Pubblicato da: giulianolapostata | 13 ottobre 2017

D. Villeneuve – “Blade Runner 2049” – USA, 2017

Questa non è una recensione, è un appello: “Salvate il soldato Ridley”. Salvatelo da se stesso. Esisterà pure, da qualche parte, un gruppo di autoaiuto per registi sul viale del tramonto (ma proprio per quelli che sono arrivati in fondo al viale, come cantavano i Gens). Io mi immagino la prima seduta.

“Buongiorno, mi chiamo Ridley Scott”.

“Buongiorno, Ridley!”.

“Io faccio il regista. Ho fatto alcuni film stupendi, ma da vent’anni, più o meno, non riesco a imbroccarne uno. Vorrei smettere, ma da solo non ci riesco. Aiutatemi, per favore!”.

Eccetera.

Senza ripercorrere qui la filmografia di Ridley Scott, alcune cose bisogna dirle. I due sequel di “Alien” (1979: geniale, bellissimo, perfetto. Uno dei più bei film della Storia del cinema) – “Prometheus” (2012) e “Alien: Covenant” (2017) – sono probabilmente tra i più brutti film di quella Storia, che pure ne ha viste di ciofeche. Sceneggiature incomprensibili e balorde, storie totalmente improbabili, effetti speciali a rondemà, come si dice a Livorno, ipertrofici e barocchi, e del tutto gratuiti. Due film da dimenticare (pur rimpiangendo amaramente il prezzo del biglietto …), per chi aveva amato il capolavoro capostipite.

Mancava solo di metter le mani su “Blade Runner” (1982), sublime gioiello poetico e filosofico. Pensavamo che non ne avrebbe avuto il coraggio, e invece …

Però, presagendo probabilmente la cappella che stava per fare, questa volta Scott si è affidato ad un ‘prestanome’, limitandosi a produrre il film, e già dalla scelta fatta dovevamo intuire come sarebbe andata a finire. Denis Villeneuve è il regista di “Arrival” (2017), un insopportabile pastrocchio pseudofilosofico e pseudo mistico, la cui comprensione sfida il più volenteroso degli spettatori (battuto solo da “Interstellar”, di Cristopher Nolan, del 2014: ma questa sarebbe un’altra storia, come diceva Conan, il cui spadone in questo caso ci sarebbe utilissimo …).

Date le premesse, il risultato non poteva essere che quel che è stato.

“Blade Runner 2049” è, prima di tutto, un film perfettamente inutile.

Inutile alla comprensione del capolavoro originario, cui non aggiunge nemmeno un’idea in più. Inutile esteticamente, infarcito com’è di citazioni che, quando non sono banali, sembrano tanto delle scopiazzature. Inutile artisticamente, perché, per dirla molto rozzamente, è brutto. Inutile narrativamente, perché è noioso. Esiste una prova ‘scientifica’ del fiasco di un film. Quando, dopo circa tre quarti d’ora di proiezione, uno comincia a guardare l’orologio chiedendosi: ‘Ma quanto manca alla fine?’, è segno che la storia che si sta vedendo è nata morta.

Non è certo il caso qui di riassumere il film (non vorremmo togliervi il piacere della visione …): diciamo solo alcune cose, sedimentate dopo quasi tre ore di rabbiosa sopportazione.

La Los Angeles del 2049, rispetto a quella dell’originale, è solo più fumosa e confusa. In altre parole, non si vede e non si capisce un ***** (ma questa pare essere la cifra di tutto il film …).

La sceneggiatura è, come nei due sequel di Alien, una sfida alla logica, ed alla pazienza dello spettatore (in questo caso, è evidente che dopo 35 anni anche il buon Hampton Fancher ha perso qualche colpo …). Chevvordì quella filastrocca cui viene sottoposto l’Agente K? Perché l’Agente K dice a Deckard di andare a conoscere finalmente sua figlia, quando lei gli aveva detto che erano stati i suoi genitori a metterla lì dove si trova? Che fine fanno i ‘rivoluzionari’? Che fine fa l’esercito di replicanti di Wallace? (Forse questi dubbi ci vengono indotti per farci intendere che è previsto un nuovo sequel? NO, PER PIETA’! …). Cosa sarebbe quell’affarino con una lucetta che l’assistente di Wallace gli appiccica sotto l’orecchio? Non si capisce … E se non l’avessimo letto da qualche parte, da cosa lo sapremmo che la città è circondata da una muraglia per proteggerla dalle inondazioni? Quali reconditi significati dovrebbero avere quegli interni coi riflessi delle onde sulle pareti? Eccetera eccetera …

Le musiche sono una maldestra rimasticatura delle melodie sognanti di Vangelis, che pure abbondantemente imitano.

Gli attori recitano come da copione, ‘al minimo sindacale’, come si suol dire. Robin Wright è una copia mal riuscita di Judi Dench. Ryan Gosling pare sofferente di anaffettività cronica, monoespressivo e incapace com’è di esprimere e trasmettere la minima emozione, ma con la partecipazione di Harrison Ford si tocca il patetico. Trascinato – probabilmente a suon di milioni, ma evidentemente contro la sua volontà – in un’operazione in cui non si riconosce ed alla quale non riesce a ‘partecipare’, il vecchio blade runner dà spessissimo l’impressione di chiedersi: ‘Ma io che ***** ci faccio qui?’. Una performance che ispira compassione, e che ci fa contare i minuti che separano anche lui dalla conclusione di una vicenda arzigogolata e balorda, in cui manifestamente non avrebbe voluto trovarsi e in cui, francamente, non avremmo voluto trovarci nemmeno noi.

Ma, come spesso accade ai cinefili, anche questa volta abbiamo voluto farci del male …

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