Pubblicato da: giulianolapostata | 16 agosto 2012

Sangue e magia tra Rivoluzione e Controrivoluzione

La rivoluzione non è un pranzo di gala” diceva Mao Tse-Tung, uno che se ne intendeva, ma per capire di quanta tragedia e di quanto orrore sia colma quell’affermazione poche letture possono essere utili quanto quella de “Il Barone sanguinario”, di Vladimir Pozner, recentemente edito da Adelphi, e ancor più quella di “Bestie, Uomini, Dèi”, di Ferdinand A. Ossendowski, Edizioni Mediterranee.

Noto ormai solo a pochi studiosi della controrivoluzione bianca (e ai lettori di Corto Maltese!), il Barone Roman Nicolaus Ungern von Sternberg – questa è la grafia del suo nome che lui pretendeva venisse usata – proveniva da una delle più antiche famiglie nobili baltiche. Nato in Austria nel 1886, durante la Prima Guerra Mondiale combatté in Polonia ed in Siberia. Fu questo soggiorno a segnarlo particolarmente, facendogli subire il fascino della vita nomade e selvaggia delle popolazioni locali ed inducendolo ad abbracciare il Buddhismo. Dal 1917 al 1920 combatté in Mongolia in appoggio alle truppe Bianche, contribuendo alla ricostituzione della Mongolia stessa in monarchia indipendente. Tradito e consegnato ai Sovietici, venne fucilato a Novonikolajevsk il 15 settembre 1921.

Ferocemente antisemita: ma tutta la Russia di allora lo era, ed anche la vicina Europa, nel cui ventre già stava maturando il Male che poi avrebbe condotto al Nazismo ed alla Shoah. Ferocemente attaccato ai propri privilegi di aristocratico (“questi sudici operai, che non hanno mai avuto domestici e pretendono di comandare”). Feroce coi nemici quanto spietato con se stesso. Mistico ‘folle’, convinto di essere la reincarnazione di Gengis Khan e dichiarato, dal Tredicesimo Dalai Lama, la reincarnazione del Mahakala.

Tutto questo era il Barone, ma soprattutto era un cavaliere medievale, che un valico temporale aveva scaraventato dal lontano 1269 – anno in cui la sua famiglia compare per la prima volta nel Gotha europeo – ai tempi nostri. I suoi nemici erano la Modernità ed il Progresso, la sua missione quella di restaurare sul trono le monarchie decadute o abbattute. Naturale dunque il suo schierarsi contro la rivoluzione comunista e la sua visione del mondo, in una battaglia forse ‘antistorica’, ma che ha il fascino malinconico ed eroico di tutte le battaglie perse.

Ricominciare daccapo. Fare piazza pulita. Sterminare quei parassiti. Qui in Oriente è ancora vivo il senso della monarchia, del potere divino, della guerra. Cinesi, manciù, mongoli, giapponesi. Uomini che sanno combattere e obbedire. Che sanno morire. Alla testa di uomini simili, riconquistare l’Europa. […] Eliminare tutto. Città, macchine, giornali. Il progresso … Non mi venite a parlare del progresso. E’ quello che ci ha portato alla rivoluzione, all’anarchia. Gli uomini sono pazzi: pazzi, stupidi e vigliacchi. Non sanno più cosa siano la frusta e la corda. Ma presto le cose cambieranno. A Oriente il sole sta già sorgendo. […]

L’Occidente sta morendo, infettato dalla peste rivoluzionaria. Niente più princìpi, niente più eserciti. Gli schiavi hanno smesso di rispettare la legge. E’ arrivato il momento di ricostruire l’impero dei grandi Khan. Discendenti di Gengis Khan, nelle vostre vene scorre il sangue dei conquistatori del mondo. I vostri schiavi vi obbediscono come molti anni fa. Seguiremo le orme di Gengis. Prima la Cina, la Cina che avete già conquistato una volta e che adesso, memore delle antiche sconfitte, cerca vendetta. La Cina vi disprezza, vorrebbe tapparvi la bocca con pezze di seta, ma deve stare in guardia. Poi la Siberia. la gialla Siberia. I vostri cavalli non hanno mai visto pascoli così belli. Lassù ci sono oro e argento, e milioni di uomini che ci aspettano. Passeremo come un uragano, e i popoli si solleveranno dal Pacifico al Mar Nero, buriati e kirghisi, jacuti e tibetani. Saremo seicento milioni. Nessuno potrà resisterci. Gli schiavi ribelli scapperanno veloci come marmotte, e Mosca scoppierà come una vescica di bue sotto gli zoccoli dei nostri cavalli. In ogni paese rimetteremo sul trono un re, e tutti i sovrani porteranno il loro tributo sulle rive del Kerulen. Figli di Gengis Khan, siete pronti a seguirmi?“.

Vladimir Pozner scrive un libro mirabile e per eleganza narrativa e per struttura, una specie di costruzione filmica che parte dal presente e, attraverso brevi e folgoranti flash-back ci precipita in passato che ha cent’anni, e sembra averne più di mille. Di famiglia ebraica ed antifascista, Pozner narra con equilibrio e senza rancori – e ne avrebbe ben donde! – e sono pochissimi i punti in cui, sempre con la massima misura, traspare dal suo racconto la sua convinzione dell’ineluttabilità della Storia e conseguentemente dell’antistoricità dell’azione del Barone: si veda, nell’ultimo capitolo, la bellissima figura della vecchia lavandaia.

Sodale e coevo del Barone fu Ferdinand A. Ossendowski, nato in Polonia nel 1876. Uomo dai vastissimi interessi culturali, ricevette una formazione che spaziò nei campi più svariati del sapere, dalle scienze esatte alla letteratura. Tra il 1896 e il 1918 compì numerosi viaggi in Asia e in Medio Oriente, che gli fornirono una conoscenza vasta ed approfondita di quelle culture. Arruolatosi nell’esercito del Barone von Ungern-Sternberg, combatté anch’egli attivamente per la causa dei Bianchi, e per questo, nonostante i suoi successivi studi di sovietologia, alla fine della Seconda Guerra Mondiale venne dai Russi considerato un ‘nemico del popolo’, e le sue opere bruciate. Morto nel 1945, i suoi libri ebbero nuovamente libero corso solo nel 1989, dopo la caduta del Muro di Berlino.

Bestie, Uomini, Dei” è un libro di profonda bellezza e di tragica potenza. Immensamente belle sono le pagine in cui Ossendowski descrive la Siberia e la Mongolia, la vita durissima delle popolazioni locali, la Natura selvaggia, pura e libera, le incredibili avventure vissute prima durante la sua lunga marcia per raggiungere il Barone e poi combattendo al suo fianco. Tragica è la visione di quegli anni di Rivoluzione e Controrivoluzione, in cui, paradossalmente, ogni ‘ideale’ pare cancellato, e ferocia e disumanità paiono equamente distribuite tra entrambi i contendenti. Cumuli di morti segnano indifferentemente il passaggio dei Rossi come dei Bianchi, e il lettore che cercasse nel libro l’epica del Sol dell’Avvenire in lotta contro la reazione ne ricava invece solo echi di morte.

Culmine del libro è poi la ricerca cui Ossendowski si dedicò, durante quelle peregrinazioni, delle tracce del Re del Mondo. Residente nel mitico regno sotterraneo di Agarthi, il Re del Mondo è da sempre custode della Tradizione e guida misteriosamente i destini dell’Uomo, fino al giorno in cui ristabilirà sulla Terra il suo dominio di Verità e Giustizia. Bellissime e magiche sono le pagine della Parte Quinta del libro, in cui l’autore racconta le sue esperienze con chi di quel Re si dichiarava servitore e seguace: “Durante le solenni festività dell’antico Buddismo, in India e in Siam, il Re del Mondo apparve cinque volte. Era trasportato da uno splendido cocchio trainato da elefanti bianchi e adorno d’oro e pietre preziose e dagli ornamenti più fini. Indossava un mantello bianco e una tiara rossa con pendagli di diamanti che gli nascondevano il volto. Benedì il popolo con una mela d’oro sormontata dalla figura di un agnello. I ciechi riacquistavano la vista, i muti la favella, i sordi l’udito, gli storpi l’uso degli arti, i morti resuscitavano, quando lo sguardo del Re del Mondo si posava su di loro”. Folle sogno anche quello di Ossendowski, certo, ma sogno spiegabile con la paura di chi, davanti alla finis mundi rappresentata dalla rivoluzione comunista, temeva un futuro di cui non riusciva bene a comprendere i termini, e rimpiangeva il Passato e il Mito che per millenni avevano guidato popoli e Re.

 

 

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