Pubblicato da: giulianolapostata | 23 gennaio 2016

Popolo di Santi (postumi), di Poeti (incompresi) e di eiaculatori

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Confesso che l’importanza di Arbasino nella Letteratura Italiana e la sua genialità mi sono sempre sfuggite (il Genio mi perdonerà: so di non essere alla sua altezza).

Poche cose mi sono insopportabili come la sua prosa, sempre condotta in punta, non di penna, ma di forchetta: pirotecnica e circense, giocolieristica e funambolica, e I suoi testi sono giganteschi esercizi onanistici, alla fine dei quali il Genio sprizza e spruzza, eiaculando sempre e nient’altro che il proprio Ego.

L’unico, vero Maestro che l’Italia abbia avuto negli ultimi cinquant’anni, Pier Paolo Pasolini, quarant’anni fa fece alla Cultura italiana la cortesia di togliersi dai coglioni, morto ammazzato (e stranamente non si sa ancora bene da chi e perché), per cui oggi i suoi scritti si prestano all’esercizio preferito dagli intellettuali italiani: l’agiografia. Un’agiografia totalmente scevra di pericoli, perché, giustappunto, l’Autore è morto, e perciò chiunque può arruolarlo e fargli dire quello che vuole.

Ma il Genio, invece, è ben vivo, e impazza, sparacchia e sputacchia, e data la sua natura, nessuno poteva essergli più inviso di colui che forse è il più delicato, colto e raffinato tra i poeti italiani: Giovanni Pascoli.

Ricordo, molto tempo fa, di aver letto in un suo libro (sto ancora parlando del Genio, naturalmente, anche se, onestamente, non sono più riuscito a ritrovare quel volume, nonostante lo stia cercando da anni. Mi chiedo addirittura se – ah, l’età … – io ricordi male titolo e autore, e se erroneamente l’ho attribuito al Genio, me ne scuso) il commento ad una lettera del Pascoli a Mariù, nella quale il Poeta raccontava alla sorella degli imbarazzanti effetti che aveva avuto sul suo intestino un pesce molto speziato che aveva mangiato ad un pranzo cui era stato invitato. Miserie, che ognuno forse ha provato, e la cui sede naturale è comunque il segreto dell’archivio. Ma il Genio no. Lui affondava con odio voluttuoso i canini di un maschio disprezzo in quelle righe, traendone materiale per dimostrare che, appunto, il Poeta era un frustrato, incestuoso in pectore, contadinello rimpannucciato, misticoide diarroico.

Un odio tanto feroce quanto inspiegabile, a meno di non sospettare che il Genio arda d’invidia per quella poesia sublime, e non potendo affossare essa cerchi di affogarne col suo veleno l’autore.

Un odio, soprattutto, inestinguibile. È apparso, sulla Repubblica del 2 gennaio, a pag. 43, un pezzullo del Genio (“Ode al Pascoli, fanciullino orfano, un po’ mostro e un po’ sacro”) in cui Egli si abbandona ad un livore indescrivibile. Impossibile – e ripugnante – citarne qualche passo: rimando i lettori al pezzullo in questione. Impossibile anche, per me, continuare. Non è indignazione: è stanchezza, e fastidio.

Rimarrebbe la voglia di capire cosa stia alla base di quel rancore ferino: la maestra gli avrà fatto imparare a memoria “La cavallina storna”? La mamma prima di andare a letto gli leggeva “L’aquilone”? Sul suo libro di lettura c’era solo “Valentino”? Misteri di un’infanzia tormentata, che, noi sì pudichi, ci asteniamo dall’indagare.

Al Genio, umilmente ci permettiamo di consigliare una rilettura integrale delle poesie del nostro, dopo di che, come dice Solon, “ch’io l’impari, e muoia”.

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Responses

  1. Arbasino un suo posto nel ‘900 italiano l’ha avuto, per quanto piccolo e sproporzionato alla sua cattiveria. E stato un testimone cinico del miracolo economico e della prima trasformazione antropologica italiana. Purtroppo – invecchiando – non si è accorto della seconda (quella coincisa grosso modo col ventennio berlusconiano), sicché la sua ultima produzione è una spettrale riviviscenza della prima. Anche il suo attacco a Pascoli fa parte di una battaglia di retroguardia, contro un’Italia retorica che non c’è più e contro cui ben altre munizioni e ben altro (geniale) tempismo aveva sparato Gadda. Il quale Gadda è probabilmente il modello di Arbasino. Ma ahimé Arbasino confonde la bifronte cultura gaddiana (scienza e umanesimo) con la sua erudizione mondana; e la “cognizione del dolore” mascherata da un linguaggio grottesco, che nasce dall’indignazione estetica e morale, con la meschina malvagità di ferire col pettegolezzo. Peccato, perché avrebbe talento. Sicché – buttandolo via – si è più colpevoli ancora.

    • Caro Rino, grazie del tuo commento, che porta finalmente una ventata di colta intelligenza in un blog troppo spesso asfittico ed autoreferenziale. Alla prossima.


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