Pubblicato da: giulianolapostata | 2 giugno 2012

“Attack the Block”, J. Cornish, GB, 2011

A prima vista fanno paura davvero, quei sei adolescenti che spuntano davanti a Sam, infermiera, in una strada poco illuminata. Sagome informi, al posto dei volti i buchi neri dei cappucci delle felpe, mani che nascondono chissà quale arma. È la notte di Capodanno, e Brixton, quartiere a sud di Londra, non è il massimo dei posti per camminare da soli, specie se sei donna, peggio ancora se sei bianca. Quartiere degradato, diviso in blocks, edifici di edilizia popolare che fanno tristezza visti da fuori, e paura visti da dentro, abitati in stragrande maggioranza da una variegatissima tavolozza di immigrati, tutti emarginati, tutti poveri, tutti incazzati col mondo. Più che la scuola di Stato, i ragazzi frequentano fin da subito quella della strada e della teppa, si schierano in bande, cercano un’identità che altrimenti non possono trovare nella violenza e nello spaccio, divenendo prestissimo manovalanza per i pusher e carne da galera per la Polizia. Questo, e nient’altro, sono quelli che compongono la banda di Moses, il più grande del gruppo. Bulletti che si fanno forza l’un l’altro, ma nei quali, sotto la scorza da duro, traspaiono ancora chiarissime la solitudine e l’insicurezza (chi di loro dorme ancora col piumino dell’Uomo Ragno?!). Quando Sam teme che per lei stia per finire davvero male, qualcosa di incredibile accade: un meteorite sfonda la macchina parcheggiata lì vicino. I sei si disinteressano subito della ragazza per saccheggiare l’automobile sfasciata, ma dal bolide esce un piccolo mostro, che aggredisce Moses. L’onore della banda esige che l’offesa venga subito lavata, e così lui e gli altri inseguono il mostriciattolo e lo ammazzano a bastonate. Ma qui finisce la loro carriera di duri. Perché, pochi minuti dopo, molti altri meteoriti si abbattono sul quartiere, e ne escono degli esseri stranissimi, mezzi gorilla e mezzi lupo, feroci e sanguinari, che sembrano avere un solo obiettivo: Moses, i suoi compagni, e tutti coloro che, dopo l’uccisione del primo, sono venuti in contatto con loro. Solo loro, per ammazzarli tutti. Da cacciatori, i ragazzi si trasformano in brevissimo tempo in prede, che devono non solo salvarsi la vita, ma capire cosa sta succedendo e come uscirne, e potranno farlo solo tirando fuori quell’umanità che è sepolta anche in loro, nonostante tutto quello che hanno fatto per negarla. Più che di citazioni, in questo film bisognerebbe parlare di profumi: mille profumi di cento altri film già visti: Carpenter, i Goonies, perfino Alien. Il tutto però rifuso in un’operina nuova, intelligente e frizzante, che non annoia mai, che diverte e fa riflettere. Cornish per primo pare non volersi prendere troppo sul serio, e mescola al suo film abbondantissime dosi di grottesco, quando addirittura non di ottimo humour inglese, anche se la suspense è davvero buona – l’attraversamento dell’appartamento di Moses invaso dagli alieni da parte di Sam fa tenere il fiato sospeso – e le poche incursioni nello splatter davvero di qualità. Così, la denuncia sociale par quasi nascondersi tra le pieghe del film: l’arresto di Moses, e gli alieni, che forse li hanno inventati i bianchi per sterminare i neri, o il fidanzato di Sam, che va ad aiutare i bambini del Ghana perché quelli inglesi non sono abbastanza esotici né abbastanza “abbronzati”. Se non bastasse questo a rendere il film intelligente, c’è la tecnica con cui è stato girato, senza nessun uso della CG, coi ‘mostri’ interpretati da uomini coi costumi di pelo e i dentoni fluorescenti. In tempi come questi, in cui è possibile mettere in piedi un film intero solo filmando quello che non c’è, una scelta simile esprime non solo intelligenza e capacità, ma anche tanto, tanto amore per il cinema. Ce n’era tanto bisogno, ed è una vera consolazione. Congratulazioni, e buon divertimento.


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