Pubblicato da: giulianolapostata | 9 giugno 2012

Multivisioni – Sabato 9 giugno 2012

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

“Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

L. Wittgenstein

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Sabato 9 giugno

Collateral (M.Mann, USA, 2004), 13.00, Sky

Max è un tassista nero, una persona mite e ‘normale’. Esegue il suo lavoro con precisione, ma anche con molta cura e passione, il suo taxi è “uno dei più puliti” della città, e quando trasporta un cliente lui cerca di stabilire, per quei pochi minuti che passano insieme, un rapporto che non sia solo cliente/fornitore, ma che contenga anche qualche elemento di umanità e di socialità. Una sera raccoglie una giovane avvocato, anch’essa nera. Nel tragitto fino al suo studio si raccontano reciprocamente paure e sogni, e quando lei, prima di scendere, gli lascia il biglietto da visita, Max ha l’impressione che quel ‘rapporto’ sia stato più ricco e più intenso degli altri. Chissà. Ma il cliente successivo turberà alle radici l’esistenza del tassista. E’ Vincent, un killer a pagamento, che decide di affittare il taxi per l’intera notte: ha cinque incarichi da svolgere, e non vuole perder tempo. Non passeranno molti minuti prima che Max scopra tragicamente di quale genere siano quegli ‘incarichi’: uccidere, uccidere cinque persone che lui non conosce, ma per la cui morte è stato emesso un ‘contratto’ e lui è stato pagato. Max non può ribellarsi, e deve continuare nel suo viaggio. Ma quello che lo sconvolgerà sempre più, ora dopo ora, è non solo e non tanto l’assistere al reiterarsi di violenza e morte, quanto la persona stessa di Vincent. Nei lunghi percorsi in macchina, egli si insinua pian piano nella vita e nei valori del tassista, combattendoli e disgregandoli. A Max, che prova orrore per questo uccidere senza odio, senza motivazioni personali, senza coinvolgimento emotivo, Vincent oppone la sua spaventosa filosofia nichilista. Non siamo nessuno, non contiamo niente, nessuno di noi. Siamo un granello di polvere nell’universo, e vita, morte, bontà, malvagità, sono parole senza senso: “non esiste una buona ragione per vivere o per morire” e il suo è solo “un lavoro”, tutto qui. Passano ore, prima che Max riesca a ribellarsi a questa letale ed ipnotica magia, prima che riesca a rovesciare la situazione, dandole un epilogo inatteso e spiazzante. Ma intanto abbiamo assistito alla sua odissea attraverso una città buia e fredda, solitaria e ‘disumana’, una città che, nel suo modo di ‘essere’, di ‘presentarsi’, di coagire coi protagonisti, par quasi dar ragione a Vincent, anziché a lui. Quando Max ed Annie scenderanno dalla metropolitana, alla fine, quello che potrebbe apparire un happy end non lo è affatto: escono in una strada illuminata dalle luci incerte dell’alba, di fronte ad un serpente di macchine che scorre ininterrotto ed indifferente, senza sorrisi, senza abbracci, senza speranza. Hanno salvato la vita, ma hanno incontrato il male: non quello paradossalmente ‘banale’ dell’uccidere, ma quello, più profondo e terribile, del cuore umano. Chissà se, in quel momento, Max riuscirebbe ancora a raccontare della sua isola da sogno. Si è ricordato, a proposito di questo film, il bellissimo Vivere e morire a Los Angeles (a proposito: chissà perché i thrilling americani più cupi sono ambientati spessissimo a Los Angeles, e non, come ci si potrebbe aspettare, a New York, celebre per la sua mitica ‘cattiveria’), e forse si è detto bene: da anni l’anima dannata di una metropoli non veniva raccontata con tanta intensità e tanta forza. C’è solitudine, violenza, estraneità e assenza, in quelle strade: non c’è altro, e sempre più, col procedere del racconto, Vincent appare, più che un ‘cattivo’, un naturale prodotto di quello stile di vivere. Raro e raffinato capolavoro, questo Collateral, noir più che thrilling (non si sa se la scena della sparatoria in discoteca sia più eccitante per la sua drammatica e perfetta costruzione o più sconvolgente per la spietata malvagità di cui è intrisa) che più che indagare esplicita i risvolti più inquietanti dell’animo umano. Ma sono davvero inquietanti? O sono la vera quotidianità? Tom Cruise è irriconoscibile e, per la prima volta nella sua carriera, grande e geniale attore. I suoi occhi, puntati fuori dai finestrini, in realtà non ‘vedono’, guardano oltre, non riconoscono vita, relazioni, esistenze: il mondo non esiste, per lui, è uno dei mille scenari dei mille pianeti di un universo senza senso. Regista non particolarmente prolifico, ma la cui cifra artistica è senz’altro l’eleganza e l’intensità narrativa, Michael Man aggiunge questo film raffinato, colto e spietato ad una filmografia non particolarmente prolifica, ma tutta di capolavori.

Cafè express (N. Loy, Italia, 1980), 15.40, Sky

Come Alberto Sordi, anche Nino Manfredi è stato spesso – e purtroppo volentieri – il ‘cantore’ delle volgarità e delle miserie sottoproletarie italiane. Così è anche in questo film, in cui si raccontano le peripezie di un venditore abusivo di caffè sui treni di linea del Sud. Ridicolo è dir poco, anche se è riuscito a fare di peggio (Cioccolata a colazione).

Domenica 10 giugno

Satyricon (F. Fellini, Italia, 1969), 00.30, Sky

Dal romanzo omonimo di Petronio Arbitro, I° Sec. d.C., un viaggio onirico nella Roma imperiale, che da un lato inorridisce per le sue splendide abiezioni, dall’altro affascina per la sua magnifica ed antica cultura. Poco a poco, il viaggio si trasforma poi, come accade sempre nel miglior Fellini, in un viaggio interiore, in una ricerca mistica e filosofica del senso dell’esistenza. Uno dei pochi film di Fellini davvero belli ed intelligenti. Imperdibile.

Questo pazzo, pazzo, pazzo mondo (S. Kramer, USA, 1963), 22.35, DT

Vecchissima ma assolutamente godibilissima commedia americana. Un carcerato rivela ad un gruppo di persone dove ha nascosto un ricco bottino, e tutti partono all’arrembaggio per impadronirsene, cercando ‘spietatamente’ di tagliar fuori i concorrenti. Frenetico e demenziale film d’inseguimento, dove si ride dall’inizio alla fine. Imperdibile.

Lunedì 11 giugno

Brutti, sporchi e cattivi (E. Scola, Italia, 1976), 19.00, Sky

Uno dei film più intensi e duri di Scola, ed uno dei suoi più interessanti, anche se forse non uno dei più belli. Comunque un film ‘utile’, perché questa storia di borgatari romani, immersi in un degrado che è morale e materiale insieme, è un salutare antidoto ‘antipasoliniano’ ed antineorealistico, nel senso che distrugge il mito e la mistica del sottoproletario ‘buon selvaggio’. Imperdibile.

Martedì 12 giugno

Un sogno per domani (M. Leder, USA, 2000), 23.15, DT

Kevin Spacey è un insegnante di liceo, i cui rapporti col mondo sono ostacolati e ‘filtrati’ da una brutta ustione che gli deforma il volto. Durante una lezione di Studi Sociali, propone ai suoi allievi un compito davvero particolare: trovate un modo per cambiare davvero il mondo, partendo da chi vi sta vicino. Uno dei bambini lo prende sul serio, innescando un processo che coinvolgerà e sconvolgerà la vita di molti. Poetica favola sull’utopia dei ‘buoni sentimenti’ e della giustizia, il film è sostenuto prima di tutto da un eccezionale Spacey, sensibilissimo e dalla recitazione ‘interiore’, come sempre. Pregevole anche la breve ma intensa parte di James Caviezel. Da vedere.

Casanova (F. Fellini, Italia, 1976), 00.15, Sky

Casanova è uno dei pochi veri capolavori di Fellini, ma di tal livello da riscattarlo ampiamente da altre sue, e numerose, sciocchezze. Il ‘mitico’ amatore del Settecento viene qui trasformato in un individuo che è ossessionato dall’amore e dal sesso perché, follemente, li intende come antidoti all’inevitabilità della morte. Ne deriva che tutti i suoi incontri erotici siano venati da una tragica disperazione. Massimamente quello, stupendo, con la bambola meccanica, ma tutto l’erotismo di questo Casanova è artificioso e costruito, ‘scene’ di teatro nelle quali egli cerca di rappresentare ed eternare se stesso. Questa sua ‘falsità’ esistenziale Fellini illustra con un film magicamente ‘finto’ e meravigliosamente ‘falso’: ma nell’immaginazione e negli occhi dello spettatore immagato quel falso diventa più vero del vero. Si veda solo la sublime scena dell’attraversamento in gondola di una laguna manifestamente realizzata con teli di plastica nera. Assolutissimamente imperdibile.

I giorni del vino e delle rose (B. Edwards, USA, 1962), 23.40, DT

Marito e moglie sprofondano insieme nella voragine dell’alcol, e nemmeno l’amore fortissimo che li lega riesce a salvarli. Non tutti e due, almeno. Magnifico film sul tema dell’alcolismo, magnifico film di Edwards (che dimostrò di non saper fare solo ‘commedia’), magnifica interpretazione di Jack Lemmon, forse addirittura più grande – come ho scritto altre volte – nelle parti drammatiche che in quelle leggere. Assolutamente imperdibile.

Mercoledì 13 giugno

La gatta sul tetto che scotta (R. Brooks, USA, 1958), 23.05, DT

Missisippi anni ’50. La difficoltà di liberare le proprie vite e di esprimere i propri sentimenti sotto l’autorità soffocante di un padre padrone. Dall’omonimo, bel dramma di Tennessee Williams. Paul Newman nevrotico e tormentato, bellissimo e bravissimo. Imperdibile.

Rapina a mano armata (S. Kubrick, USA, 1956), 23.15, DT

Appena uscito di prigione, Johnny organizza un colpo perfetto, con un favoloso malloppo, ma la stupida avidità dei complici lo manda a monte. Un thriller geniale, lucido e freddo, di rara intelligenza, febbrile ma logico nello spostare continuamente il punto di vista, un vecchio film di Kubrick non molto conosciuto, forse molto migliore di tante pseudogenialate che ha partorito dopo essere diventato famoso. Da non perdere.

Giovedì 14 giugno

Il ponte sul fiume Kwai (D. Lean, GB, 1957), 21.00, Sky

Durante la Seconda Guerra Mondiale, un gruppo di soldati inglesi prigionieri dei giapponesi viene costretto a costruire un ponte, che altri inglesi vogliono distruggere. Ho l’impressione che molti abbiano più familiarità con la bellissima colonna sonora che col film in sé, per cui questa è un’ottima occasione per rivedere questo bel film di guerra, appassionante, asciutto e rigoroso, che è anche una bella riflessione sulle follie dello spirito militare portato all’eccesso e sulla dignità della persona. Inoltre, un’occasione per rivedere due grandi del passato, David Niven e William Holden.

Venerdì 15 giugno

Arancia meccanica (S. Kubrick, GB, 1981), 21.15, DT

In un’Inghilterra futuribile ma non troppo, Alex e i suoi Drughi imperversano nella città uccidendo, rubando e stuprando, sostenuti dalla droga ma soprattutto dalla teorizzazione dell’assoluta amoralità di ogni azione. Alex verrà arrestato e ricondizionato, ma il mondo che ritroverà fuori dalla prigione sarà ancora una volta inadatto a lui. Immaginifico e scioccante, indubbiamente, ma tutto sommato abbastanza ‘banale’ e soprattutto, oggi, molto datato, ed anche abbastanza noioso. Un altro film di Kubrick per cui è davvero difficile usare la parola ‘capolavoro’.

Mammuth (B. Delépine/G. de Kervern, Francia, 2010), 23.20, DT

Serge Pilardosse è operaio in una macelleria industriale. Non è un genio, forse è anche un po’ tonto, e più o meno da idiota lo trattano tutti, apparentemente anche Catherine, la moglie, affezionata ma burbera, che dà quasi l’impressione di non saper che fare di quel grosso stupidotto in giro per casa. Gli hanno addirittura affibbiato un soprannome, “Mammuth”, che allude alla sua stazza davvero debordante ma anche al suo vecchio ‘amore’ di gioventù, una gigantesca e bellissima moto Munch Mammuth, che da anni sta abbandonata in garage. Pilardosse, però, è un uomo onesto, ligio al lavoro, con un profondo senso del dovere. Negli ultimi vent’anni passati in macelleria non ha mai fatto un giorno di malattia, e per questo i suoi padroni (che sembrano aver assunto osmoticamente le fattezze degli innumerevoli maiali che hanno ucciso), gli dedicano una grottesca festa di addio. Tuttavia il problema sono i venticinque anni precedenti, che lui ha trascorso vagabondando per la Francia, da un posto di lavoro all’altro. Al momento di mettere insieme le carte per ottenere la sospirata pensione, Serge si accorge che molti dei vecchi datori di lavoro non gli hanno versato i contributi. Non c’è altro da fare che andarli a cercare, dopo tanti anni, uno per uno, e recuperare ciò che gli è dovuto. Ma come viaggiare? La vecchia e scalcagnata auto di famiglia ha il parabrezza rotto – ne circolano pochi, di soldi, a casa Pilardosse – così non resta che riesumare la vecchia moto, e partire con quella. Catherine lo spedisce via trepidante, ma non sa che Serge non parte da solo. Invisibile, viaggia con lui il fantasma di Yasmine, amata molti anni prima, la cui morte tragica è legata proprio a quella moto, e il cui ricordo si è trasformato col tempo in un colpevole incubo, che gli ha impedito perfino di percepire l’affetto sincero della moglie. Ma bisogna andare. Che cos’è, il viaggio di Serge? È un viaggio nel suo passato, prima di tutto, durante il quale farà molte scoperte. Scoprirà che sì, effettivamente è vero, quasi tutti coloro che hanno attraversato la sua vita l’hanno trattato da scemo, ed hanno cercato di farlo fesso. Anzi, è ancora così, e la prostituta con la protesi serve a farlo sentire ancor più stupido, come se ce ne fosse bisogno. Alla loro amoralità, Serge guarda con olimpica e indifferente superiorità, quasi che essa gli stesse servendo da specchio per scoprire, di contro, il valore della sua umanità e della sua sincerità. Perché, infatti, egli scopre anche – impercettibilmente, quasi subliminalmente – la propria ‘forza’, e la propria umanità. Ritrova Paul, il cuginetto con cui aveva scoperto i primi turbamenti sessuali e con cui tenta, pateticamente ed ingenuamente, di ritrovare quello sprazzo di adolescenza. Ri-trova Miss Ming, la nipote sconosciuta, artista folle e lunare, che maieuticamente insegna a Serge la bellezza del creare, cercandone la materia dentro di sé. Poco per volta, Pilardosse si ri-trova, e ritrovandosi si libera. La scena del bagno nello stagno è una sublime e lirica manifestazione del Buon Selvaggio che è in lui. Libero dunque prima di tutto da quel se stesso che lo aveva per una vita intera imprigionato nel cliché dello stupido, liberato finalmente dalla stessa Yasmine, liberatosi della vecchia Mammuth, il cui ruolo di ‘monumento alla memoria’ ora non è più necessario, Serge torna da ciò che veramente ha costruito: l’amore di Catherine, e la incontra in una scena di una tenerezza familiare pudica ed indicibile. Sono molti gli aspetti per cui Mammuth si qualifica come un film di bellezza e poesia sublimi, a partire dagli interpreti. Gerard Depardieu abbandona alla storia ed allo spettatore il suo corpo immenso in un’interpretazione altrettanto immensa quanto ‘naturale’ e vera, quale forse mai gli era riuscita. Yolande Moreau è la moglie, di una bellezza che nasce dall’animo e dal cuore, e che si esprime nei gesti tenerissimi e nello sguardo. Miss Ming è un Pierrot lunaire che spande attorno a sé una sottile polvere magica di poesia e di umana follia. Prodigiosa la scelta stilistica dei registi. Delépine e De Kervern hanno scelto di ‘raccontare’ la vita di Serge con una tecnica quasi documentaristica, servendosi di una pellicola, il Super 16 reversibile, che pochissimi ormai usano, e che coi suoi colori saturi regala la stessa leggerezza e naturalità del vecchio Super 8, e mantenendo pienamente evidente il tremolio della cinepresa, che conferisce alle immagini la semplice evidenza della vita. Mammuth è uno di quei miracoli che a volte accadono al cinema, e che ci fanno amare e capire l’eccezionale bellezza e particolarità di questo mezzo espressivo. In Francia, il film ha avuto 800.000 spettatori: e in Italia?

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