Pubblicato da: giulianolapostata | 19 ottobre 2016

Io voto NO

L’opinione di un espertissimo giurista, docente universitario

 

Votando SI’ al referendum costituzionale, oltre a confermare qualche buona misura (ad es. l’abolizione del CNEL, inutile organo costituzionale che serve solo a foraggiare i sindacati i cui rappresentanti siedono nel consesso) approveremmo una serie di autentiche sconcezze. Per limitarmi a poche sottolineature:

– approveremmo non l’abolizione del bicameralismo, ma l’introduzione di un bicameralismo zoppo di democrazia, i cui membri (sempre nominati dalle segreterie dei partiti, ma senza nemmeno il residuo vaglio elettorale che c’è oggi) avrebbero tuttavia ancora competenze delicatissime come concorrere alla formazione degli organi di garanzia (presidente della repubblica, giudici costituzionali, consiglio superiore della magistratura) e decidere sui trattati internazionali (leggi: UE, NATO, che oggi installano i missili nei Paesi baltici con bellicismo pari a quando l’URSS schierò gli SS-20 a ridosso dell’Europa di allora: ma a quell’epoca il mondo protestò, anche se il buon strappista Berlinguer dovette abbozzare, mentre oggi tutti zitti perché l’ha deciso sant’Obama, premio Nobel della pace a prescindere): trattati – rammento – sui quali già oggi non abbiamo il sacrosanto diritto di referendum abrogativo e che domani verrebbero manipolati da personaggetti eletti da nessuno di noi: davvero un altro grande passo democratico nello spirito dell’art. 1 della Costituzione. Sarebbe stato meglio abolire del tutto il Senato. Ricordo d’altra parte che il testo originario della Costituzione (“la più bella del mondo”: ma quale, quella del ’47 o quella dopo?) prevedeva che i senatori durassero in carica sei anni, mentre i deputati cinque. I Padri costituenti vollero cioè che le due assemblee non fossero la fotocopia l’una dell’altra, se non ogni trent’anni, perché dovevano garantire la continuità del sentire popolare come espresso re melius perpensa in tempi diversi (ogni governo avrebbe ad es. necessitato della fiducia di organismi espressioni in ipotesi di maggioranze non identiche). Idea forse ingenua e astratta, che però aveva il maggior pregio – o svantaggio, a seconda dei punti di vista –  di diminuire la presa delle oligarchie di partito sui massimi organi costituzionali: sicché nel 1963, con la legge costituzionale n. 2, la partitocrazia unificò la durata della carica (cinque anni per tutti) e il bicameralismo si avviò a diventare lo stucchevole balletto che conosciamo oggi, nella più beata ignoranza degli Italiani allora impegnati nel boom;

– approveremmo ancora la confisca di gran parte del potere legislativo alle regioni: ma solo a quelle ordinarie, fra cui stanno anche le più virtuose, restando invece intatte le competenze di quelle a statuto speciale (do you remember i forestali siciliani?). La scusa è di rimediare alla demenziale riforma del titolo V del 2001 a opera del duo D’Alema-Amato, ma in realtà ci se ne approfitta per realizzare un feroce accentramento bonapartista (o granducale: fate voi) dello Stato, in spregio al principio di sussidiarietà e di promozione del governo locale (ricordiamo che insieme sono state “abolite” ossia castrate anche le province; rimarranno i sindaci, quasi all’unico scopo di aumentare le tasse che il governo nazionale “taglierà” per farsi bello, ma insieme tagliando i trasferimenti). Dai molteplici Fori, antichi e moderni,soltanto Roma sarà infine il faro di irradiazione della civiltà verso le italiche plebi;

– approveremmo, ancora, una legge elettorale di clamorosa impronta anti-democratica (peggio persino del Porcellum, bocciato dalla Corte costituzionale): al partito che ottenesse un voto in più del 40% (o vincesse il ballottaggio) andrebbe il 54% dei seggi e il resto verrebbe attribuito in proporzione agli altri partiti. Al confronto la legge del ’53, battezzata in modo esso sì truffaldino “legge truffa”, era un modello di rispetto della sovranità popolare, perché dava il 65% dei seggi al partito o alla coalizione che avesse ottenuto più della metà dei suffragi – una maggioranza cioè, magari risicata, ma mai una minoranza come vuole l’Italicum. Quest’ultimo viene piuttosto dritto dai lombi della fascistissima legge Acerbo del 1923, che dava i 2/3 dei seggi al partito che avesse ricevuto il 25% dei voti: d’accordo, percentuali diverse, ma sempre minoranze che diventano con la bacchetta magica (o il manganello) maggioranza – duce e ducetto a braccetto.

Insomma, va bene che il meglio è nemico del bene, ma lo è a maggior ragione il peggio. Cambiare per cambiare, riformare senza discernimento, è pessimo consiglio. Il Fiorentino faccia piuttosto un bagnetto di umiltà, chieda scusa agli Italiani per la sua arroganza, non si dimetta (tanto non lo farà, perché è bugiardo e perché c’è da sperarlo: altrimenti, ancora senza elezioni, ci troveremmo ‘n coppa un governo Padoan o peggio) e cerchi di realizzare insieme a persone capaci e rappresentative delle varie istanze civili una riforma rispettosa del buon senso e dello spirito democratico che un po’ (tanto) gli fa difetto. Sperèm.

VOTA NO, dico dunque, e buona notte.

 

 

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