Pubblicato da: giulianolapostata | 13 ottobre 2012

I Princìpi e la realtà

Il ‘paracattolicesimo’ è una sindrome molto diffusa in Italia. Intendesi per paracattolicesimo (il neologismo è mio …) una pulsione che ti spinge a compiere azioni che possono essere anche pesantemente lesive del tuo benessere e della tua felicità personale, ma che tu compi con gioia, in quanto le giustifichi con l’adesione ad un Principio Superiore. Attenzione: non è affatto necessario che da queste azioni derivino effettive conseguenze pratiche: esse si giustificano ‘in sé’ e in quanto aderiscono al suddetto Principio Superiore. Non pensate che occorra essere religiosi, per soffrire di questa sindrome, anzi. Per esempio, essa colpì per decenni e massicciamente, a livello vorrei dire pandemico, i militanti del PCI, i quali sopportarono ogni sorta di sacrifici anche personali – soggezione a dirigenti spesso ottusi, fatiche, obbligatori allineamenti ideologici eccetera – in nome di un sol dell’avvenire che non hanno mai visto (in compenso, hanno visto coloro per i quali si sacrificavano fare carriera, e sedere oggi su comode e potenti poltrone, a predicare, oltretutto, il contrario di quello che dicevano vent’anni fa. Ma questo è un altro discorso). Tornando alla nostra sindrome, due interessanti e divertenti esempi si sono letti anni fa sulle pagine di Repubblica. Il 24 novembre 2007, La Repubblica delle Donne pubblicò “Quel maiale è etico?”, un interessante articolino di Benedetta Marietti sulle pulsioni culturali che portano gli italiani a scegliere un tipo di alimentazione piuttosto che un’altra. Tra gli altri, venivano intervistati Antonella, 46 anni, e Raffaele, 47 anni, bancari, entrambi vegani. I vegani, per chi non lo sapesse, potrebbero essere definiti il ‘braccio armato’ dei vegetariani, in quanto si nutrono esclusivamente di alimenti vegetali, rifiutando tutto ciò che è di origine animale: formaggi, uova ecc. (ci sarebbero poi anche varie schegge ‘impazzite’ – il termine è d’obbligo – del ‘movimento’: quelli che mangiano solo crudo, quelli che mangiano solo germogli, quelli che la frutta non la comprano ma la mangiano solo se la trovano caduta spontaneamente dagli alberi …). Dopo averci descritto, con compunto eroismo, le fatiche cui si sottopongono per riuscire a mangiare secondo le loro regole, i due ce ne danno anche, finalmente, la giustificazione ‘superiore’: “Essere vegani è una scelta filosofica: mangiando naturalmente non si recano danni alla natura, non utilizzando nessun prodotto di origine animale permettiamo a molte più persone di avere più cibo. La nostra è quindi una dieta compatibile con uno sviluppo sostenibile”. E qui veniamo ai principi fondanti del paracattolicesimo, che ho indicato in apertura. Provate a chiedere ai due martiri se hanno mai sentito di un disgraziato del Darfur o di qualche altro inferno dei vivi che, in conseguenza della loro scelta, abbia avuto un piatto di riso in più. Vi guarderebbero con sufficienza, vi direbbero che ‘il punto non è questo’, e che ‘quello che conta è il Principio’. Appunto, no? Sempre su Repubblica, il 28 dicembre dello stesso anno, uscì “Vivere a emissioni zero”, un lungo pezzo di Paolo Rumiz il quale ci raccontava le traversie vissute avendo cercato di vivere una settimana secondo i dettami di “Azzero Co2”, una ‘setta’ che insegna a vivere rilasciando nell’ambiente la minor quantità possibile di anidride carbonica. Vi risparmio le peripezie del povero Rumiz, ridotto a vivere come e peggio di un barbone (secondo me, finita la settimana, si precipitò in un ristorante bolognese a ingozzarsi di tortellini e zampone, e per strada sgommava con la Porsche …). Ma provate a chiedere anche a quelli della setta che l’ha ispirato: vi risulta che, in seguito ai vostri comportamenti, in qualche città del mondo si sia respirato meglio? O che qualche iceberg abbia smesso di sciogliersi? Aspettatevi di certo un’altra occhiata di compassione, se non la classica frase che comincia con la famosa parola magica: “SE tutti facessero come noi …” (e certo: SE tutti avessero seguito gli insegnamenti del Vangelo, oggi vivremmo nel Paradiso Terrestre …; “Se me nona gavesse le rode la sarìa un carèto”, diceva mio padre …). Ma attenzione, però. Non vorrei dare l’impressione di disprezzare gli obiettivi che questa gente propone: sarebbe una bella contraddizione col mio antimodernismo. Quello che trovo assurdo e ridicolo – credo sia chiaro – sono i metodi. In primo luogo, perché se una scelta vuol essere radicale, allora che lo sia davvero: che io sappia, solo i monaci della Grande Chartreuse, in Savoia, o quelli in Tibet, vivono autenticamente in modo ‘naturale’ e non violento nei confronti dell’ambiente. In secondo luogo, perché ancora una volta ci si rifiuta di ammettere che il vero problema sono l’Industrializzazione e la Modernità, e la loro filosofia di Progresso. Solo arrestando questo processo, ‘tornando indietro’, possiamo sperare di influire realmente sul nostri futuro. Altrimenti, non sarà un ristorante vegano a fermare la rovina. Bene, questi sono i principi fondamentali del paracattolicesimo. E il cattolicesimo vero e proprio? Beh, in quel caso potremmo parlare dell’On. Paola Binetti, membro dell’Opus Dei ed eletta in passato nelle liste ‘progressiste’ dell’Ulivo, la quale non fa mistero di portare ogni tanto il cilicio, ‘per offrire le sue sofferenze a Dio per la pace nel mondo’, come si diceva una volta. Senza scomodare Schopenhauer – il quale ci direbbe che dovrebbe essere ben morboso e perverso un Dio che operasse il bene ‘in cambio’ delle nostre sofferenze – bisognerebbe chiedere alla povera Binetti come mai il suo Dio ogni tanto permette che qualche operaio cada dall’impalcatura o si frigga sui cavi dell’alta tensione.

Forse sono i giorni in cui dimentica di mettere il cilicio?

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