Pubblicato da: giulianolapostata | 21 giugno 2012

Solidarietà, che palle

50.000 € gia raccolti per i terremotati dell’Emilia”, e poi altri 50.000 di qua, e altri centomila di là … Sono un implacabile bollettino di solidale bontà i titoli dei giornali di queste ultime settimane e io, sinceramente, ne ho le scatole piene. Sì, ne ho le tasche piene di questo Stato che non fa lo Stato. Perché la domanda è: esiste uno Stato in Italia, attualmente? Sì, esiste. Ed è uno Stato che, come sappiamo benissimo, fa e disfa senza minimamente curarsi della volontà dei cittadini, uno Stato che prende in assoluta ed autonoma arroganza le sue decisioni, anche le più criminali e le più folli, uno Stato che spende i suoi soldi – cioè i nostri: è sempre meglio ricordarlo – come gli pare, anche quando la volontà della gente è manifestamente contraria. E quando questo Stato si ricorda di noi? Guarda caso, quando c’è da cacciar fuori dei soldi, ancora una volta: ‘C’è il terremoto: donate!’ Eh no, basta. Se vuol dimostrare di avere una qualche ragione per esistere, che lo Stato faccia il suo mestiere, e paghi lui. Io (noi) pago già, ho già pagato, cento, mille volte, ad usura: quando le tasse mi vengono prelevate alla fonte, quando subisco un’inflazione devastante, quando cresce l’IVA, quando faccio il pieno e mi sento una vacca da latte dalle mammelle evidentemente inesauribili, quando mi tolgono il diritto di andare in pensione, quando i vari Lusi, Penati e compagnia ladra si fregano milioni di euro di soldi miei (nostri), e naturalmente non vengono puniti (tra parentesi: questa sarebbe la ‘Politica’ da contrapporsi alla ‘Antipolitica’ di Grillo! ‘Poi dice che uno si butta a sinistra’ come diceva Totò). Non ci sono i soldi, dite? Ma certo che ci sono, basta andarli a prendere dove stanno. Per esempio: sciogliere le Forze Armate (già detto), chiudere i cantieri folli e criminali della TAV, bloccare la costruzione di nuovi stadi di calcio (come quello di Milano, o di Vicenza), addebitare al Vaticano le spese degli spostamenti sul territorio nazionale di papi, cardinali, vescovi e compagnia pretesca (si dice che il recente incontro del Papa con le famiglie a Milano sia costato sei milioni di euro, ma se aspettate che ve lo dica il compagno Pisapia state freschi). Per esempio. Oppure prenderli dai 90 miliardi che ci costa la corruzione ogni anno, dai 35 che ci costa la politica, dai 70 (o più) che costituiscono il business del crimine organizzato, per tacere degli 80 miliardi di interessi annui sul debito pubblico  che si incamera la Banca d’Italia, che è di proprietà delle maggiori banche e assicurazioni e che fa capo alla BCE, vera signora dei nostri destini (alla faccia della democrazia, del Parlamento e delle istituzioni). Per esempio.

C’è poi – altro aspetto del problema che mi fa anch’esso girar le scatole la sua parte – il concetto in sé di beneficenza, che è sbagliato. Un modo comodo per lavarsi la coscienza standosene comodamente seduti in poltrona, senza conoscere realmente i problemi, ma soprattutto senza che siano realmente problemi. In altre parole: c’è vera solidarietà quando vedo e tocco con mano la sofferenza altrui e agisco di conseguenza (dunque, onore e rispetto ai moltissimi volontari che, invece di spedire un SMS da 2 € e poi andarsene al mare, sono corsi lì a farsi un mazzo così), non quando, standomene comodamente seduto in poltrona, stacco un assegno e poi cambio canale per vedere la partita della Nazionale.

Infine, a far non traboccare ma straripare il vaso c’è la mefitica retorica che da giorni ci soffoca sulla laboriosità delle sane genti emiliane, che vogliono, ricominciare, che ce la faranno da sole, che non si piangono addosso e via con la demagogia. Mefitica e razzista, e l’abbiamo già sentita pari pari, con le stesse parole, all’epoca dei terremoto del Friuli: i Friulani ce la faranno da soli eccetera, non sono mica come quei terroni fancazzisti del Belice che sono ancora lì a grattarsi le pulci aspettando che andiamo ad imboccarli. Forza Etna. Di questa retorica da quattro soldi si è fatto augusto portavoce Giorgio Napolitano, il Presidente di tutti gli Italiani, quando con voce rotta dal pianto (come dicono a Napoli: “Chi chiagne fott’a chi ride”. Vero, Ministro Foriero?) ha detto ai terremotati emiliani che “non verranno lasciati soli” e che eventualmente si incaricherà lui di “dare la sveglia” a chi si distrarrà dai suoi compiti. Il che significa, in base ad un’elementare logica sillogistica, che i terremotati aquilani sono stati scientemente e volontariamente lasciati soli, e che nessuno si è preoccupato di dar la sveglia a chi, ormai da tre anni, lascia morire loro e la loro splendida città, guadagnandoci sopra. A meno che il problema non sia che sono terroni anche loro, e allora purtroppo non c’è proprio niente da fare. Ecco, Presidente, se intanto vuol darsi da fare, lì ce n’è finché vuole. Buon lavoro.

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Responses

  1. Caro Giuliano, non solo lo Stato ma tutta la pubblica amministrazione, anche locale, è spesso inabile ai propri compiti. L’Aquila e il Belice si spiegano così. D’altra parte i politici che ci (s)governano non possono essere diversi dai cittadini che li eleggono (quella sui nominati è fuffa); e questi cittadini finora non ci hanno pensato due volte a indebitarsi fino al collo e oltre col credito al consumo – e continuano a farlo, potendolo – perché soggiacciono alla pulsione del consumismo sfrenato instillata ormai come nuova virtù civica (sostenere la produzione interna, il PIL, altro che risparmio) sicché “devono” sostituire l’auto di tre anni fa o procurarsi il televisore al plasma (per vedere che, poi). Se costoro non sanno amministrare la loro casa (oikos) almeno premettendo quattro conti a ogni altrimenti avventato acquisto, come potranno scegliere con retto giudizio gli amministratori della casa di tutti (economia nazionale)? Sceglieranno a prescindere dall’unico criterio congruo (la corretta amministrazione del bonus pater familias) e così consacreranno la vuota maschera di turno, nella migliore delle ipotesi, tutta apparenza e niente cervello oppure, con maggiore probabilità e danno, l’acchiappa-citrulli più persuasivo che governerà nell’esclusivo interesse proprio o di chi dall’ombra lo manda e dirige.
    Tutto per concludere, Giuliano carissimo, che la massima emergenza nazionale non è oggi il TAV (a proposito di parole, altro tuo sacrosanto pallino: perché “la” se l’acronimo significa “TRENO ad Alta Velocità”? Sicché “il” TAV), non il TAV, ripeto, o che so io, ma la educazione civile – e personale, che non guasta e ci va sovente a braccetto: vedi ad esempio l’arroganza dei ciclisti – di noi Italiani: essa sì terremotata da un sisma disastroso, che ha sconvolto scuola e famiglie. E nemmeno io credo, come scrivi in altro commento, che decretare l’obbligo di studiare e mandare a memoria fin sui primi banchi l’intero inno di Mameli sia precisamente quel che serve a gettare le nuove basi della cultura popolare. Però – ne converrai – è molto patriottico, checché voglia dire: e magari, cantandolo tutto intero come mantra risorgimentale per un Paese prostrato, ai giovani virgulti sfuggirà una lacrimuccia commossa prima di sciogliere le righe e continuare nelle piccole nefandezze di ogni giorno a ruota delle varie nequizie che avranno apprese da noi adulti, di loro ahinoi meno patriottici perché l’inno non lo sappiamo neanche un po’ – e per fortuna abbiamo smesso di andare a scuola. Amen.
    Ciao!!


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