Pubblicato da: giulianolapostata | 8 luglio 2017

In Pensione

Con la fine dell’Anno Scolastico sono andato in pensione, dopo poco meno di quarant’anni di Insegnamento. Queste sono le parole con cui ho salutato le Colleghe l’ultimo giorno. Non le pubblico per esibizionismo, ma come ultimo gesto d’amore per una Scuola che non riconosco più, ma che amo appassionatamente, e più che mai.

Auguri di cuore a chi verrà dopo di me.

 

Care Colleghe,

innanzitutto vi prego di scusarmi se leggo queste parole di saluto invece di rivolgermi a voi direttamente, ma non sono mai stato molto bravo a parlare a braccio. Temo sempre di perdere il filo, di impappinarmi, di dire più stupidaggini di quelle che già dico normalmente. Ho preferito perciò fermare su carta queste mie ultime riflessioni di addio, in modo che entrambi corriamo meno rischi.

Io credo, care Colleghe, che a noi Insegnanti sia dato in sorte il mestiere non solo più bello, ma direi più prezioso del mondo. Non solo nella Scuola Elementare, ma in ogni ordine di insegnamento, nostro compito non è, paradossalmente, quello di ‘insegnare’, ma quello di intessere rapporti umani. Pensate: è come se ad un adulto venisse dato come ‘lavoro’ quello di innamorarsi, e di far innamorare di sé. Questo infatti è – io credo – il nostro dovere autentico: innamorarci dei nostri allievi, e far sì che essi si innamorino di noi. Solo se questo avviene è possibile la trasmissione del Sapere, il quale, altrimenti, rimane un vaniloquio indifferente, che non giunge mai, per dirla con le parole del Foscolo, ad accendere di egregie cose l’animo dei giovani. Solo se sa farsi, come Socrate, un “incantatore”, solo se riesce a legarsi coi suoi allievi in un rapporto d’amore, l’insegnante può sperare di suscitare in essi – e volutamente uso ancora questa parola – un amore per la conoscenza che arderà per sempre, insaziabile e inestinguibile. Del resto, è cosa questa che sappiamo da secoli, anzi da millenni, e credo che mai siano state scritte parole più belle sullo specialissimo rapporto d’amore e rispetto che lega indissolubilmente docente e discente di quelle che possiamo leggere nel “Fedone” di Platone.

Tra l’altro, una cosa che non dobbiamo mai trascurare, e che invece troppo spesso dimentichiamo, è che ‘insegnare’ è, da decine di migliaia di anni, una funzione fondamentalmente costitutiva dell’essere umano. Da sempre, potremmo dire sin da quando siamo passati dalla condizione di primati a quella di Sapiens, la Conoscenza ed il Sapere sono stati trasmessi dai vecchi ai giovani, dagli adulti ai cuccioli d’uomo. Oggi che la tecnologia ha radicalmente modificato la struttura delle nostre società e persino delle nostre famiglie, tale funzione sembra passata e desueta. Solo nella Scuola essa permane e si manifesta, testimoniando giorno per giorno la sua radicale ed insostituibile importanza.

Vi confesso di lasciare l’insegnamento con profondo dispiacere, anzi, diciamo la parola giusta: con profondo dolore. Me ne vado per scadenza dei termini, come si suol dire, ed anche perché percepisco la stanchezza e l’età. Me ne vado con dolore, ho detto, ed anche con molta invidia, per voi che restate e per i bambini che stanno percorrendo assieme a voi questo magico cammino della conoscenza. Ma, occorre dirlo, me ne vado anche con molta riconoscenza. Non so chi debbo ringraziare: il Destino, i miei Dei, il mio Karma … ma sento di essere profondamente grato per il dono che mi è stato fatto di aver potuto spendere la mia esistenza in questo modo. Credo che nulla sia più tragico e disperante di avvicinarsi alla fine della vita rendendosi conto di averla dispersa e sprecata in momenti inutili, che non lasciano segno, né traccia, né memoria. A me è toccata la Scuola, che ha colmato la mia vita di bellezza. Non avrei potuto chiedere di più.

Oltre al Destino, tuttavia, c’è qualcuno di più concreto che devo e voglio ringraziare, prima di andarmene, e sono le molte colleghe che mi sono state vicine in tutti questi anni. Le colleghe che hanno pazientemente sopportato le mie innumerevoli distrazioni e inadempienze e la mia scarsissima attenzione alle regole. Le colleghe che qualche volta hanno persino dovuto far fronte a qualche intemperanza del mio carattere, non sempre molto malleabile. A tutte loro, sinceramente e non formalmente, chiedo scusa e dico grazie, di tutto cuore.

Non posso nominarne nessuna, perché farei torto a tutte le altre, ma solo vorrei ricordarne una, che da tempo gode delle gioie della pensione. Un giorno, mentre mi stava aiutando a sbrogliare non ricordo quale pasticcio che avevo combinato, mi disse: ‘Mi par di essere la tua baby sitter’. Risi per ore di quella battuta, ma voglio dire che senza tutte le ‘baby sitter’ che ho avuto accanto in questi anni, penso che da tempo sarei stato cacciato per indegnità da tutte le scuole del Regno, come si diceva una volta. E dunque, è anche grazie a loro che sono arrivato alla pensione.

Lasciatemi infine concludere togliendomi, come si suol dire, qualche sassolino dalle scarpe. Da quando sono uscito dalla Scuola come studente e poi vi sono rientrato come Insegnante – molte, troppe decine di anni fa – ho visto la Scuola italiana camminare, voglio sperare non inesorabilmente, verso il degrado. In tanti anni, i nostri occhi di Insegnanti hanno visto abbattersi sulla Scuola le più svariate, bizzarre ed insensate riforme. I Portfoli di famigerata memoria, e poi l’Onda Anomala, e adesso la ‘Buona Scuola’ – sulla quale “il tacere è bello”, per dirla col Poeta – e dopo il Diciotto politico di sessantottina memoria ora ci aspetta il Sei politico, e poi i Licei di quattro anni, e le Lauree brevi. Pensate: una Laurea ‘breve’: come se l’Intelligenza, il Sapere, la Conoscenza potessero essere abbreviati con due righe sulla Gazzetta Ufficiale. Il Liceo Classico, da faro della Cultura Classica si è trasformato in una insalata russa di specializzazioni, sempre più simile ad una scuola professionale e sempre più lontano da quella fucina di ingegni che per decenni ha dato al Paese la sua miglior classe dirigente, a livello morale, culturale e professionale. Vi confesso che molto spesso mi sono trovato a rimpiangere la Riforma Gentile, sotto gli ultimi sprazzi della quale ho compiuto i miei studi, e mi sono chiesto le ragioni di questa parabola discendente lungo la quale la Scuola italiana sembra essersi avviata senza speranza. In un mio articolo di molti anni fa ipotizzai che forse una maledizione biblica pesa su di noi. Io sono convinto –  e non me ne voglia l’Insegnante di Religione per una battuta che non vuol essere in alcun modo irriverente – sono convinto che forse in origine il testo della Genesi doveva essere diverso da come lo conosciamo oggi. Forse, oltre ai versetti che dicono ‘Partorirai con dolore’ e ‘Ti guadagnerai il pane col sudore della fronte’ ce ne doveva essere un altro che diceva: ‘Ed ogni Ministro della Pubblica Istruzione che avrai sarà peggiore del precedente’. Poi – magari per colpa di qualche amanuense distratto – forse quel versetto è andato perduto, ma a me il dubbio resta.

Sarà perché sono vecchio, ma quando penso al futuro della Scuola tendo inevitabilmente ad essere pessimista. Spesso vedo, in quel che accade, non una casuale concomitanza di eventi negativi, ma un progetto, e mi viene in mente quel bel passo della “Storia Infinita”, in cui Atreiu colloquia con Gmork, il terribile lupo nero che guida l’avanzata del Nulla su Fantàsia.

Ad Atreiu, che gli chiede il perché di quel che sta accadendo, Gmork risponde: “Perché è più facile dominare chi non crede in niente, e questo è il modo più sicuro di conquistare il Potere”. Auguro a tutti noi di sbagliarmi.

Infine vorrei aggiungere – perdonatemi anche questa notazione ‘volgare’ –  che tutto è stato fatto senza nessun riconoscimento per noi. Tagli e blocchi dei contratti ci hanno reso, credo, gli insegnanti peggio pagati e peggio stimati d’Europa. Il nostro lavoro è stato costantemente dequalificato e immiserito; ci hanno sovraccaricato di compiti inutili e burocratici, rendendoci sempre più impiegati di concetto e sempre meno Docenti, e mai dimenticherò la battuta di una collega, qualche anno fa, che disse: “Nel tempo libero, riesco anche ad insegnare”.

Nonostante ciò, tutti noi abbiamo sempre continuato a fare il nostro dovere, senza mai venir meno ad esso. Magari brontolando, magari inghiottendo innumerevoli bocconi amari, ma abbiamo sempre continuato.

Perché questo è il punto. In quel magnifico libro che è “Le memorie di Adriano”, Marguerite Yourcenar mette in bocca al grande Imperatore queste splendide parole: “Fondare biblioteche è un po’ come costruire granai pubblici: ammassare riserve contro l’inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo arrivare”. Parafrasando Yourcenar, io credo che possiamo far nostro questo monito. Noi Insegnanti, noi Scuola, siamo oggi quei granai dello Spirito; noi siamo trincee, siamo e dobbiamo essere dei bastioni contro la Barbarie sempre incombente ai margini della nostra società, testimoni insostituibili di Civiltà.

Contro ogni attacco alla Scuola ed alla Cultura, possiamo e dobbiamo certamente far nostro quell’invito che, in circostanze non poi molto diverse, ebbe a rivolgere alla società italiana, molti anni fa, il giudice Borrelli: “Resistere, resistere, resistere”.

Tutto qui. Non c’è altro da dire. Le cose davvero importanti ce le siamo già dette in questi lunghi anni, nelle aule e nei corridoi.

Grazie ancora, e buon lavoro a tutte voi.

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