Pubblicato da: giulianolapostata | 5 maggio 2012

Multivisioni – Sabato 5 maggio 2012

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

“Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

L. Wittgenstein

* * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * *

Sabato 5 maggio

Il vento fa il suo giro (G. Diritti, Italia, 2005), 01.05, Rai1

E’ impossibile, vedendo questo capolavoro di Diritti – ché di puro capolavoro si tratta, non di un ‘bel film’: occorre dirlo subito – è impossibile, dicevo, che la memoria non vada ai due bei romanzi di Marcel Pagnol (1895-1974), Jean de Florette e Manon des Sources, ai due film che l’autore stesso ne trasse (Ugolin e Manon des Sources) e ai bei remakes che ne fece Claude Berri nel 1986, con gli stessi titoli dei romanzi. Là la vicenda era quella di un ‘cittadino’, una specie di intellettuale roussoviano, che decide di trasferirsi con la famiglia a vivere in Provenza a fare il contadino. Dovrà però combattere, oltre e più che con la terra magra e la siccità, con l’odio ottuso dei contadini locali per lo ‘straniero’, odio che lo porterà alla morte. Nel Vento, la situazione è apparentemente ribaltata. Philippe è sì anch’egli un intellettuale, ma da tempo ha abbandonato la scuola (“Troppe cose inutili si insegnano ai bambini”) ed è andato sui Pirenei, a fare il pastore di capre e il produttore di formaggio. Quando la minacciata costruzione di una centrale nucleare lo mette in allarme, decide di trasferirsi ancora e sceglie il paesino di Chersogno, nelle Alpi Occitane italiane (il film è quasi completamente parlato in lingua d’Oc, con sottotitoli in italiano), nell’alta Val Maira, in provincia di Cuneo. Chersogno è un paese di vecchi, che rinasce solo per una quindicina di giorni d’estate, quando i figli tornano a villeggiare. L’unico ‘patrimonio’ dei pochi abitanti è il mito della solidarietà contadina che legava le famiglie ai tempi della guerra e prima, quando molti beni erano in comune ed anche molti lavori venivano svolti collettivamente. In teoria, dunque, Philippe dovrebbe inserirsi perfettamente in questo ambiente, tra queste persone i cui nonni ed anche padri sono stati anch’essi pastori. Tuttavia non è così. Ad un’accoglienza iniziale festosa e cordiale, ma già venata di diffidenza, si sostituisce poco a poco il rifiuto, e poi l’odio vero e proprio per il ‘diverso’. Molte sono le caratteristiche che rendono Philippe estraneo ai locali: prima di tutto, forse, proprio quella di aver recuperato un mestiere che essi hanno abbandonato, quando non addirittura rifiutato. E poi c’è la sua visione del mondo, il suo essere libero, coraggioso, entusiasta, fiducioso nel proprio futuro, quando tutti in paese sembrano aver scelto di lasciarsi vivere. Philippe non crede a questo mito della solidarietà e tolleranza occitanica. “Non mi piace la parola ‘tolleranza’” dice. “Se tu ‘tolleri’ qualcuno o qualcosa significa che non lo consideri uguale. L’uguaglianza nasce solo dalla convivenza e dalla condivisione”. Contro questa nuova famiglia di ‘intrusi’, nasce quindi in pochi mesi tutta una fitta rete di meschine e vili calunnie nutrite solo di parole vuote; di dispetti; di allusioni. Fino alla violenza, che scaccerà sì ‘finalmente’ il ‘foresto’, ma spezzerà anche la falsa armonia di una comunità che ha scelto di non aprirsi e di tenere invece il più possibile nascosti i propri mali. Il Vento è un film che non si guarda ‘volentieri’. Il Male che esso mostra non è infatti superomistico, sovrumano, ‘eroico’, sì che possiamo distaccarcene, oggettivarlo, emotivamente e razionalmente, e così facendo considerarlo come ‘lontano’ ed in un certo senso estraneo. E’ invece profondamente ‘normale’, quotidiano, ‘naturale’ (in altro contesto, storico ed antropologico, è il concetto espresso da Hannah Arendt nel suo celebre “La banalità del Male”): ci par davvero di ‘riconoscerlo’, di averlo subito o magari anche – chissà, forse ‘incoscientemente’ – agito, e questo sentimento suscita in noi un malessere profondo ed umanissimo. Metafora dunque non solo del nostro vivere quotidiano e contemporaneo, ma anche del nostro esistere come esseri umani, il Vento è un film semplicemente perfetto, raccontato con una misura sublime, in cui non esiste scena, movimento, inquadratura anche di pochi istanti che non sia essenziale. Descritto con una fotografia plastica e limpida, che mostra a tutto tondo corpi e sentimenti, senza mai idealizzare. Recitato da uno splendido Thierry Toscan – misurato, intenso, umanissimo e vero – e da una corte di attori non professionisti dall’abilità eccezionale: in alcuni casi, veri e propri attori nati, come la malgara che litiga per la legna con Philippe. Molto brava anche la bellissima Alessandra Agosti, ma forse ‘troppo bella per essere la moglie di un pastore’, e soprattutto troppo ‘misteriosa’ in una realtà in cui, almeno apparentemente, quel che si ha in cuore si ha in bocca. Girato con un budget limitatissimo, in parte autofinanziato, distribuito in Italia in 4 (quattro!) copie, il Vento è riuscito tuttavia a conquistarsi l’ammirazione di migliaia di spettatori, in un passaparola sotterraneo che non è ancora finito. Rimane una considerazione finale, e cioè di come sia mai possibile che un regista praticamente esordiente sia riuscito a produrre un’opera così assolutamente bella, che sembra frutto di anni ed anni di intensa professionalità (Ermanno Olmi è l’unico termine di paragone che mi viene alla mente): i miracoli, al cinema, qualche volta succedono. Assolutissimamente imperdibile.

Be kind rewind (M. Gondry, USA, 2008), 21.15, DT

In una cittadina americana di provincia vive Jerry (un delizioso Joe Black, infantile e stralunato), un mattoide che passa le sue giornate cazzeggiando di misteriose microonde che proverrebbero dalla locale centrale elettrica, e che controllerebbero pensieri e azioni di tutti i cittadini. Il suo migliore amico è Mike (Mos Def, onestamente piuttosto incolore e insapore), sfigato per categoria esistenziale, commesso nello scalcinato noleggio di vhs di proprietà del vecchio Fletcher (Danny Glover: sa anche recitare, dunque, oltre a fare il buffone in Arma letale), malmesso come il suo negozio, che passa il tempo a cianciare improbabili storie su Fats Waller, un dimenticato cantante jazz del passato che sarebbe nato proprio nel suo edificio. Un giorno Fletcher parte per un viaggio: dice che deve andare ad una commemorazione di Fats, ma in realtà vuole dare a Mike l’occasione per ‘diventare grande’, affidandogli il negozio. Ma proprio quella sera, Jerry decide di attuare l’attentato alla centrale così a lungo sognato. Naturalmente gli va male, ma le scariche della recinzione elettrificata lo magnetizzano: disturba qualunque apparecchio elettrico con cui venga in contatto, e non appena entra nel negozio, tutte le videocassette si cancellano. Mike è disperato: è davvero uno sfigato, ed ha tradito la fiducia di Fletcher. Ma Jerry ha un’idea, totalmente bizzarra come i suoi pensieri. I film li rifaranno loro, tutti, e da soli. Con una telecamera a mano, fondali di cartone malamente colorato, travestimenti impossibili, i due cominciano a rifare tutti i titoli del catalogo, riducendone la durata, deformandone le storie, sconvolgendo le sceneggiature. Sembra follia, ma è fantasia, assoluta, talmente pura che entra nell’animo di tutti gli abitanti della cittadina, poco a poco coinvolti nella loro impresa. Chi conosce Michel Gondry ed ama i suoi film sa cosa aspettarsi da lui. Gondry dà l’impressione di non amare molto la realtà: Oltre quello che c’è, che si vede, per lui c’è sempre qualcos’altro, che è sempre infinitamente più bizzarro, più bello, più felice. Ma bisogna saperlo vedere, bisogna volerlo trovare. Se pur qui egli non raggiunge i vertici del commovente e geniale L’arte del sogno (Italia/Francia, 2006), tuttavia la sua poetica c’è tutta. BKR è una dichiarazione d’amore per il cinema, prima di tutto, come arte essenzialmente della finzione, e perciò della fantasia e del sogno. In secondo luogo, è un appello alla fantasia e al sogno che tutti custodiamo dentro di noi. Se riusciremo a tirarli fuori, troveremo una strada per la felicità.

Elizabethtown (C. Crowe, USA, 2005), 23.05, DT

‘Assaporato’ da pochi fortunati al Festival del Cinema di Venezia del 2005, e poi praticamente invisibile nelle sale, merita assolutamente di essere visto questo dolcissimo film, che inserire nella categoria ‘commedia’ è forse corretto dal punto di vista classificatorio, ma del tutto riduttivo ed ingeneroso da quello dei contenuti. Drew, partito trent’anni prima dal ‘rozzo’ Kentucky per fare fortuna, è oggi manager di successo di un’azienda di calzature sportive, ma nel giro di pochi giorni una sua idea sbagliata porta l’azienda sull’orlo del fallimento. Schiacciato – non solo professionalmente, ma anche come persona – dal suo “fiasco colossale”, Drew organizza metodicamente il suicidio, ma quando è proprio sul punto di riuscirci una telefonata lo avverte della morte del padre: ora è lui lo ‘uomo della famiglia’, ed oltretutto uomo di successo, come tutti credono, per cui dovrà essere lui ad andare nella cittadina natale ed occuparsi di tutto. Spento e deluso, Drew parte, ma sull’aereo avviene un incontro straordinario: Claire, una giovane hostess che esprime un’affettività fresca e primigenia. Quasi magicamente, Claire percepisce il suo malessere, e pian piano penetra nel mondo di Drew. Non c’è alcuna invasiva violenza nel suo atteggiamento: Claire gli offre per la prima volta l’occasione di riflettere su di sé e al tempo stesso, anche questo forse per la prima volta, di cercare davvero di conoscere gli altri. Barcamenandosi in una famiglia paterna tanto affollata e balorda quanto fondamentalmente unita da legami profondi, il soggiorno ad Elizabethtown diventa davvero, per Drew, un viaggio di formazione, in cui impara a capire se stesso, e a presentarsi a Claire per ciò che è veramente. Soprattutto – e paradossalmente, proprio ora che è morto – egli riesce a scoprire suo padre, a ricostruire un rapporto un tempo felice ed intenso interrotto bruscamente, ad amarlo, e finalmente anche a recidere, malinconicamente ma con serenità, il legame con lui, permettendo che il passato si decanti in pace, e aprendo lo spazio al futuro. Una ‘commedia’, dunque, ma che parla d’amore e di dolore, della vita e della morte. Lo fa con eleganza, spirito, garbo ed intelligenza, e tantissima poesia, mai sopra le righe, senza un’ombra di quella volgarità che oggi pare essere il filo rosso e ormai francamente intollerabile di qualsiasi film d’indagine psicologica. Orlando Bloom ce la mette tutta, e il risultato sarebbe anche accettabile, ma la battaglia è persa a priori di fronte ad una Kirsten Dunst semplicemente da innamorare: dolcissima, immensamente brava, praticamente perfetta. Una pletora di personaggi minori ma tutti umanissimi completano questo piccolo capolavoro di un regista che, a parte la boiata ‘su commissione’ di Vanilla sky (2001), conferma una sensibilità quasi unica per i ‘piccoli’ sentimenti dell’animo umano. Imperdibile.

Domenica 6 maggio

Starship troopers (P. Verhoeven, USA, 1997), 21.00, DT

Mentre la Terra è dominata da una dittatura militarista e fascista, che concede lo status di Cittadino solo a chi abbia effettuato il servizio militare, viene attaccata da una specie aliena di mostruosi insetti pensanti, e la ‘meglio gioventù’ si arruola per difendere i Valori. Un film, paradossalmente, da far vedere a scuola come perfetta lezione di antifascismo, tanto limpidamente sono in esso disegnati gli stereotipi culturali del fascismo: maschilismo, razzismo, disprezzo e demonizzazione del nemico, esaltazione della forza, militarismo. Troppo perfetto, appunto, perché non fosse questa l’intenzione del regista. Assolutissimamente imperdibile.

Non ti muovere (di e con S. Castellitto, Italia/Spagna/GB, 2004), 23.30, Canale5

E’ difficile non avercela su col cinema italiano vedendo ‘cose’ come questa, che non è un film, ma una soap melensa ed insopportabile, esagerata e retorica, in cui un medico, meditando al capezzale della figlia, in coma per un incidente di moto, rievoca la propria passione per una barbona sottoproletaria. Un perfetto ‘prodotto’ popolare, infarcito di musica pop ruffiana e tonitruante. Castellitto (che gli Dei gli perdonino il suo Maigret in tv) è una delle sciagure del cinema italiano, e Penelope Cruz è una sciagura del cinema in assoluto.

Samsara (P. Nalin, Germania/Francia/Italia, 2001), 16.20, DT

Dopo tre anni, tre mesi, tre settimane e tre giorni di meditazione, il giovane lama Tashi rientra nel suo monastero, ma non vi rimane a lungo. Il desiderio – sessuale, ma anche vitale – lo riporta nel mondo. Dopo numerose ed intense esperienze vi ritornerà, ponendosi ancora l’irresoluto problema: è più importante soddisfare mille desideri o conquistarne uno solo? Per il Buddhismo, il Samsara è il ciclo di nascita, morte e reincarnazione al quale ogni essere senziente è sottomesso finché vive nell’Ignoranza e non  ha raggiunto l’Illuminazione. Intenso e profondamente problematico, senza facili soluzioni da misticismo New Age, Samsara è un bellissimo film, che può essere un’utile approccio al Dharma per chi non ne conosca nulla. Splendida la fotografia e gli esterni, girati nello Stato indiano del Ladakh, data l’impossibilità di girare in Tibet, come sappiamo sotto il tallone di ferro del nazicomunismo cinese. Imperdibile.

La nona porta (R. Polanski, Francia/Spagna, 1999), 21.00, DT

Da secoli Polanski non azzecca un film. Lo testimonia questa sconclusionatissima storia satanista, che racconta le ricerche di un libraio antiquario per trovare un libro che dovrebbe servire ad evocare il Diavolo. Del resto, il libro da cui è tratto – Il Club Dumas, di Arturo Pérez-Reverte – è anche peggio. un pastiche lambiccato e noioso, pseudo (molto pseudo) intellettuale, tipica letteratura ‘da banco’, fabbricata per far soldi e darvi l’illusione che state leggendo un libro intelligente. Johnny Depp è bravo, ma non basta.

Il grande Lebowski (J. e E. Coen, USA/GB, 1998), 17.15, DT

Jeff Lebowski, per gli amici Drugo (non si capisce perché, chevvordì, e già vi cominciano a vibrare le punte dei baffi) è un disoccupato losangelino negli anni Novanta: pigro, bevitore, ‘fumatore’. Trascorre le sue giornate al bowling assieme ad un gruppo di amici totalmente svitati ed altrettanto fancazzisti. Un giorno scopre di avere un omonimo, un miliardario cui è stata rapita la moglie e che lo incarica di fare da tramite coi rapitori per recuperarla. Da qui si inanellano tutta una serie di complicazioni e di equivoci che coinvolgeranno Drugo e i suoi amici, fino ad una bizzarra conclusione. Capolavoro dei Coen per alcuni, questo è invece molto probabilmente il loro film più irritante, quello in cui più compiutamente ed esplicitamente si svela la sostanza del loro pseudoumorismo: “cinema concettuale”, lo chiama qualcuno. Come in tutti i loro film, anche qui i Coen raccontano una storiellina idiota, senza senso e senza nerbo, mascherandola però da chissà qual messaggio anarco-nichilista: se riuscite a coglierlo entrate di diritto a far parte del club e potete sentirvi intelligenti, altrimenti siete anche voi solo dei poveri sfigati. Ma se ascoltate attentamente, sentirete nel fondo i Fratelli Coen che sghignazzano: ‘Li abbiamo fatti fessi un’altra volta, quei cretini’.

Berretti verdi (J. Wayne/R. Kellog, USA, 1968), 17.05, Sky

Raro passaggio della seconda regia del grande John Wayne: la prima era stata il magnifico La battaglia di Alamo (1960). Questa ha prodotto questo misero filmetto di propaganda militarista pro guerra nel Viet-Nam, dove i vietcong comunisti sono – of course – brutti e cattivi, e invece gli americani portano la democrazia a suon di bombe (déjà vu). Un film grottesco, quasi ‘comico’ nella sua delirante ed infantile partigianeria. Merita una visione!

Lunedì 7 maggio

Saturno contro (F. Ozpetek, Italia/Francia/Turchia, 2007), 21.10, DT

Insopportabile, indigeribile segolina, esempio tipico di quel cinema italiano stupido e inutile (altro grande ‘capolavoro’ del genere è Non ti muovere, 2004, di e con quello sciagurato di Sergio Castellitto) che ha finalmente trovato la sua Musa e il suo Maestro in Federico Moccia e nel suo Tre metri sopra il cielo (attenzione: cancellate immediatamente questo messaggio. Il solo fatto di scrivere il nome del regista e il titolo del film può infettarvi irrimediabilmente il computer). Qui l’italoturco Ozpetek ci somministra un’altra dose micidiale delle sue dolorose istorie maciullacoglioni: nella fattispecie, trattasi di amicizie e amori rotti (appunto …) e ricomposti, con relativo dispiegamento di pianti, baci e abbracci, sentimentini e sentimentoni, sbrodolamenti vari. In altre parole, l’ennesima storia all’italiana inutile ed onanistica, di cui non frega una mazza a nessuno e che rimane rigorosamente chiusa nel suo angusto orizzonte. Vomitevole l’inserto politically correct con l’amore omosessuale. Quanto ad attori, non ne parliamo. Qui il turno dell’incapace lo svolge Stefano Accorsi, e ci si chiede come una grandissima attrice come Milena Vukotic abbia potuto farsi coinvolgere in questa boiata: come si suol dire, avrà avuto le tasse da pagare. Invedibile.

Martedì 8 maggio

Concorrenza sleale (E. Scola, Italia/Francia 2001), 15.25, DT

Nella Roma fascista del 1938, due commercianti – uno ebreo ed uno ‘ariano’ senza sapere che vuol dire – si fanno una normale concorrenza. Ma quando verranno promulgate le criminali Leggi Razziali, l’ariano saprà trarne vantaggio.  Umanissimo e forte come sempre Scola, particolarmente in questo suo nuovo film sul fascismo (assolutamente da recuperare l’altro, il bellissimo Una giornata particolare, 1977), e come sempre, quando è ben diretto, grande attore Abatantuono (indimenticabile in Mediterraneo, di G. Salvatores, 1991).

Mad city (Costa-Gavras, USA, 1997), 19.15, DT

Anche se non è uno dei capolavori di Costa-Gavras, è comunque un film intelligente, ben costruito e ottimamente interpretato da Dustin Hoffman. La storia è quella di un guardiano notturno di un museo, che, per riavere il posto da cui è stato licenziato, sequestra i visitatori minacciando di ucciderli, e del giornalista cinico che, fiutando lo scoop e i vantaggi per la propria carriera, gli si fa amico. Una interessante riflessione sulle capacità di manipolazione della televisione nei confronti della cosiddetta ‘libera pubblica opinione’. Da vedere.

Thirteen days (R. Donaldson, USA, 2000), 21.15, DT

Ottimo esempio di film ‘storico’, è una ricostruzione della crisi dei missili di Cuba dell’ottobre 1966. Quando gli USA scoprirono che i sovietici avevano sistemato missili nucleari sul territorio del loro alleato, minacciarono un attacco atomico se le installazioni non fossero state immediatamente smantellate (giustamente: si trattava di armi di distruzione di massa, mentre quelli che avevano loro erano fuochi artificiali per la Festa del Ringraziamento). Comunque, una ricostruzione efficace, corretta ed avvincente. Da far vedere ai figli che non ne sanno nulla, e da non perdere: i suoi passaggi sono sempre abbastanza rari.

Mercoledì 9 maggio

Profumo (T. Tykwer, Francia/Spagna/Germania, 2006), 22.55, Rete4

Il detto “Da un bel libro un brutto film” è tutt’altro che una legge scientifica. A volte funziona, è vero, ma vorrei dire che sono più le volte in cui viene contraddetto. Abbiamo così film da libri densissimi di significato (Moby Dick, di John Huston (1956) dall’omonimo capolavoro di Herman Melville) che incredibilmente riescono a condensare in meno di due ore tutti gli umori del libro. Oppure film da romanzi profondamente poetici (Il vecchio e il mare, di John Sturges (1958) dall’omonimo romanzo di Ernest Hemingway) che restituiscono intatta quella poesia e le sue suggestioni. Vi sono casi addirittura in cui il film può ‘migliorare’ il libro. E’ questo il caso, per esempio, di Fahrenheit 451 (1966) di François Truffaut, che dal romanzo omonimo di Ray Bradbury – estremamente modesto, dal punto di vista letterario, notevole solo per lo spunto, l’idea che fornisce – trae un film semplicemente perfetto, abbacinante, che coglie quell’idea e la trasforma in un nocciolo profetico. Per non parlare di Blade runner di Ridley Scott (1982), la cui essenziale ed assoluta bellezza nasce da un testo confuso e mediocre di Philip Dick. Chissà, dunque, qual è la molla che fa scattare la ‘identificazione’ – se vogliamo chiamarla così – tra regista e autore letterario, la formula magica che permette di questi miracoli. Quale che essa sia, di certo non è scattata questa volta, in questo Profumo. E sì che sono stati molti i lettori di questo bel libro di Patrick Suskind che, nei vent’anni da che è uscito, hanno pensato e sognato quale fantasmagoria se ne sarebbe potuto trarre. Anche altri registi, ci avevano pensato, e purtroppo non potremo mai sapere quale meraviglioso incubo notturno ne avrebbe potuto trarre, tanto per fare un nome, il grande Tim Burton. Ma lasciamo perdere. Quello che è sicuro è che l’uomo giusto per questo lavoro non era Tom Tykwer, un – tutto sommato – illustre sconosciuto, i cui quarti di nobiltà erano davvero deboli per affidargli un compito di questo livello. Tanto il romanzo – qui dunque il confronto è inevitabile e obbligatorio – era raffinato, sulfureo, immaginifico, tanto il film che ne è stato tratto è mortalmente piatto e spento, senz’anima, senza vita. Ci scorrono davanti agli occhi, per due ore e mezza – infinitamente lunghe – le eleganti immagini prima della Parigi lercia e fastosa del Settecento, poi di Grasse e delle sue campagne fiorite. Ottima ricostruzione, non c’è che dire, alla quale tuttavia non riusciamo ad appassionarci un solo momento. Le vicende del protagonista – Jean-Baptiste Grenouille, apprendista profumiere, che vuole creare il profumo perfetto, quello che ispira l’amore – si svolgono sulla scena con sistematica noia, senza che mai un attimo di condivisione appaia, senza che si manifesti la minima emozione. Dovrebbe essere una tragedia, ed invece quella che vediamo è una lenta e fredda proiezione di diapositive, che non si anima mai. Perfino i corpi nudi delle vittime – che dovrebbero emanare quell’essenza dell’Eros di cui Grenouille va in cerca, sono freddi ed inespressivi. Oltretutto, troppi, e troppo presuntuosi, i mutamenti rispetto al libro. Certo, come abbiamo detto prima, non è questo che conta, se alle spalle c’è quella che ho chiamato ‘identificazione’. Ma quando il cambiamento non si giustifica in alcun modo – sul piano poetico ed ‘essenziale’ – allora risulta incomprensibile, ed è solo disturbante ed irritante. Così, per esempio, nessuno si sognerà mai di rimproverare a Truffaut di non aver fatto finire il film, come il libro, con una guerra di resistenza al potere, perché quello che contava era illuminare l’idea dell’amore per la letteratura e le sue emozioni. Ma risulta invece francamente incomprensibile, per esempio, perché il primo omicidio venga mostrato come un incidente, quando invece Grenouille uccide volontariamente, per preservare il profumo inebriante della vittima. Oppure perché la morte di Grenouille avvenga al mercato del pesce e non, com’è ‘giusto’, al cimitero, dove lui volutamente si reca, per confondere il proprio corpo – lui, che non è ‘nessuno’, perché non ha odore – coi mille altri corpi ivi giacenti, coi loro odori, compreso quello della putrefazione. Modifiche apparentemente – solo apparentemente – minori, ma comunque non giustificate, e dunque letali per la storia e le emozioni che avrebbe dovuto dare. Gi attori – quant’è vero che non esistono cattivi attori ma solo cattivi registi – si adeguano: Dustin Hoffman mette in scena una maschera senza spessore, che si dimentica cinque minuti dopo averla vista, e Ben Whishaw, il protagonista, non possiede una sola oncia del dramma che sta interpretando. Una grande occasione perduta.

Giovedì 10 maggio

Stavisky il grande truffatore (A. Resnais, Francia, 1974), 09.15, DT

Raro passaggio TV di questo raffinato film del grande Resnais, che racconta la storia di un gigantesco scandalo finanziario nella Francia degli anni ’30, coniugandola con le vicende di Trotzkij, allora esule in quel paese. Entrambe vicende di morte, per  raccontare l’agonia di un’Europa che stava lentamente marciando verso l’abisso. Imperdibile.

Exodus (O. Preminger, USA, 1960), 23.15, DT

La storia, abbondantemente romanzata ed insopportabilmente zuccherata, della nave Exodus, che nel 1947 trasportò da Cipro alla Palestina un carico di profughi ebrei. Trama in sintesi: ebrei buoni in cerca della Terra Promessa (ancora! Che palle!), Palestinesi selvaggi e cattivi. Ignobile pamphlet sionista, ennesima menzogna a nascondere la realtà storica, quella di un’etnia minoritaria, quella ebraica, che con la barbarie e la violenza derubò un popolo, quello Palestinese, della terra che occupava da secoli. Da allora, la Palestina attende ancora verità e giustizia (https://giulianolapostata.wordpress.com/2011/12/30/gilbert-sinoue-la-terra-dei-gelsomini-neri-pozza-editore-2011-traduzione-di-giuliano-cora/

Venerdì 11 maggio

Mammuth (B. Delépine/G. de Kervern, Francia, 2010), 19.10, DT

Serge Pilardosse è operaio in una macelleria industriale. Non è un genio, forse è anche un po’ tonto, e più o meno da idiota lo trattano tutti, apparentemente anche Catherine, la moglie, affezionata ma burbera, che dà quasi l’impressione di non saper che fare di quel grosso stupidotto in giro per casa. Gli hanno addirittura affibbiato un soprannome, “Mammuth”, che allude alla sua stazza davvero debordante ma anche al suo vecchio ‘amore’ di gioventù, una gigantesca e bellissima moto Munch Mammuth, che da anni sta abbandonata in garage. Pilardosse, però, è un uomo onesto, ligio al lavoro, con un profondo senso del dovere. Negli ultimi vent’anni passati in macelleria non ha mai fatto un giorno di malattia, e per questo i suoi padroni (che sembrano aver assunto osmoticamente le fattezze degli innumerevoli maiali che hanno ucciso), gli dedicano una grottesca festa di addio. Tuttavia il problema sono i venticinque anni precedenti, che lui ha trascorso vagabondando per la Francia, da un posto di lavoro all’altro. Al momento di mettere insieme le carte per ottenere la sospirata pensione, Serge si accorge che molti dei vecchi datori di lavoro non gli hanno versato i contributi. Non c’è altro da fare che andarli a cercare, dopo tanti anni, uno per uno, e recuperare ciò che gli è dovuto. Ma come viaggiare? La vecchia e scalcagnata auto di famiglia ha il parabrezza rotto – ne circolano pochi, di soldi, a casa Pilardosse – così non resta che riesumare la vecchia moto, e partire con quella. Catherine lo spedisce via trepidante, ma non sa che Serge non parte da solo. Invisibile, viaggia con lui il fantasma di Yasmine, amata molti anni prima, la cui morte tragica è legata proprio a quella moto, e il cui ricordo si è trasformato col tempo in un colpevole incubo, che gli ha impedito perfino di percepire l’affetto sincero della moglie. Ma bisogna andare. Che cos’è, il viaggio di Serge? È un viaggio nel suo passato, prima di tutto, durante il quale farà molte scoperte. Scoprirà che sì, effettivamente è vero, quasi tutti coloro che hanno attraversato la sua vita l’hanno trattato da scemo, ed hanno cercato di farlo fesso. Anzi, è ancora così, e la prostituta con la protesi serve a farlo sentire ancor più stupido, come se ce ne fosse bisogno. Alla loro amoralità, Serge guarda con olimpica e indifferente superiorità, quasi che essa gli stesse servendo da specchio per scoprire, di contro, il valore della sua umanità e della sua sincerità. Perché, infatti, egli scopre anche – impercettibilmente, quasi subliminalmente – la propria ‘forza’, e la propria umanità. Ritrova Paul, il cuginetto con cui aveva scoperto i primi turbamenti sessuali e con cui tenta, pateticamente ed ingenuamente, di ritrovare quello sprazzo di adolescenza. Ri-trova Miss Ming, la nipote sconosciuta, artista folle e lunare, che maieuticamente insegna a Serge la bellezza del creare, cercandone la materia dentro di sé. Poco per volta, Pilardosse si ri-trova, e ritrovandosi si libera. La scena del bagno nello stagno è una sublime e lirica manifestazione del Buon Selvaggio che è in lui. Libero dunque prima di tutto da quel se stesso che lo aveva per una vita intera imprigionato nel cliché dello stupido, liberato finalmente dalla stessa Yasmine, liberatosi della vecchia Mammuth, il cui ruolo di ‘monumento alla memoria’ ora non è più necessario, Serge torna da ciò che veramente ha costruito: l’amore di Catherine, e la incontra in una scena di una tenerezza familiare pudica ed indicibile. Sono molti gli aspetti per cui Mammuth si qualifica come un film di bellezza e poesia sublimi, a partire dagli interpreti. Gerard Depardieu abbandona alla storia ed allo spettatore il suo corpo immenso in un’interpretazione altrettanto immensa quanto ‘naturale’ e vera, quale forse mai gli era riuscita. Yolande Moreau è la moglie, di una bellezza che nasce dall’animo e dal cuore, e che si esprime nei gesti tenerissimi e nello sguardo. Miss Ming è un Pierrot lunaire che spande attorno a sé una sottile polvere magica di poesia e di umana follia. Prodigiosa la scelta stilistica dei registi. Delépine e De Kervern hanno scelto di ‘raccontare’ la vita di Serge con una tecnica quasi documentaristica, servendosi di una pellicola, il Super 16 reversibile, che pochissimi ormai usano, e che coi suoi colori saturi regala la stessa leggerezza e naturalità del vecchio Super 8, e mantenendo pienamente evidente il tremolio della cinepresa, che conferisce alle immagini la semplice evidenza della vita. Mammuth è uno di quei miracoli che a volte accadono al cinema, e che ci fanno amare e capire l’eccezionale bellezza e particolarità di questo mezzo espressivo. In Francia, il film ha avuto 800.000 spettatori: e in Italia?

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: