Pubblicato da: giulianolapostata | 13 maggio 2012

Multivisioni – Sabato 12 maggio 2012

 Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

“Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

L. Wittgenstein

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Sabato 12 maggio

Agente 007: Licenza di uccidere (T. Young, GB, 1962), 21.05, Rai3

Da oggi e per ventitré settimane, per la gioia di noi tutti, la serie completa dei film di James Bond: assolutissimamente imperdibili!

The company (R. Altman, USA, 2003), 16.55, DT

Questo non è un plagio: è semplicemente un omaggio all’amico Stefano Disegni, che nella sua ineffabile recensione de “Il cigno nero” (D. Aronofsky, USA, 2010) pubblicata su Ciak dell’aprile 2011 scrive: “Tre sono le cose che da sempre hanno prodotto nell’autore sonnolenza progressiva fino alla catalessi: il balletto classico, il balletto classico e il balletto classico. Dopo venti minuti di salti e piroette l’autore ha già le palle tritate. Per non parlare dell’oscurità delle storie (due salti e una corsetta significheranno una scena di gelosia o una rapina in banca?) o della tragicomicità dei ballerini col pacco a vista”. Il sottoscritto non può che ringraziare e inchinarsi di fronte a tanta malignità, che – ci tengo a dirlo – condivido totalmente. Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad una palla micidiale (puro Altman, insomma), in un film né carne né pesce – né documentario né fiction – sul mondo della danza, raccontato attraverso le vicende (poche) e i balletti (molti) di una compagnia di ballo. Candidato all’Oscar per la categoria “Nun ce ne po fregà dde meno”. Invedibile.

Domenica 13 maggio

Piramide di paura (B. Levinson, USA, 1985), 13.25, DT

Delizioso pastiche doyliano. Sherlock Holmes e John Watson, ancora adolescenti e già amici, si imbattono casualmente negli oscuri maneggi di una setta di pazzi che si rifanno alle divinità dell’antico Egitto. Misteri, inseguimenti, trabocchetti, colpi di scena: un feuilleton di qualità, divertente e intelligente. Da non perdere.

Lunedì 14 maggio

Una bionda tutta d’oro (R. Mulcahy, USA, 1993), 14.10, DT

Nonostante il titolo idiota ed ammiccante, è una bella storia, di una rapinatrice che, dopo aver scontato la sua pena, vorrebbe rigare diritto e ricostruirsi un’esistenza, ma non viene lasciata in pace dai suoi ex complici, che vogliono ancora servirsi delle sue abilità. Brava e sensibile come sempre Kim Basinger. Non ve lo perdete.

Shine (S. Hicks, Australia, 1996), 19.10, Sky

Dopo aver sposato il pianista David Helfgott, in preda a gravi problemi psichici, dopo averlo esibito in giro per il mondo come un fenomeno da circo, dopo aver guadagnato una carriolata di quattrini coi concerti e col la sua biografia, la moglie, un’astrologa (!) di nome Gillian pensò bene di colmare la misura vendendo i diritti del libro per questa film. Semplicemente ignobile.

Martedì 15 maggio

Vendicami (J. To, Francia/Hong Kong, 2009), 21.10, DT

A Macao, una giovane francese sposata con un cinese viene aggredita in casa sua da un gruppo di sicari. Il marito viene freddato sulla porta di casa, i bambini massacrati in camera da letto, lei stessa viene crivellata di colpi. Sopravvissuta per miracolo, chiede vendetta al padre, rinomato cuoco parigino, che però ha uno sconosciuto passato da killer. Francis Costello atterra dunque a Macao, ma si trova in un mondo sconosciuto, dove non conosce nessuno. Un altro problema rende ancor più difficile la sua missione: da molti anni, da quel suo passato di sangue, si porta nel cervello un proiettile che progressivamente gli fa perdere la memoria. Francis deve dunque continuamente scrivere, fotografare, confrontare, perché non solo di ciò che deve fare, sta perdendo progressivamente il filo, ma persino di se stesso. Incrociato per caso il percorso di tre killer locali, Costello si affida a loro: in cambio di tutti i suoi beni, essi dovranno aiutarlo ad avere la sua vendetta. To scrive qui un film bellissimo, che se pur trae ispirazione da molti Maestri titolati, tuttavia paga pienamente i suoi debiti, qualificandosi come opera personale e di alto valore artistico. Leggibili, dunque, innanzitutto, i richiami al grandissimo Takeshi Kitano, quello dei noir, certo, ma anche quello di Zatoichi: per la disperazione contenuta e potente delle vicende, ma anche per l’ironia forte e viva, sparsa a piene mani, che stempera il dramma, trasformandolo in una ‘commedia’ cui lo spettatore assiste oggettivamente, libero da coinvolgimenti emotivi (e quanti ce ne sarebbero! Si veda la bellissima scena in cui Francis, in mezzo al traffico convulso, tenta smarrito, stringendo in mano le sue foto, di recuperare un tempo e un luogo) e da ‘romanticismi’. Per la sua componente europea, Vendicami è certamente anche un ottimo polar, che si richiama ai maestri francesi del genere: soprattutto un altro grandissimo, J-P. Melville, cui non a caso il protagonista deve nome e cognome, ma al quale tutto il film deve atmosfere, luci, ombre, malinconie. Come pure, evidentemente presente è la tradizione del cinema action di Hong Kong: John Woo, per esempio. Rifacendosi dunque ad un’alta scuola, To mette nel proprio lavoro una profonda originalità, che traspare nei momenti artisticamente più intensi, spesso elegantemente coreografici. Come il magico conflitto a fuoco sotto la luce alternante della luna – una sequenza quasi onirica – o l’epico scontro finale, che non può non richiamare alla mente la foresta di Birnan che marcia incontro a Macbeth. Una fotografia raffinata, anche manierista, ma nel senso migliore del termine, fonde il tutto in un’opera suggestiva e affascinante, quasi astratta, che produce, prima di tutto, un intenso piacere visivo. Cinema puro, verrebbe da dire. ‘Coautori’ sono anche i due eccezionali interpreti. Johnny Halliday, già grande nel tragico L’uomo del treno (P. Leconte, Francia, 2002), qui davvero prodigioso, e l’ottimo Antony Wang. I loro volti sono maschere di un algido teatro di morte. Costello ride, nell’ultima scena del film. Cibo, mare, bambini l’hanno riportato ad una dimensione ingenua e primigenia: chissà se ricorda più “che cos’è vendetta”. Imperdibile.

Mercoledì 16 maggio

Himalaya, l’infanzia di un capo (R. Valli, Francia/Nepal, 1999), 16.35, DT

Ambientato e girato in quella parte del Tibet che ricade sotto la sovranità del Nepal, il film racconta la vita durissima dei pastori tibetani che con le loro carovane di yak trasportano il sale dai giacimenti della loro terra al Nepal, scambiandolo con grano. Epico e semplice nella narrazione, estremamente corretto ed interessante dal punto di vista antropologico, il film è opera di un collaboratore di National Geografic, autore di svariate opere sul Tibet. Un bel film, da vedere anche per non dimenticare mai il martirio di quel popolo sotto il tallone nazista cinese.

Giovedì 17 maggio

L’uomo del treno (P. Leconte, Francia, 2002), 17.45, DT

Se avete visto Il marito della parrucchiera, il precedente film di Leconte – film di assoluta bellezza, di incredibile grazia, di straziante malinconia – ricorderete come in esso Leconte racconti quanto l’amore sia ‘intollerabile’, in quanto indissolubilmente legato alla morte ed alla fine, e come paradossalmente, appunto per questo, proprio un amore assoluto sia assolutamente intollerabile. Lo aveva raccontato con una calligrafia perfetta ed armoniosa, col genio stralunato, triste e dolce di Jean Rochefort e con la sensualità primigenia di Anna Galiena. L’uomo del treno è la conclusione di quel discorso, la sua conduzione ai termini estremi. Come Leconte sa benissimo – e come ognuno di noi dovrebbe sapere, se riuscisse a fare un istante di silenzio nella stupida confusione che ci avvolge – non è solo e tanto l’amore ad essere ‘intollerabile’, ma la vita stessa. La vita, nella sua assurda, ingiustificabile, ‘irrazionale’ unicità e preziosità, e nel suo essere, al contempo, destinata ad una assurda, ingiustificabile ed ‘irrazionale’ dissoluzione. La vita di tutti, di ogni essere, di ognuno; la vita che – momento di insopportabile bellezza nel film, la battuta di Halliday nell’ultima notte – raggiunge il suo massimo di preziosità proprio quando sta per spegnersi, come la Fenice, massimamente bella nel suo ultimo rogo, ed a questa inutile bellezza assistiamo sgomenti, e non sappiamo darcene pace o ragione; la vita, comunque destinata al non essere (“Passeremo, come i secoli e le colombe”, dice l’autista nella sua folgorante follia). È più, infinitamente più che cinema, quello di Leconte: è filosofia, è poesia, è arte senza paragoni. Rochefort , come tutti i grandissimi attori, non recita più, ma vive, ed è; Johnny Halliday è, se possibile, ancor più essenziale, umanissimo e tragico nel suo volto scabro e chiuso. Mi son detto: si va al cinema tante volte, si vedono tante cose, se ne scrivono tante e, ad esser sinceri con se stessi, si perde il proprio tempo; poi, una volta ogni dieci anni, incontri un miracolo, e ti mancano le parole dalla commozione.

Venerdì 18 maggio

The wrestler (D. Aronofsky, USA, 2008 – Leone d’Oro alla 65a Mostra del Cinema di Venezia, 2008), 21.00, DT

Ve lo ricordate il sorriso di Harold Angel (Angel heart, A. Parker, 1987)? Quel sorriso timido, infantile, spaurito ed amaro, che lo conduce di orrore in orrore, fino alle soglie dell’Inferno? Sembra impossibile, ma se farete attenzione ogni tanto riuscirete a coglierne ancora qualche sprazzo nel volto devastato di Andy “The Ram” Robinson, come se per il bellissimo Mickey Rourke di allora vent’anni di botte e stravizi non fossero riusciti a spegnere, in quel “vecchio pezzo di carne maciullata” che è adesso, il suo amore e al tempo stesso la sua paura per la vita. In questo magnifico film – si dice non il suo canto del cigno, ma la fiammata in cui ancora una volta la Fenice par voglia rigenerarsi – Rourke è un vecchio eroe del wrestling degli anni Ottanta. Un tempo invincibile, oggi porta in giro a fatica il suo corpo provato da mille combattimenti. Pieno di acciacchi, imbottito di farmaci, con un apparecchio acustico da poco prezzo piantato nell’orecchio, Andy non ha salvato nulla dei successi d’un tempo. Non il denaro guadagnato a piene mani, sputtanato a donne e whisky. Oggi vive in una vecchia roulotte, e qualche volta non riesce nemmeno ad entrarci a dormire, perché quando non paga l’affitto (spesso) il padrone lo chiude fuori. Non una famiglia. Della donna che gli ha dato una figlia nulla si sa, e quella figlia lo odia, per non essere stato un padre, per essere sempre rimasto assente dalla sua vita. La gloria, però, gli è rimasta, e quando ancora si esibisce in incontri di serie B, il pubblico che lo ricorda, o che addirittura lo conosce come una leggenda, e lo acclama ritmando il suo nome, gli fa vibrare il cuore. Ed anche la dignità, gli è rimasta, quella che gli fa sopportare un lavoretto di merda in un supermercato per tirar su qualche dollaro e andare avanti. E un’altra cosa: la purezza del cuore. Nonostante tutto, Andy è davvero un puro di cuore, che né la violenza né la decadenza hanno potuto incattivire, ancora capace di gesti semplici e gentili, ancora in grado di commuoversi, ancora colmo di quell’umanità che forse nella sua vita non ha mai trovato il modo di esprimere davvero, ripiegando sui compagni del ring e sul pubblico, “la sua vera famiglia”. E lo sa bene Cassidy, la spogliarellista che, nonostante i rigidi confini emotivi che si è imposta verso i clienti, non riesce a fare a meno di innamorarsi di lui. Ma sono gli ultimi fuochi, per Andy, uno che “ha sempre bruciato la candela da entrambi i lati”. Alla fine di un incontro, un infarto lo stronca. Ne esce vivo, ma lo avvisano: ancora uno e sarà la fine. Andy prova dunque a rimettere insieme i pezzi di una vita al limite, ma ormai è impossibile. La figlia lo rifiuta definitivamente, perché c’è troppo da ricostruire, troppo da ricucire, e lei non ne ha la forza. Cassidy par voglia seguirlo, ma all’ultimo momento si tira indietro: ha un figlio da tirar su. Ma non tutto è perduto, anzi niente è perduto, quando la folla ti chiama urlando, quando i ragazzi ti riveriscono come un mito, quando sui manifesti appare ancora una volta il tuo nome scritto in grande. The Ram accetta ancora un incontro, e dal ring guarda con amore e riconoscenza per l’ultima volta il suo pubblico: se per Angel alla fine si aprivano le porte dell’inferno, qui la luce di quell’ultimo riflettore è certo, per Andy “The Ram”, quella del Paradiso. Una grande performance, con tutta evidenza, quella di Mickey Rourke, ma sarebbe comunque un errore leggere questo film come costruito addosso a lui, che anzi qui è tutto meno che un monumento a se stesso, ma attore maturo e sensibile. TW è, soprattutto, un grande film, girato con pudore e delicatezza, e con un’ammirevole sobrietà, che come non assume mai banali toni pietistici, così pure evita accuratamente il remake dello stereotipo ‘solo chi cade può risorgere’, scrivendo una storia che ha i toni della ballata ma anche quelli, semplici e quotidiani, del racconto. Così, per esempio, non è casuale che Aronofsky riprenda quasi sempre il protagonista di spalle o ad una certa distanza, rifuggendo l’icona dell’eroe romantico che riempie lo schermo, e i rarissimi primi piani sono squarci di sentimento preziosi ma discreti, brevi e fulminanti incursioni nella sua anima. Pochi attori, in questo film a fianco di Rourke, e tutti bravissimi: Marisa Tomei è la spogliarellista che combatte la sua personale battaglia per sopravvivere, Eva Rachel Wood è la figlia, il cui isterico dolore nasconde il rimpianto per ciò che avrebbe potuto essere e non sarà più. Assolutissimamente imperdibile.

Stand by me (R. Reiner, USA, 1986), 21.10, DT

Quattro ragazzini partono per un viaggio lungo il fiume. Hanno sentito dire che, qualche chilometro a valle è incagliato il cadavere di un loro amico annegato, e vogliono provare il brivido della morte, ma invece l’avventura si trasformerà in un viaggio di formazione, una poeticissima, dolente ed immensamente struggente meditazione sul passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Capolavoro poetico e di introspezione, e rara occasione per godere della presenza di Richard Dreyfuss, attore grandissimo e misconosciuto: per apprezzarne la raffinatissima sensibilità, guardate l’ultima scena, completamente ‘muta’, a parte la voce narrante. Assolutissimamente imperdibile.

Hereafter (C. Eastwood, USA, 2010), 14.40, DT

Seguire la filmografia di Eastwood è come farsi un giro in una di quelle terribili montagne russe che ci sono nei luna park americani, quelle che prima ti portano su, spaventosamente in alto, poi di colpo ti precipitano giù, poi su di nuovo e poi ancora giù, in uno sconvolgente altalenarsi di ebbrezza e di nausea. Con Eastwood è la stessa cosa. Potete salire, fino a raggiungere grandi film allucinati (“Coraggio, fatti ammazzare”, 1983) e poi giù, un bel tonfo in una nauseante palude di melassa (“I ponti di Madison County”, 1995). Su ancora, verso film autenticamente rivoluzionari (“Gli spietati”, 1992), e poi ancora giù nella soap più detestabile (“Million dollar baby”, 2004). Ancora su, alle altezze vertiginose di capolavori quasi inarrivabili (“Gran Torino”, 2008), e poi giù, fino in fondo, a raggiungere invedibili boiate (“Fino a prova contraria”, 1999). E via così. E il bello è che quando si monta non si sa mai cosa ci aspetta: questa volta ci sarà una bella salita? Raggiungeremo qualche vetta luminosa? Oppure stiamo per precipitare in qualche lago di sciroppo d’acero? Ecco, questa volta è andata male, e “Hereafter” è solo un disarmante fotoromanzo, di una banalità quasi imbarazzante, tenendo conto dei quarti di nobiltà dell’autore, che pure, come abbiamo visto, ci sono. I protagonisti sono George, di S. Francisco, divenuto capace di comunicare con l’al di là dopo un’operazione al cervello (ma è vera sensitività o gli hanno solo scombinato le rotelle?); Marie, una giornalista parigina coinvolta nello tsunami e che, quasi annegata, ha avuto un’esperienza di ‘contatto con l’al di là’; Marcus, un bambino londinese che non riesce assolutamente a rassegnarsi alla morte del gemello, e tenta di rimettersi in contatto con lui. Naturalmente tutti e tre combattono battaglie difficili. George non sa scegliere se il suo sia un dono o una condanna, e cerca di fuggirne; Marie si vede trattata da pazza dal suo entourage; Marcus deve cavarsela da solo, mentre la sua famiglia è allo sfascio. Ma naturalmente – poiché, come sappiamo, S. Francisco, Parigi e Londra sono tutte lì vicine, in un fazzoletto di terra – alla fine tutti e tre si incontrano, intrecciano le loro esistenze e trovano soluzione uno nell’altro. Già qui ci sarebbero buone ragioni per alzarsi e andarsene, ma la sceneggiatura ne accumula altre, di continuo. Alzi la mano chi non capisce subito che il berretto di Marcus gli viene strappato dal fantasma fratello per impedirgli di salire proprio su quel métro (ci si potrebbe anche chiedere perché il fratellino bastardo salva solo lui e non anche le altre decine di persone che moriranno poco dopo, ma è meglio non infierire). E perché George prima gli nega la seduta e poi glie la concede? Dov’è la ‘giustificazione’ psicologica del fatto? Solo perché lo vede al freddo?! Per non parlare dell’ultima ‘visione’ di George al tavolino del bar, vomitevole romanticheria che perfino gli autori di Love Story si sarebbero vergognati di usare. Più varie bizzarrie, per esempio quell’ospizio per malati terminali che – alzi la mano chi non l’ha pensato! – sarebbe perfetto per un remake di Shining. Insomma, un disastro, per dirsela tutta. Hereafter non è un brutto film: è un film in-significante, nel senso che non significa nulla. Nulla a livello di approfondimento del tema (terribile e difficile: molti altri – e, con tutto il rispetto, spesso di livello ben superiore a Eastwood – ci si sono bruciati le dita in passato: solo per questo avrebbe dovuto pensarci due volte, prima di fare un film). Qui siamo davanti ad una trattazione dallo spessore degno di un reportage su “Chi”. Nulla dal punto di vista della fotografia: quanto di più scontato si possa vedere, semplicemente dilettantistica. Nulla dal punto di vista della sceneggiatura: il fervorino di George al bambino, nella camera d’albergo, è in-significante in modo esemplare, nel senso che, semplicemente, non vuol dire un cazzo di nulla. Parole-parole, buone per suscitare qualche erezione psicologica all’americano medio, che con questo genere di temi va a nozze. Insomma, è un film ‘americano’ nel senso peggiore del termine. Per cui concludiamo con due apprezzamenti che comunque non riguardano il regista. Primo. Ottimo lo tsunami in computer grafic: congratulazioni al responsabile degli effetti speciali. Secondo. Quasi un terzo del film – la vicenda di Marie – è parlato in francese e sottotitolato: un bell’esempio di come potrebbe essere tutto il cinema se sparisse quella piaga tutta e solo italiana che è il doppiaggio.

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