Pubblicato da: giulianolapostata | 3 giugno 2012

Giacomo Papi, “I primi tornarono a nuoto”, Einaudi Ed., 2012

Confesso che non so nulla di Giacomo Papi. Fino a quando non ho preso in mano questo suo libro, non sapevo nemmeno quanti anni avesse. Devo dire che lo credevo più vecchio dei suoi quarantaquattro anni, ma solo perché – e questo è tutto ciò che conosco di lui – da anni leggo la sua rubrica settimanale “Cose che non vanno più di moda” sulla Repubblica delle Donne, e da sempre sono affettuosamente ammaliato dalle sue parole, in cui si respira una saggezza d’altri tempi – quasi antica, e dunque eterna – ed anche un umanissimo ‘buon senso’, quello che pare scomparso quasi del tutto dalla nostra vita e dai nostri rapporti quotidiani. Di questa sua ‘misura’ è esempio – minimo, ma non per questo meno significante – il risguardo di copertina del suo libro: “Giacomo Papi è nato a Milano nel 1968. Questo è il suo primo romanzo”. Punto. Niente altisonanti curricula professionali, niente quarti di nobiltà culturali, niente presentazioni ruffiane di giornalisti prezzolati. Niente di niente. Solo le pagine del libro, come a dire: ‘Io sono tutto qui dentro. Leggetelo, e se vi piace rileggetelo, e magari parlatene agli amici. Se no buttatelo pure via: non per questo vi toglierò il mio rispetto

Ecco, io l’ho letto, e quel Papi che conoscevo l’ho ritrovato. La stessa saggezza, la stessa sobrietà. Perché non ci sono proclami, o profezie, nella pagine di Papi. Solo un narrare sommesso, quieto, che lentamente accumula e conduce e – forse – rivela. Eppure la materia ci sarebbe, per un libro roboante e conquistatore. Perché qui si racconta dei morti che ritornano, dei morti che d’un tratto rinascono dalle proprie ossa, dalle ceneri, dalla polvere della terra, e ripopolano il mondo, togliendo poco a poco spazio ai vivi. Un’idea ‘strampalata’, per far ‘scandalo’ e cassetta? Affatto, se appena proviamo a leggere metaforicamente, tra le righe di quelle pagine. Perché è ben presto chiaro come quei morti ingordi e bulimici, quei morti che devastano fin l’erba delle aiole, quei morti che odiano la vita, fino a desiderare di spegnerla sul nascere, quei morti siamo noi, e ciò che loro fanno al mondo di Adriano Karajanni noi lo stiamo facendo al nostro. Anche Karajanni corrisponde alla ‘visione del mondo’ di Papi. Non incontriamo un ‘eroe’, che imprima parole di acciaio e smalto, o tavole della legge. Abbiamo invece di fronte un uomo mite, quasi timoroso dell’esistenza, uno cui “da sempre fanno paura le cose che iniziano”, e che perciò affronta con trepida umiltà questo sconvolgimento dell’Universo. Ma Adriano non è il filo conduttore principale del libro. Soprattutto, più ancora di lui, c’è Maria, la sua donna, incinta. In un mondo ormai popolato di morti e che nega programmaticamente la vita, Maria è tuttavia “ancora capace di piangere e ridere”, ancora crede nella “possibilità delle cose di essere nuove in eterno”. Con questa fede, essa procede contro l’ondata di morti avidi, che vorrebbe strapparle dal ventre quel frutto vivo. Ché del resto, per quegli esseri Maria prova compassione, e non li sente poi così diversi da noi, tutti “nati e vissuti senza ragione, uccelli d’inverno piantati su un cornicione ad aspettare la morte […] e ognuno deve sempre qualcosa a tutti gli altri, anche a quei poveracci rinati”. Procede anche da sola, quando Adriano si perde nel fango e nell’immondizia, riceve aiuto proprio da alcuni di loro – che a loro volta conoscono la compassione per aver sperimentato la follia della guerra, e la sofferenza nella carne di una donna – partorisce una femmina, ancora una volta una promessa di futuro e di vita. “Non c’è più niente da dirsi, c’è soltanto da esistere”: esistere per affermare non tanto il ‘diritto’ ad esistere, quanto il dovere. Esistere per testimoniare, per creare, per amare. Pare un incubo, il libro di Giacomo Papi, e invece è un commovente canto di speranza, in cui possiamo trovare ispirazione ed anche – perché no – forse un po’ di fede.

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