Pubblicato da: giulianolapostata | 24 gennaio 2014

Giù le mani dal Teatro Olimpico di Vicenza

Dunque da qualche anno Vicenza ha il suo ‘nuovo’ teatro, e già su questo ci sarebbe da discutere. Infatti vien da chiedersi perché in un’Europa che ha saputo ricostruire da macerie polverizzate la città di Dresda; e senza andar troppo lontano: in un Veneto che ha saputo far rinascere dalla sue ceneri la Fenice, vien da chiedersi perché a Vicenza non si è mai potuto-saputo-VOLUTO ricostruire il Teatro Verdi ‘dov’era e com’era’. Interessi e schei, ovviamente, e così abbiamo aspettato più di mezzo secolo per ritrovarci con questo scatolone alieno piantato senza un perché in una specie di non-luogo, brutto come un incrocio tra un distributore di benzina anni Cinquanta e una Casa del Fascio; estremamente carente a livello di acustica (molti esperti se ne sono lamentati in questi anni). Eccetera. Ma ormai ce l’abbiamo, e ce lo dobbiamo godere. Con un po’ di sale in zucca, però. Perché se Vicenza deve diventare “capitale”, come dice il Vicesindaco Bulgarini d’Elci, allora, a mio parere, non lo sarà certo con messe in scena come quella che Filippo Timi ha fatto del Don Giovanni di Lorenzo da Ponte. Confesso: non l’ho visto, ma ho raccolto sufficienti testimonianze di amici e conoscenti per rendermi conto che si tratta dell’ennesimo esempio di quel vizio che da sempre impesta le scene, per cui registi con poche o punte idee non trovano di meglio che metter le mani su un testo classico e massacrarlo, infarcendolo delle più oscure pulsioni del loro ego. Il teatro è un’altra cosa, a mio modesto giudizio di vecchio spettatore, e va rispettato e amato nella sua originaria natura: chi ha voglia di esibir chiappe in palcoscenico, si scriva un altro testo, e lasci in pace Da Ponte.

Ma ben più ‘grave’ è la questione riguardante l’altro teatro vicentino, ‘il’ teatro di Vicenza, lo stupendo Teatro Olimpico. Al suo capezzale si accaniscono da anni i personaggi più disparati. Dopo il biennio di Nekrosius (scusatemi la battuta cretina, ma uno con un cognome così non poteva che portar sfiga alla città: sembra un personaggio di Harry Potter), che non pare aver riscosso entusiastici consensi, ora tocca a Emma Dante. Per carità, il suo curriculum di professionista di teatro pare rispettabile, e da lei ci si aspetta molto. Tuttavia, quando sento parlare di valorizzazione e rilancio dell’Olimpico, mi vengono sempre in mente quegli imprenditori che prendono una spiaggia o una vallata alpina incontaminate e le riempiono di alberghi, centri turistici, parchi giochi, tutto col nobilissimo intento di valorizzarle. E a nessuno, proprio a nessuno, viene in mente che il miglior modo di valorizzarle, quella spiaggia e quella vallata, sarebbe di lasciarle come sono. Fuor di metafora. Qualcuno ricorda da chi e perché venne costruito l’Olimpico? L’Accademia Olimpica, illustre consesso di scienziati, artisti ed intellettuali, lo commissionò nel 1580 al suo illustrissimo membro, Andrea Palladio, per godere di un luogo privilegiato alla rappresentazione di testi classici. Lo impreziosì Vincenzo Scamozzi con le bellissime scene fisse, che rappresentano le sette vie della città di Tebe, dove si ambienta la tragedia che lo inaugurò nel 1585: l’Edipo Re di Sofocle.

Poche note che tutti conoscono, per dire dunque, appunto, che il destino dell’Olimpico è scritto nelle sue origini, e che nessuna ‘valorizzazione’ potrà essere più nobile di quella cui lo votarono i suoi ideatori e il suo grande Costruttore, genio rinascimentale, che volle far rinascere le strutture del teatro romano per destinarle alla riproposizione e rivitalizzazione del dramma classico.

Non c’è bisogno di innovatori, all’Olimpico, ma solo di qualcuno che ricordi questo passato, riservando quella struttura unicamente a rappresentazioni del teatro classico greco e romano, riproposte, queste ultime, senza alcuna “rilettura o innovazione”, come amerebbe il Vicesindaco, ma invece proprio nel rispetto rigoroso della loro ‘classica’ perfezione, quella con cui da secoli o da millenni esse parlano e insegnano al cuore e alla mente dell’Umanità. Lungi dall’essere ‘un palcoscenico mondiale per chiunque abbia voglia di confrontarsi con esso’, come dice Bulgarini d’Elci, esso è invece un luogo predestinato, cui è dovuto il rispetto che la sua storia gli conferisce.

Tutto il resto – nel male ma, vogliamo sperare, anche nel bene – riserviamolo al teatro nuovo. Ma il Teatro Olimpico, per favore, lasciatelo stare: va bene così com’è.

 

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