e dall’arruolamento del personale che questo è stato un Tribunale della Nato. Quello che dico è confermato da quanto dichiarava ieri poco dopo la lettura del verdetto proprio il Segretario Generale delle Nazioni Unite che ha detto di ‘accogliere positivamente la decisione… i Balcani occidentali sono di importanza strategica per la nostra Alleanza’.
In altre parole, questa condanna aiuta la Nato a consolidare la sua presa sui Balcani, tenendo i serbi e i socialisti intimiditi e sottomessi. Il Generale Mladic è un capro espiatorio per i crimini di guerra dell’Alleanza Atlantica. Crimini commessi in tutta la Jugoslavia che il Tribunale ONU ha coperto. L’ICTY ha in questo modo agevolato la Nato a commettere ulteriori crimini di guerra da allora. 

Secondo l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, il giordano Zeid Raad al-Hussein, “Mladic è l’incarnazione del Male, ma non è scappato alla giustizia”. Quale è la sua opinione di Mladic nel lungo studio che ha compiuto sui fatti tragici accorsi in Ex Jugoslavia?  

C.B.: Il Generale Mladic è un soldato falsamente accusato dal Tribunale della Nato. E questo perché ha cercato di difendere il suo popolo da un’aggressione. Lui è, come ho detto in precedenza, il capro espiatorio per coprire i crimini della NATO. E’ un uomo che ha  avuto il coraggio di combattere il male, vale a dire l’impero della Nato e i suoi alleati locali. E’ una vittima.

Come ex legale di Milosevic, come giudica il lavoro del Tribunale ad hoc per i crimini commessi in ex Jugoslavia che, dopo la sentenza Mladic, si scioglierà tra pochi giorni?

C.B.: L’ICTY si è dimostrato essere esattamente quello che doveva essere, un tribunale fantoccio che ha utilizzato metodi fascisti di giustizia e che si è impegnato nel portare avanti un processo selettivo per attuare l’agenda della NATO di conquista dei Balcani. E questo come preludio all’aggressione contro la Russia che stiamo osservando in questi giorni. Quello che i media non scrivevano ieri nel racconto che hanno dato del verdetto Mladic è che la Nato ha utilizzato il tribunale come un mezzo di propaganda per fabbricare una storia assolutamente falsa sugli eventi, al fine di coprire i suoi crimini, per mantenere le ex repubbliche di Jugoslavia sotto il suo dominio e per giustificare quell’aggressione e l’occupazione. E’ un’onta per tutta la civiltà.

Alessandro Bianchi

Pubblicato da: giulianolapostata | 13 ottobre 2017

D. Villeneuve – “Blade Runner 2049” – USA, 2017

Questa non è una recensione, è un appello: “Salvate il soldato Ridley”. Salvatelo da se stesso. Esisterà pure, da qualche parte, un gruppo di autoaiuto per registi sul viale del tramonto (ma proprio per quelli che sono arrivati in fondo al viale, come cantavano i Gens). Io mi immagino la prima seduta.

“Buongiorno, mi chiamo Ridley Scott”.

“Buongiorno, Ridley!”.

“Io faccio il regista. Ho fatto alcuni film stupendi, ma da vent’anni, più o meno, non riesco a imbroccarne uno. Vorrei smettere, ma da solo non ci riesco. Aiutatemi, per favore!”.

Eccetera.

Senza ripercorrere qui la filmografia di Ridley Scott, alcune cose bisogna dirle. I due sequel di “Alien” (1979: geniale, bellissimo, perfetto. Uno dei più bei film della Storia del cinema) – “Prometheus” (2012) e “Alien: Covenant” (2017) – sono probabilmente tra i più brutti film di quella Storia, che pure ne ha viste di ciofeche. Sceneggiature incomprensibili e balorde, storie totalmente improbabili, effetti speciali a rondemà, come si dice a Livorno, ipertrofici e barocchi, e del tutto gratuiti. Due film da dimenticare (pur rimpiangendo amaramente il prezzo del biglietto …), per chi aveva amato il capolavoro capostipite.

Mancava solo di metter le mani su “Blade Runner” (1982), sublime gioiello poetico e filosofico. Pensavamo che non ne avrebbe avuto il coraggio, e invece …

Però, presagendo probabilmente la cappella che stava per fare, questa volta Scott si è affidato ad un ‘prestanome’, limitandosi a produrre il film, e già dalla scelta fatta dovevamo intuire come sarebbe andata a finire. Denis Villeneuve è il regista di “Arrival” (2017), un insopportabile pastrocchio pseudofilosofico e pseudo mistico, la cui comprensione sfida il più volenteroso degli spettatori (battuto solo da “Interstellar”, di Cristopher Nolan, del 2014: ma questa sarebbe un’altra storia, come diceva Conan, il cui spadone in questo caso ci sarebbe utilissimo …).

Date le premesse, il risultato non poteva essere che quel che è stato.

“Blade Runner 2049” è, prima di tutto, un film perfettamente inutile.

Inutile alla comprensione del capolavoro originario, cui non aggiunge nemmeno un’idea in più. Inutile esteticamente, infarcito com’è di citazioni che, quando non sono banali, sembrano tanto delle scopiazzature. Inutile artisticamente, perché, per dirla molto rozzamente, è brutto. Inutile narrativamente, perché è noioso. Esiste una prova ‘scientifica’ del fiasco di un film. Quando, dopo circa tre quarti d’ora di proiezione, uno comincia a guardare l’orologio chiedendosi: ‘Ma quanto manca alla fine?’, è segno che la storia che si sta vedendo è nata morta.

Non è certo il caso qui di riassumere il film (non vorremmo togliervi il piacere della visione …): diciamo solo alcune cose, sedimentate dopo quasi tre ore di rabbiosa sopportazione.

La Los Angeles del 2049, rispetto a quella dell’originale, è solo più fumosa e confusa. In altre parole, non si vede e non si capisce un ***** (ma questa pare essere la cifra di tutto il film …).

La sceneggiatura è, come nei due sequel di Alien, una sfida alla logica, ed alla pazienza dello spettatore (in questo caso, è evidente che dopo 35 anni anche il buon Hampton Fancher ha perso qualche colpo …). Chevvordì quella filastrocca cui viene sottoposto l’Agente K? Perché l’Agente K dice a Deckard di andare a conoscere finalmente sua figlia, quando lei gli aveva detto che erano stati i suoi genitori a metterla lì dove si trova? Che fine fanno i ‘rivoluzionari’? Che fine fa l’esercito di replicanti di Wallace? (Forse questi dubbi ci vengono indotti per farci intendere che è previsto un nuovo sequel? NO, PER PIETA’! …). Cosa sarebbe quell’affarino con una lucetta che l’assistente di Wallace gli appiccica sotto l’orecchio? Non si capisce … E se non l’avessimo letto da qualche parte, da cosa lo sapremmo che la città è circondata da una muraglia per proteggerla dalle inondazioni? Quali reconditi significati dovrebbero avere quegli interni coi riflessi delle onde sulle pareti? Eccetera eccetera …

Le musiche sono una maldestra rimasticatura delle melodie sognanti di Vangelis, che pure abbondantemente imitano.

Gli attori recitano come da copione, ‘al minimo sindacale’, come si suol dire. Robin Wright è una copia mal riuscita di Judi Dench. Ryan Gosling pare sofferente di anaffettività cronica, monoespressivo e incapace com’è di esprimere e trasmettere la minima emozione, ma con la partecipazione di Harrison Ford si tocca il patetico. Trascinato – probabilmente a suon di milioni, ma evidentemente contro la sua volontà – in un’operazione in cui non si riconosce ed alla quale non riesce a ‘partecipare’, il vecchio blade runner dà spessissimo l’impressione di chiedersi: ‘Ma io che ***** ci faccio qui?’. Una performance che ispira compassione, e che ci fa contare i minuti che separano anche lui dalla conclusione di una vicenda arzigogolata e balorda, in cui manifestamente non avrebbe voluto trovarsi e in cui, francamente, non avremmo voluto trovarci nemmeno noi.

Ma, come spesso accade ai cinefili, anche questa volta abbiamo voluto farci del male …

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