Pubblicato da: giulianolapostata | 2 giugno 2012

Multivisioni – Sabato 2 giugno 2012

 Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

“Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

L. Wittgenstein

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Sabato 2 giugno

Brigadoon (V. Minnelli, USA, 1954), 19.00, DT

Se anche non amate particolarmente i musical, dovete fare un’eccezione per questa poeticissima e malinconica storia d’amore, ispirata ad un’antica leggenda scozzese. Due giovani americani, in vacanza sulle Highlands per sfuggire all’alienazione della città, varcano inavvertitamente una porta magica che li conduce in un villaggio fatato, che per un incantesimo operato dal vecchio patriarca del paese si sveglia un solo giorno ogni cent’anni, proteggendosi così dall’influsso maligno del mondo circostante. Tra uno dei due ed una ragazza del villaggio scoccherà un amore così forte che riuscirà ad infrangere anche la forza della magia. Splendide coreografie ed una scenografia deliziosamente falsa per una storia che ancora commuove e incanta. Assolutamente imperdibile.

L’ultimo uomo della terra (U. Ragona, Italia, 1964), 14.25, DT

La prima, ottima versione cinematografica del romanzo di R. Matheson, dopo il bel Occhi bianchi su pianeta Terra (B. Sagal, USA, 1971) con C. Heston ed il recente e buon Io sono leggenda (F. Lawrence, USA, 2007). Qui c’è il grandissimo Vincent Price, in un horror ingiustamente dimenticato, ma limpido ed intelligente. Da non perdere.

Domenica 3 giugno

Balle spaziali (M. Brooks, USA, 1987), 21.00, DT

Fantascienza demenziale in salsa Mel Brooks: sempre geniale e godibilissimo, tanto più in quanto satira di quella ciofeca che è “Guerre Stellari”.

Il gigante (G. Stevens, USA, 1956), 15.10, Rete4

L’ultimo film di James Dean, prima della sua morte ‘bella e dannata’ con una Porsche color argento contro un camion. La storia di un umile bracciante texano che scopre il petrolio, e con la ricchezza cerca di riscattare le sue origini. Forse prolisso in alcuni momenti, ma appassionato e forte. Imperdibile. Da confrontare col Petroliere di P.T. Anderson uscito qualche anno fa. Che non ho visto, ma se tanto mi da tanto (Anderson è l’autore di Magnolia, 2000, una delle più grandi rotture di balle della storia del cinema; e lo stile del Petroliere è stato paragonato a quello di Malick, uno dei più grandi rompiballe della storia del cinema) penso che passerà un pezzo prima che lo veda.

Debito di sangue (C. Eastwood, USA, 2002), 21.30, Rete4

Sgangheratissima sceneggiatura sui drammi esistenziali di un poliziotto bianco che, in un trapianto cardiaco, riceve il cuore di una ragazza messicana. Una storia banale e melensa, condita da un’insopportabile retorica antirazzista. Come ho scritto altrove, certe volte Clint Eastwood dà l’impressione di essere stato assunto a ore da qualche organizzazione per I diritti civili: ‘Facci un film su qualche grande e nobile causa’, e lui esegue. A questo ‘filone’ si devono alcuni tra i peggiori film della sua carriera: per esempio questo e Fino a prova contraria (1999), para-thrilling sentimentaloide sulla pena di morte. Lasciate perdere.

Lunedì 4 giugno

La scuola (D. Luchetti, Italia, 1995), 21.00, Sky

Sotto l’apparenza di uno sguardo affettuoso ed appassionato nei confronti della scuola italiana, i libri di Domenico Starnone – dai quali è tratto questo film – l’hanno invece sempre descritta secondo i peggiori stereotipi: insegnanti mediocri e fancazzisti, studenti ignoranti e fancazzisti pure loro, in uno stile ‘pizza e mandolino’ degno di peggior causa. Così è di questo film, sul quale non c’è altro da dire se non che, scusatemi, ma a me, che alla scuola ho dedicato la vita, fa girare i coglioni ad elica.

Un dollaro d’onore (H. Hawks, USA, 1959), 22.40, DT

Il grande John Wayne qui impegnato non solo a  sconfiggere i soliti prepotenti, ma anche a restituire onore e dignità ad un amico alcolizzato, in un western elegante e perfetto. Imperdibile.

Martedì 5 giugno

Black book (P. Verhoeven, Olanda, 2006), 21.10, Rete4

 ‘L’impegno non si addice a Verhoeven’, verrebbe da dire, di fronte a questo film oligoemotivo, bello come un Magnum Algida ed altrettanto freddo. Il tema, desunto da fatti storici accertati, è quello dei rapporti tra Resistenza olandese ed occupanti nazisti, nella Seconda Guerra Mondiale: un’organizzazione non molto meno antisemita del nemico contro cui lottava (“Perché un rispettabile olandese deve morire per salvare degli ebrei?”; “L’ebrea ci ha traditi per soldi: tipico, da parte degli ebrei”) e, a quel che appare dal racconto – e, lo ripeto, dai documenti storici che l’hanno ispirato – profondamente inquinata ed infiltrata da spie e collaborazionisti. La protagonista è Rachel, una cantante ebrea, la cui intera famiglia viene sterminata, assieme ad altre decine di ebrei, durante un tentativo di fuga in territorio libero (siamo nel 1945). Salvata appunto da un partigiano, le viene proposta una missione rischiosissima: infiltrarsi nel locale comando tedesco, divenire l’amante del suo capo e fungere dunque da preziosa informatrice. Rachel accetta, ma si accorgerà ben presto di trovarsi dentro ad un gioco di specchi, in cui è impossibile “fidarsi ciecamente di qualcuno”, men che meno dei propri compagni; in cui non si sa mai chi tradisce chi, chi dice la verità, e quale; e se ognuno è ciò che dice di essere. Per saperlo, bisognerà rischiare, scoprirsi, pagare di persona: e ciò nonostante, nemmeno la Liberazione svelerà tutti gli inganni e pareggerà tutti i conti. Tutto bene, dunque, come si vede: la carne al fuoco è tanta, ed è di ottima qualità. Ma, se mi si permette di proseguire nella metafora, più che a cucinare una pietanza sostanziosa, qui si è mirato a portare in tavola uno di quei bei piattini da nouvelle cuisine, tanto eleganti quanto inconsistenti. I soldi e la professionalità hollywoodiana che stanno dietro al lavoro si vedono tutti, dal primo all’ultimo, in un set lucido e attraente come un diorama. Purtroppo, non una sola scintilla di emozione e di coinvolgimento emana da quelle divise perfette, dalle strade e dai canali, dai begli abiti d’epoca, dalle pettinature. Perfino i volti sembrano ‘falsamente veri’, ed anche nei momenti che dovrebbero essere più atroci mai essi riescono a stabilire una comunicazione col cuore dello spettatore, rimanendo sempre fredde ed immobili figure di una rappresentazione di belle statuine, o stanze di un museo delle cere. Anche il susseguirsi di tradimenti e voltafaccia diventa ben presto irritante, e nonostante la tragedia che viene raccontata, sempre più forte è l’impressione di trovarsi davanti ad un feuilleton o, peggio, ad una pièce di Feydeau. Sarebbe assolutamente ingeneroso, a questo punto, proporre un confronto con altre opere sullo stesso tema, che il film, manifestamente, non sarebbe in grado di reggere. Davvero un peccato, per un autore che ha al suo attivo vari film che, se non sono dei capolavori, sono comunque sempre ben raccontati (ed anche qui il ‘mestiere’ di narratore si vede), ma che soprattutto è l’autore di quello che, secondo me, è un gioiello del cinema ‘antifascista’, quello Starship Troopers (1997) splendidamente visionario, in cui del fascismo si mostra l’intima natura ‘culturale’ e spirituale. Ma allora, forse, aveva meno soldi, ma più passione.

Mercoledì 6 giugno

Le avventure del Barone di Munchausen (T. Gilliam, GB/RFT, 1989), 22.45, DT

Splendido e dimenticato film di Gilliam, geniale come sempre e perfettamente a suo agio in questo genere di storie, che rende con incredibile senso del fantastico e del meraviglioso le avventure del celeberrimo Barone. Semplicemente prodigiosi gli effetti speciali: e allora la computer grafica non si sapeva nemmeno cosa fosse. Imperdibile.

L’imbalsamatore (M. Garrone, It., 2002), 21.00, DT

Valerio è un giovane cameriere in un ristorante napoletano. Viene adocchiato da Peppino, un uomo di bassissima statura, di professione imbalsamatore, che gli propone di andare a lavorare con lui per uno stipendio molto più alto di quello attuale. Valerio accetta e in breve tempo viene irretito dalla forte personalità di Peppino e dalle sue mille attenzioni: denaro, regali, donne, cene che si trasformano in orge di gruppo. Peppino, che ha contatti con la camorra, si deve trasferire per qualche giorno a Cremona, dove gli viene chiesto di recuperare della droga da un cadavere, e lì Valerio conosce Deborah, una ragazza scappata di casa e sbandata. Si innamorano, e in breve decidono di andare a stare insieme, ma questo spezza il cuore di Pepino, ambiguamente innamorato di Valerio. L’imbalsamatore cerca allora di riprendersi il ragazzo con la forza, ma Deborah si mette sulla sua strada. Per liberarsi di quella presenza, che non li lascerà mai liberi, i due uccidono l’uomo, e ne affondano il cadavere nel Po. Una storia che potrebbe avere tutto, ma che non ha nulla. Non ci sono gli attori: a parte Peppino (il bravissimo Ernesto Mahieux), gli altri due ci mettono indubbiamente tanta buona volontà, ma tanta poca esperienza. Ma soprattutto, quello che non c’è è l’anima. Il film è un lungo esercizio stilistico, tanto perfetto, elegante, raffinato, quanto freddo e vuoto. Le inquadrature delle spiagge fuori Napoli, desolate e deserte, le luci elettriche e malate, le brume di Cremona, le strade strette sono splendide, ma fine a se stesse; con insistita evidenza dovrebbero suggerire solitudine, malessere, disperazione, ma invece, proprio per la loro eccessiva ricercatezza stilistica, rimangono estranee alla vicenda, eleganti spot senza cuore. Peccato: fondamentalmente, un’antologia di buone intenzioni sprecate e di abilità inutili.

Giovedì 7 giugno

Sette anni in Tibet (J.J. Annaud, USA/GB, 1997), 18.50, DT

Versione un po’ romanzata ma accettabile del bel libro omonimo (Oscar Mondadori) dell’ alpinista austriaco Heinrich Harrer (1912-2006), che alla fine degli anni Quaranta si recò in Tibet, divenendo amico e consigliere del Dalai Lama. Ottima occasione per ricordare la tragedia che sta vivendo il popolo tibetano, sottoposto all’etnocidio e al genocidio del Reich cinese. Da non perdere.

Seven (D. Fincher, USA, 1995), 21.15, DT

Un sadico serial killer semina la città di orribili delitti, commessi ispirandosi ai sette peccati capitali. Si alleano, per sconfiggerlo, un vecchio poliziotto nero (un magnifico, come sempre, Morgan Freeman, saggio e paziente) e un giovane e tormentato poliziotto bianco (un bravissimo Brad Pitt), combattuto tra il dovere di cancellare quell’orrore dal mondo e il richiamo rappresentato dal caldo amore che gli offre la moglie (una dolcissima Gwyneth Paltrow, malinconica, triste e smarrita nella Gomorra dalla grande città). Kevin Spacey è, come al solito, al di sopra di ogni elogio. Assolutissimamente imperdibile.

Venerdì 8 giugno

L’Albatross (R. Scott, USA, 1995), 15.45, DT

Un gruppo di liceali americani si imbarca su una nave-scuola per una lunga crociera nel Pacifico: le avversità li faranno diventare uomini. Probabilmente il peggior film di R. Scott – ma è una bella gara con Soldato Jane (1997) e Black Hawk Down (2001) – insopportabilmente retorico e stereotipo, e se il modello era Capitani coraggiosi (V. Fleming, USA, 1937), allora c’è da mettersi le mani nei capelli. Questo sembra la versione allungata di uno spot di Capitan Findus, e non c’è altro da dire.

Va’ dove ti porta il cuore (C. Comencini, Italia/Francia/Germania, 1996), 19.10, DT

Se il mondo avrebbe serenamente potuto fare a meno del romanzo della Tamaro (‘Susanna Luamaro’, l’hanno ribattezzata in Veneto, e il libro “Va’ dove ti porta il c***”), appartenente a quella branca di pseudoletteratura che in Germania viene etichettata come Trivialliteratur), ancor più sarebbe felicemente sopravvissuto senza il film che ne ha tratto la Comencini, nota esperta nella realizzazione di segoline sentimentali. Oltre ogni limite.

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