Pubblicato da: giulianolapostata | 30 agosto 2017

Matteo Righetto – “L’anima della frontiera” – Mondadori Ed.: un libro riuscito solo a metà

È un peccato ‘parlar male’ di un libro che, peraltro, ha molti pregi, ma io credo che sia un diritto ed anche un dovere, in un ambiente letterario come quello italiano in cui un’opera, dopo che è stata stampata, ipso facto diventa un totem intoccabile. Vorrei dunque esporre alcune mie riflessioni sul testo di Righetto: non una vera e propria recensione – per carità … – ma solo alcune idee di un lettore appassionato, attento e, credo, con qualche esperienza.

Partiamo dai pregi, che sono indubitabilmente importanti. Prima di tutto, quello della materia scelta. Un tema e un ambiente, se non sbaglio, fino a questo momento ignorati dalla letteratura: la vita e la ‘cultura’ dei contadini veneti della Valle del Brenta alla fine dell’Ottocento. Un argomento sul quale Righetto – è evidente – si è documentato con acribia e con amore, ricavandone una storia estremamente interessante ed appassionata, che solo per questo meriterebbe la lettura.

Poi la lingua. In un contesto letterario come il nostro, in cui spesso la sciatteria pretende di passare per originalità creativa, Righetto scrive in un Italiano ricco, denso e spesso elegante. Le sue descrizioni della Natura sono affascinanti, a volte vibranti di magia e di commozione.

Ma … ma il problema – e veniamo alle dolenti note – pare essere proprio quello della lingua. Se mi si passa la battutaccia, quello che sembra aver danneggiato Righetto è proprio l’essere un Insegnante di Lettere. I suoi personaggi, per dirla coi compagni di Pinocchio, parlano “come un libro stampato”. Non c’è, nella sua opera, il minimo tentativo di calarsi nella loro realtà culturale idest linguistica, come, per esempio, ha fatto Laura Pariani con la lingua mirabile con cui ha costruito il suo stupendo “La valle delle donne lupo” (Einaudi). La sua ‘ortodossia’ linguistica si spinge ad usare termini non solo chiaramente estranei al mondo verbale dei personaggi, ma che possono apparire desueti e stonati persino ad un lettore moderno. “La porta tappata”, “lo schioppo”, per esempio, eccetera (non posso certo qui fare un elenco completo), oppure i colloqui tra i vari personaggi, veri e propri modelli di conversazione garbata e quasi salottiera, totalmente fuori dal mondo (il loro mondo).  Senza parlare del Latino usato dalla madre per dire le sue preghiere: perfetto e senza il minimo errore, quando basta leggere “Sicuterat” di Gian Luigi Beccaria (Garzanti) per sapere cosa il Latino ecclesiastico diventava nella mente e nella lingua di contadini ‘ignoranti’, che lo udivano forse una o due volte l’anno, e naturalmente senza assolutamente comprenderlo.

La questione fondamentale è, comunque, un’altra, cioè quella della totale ‘confusione’ che Righetto opera tra narratore e narrati, tra ‘narratori interni’ e ‘narratore esterno’. I personaggi non esprimono i propri pensieri: sono un veicolo delle emozioni e delle idee dell’Autore. E qui qualche citazione si rende necessaria. “Le considerava un’offerta agli uccelli del bosco, in una sorta di compensazione e fraterna solidarietà tra creature fragili” (pag. 35); “Ravvisò in lui una sorta di spirito ancestrale. In quel momento le sembrò (…) uno spirito dei boschi, uno sciamano” (pag. 45); “Quella montagna aveva sembianze totemiche, quasi sacre (pag. 72); “Con la torcia in mano si sentì come un antico sacerdote pagano (pag. 77); “Non si tratta di un vento come tutti gli altri, bensì dell’anima leggendaria della frontiera, uno spirito antico, vecchio almeno quanto questa montagna” (pag. 83); “L’anima della frontiera, il suo spirito, la stava accogliendo” (pag. 133); “Tutto è niente, in questa vita. Prede e predatori, anime che scappano e altre anime che inseguono, anime che muoiono e anime che ammazzano” (pag. 143); “Attraverso il contatto diretto con la terra le sembrò di diventare una ninfa” (pag. 181), eccetera.

Lo sciamano?! L’antico sacerdote pagano?! L’anima della frontiera?! La ninfa?! Termini – anzi: concetti – culturalmente e perfino antropologicamente estranei alla ‘povera’ cultura di quella gente; parole che non vengono dalla loro mente, e non ne possono provenire perché non vi esistono. E metterle loro in bocca crea effetti bizzarri, fino a sfiorare, involontariamente, il retorico: “L’anima della frontiera, figlia. Mi ha aiutato l’anima della frontiera!” (pag. 174).  Termini e concetti che solo una persona ‘colta’ come Righetto può conoscere. In tutte queste battute, e in cento altre, non sono i personaggi che parlano: è l’Autore, sono la sua passione, il suo legittimo amore per loro e le loro sventure; ma sono questi ultimi ad averlo fatto sbandare, fino appunto a trasformare i personaggi in echi del suo animo e della sua visione del mondo. Commovente fin che si vuole, ma la Letteratura vuole che Autore e Personaggi quasi non si incontrino; altrimenti, quel che ne vien fuori non è un romanzo, ma una specie di diario dell’anima, ma dell’anima di chi scrive. Legittimo, come ho detto: ma il Romanzo è un’altra cosa.

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