Pubblicato da: giulianolapostata | 7 dicembre 2012

IL TIBET E L’INSEGNAMENTO DEL CINESE NEL LICEO GINNASIO “A. PIGAFETTA” DI VICENZA: MA CARI RAGAZZI, LO SAPETE DI COSA STATE PARLANDO?

 

A un diciottenne si possono perdonare molte cose, ma non l’ignoranza (dal verbo ‘ignorare’ = ‘non sapere). Per questo irritano profondamente, oltre che deludere, le dichiarazioni dei quattro studenti vicentini che, all’inaugurazione dell’Aula Confucio del Liceo Pigafetta di Vicenza, hanno esaltato “gli aspetti più significativi della cultura cinese, caratterizzata da apertura, generosità e solidarietà” (Giornale di Vicenza, 21/11/12).

Deludono, perché significa che la preparazione che essi hanno ricevuto – e ciò forse, ma solo in parte, li assolve – è stata assolutamente di parte. Irritano comunque, perché di questi tempi, in cui proprio gli studenti costituiscono uno degli elementi principali di contestazione delle menzogne di Stato, dispiace che ve ne siano alcuni che, forse inconsciamente, si prestano ad avallare tali menzogne, senza che la naturale predisposizione alla ricerca della ‘verità’ che dovrebbe essere indotta dallo studio li spinga a indagare e a ‘criticare’.

Invito dunque quei ragazzi a verificare se tali “apertura, generosità e solidarietà” siano oggi davvero il fondamento della cultura e della società cinesi. In particolare se dette virtù si possano riscontrare nel modo in cui la Cina comunista ha trattato il Tibet, dopo l’occupazione del 1949. Quel che da allora è accaduto in quel paese martire è una delle più terribili ed infami tragedie del mondo moderno, ed una delle più ignorate.

Non basterebbe una biblioteca, per raccontarla, e del resto chi voglia cercare troverà biblioteche intere sul genocidio e l’etnocidio che da allora si commettono in quella terra (sul n. monografico 106-107-108 di Re Nudo, Majid Valcarenghi ha scritto che “a Pechino è stato scientificamente messo a profitto quello che il Nazismo aveva solo immaginato”). Tuttavia, per chi ignora, qualche minimo numero e nozione possono essere utili.

Si calcola che più di un milione e duecentomila tibetani siano morti dopo l’occupazione, in seguito a massacri, sparizioni, carestie e suicidi, e altre centinaia di migliaia imboccarono la strada di un’agonia che dura ancor oggi. Innumerevoli biblioteche vennero date alle fiamme, distruggendo migliaia di preziosissimi testi del buddhismo Mahayana. Perfino il paesaggio venne alterato, a segnare fisicamente la vittoria della Rivoluzione. Non esisteva praticamente infatti, in Tibet, una collina che non fosse sormontata da un monastero e soprattutto da uno stupa, edificio sacro e reliquiario, la cui forma è carica di significati simbolici ed esoterici. Tutto ciò non appare più agli occhi dei tibetani e di chi visiti la loro regione. Dei diecimila monasteri che vi si trovavano, ne sopravvivono malamente quarantacinque, e a decine di migliaia sono stati rasi al suolo gli stupa, alterando così un paesaggio che era al tempo stesso luogo fisico e mentale.

Non paga di distruggere lo spirito e la cultura del Tibet, la Cina comunista ne sta divorando anche l’ambiente, sfruttando barbaramente le risorse naturali del Paese. Sappiamo tutti quanto sia vorace la fame di materie prime della Cina, il cui sviluppo dissennato e cieco divora immense quantità di beni naturali, incamminandola su una china di cui non si vede lo sbocco. Purtroppo per lui, di questi beni il Tibet è ricco. Oltre a carbone, cromo, rame, oro, piombo e petrolio, c’è l’uranio, e quando si dice che la metà delle riserve mondiali di uranio si trova nelle montagne attorno a Lhasa, si capisce quanto spietato possa essere il dominio cinese ma anche, indirettamente, con che moneta vengano pagati il silenzio e l’acquiescenza dei governi occidentali. Inoltre, la natura montuosa del territorio e la presenza abbondante di acque ha favorito la costruzione di giganteschi impianti idroelettrici. E non dimentichiamo la deforestazione massiccia, che ha come ricaduta erosione e degrado del territorio e la perdita di gran parte dei terreni coltivabili, o dell’inquinamento di fiumi e laghi. Ma l’atto certamente più criminale compiuto dal governo cinese nei confronti del Tibet è stato quello di trasformarlo in pattumiera per i suoi rifiuti nucleari, attività a lungo negata dalla Cina ma rilevata da numerose ricerche internazionali. Non solo. La posizione marginale del Tibet ne fa una località ideale per attrezzature militari segrete, e infatti ultimamente vi sono stati costruiti molti centri per la produzione di missili ed altre armi sofisticate.

Non si tratta di fisime da ecologisti. Prima dell’occupazione comunista, i tibetani vivevano in perfetta armonia ed equilibrio col loro territorio, grazie alla loro fede buddhista, che insegna l’interdipendenza tra tutti gli elementi esistenti sulla Terra, viventi e non viventi. Essi praticavano una sorta di ‘autoregolamentazione ambientale’, in base alla quale le risorse naturali possono essere usate solo per soddisfare le necessità personali contingenti, e non devono mai sottostare a cupidigia e sete di guadagno. L’attuale devastazione ambientale ha costituito per i tibetani ben altro che un problema di banale ‘protezione dell’ambiente’ come potremmo intenderlo in Occidente. Per il popolo del Tibet si è trattato di un vero e proprio sconvolgimento religioso, una specie di rovesciamento dell’asse cosmico, che li ha feriti nel più profondo del loro essere.

Etnocidio e genocidio possono sembrare parole grosse? Ma ricordiamo che nella propria terra, i tibetani sono ormai poco più di sei milioni rispetto a quasi nove milioni di cinesi. E questo sia perché le donne tibetane sono sottoposte a sterilizzazioni e aborti forzati nonché a pesanti limitazioni nel caso in cui abbiano più di un figlio, sia per gli effetti di un preciso programma immigratorio. Di quest’ultimo, strumento principale è la ferrovia Pechino-Lhasa, che tra parentesi lungo il suo percorso contribuisce ad un pesante inquinamento ambientale con metalli pesanti tossici. Ricordiamo che le città tibetane, tra cui soprattutto Lhasa, sono state sottoposte ad uno stravolgimento urbanistico teso a modificarne le radici estetiche, cioè culturali. Ricordiamo la sedentarizzazione forzata dei pastori nomadi, costretti ad abbandonare abitudini antiche di millenni per ridursi in baracche di cemento che uccidono la loro attività e la loro struttura socioculturale. Ricordiamo le torture fisiche e psicologiche cui sono sottoposti monaci e monache, molte delle quali vengono violentate con un manganello elettrico.

Contro tutti questi orrori, al popolo tibetano è rimasto Al popolo tibetano è rimasto un solo strumento di lotta da sbattere in faccia al mondo, la propria vita: a tutt’oggi sono ottantatré i tibetani, monaci e cittadini, che si sono bruciati vivi immolandosi per la libertà del proprio Paese. In segno di ‘solidarietà’, nei giorni scorsi il governo cinese ha ristretto la vendita di liquidi infiammabili in Tibet …

Ricordiamo anche – e pure per questo occorrerebbero libri – la ferocissima repressione dei movimenti autonomisti ed indipendentisti nel Xinjigang di Rebiya Kadeer e della minoranza Uigura. Ricordiamo anche l’altrettanto feroce repressione di qualsiasi opposizione interna e di ogni movimento organizzato, per esempio il Fa Lu Gong.

Insomma, ragazzi, a me pare che di “apertura, generosità e solidarietà” tra quelle montagne martoriate, e non solo lì, se ne veda poca.

Nulla di che stupirsi se il governo italiano, già prono ai diktat del FMI, in nome dei quali sta affamando il Paese, lo sia ancor di più di fronte alla volontà del nuovo Padrone del Mondo. Del resto, business in business, e i diritti umani sono da un pezzo diventati lo strame delle democrazie. Quel che conta sono, appunto, ‘i schèi’, e per capirlo basta vedere, in calce all’articolo, la lista appena parziale dei locali padroni che hanno sponsorizzato l’iniziativa, a partire dall’Associazione Industriali di Vicenza.

Nulla di che stupirsi. Ma voi, ragazzi, voi che avete diciott’anni, voi che vi trovate in quella fase della vita in cui ‘per natura’ si è portati a rovesciare il mondo in nome della giustizia, voi, per favore, non vi prestate ai giochi dei grandi. Certo, studiate il cinese, perché la cultura della Cina è antica e nobile. Ma usate ciò che studiate per capire, conoscere, criticare e, se necessario, combattere.

Scrivo queste righe da Buddhista, le scrivo da membro dell’Associazione Italia-Tibet (www.italiatibet.org), soprattutto le scrivo da essere umano, da cittadino del mondo: in nome di quel diritto alle verità ed alla libertà che è anche dovere di ognuno di noi.

 

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Responses

  1. Caro Giuliano, la Cina detiene molto debito pubblico occidentale e lo spread, sai, lo spread….

  2. Leggo che il governo cinese sarebbe comunista…Ma cosa intendi per comunista? la sua politica o semplicemente il nome che si è data? Leggo inoltre: “Prima dell’occupazione comunista, i tibetani vivevano in perfetta armonia ed equilibrio col loro territorio, grazie alla loro fede buddhista…”. Dunque non è vero che esistevano il feudalesimo, e la schiavitù, con il diritto del padrone di uccidere il proprio schiavo…

    • Quando scrivo che la Cina è comunista, intendo ciò che essa dice di se stessa: può non significare nulla, può significare tutto: dipende dal punto di vista. So bene che il Comunismo è – dovrebbe essere – altra cosa: lo sa anche S.S. il Dalai Lama, che in una sua dichiarazione del 22/5/10 ha detto: “Il Marxismo è l’ultimo custode filosofico di valori etici che il Capitalismo distrugge con la religione del profitto”. Detto ciò rimane il fatto che più e più volte, nella sua Storia, il Comunismo ha commesso atrocità tali da spegnere – quasi del tutto? – la speranza che esso possa mai essere davvero ‘altro’ (parla uno che ha trascorso tre quarti della sua vita militando nei Partiti ‘comunisti’ in Italia). Ciò comunque non ha quasi mai costituito un problema per i ‘Comunisti’, e certamente non lo è per i comunisti italiani d’oggi, che col Reich cinese flirtano indecentemente (gratis?). Certissimamente, per esempio, non lo è per il ‘Compagno’ Diliberto, che da anni collabora col Reich alla revisione del loro Codice Penale: sarà interessante vedere se, alla fine del lavoro, nel nuovo Codice sarà presente qualche codicillo che riguardi i diritti degli Uiguri, dei Tibetani e dei Falun Gong. Quanto al feudalesimo: certo che esisteva in Tibet, prima dell’occupazione cinese. Ma vorrei ricordarti che: a) Ogni popolo ha il diritto di scegliere la forma di governo e di religione che preferisce, per quanto ‘barbara’ agli altri possa apparire; b) Nessun popolo ha il diritto di andare ad imporre ad un altro un diverso modello, con la motivazione che è ‘migliore’, più ‘democratico’ ecc. Le infamie che, obbedendo a questa teoria, sono state commesse in Irak ed in Afghanistan forse dovrebbero suggerire qualcosa; c) Gli orrori della Modernità, postilluminista e industriale, sono stati e sono tuttora tali e tanti che spessissimo mi sono trovato a pensare che i tanto esecrati orrori del Feudalesimo, in fondo, erano ben poca cosa a confronto: mi permetterei di consigliarti, a questo proposito, la lettura del bel libro di Massimo Fini “La Ragione aveva torto?”, Marsilio Editore.

  3. In oltre trent’anni di militanza per la causa tibetana sono stato invitato a parlare del Tibet da tutti i partiti. Sono stato alle feste dell’unità, e oggi democratiche, e nei centri sociali; sono stato invitato nelle università da giovani della destra, così come dalla Lega e dai socialisti craxiani prima e non so bene cosa dopo. Gli unici che hanno sempre avuto una posizione chiaramente ostile al Tibet e al suo dramma umano, storico e politico, sono stati quelli di Diliberto ( comunisti italiani..?)
    Lo stesso Bertinotti ha più volte espresso solidarietà al Tibet e al suo popolo. Credo dunque che in molte persone della “sinistra” italiana ci sia una specie di malattita esantematica infantile, il mito della Cina, che ha prodotto anticorpi insopprimibili e sempre molto intraprendenti ogni volta che si tocca quello che ha colorato i sogni della trascorsa giovinezza. A questo si aggiunge una schiera di persone in totale mala fede che hanno solo il loro sporco interesse a business vari con lo strapotente (??) Impero di Mezzo. Pochi hanno la lucidità di capire che la tematica feudalesimo-teocrazia-servitù della gleba etc. è solo uno volgare alibi per girare la testa dall’altra parte e non ammettere che le nefandezze di stampo imperialiasta e coloniale compiute sulla pelle di un popolo inerme, sono venute proprio da coloro che si dichiarano “comunisti” ( e per certi versi lo sono veramente…) Persone che hanno marciato, protestato, girotondato contro tutti tranne che contro lo stato più “canaglia” del pianeta: perchè? perchè infrange i loro sogni di gioventù, e perchè, come ebbe a dire una cara” amica” di questo genere “Mi va bene anche Pechino purchè sia contro Bush…” (allora c’era lui ma oggi non è cambiata)


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