Pubblicato da: giulianolapostata | 2 marzo 2017

Rileggere Jack London?

Ho sempre pensato che alcuni libri andrebbero letti e riletti mille volte. Così è stato per me, per esempio, per “Il ritratto di Dorian Gray”, per il quale in passato ebbi una vera e propria ossessione. Abbagliante ‘Manifesto’ superomista, e al tempo stesso capolavoro assoluto del Decadentismo, è stato uno dei libri della mia vita. Credo di averlo riletto decine e decine di volte, e di averne ormai conosciuto e ‘interpretato’ ogni virgola.

Così è stato anche, per nominarne solo un altro, per “Il Maestro e Margherita”, sublime ‘storia d’amore’, ma anche commovente canto d’amore per la Letteratura e la Libertà.

Ma – ahimè – ci sono anche libri che, dopo la prima lettura, non bisognerebbe più riprendere in mano, per non esporsi ad amare delusioni. Così è stato quando, recentemente, ho scoperto che Adelphi aveva ristampato “Il vagabondo delle stelle” di Jack London. L’avevo letto molti anni fa, in una vecchia edizione Monanni del 1928, molto probabilmente ridotta, e mi aveva fatto una grande impressione.

Così mi sono precipitato a rileggerlo nell’edizione Adelphi e, appunto: miodio che delusione.

Storie banali, noiosissime avventure ‘alla Salgari’, ma nel senso peggiore del termine, ché il grande Veronese intesseva le sue avventure di emozioni e passioni, che invece qui latitano quasi sempre. Una prosa sciatta e corriva, davvero pulp, ‘dilettantesca’ nel senso peggiore del termine. A dirla tutta, un libro scritto per la pagnotta, che nel suo caso era spesso innaffiata di whiskey.

Continuo a trovare geniali i suoi libri del Grande Nord – “Zanna Bianca”, “Il richiamo della foresta”, molti racconti, e poi il terribile “Il popolo degli abissi”, e magari anche “Martin Eden” e “Daylight” (… ma anche questi … li ho letti moltissimi anni fa … chissà cosa succederebbe a rileggerli adesso … meglio lasciar perdere …) – ma questo, accidenti, proprio no …

Come se non fosse bastata questa deludente rilettura, l’edizione Adelphi è corredata da una postfazione di Ottavio Fatica che definire irritante sarebbe graziosamente metaforico. Detesto questo tipo di scrittura, che vorrebbe essere … che ne so: poetica? Creativa? Lirica? E nella quale invece non si capisce quasi mai un ***** di quel che si vuol dire. Più che ‘critica letteraria’, a me questo sembra onanismo critico.

Buon divertimento.

 

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