Pubblicato da: giulianolapostata | 18 agosto 2013

Invisibili

Ci vuol poco a diventare invisibili, in questa società. Basta ammalarsi, per un lungo periodo, e poi aver bisogno di convalescenza, di cure, di assistenza. Ma il lavoro non ti aspetta: c’è la fila di quelli pronti a prendere il tuo posto, e poi ‘il tempo è denaro’, e questa società non ha certo il tempo per fermarsi ad aspettare chi rimane indietro. Cazzi suoi. Oppure basta divorziare, e scoprire che con gli alimenti da pagare non ce la fai più a pagare l’affitto e le bollette di casa tua, e allora quella casa sei costretto a lasciarla, e con quella le tue cose, i tuoi vestiti, il tuo passato. Tutto si dissolve, e tu scopri che senza quell’ubi consistam cui prima facevi riferimento e che ora non esiste più, non esisti più neppure tu, perché se un essere umano è ciò che fa, forse ancor di più è dove sta. Oppure basta che tu sia un ‘extracomunitario’: parola massimamente odiosa per il suo contenuto di esclusività, di rifiuto; parola massimamente assurda, perché ci si aspetterebbe che chi si è unito in ‘comunità’ (termine oltretutto anche ‘pericoloso’, perché imparentato con ‘comunione’, ed anche con ‘comunismo’ …) sia altrettanto disposto ad aprire la propria comunità ad altri che si trovino nel bisogno. Mentre invece, come sappiamo, la nostra funziona esattamente al contrario. Basta dunque, anche, che tu sia un extracomunitario, uno che, in base ai parametri che abbiamo indicato prima, proprio non è nessuno, perché non ha più famiglia, né casa, né lavoro, e perfino la sua Patria è lontana e strana, sì e no sappiamo come si scrive. Niente di niente.

Insomma, in una ‘cultura’ fondata essenzialmente sull’esibire, chi non ha nulla da esibire – denaro, potere, forza – non conta nulla, e chi non conta nulla affonda.

Pochi sono coloro che si occupano di tenere a galla chi affonda, e spesso l’aiuto si manifesta nelle forme della ‘carità’, che a volte più che aiutare può perfino ferire. Ecco perché quando ho scoperto del tutto casualmente la presenza nel nostro territorio della Casa di Accoglienza Dalli Cani di Arzignano, la sua esistenza mi è sembrata davvero un piccolo miracolo.

Inaugurata il 18 giugno del 2011, la casa ha avuto vita grazie ad un lascito della Signora Alice Dalli Cani, che ha legato al Comune di Arzignano un ampio edificio ed una somma di denaro  con la condizione che essi venissero destinati appunto alla realizzazione di una struttura per persone in difficoltà. Ai suoi ospiti la Casa offre numerosi servizi (http://www.casadallicani.org/testi.php?testo=5; http://www.comune.arzignano.vi.it/jsparzignano/procedure.jsp?serviceID=266; https://www.facebook.com/CasaAliceDalliCani), e mette in campo numerose attività: laboratori in cui vengono prodotti oggetti che poi vengono venduti per finanziare la struttura. Pregevolissimo, per esempio, il calendario 2013 (ed è già in preparazione quello per il 2014: https://www.facebook.com/annoincluso?fref=ts), un progetto raffinatissimo dal punto di vista grafico, che però non si risolve in un mero esercizio estetico – che perciò, in quanto tale, risulterebbe estraneo alle vite degli ospiti della Casa, ed a loro inutile – ma che invece li coinvolge, sia dal punto di vista operativo e della costruzione del progetto medesimo sia, soprattutto, perché li ‘costringe’ a scavare nelle loro esistenze e nelle loro esperienze, anche se faticose e dolorose, portandoli, alla fine ad utilizzare il calendario stesso come uno strumento di ‘visibilità’ e di affermazione di sé.

Gli ospiti, appunto. Leggere l’elenco dei paesi di provenienza delle persone che ultimamente sono state ospitate nella Casa significa fare un viaggio in quel mondo di disagio, di guerra e di fame che distrattamente vediamo scorrere nei TG, e che qui diventa volti e corpi concreti: Ghana, Bangladesh, Congo, Costa d’Avorio, Mali, India, Romania, Serbia, Marocco, Somalia, Burkina Faso, Togo, e tanti altri. E l’Italia anche, naturalmente. L’Italia, sapete, quella dei “ristoranti tutti pieni”, che però nei vicoli sul retro nasconde i suoi invisibili, quelli che una crisi criminale – che ha arricchito le banche e massacrato il mondo del lavoro – ha spinto in mezzo alla strada.

Tutti insieme, in una ‘comunità’ molto particolare, nata in un certo senso per forza, ma che, oltre che strumento di sopravvivenza e di recupero sociale e personale, diventa perfino scuola di convivenza e di rispetto.

Ma i miracoli difficilmente avvengono sul serio – ci vorrebbe Frank Capra a lavorare nella casa … – e invece sono le difficoltà che incombono, e anche grosse.

Affidata dal Comune di Arzignano alla gestione della Cooperativa Cosmo di Vicenza, che la fa funzionare grazie ai propri operatori ed ai volontari della Caritas vicentina, collegata alla Rete Provinciale di Inclusione Sociale, dall’ottobre del 2011 la Casa è andata avanti coi finanziamenti di Cariverona e del Comune di Arzignano, che è intervenuto con risorse proprie. Ma, sembra, i finanziamenti dureranno fino a settembre; il Comune di Arzignano si sta dando da fare per costruire un percorso di rifinanziabilità, ma ancora non vi sono certezze sul fatto che la struttura possa rimanere aperta, per quanto tempo e soprattutto se mantenendo gli stessi servizi e orari di apertura, o dovendoli ridurre.

A questo punto che dire, e che fare. Da dire c’è: onore a queste Istituzioni, che in tempi come questi hanno colto il ‘valore’ dell’impegno economico in iniziative come queste, lontanissime, come dicevamo, da qualsiasi cultura dell’esibizione e della visibilità. Da fare … Eh, ce ne sarebbe da fare … Quante Case si potrebbero finanziare con le inutili rotatorie che stanno stravolgendo da anni la viabilità delle nostre strade? Quanti pasti si potrebbero pagare con un solo chilometro delle varie tangenziali che stanno massacrando le nostre campagne? E – sperando di non essere banale … – quanti ‘invisibili’ potrebbero essere aiutati con uno solo degli F-35, gli aerei per la guerra atomica che il Governo Letta (buono quello!) sta per comprare?

Se qualcuno dunque ha dei soldi da ‘buttar via’, con la certezza che non ne parleranno in TV, sarà il benvenuto. Quanto a noi, possiamo solo far loro tutti i nostri auguri, con tutto il cuore: alle Istituzioni impegnate in questo progetto, ai volontari che vi operano, agli ospiti. Convinti che il mondo sarà migliore solo quando, sui giornali, invece dei pannolini della figlia di Belèn, si parlerà della Casa Dalli Cani di Arzignano.

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