Pubblicato da: giulianolapostata | 28 aprile 2012

Multivisioni – Sabato 28 aprile 2012

 Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

“Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

L. Wittgenstein

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Sabato 28 aprile

Departures (Y. Takita, Giappone, 2008), 01.45, RAI1

Daigo, giovane violoncellista di Tokio, trovatosi improvvisamente disoccupato per lo scioglimento dell’orchestra in cui lavora, decide di ricominciare una nuova vita trasferendosi in campagna, nella vecchia casa lasciatagli dalla madre e ancora piena dei ricordi del padre, misteriosamente sparito, sembra con un’altra donna, quando lui era ancora bambino. Alla ricerca di un nuovo lavoro, Daigo si imbatte in un’agenzia di Tanatoestetica, ovvero il nokanshi, antica tradizione giapponese che consiste nel lavare, abbigliare e truccare il corpo del defunto prima della sepoltura, in modo che i parenti possano ricordarlo nel suo aspetto migliore. Perplesso e addirittura scioccato all’inizio, poco per volta il giovane viene affascinato da questo nuovo e stranissimo lavoro, e dall’intensa personalità del suo titolare. La moglie e gli amici si allontanano da lui perché trovano disdicevole la sua attività, ma Daigo insiste, sempre più preso, finché non solo riuscirà a convincerli dell’intimo valore di ciò che fa, ma anche, proprio grazie al nuovo impiego, avrà finalmente l’occasione di sciogliere l’irrisolto conflitto con la figura del padre. Acclamato all’uscita come un piccolo miracolo del cinema giapponese, addirittura inspiegabilmente gratificato dell’Oscar 2009 come Miglior Film Straniero, Departures infligge purtroppo una cocente delusione allo spettatore, per lo meno a quello che abbia la forza di arrivare in fondo ai 130 prolissi e lunghissimi minuti di proiezione. Non si sa neppure da che parte prenderlo, un film come questo. Si potrebbe per esempio parlare della chiave narrativa, sempre in bilico tra il registro comico-grottesco (la goffaggine di Daigo, la scena del video di presentazione, la sua reazione di fronte al corpo in decomposizione) e un registro drammatico affannosamente cercato e postulato, ma mai nemmeno lontanamente raggiunto. Oppure, e conseguentemente, dei numerosi siparietti pseudospeculativi di cui il film è implacabilmente disseminato, ai quali, in mancanza di altro, dovrebbe spettare il compito di dargli appunto quello spessore filosofico che probabilmente, più che nelle intenzioni, stava nelle vane speranze di Takita, ma che non si realizza mai: il vecchio sul ponte sotto cui passano i salmoni, l’impiegato del forno crematorio, il titolare dell’Agenzia nella serra … Si potrebbe parlare anche della fotografia, generalmente modestissima, sempre disperatamente alla ricerca di qualche trovatina che conferisca al film quei contenuti che non ha, e che perciò deve accontentarsi di miseri espedienti, come le stucchevoli cartoline di Daigo che suona il violoncello sull’argine (tra parentesi: perché è lì? Ogni momento narrativo, che si tratti di prosa o cinema o che altro, va ‘giustificato’). E ancora. Il viaggio in macchina nella nebbia, dovrebbe forse simbolizzare la condizione umana, sempre ai confini della morte? Mah. Per non parlare della banalissima, rozza ed insopportabile sovrimpressione delle fiamme del forno crematorio col volo dei cigni: simbolo del ‘viaggio dell’anima’? Ma mi faccia il piacere, come direbbe Totò. Ci si trascina stancamente per più di due ore, annoiati e irritati non si sa se più dalla infantile banalità della storia – alzi la mano chi non ha capito sin dall’inizio che, ovviamente, alla fine Daigo avrebbe ritrovato il padre – o dai cocciuti quanto inutili tentativi di strappare una lacrima. Così grande e nobile è la tradizione cinematografica giapponese che un film come questo non solo delude, ma perfino offende. Forse, prima di mettersi dietro alla macchina da presa, per qualcuno un corso di storia del cinema potrebbe essere addirittura obbligatorio.

The next three days (P. Haggis, USA, 2010), 09.10, DT

Ma perché, ma chi glie l’ha fatto fare. Il conto del dentista da pagare? Un voto da sciogliere a Santa Bernarda da Hollywood perché la segretaria di produzione finalmente glie l’ha data? Un semplice colpo di mona? Chissà. Fatto sta che questo film è una tragica delusione, specie per uno che ha al suo attivo due capolavori come Crash (2004) e Nella valle di Elah (2007). In confronto, TNTD è un film di considerevole noia ma soprattutto di desolante ‘inutilità’. La trama. John Brennan, professore in un liceo di Pittsburgh, si vede d’un tratto portar via la moglie dalla polizia, con l’accusa di omicidio. Le prove a suo carico sono semplici quanto schiaccianti, ed ogni mossa legale è inutile: Lara viene condannata a vent’anni, senza possibilità di appello, nonostante lei si dichiari innocente, presentando una versione dei fatti totalmente diversa da quella dell’accusa. Vistasi preclusa ogni possibile soluzione legale, John prende la decisione più incredibile, per un uomo come lui: far evadere la moglie e fuggire sotto falso nome in un paese in cui non vi sia estradizione. Inventandosi dal nulla competenze criminali che prima gli erano assolutamente estranee, John mette in moto un meccanismo che, se tutto andrà come si deve, porterà Lara alla libertà. La noia, tanto  per cominciare. Tutto, nel film, è assolutamente prevedibile (alzi la mano chi, mentre lui sta buttando via i sacchi della spazzatura, non ha già capito lo scopo di quel gesto), dai maneggi di John allo svolgimento degli eventi, sino alla soluzione finale. Sono situazioni già viste cento volte, che non possono concludersi se non in un solo modo, e Haggis non ce ne risparmia una, dai goffi tentativi di un ‘uomo qualunque’ per infiltrarsi nel mondo della criminalità alle ‘intuizioni’ della polizia, sempre un minuto in ritardo sui suoi piani accuratamente preparati. Solo ci fa grazia – e bisogna confessare che l’avevamo attesa con terrore per tutto il film – dell’happy end con tanto di riconoscimento dell’innocenza della principessa, anche se ci va pericolosamente vicino. E poi l’inutilità. Non c’è un briciolo di giustificazione, a questo film. Il plot, come abbiamo detto, è stravisto e scontato, ma il punto è, principalmente, che tutto si esaurisce proprio in quel plot. Approfondimento psicologico, banale, vicino allo zero. Agganci e connessioni sociali e culturali, zero anche quelle: il film si svolge lì e oggi come potrebbe svolgersi duemila anni fa nell’Impero Romano. Una ‘storia’ qualunque, insomma, nel senso più banale del termine. Indubbiamente bravi Elizabeth Banks e Russel Crowe. Che certo ormai il mestiere lo conosce, anche se non può fare a meno di dar continuamente l’impressione di chiedersi ‘cosa ci faccio io qui’, e per rendersi conto davvero di quanto, invece, le sua capacità possano scavare psicologicamente ed umanamente in un personaggio naturalmente con una diversa sceneggiatura ed anche, ahimè, con una diversa regia, basta ricordare solo il magnifico giornalista di “State of Play” (K. MacDonald, USA, 2009). Insomma, risparmiate il vostro tempo. Provaci ancora, Haggis.

Domenica 29 aprile

Coma profondo (M. Crichton, USA, 1978), 14.55, Rete4

Da parecchio non si vedeva in tv questo ottimo fantathriller ambientato in un ospedale, in cui troppi pazienti cadono in coma. Una dottoressa sospettosa indaga e scopre l’orrore (interessante il metodo con cui verifica lo stato di coma dei pazienti …). Avvincente e divertente. Da vedere.

Lunedì 30 aprile

District 9 (N. Blomkamp, USA, 2009), 21.00, Sky

Ancora una volta, l’ennesima, è la fantascienza a raccontarci le nostre paure, oltre che i nostri sogni, a dirci/farci dire la verità, e se anche qui non siamo all’altezza – stilisticamente parlando – dell’angosciosa perfezione di Cloverfield (M. Reeves, USA, 2008), tuttavia quello che abbiamo davanti è un ottimo, veramente ottimo film, che alcuni difetti di scrittura non riescono ad affondare. Possiamo cominciare da quelli, così ci leviamo il pensiero. Troppo fracasso, intanto: troppo spesso, le sparatorie e i crash sembrano essere fine a se stessi, nel solco di una SF tanto rumorosa quanto vuota (Transformers) ed è evidente che il buon Blompkamp si è fatto prendere la mano (ma è giovane ed esordiente, e si farà: dategli tempo. Per esempio, si parla già di un sequel …). Inoltre, ma davvero a Johannesburg l’unico insulto che conoscono è ‘vaffanculo’? Ci sono sequenze di 5/10 secondi che sono pavimentate esclusivamente di ‘vaffanculo’ a raffica. Veramente lì non sanno dirsi altro? Che so: un ‘testa di cazzo’, un ‘bastardo’, un ‘figlio di puttana’? Magari romperebbe la monotonia. Detto ciò, è ben altro quello che il film racconta di quella città, che non moltissimi anni fa ebbe un Distretto 6, quello in cui veniva confinata la razza inferiore locale, i ‘negri’. Oggi il numero è capovolto, e il turno è cambiato. La razza inferiore sono i Prawns (“Gamberoni”), alieni simili a crostacei che sono scesi da un’immensa astronave planata ormai da vent’anni sul cielo della città, e che da lì non è più riuscita a ripartire. Ammalati, indeboliti, senza risorse, i Gamberoni vengono rinchiusi in un’immensa baraccopoli, un ghetto isolato dal quale non possono uscire, né possono mescolarsi in qualsiasi modo con gli umani (né questi possono aver contatti con loro, di nessun tipo: ecco l’anatema della “prostituzione interrazziale”): l’esperienza dell’apartheid ha pur insegnato qualcosa. Su di loro si scatena la gamma infinita del razzismo, declinato in tutte le forme possibili. Le ‘ronde’ che danno loro la caccia (troppo, troppo facile davvero: Blompkamp deve aver letto i giornali, e il film se l’è trovato già scritto davanti). Gli imbecilli che li bruciano per divertimento (“Adoro vedere i gamberoni morire!”). Il governo che vuole ‘integrarli’ e per far ciò costruisce strutture concentrazionario-militari. Gli emarginati di ieri che diventano gli oppressori e gli sfruttatori di oggi: c’è sempre qualcuno ‘più inferiore’ di te, basta cercare. La gente ‘per bene’ che non li vuole, non sa perché ma non li vuole (“Se ne devono andare, non so dove, ma via di qua”) e che per riavere la sua città ‘pulita’ delega il mantenimento dell’ordine ad una multinazionale fascistoide, salvo poi accorgersi in ritardo che il cambio non è stato molto conveniente (“Nessuno usciva più, la sera, era troppo pericoloso, c’era troppa polizia in giro”), disposta comunque a chiudere gli occhi sui laboratori paranazisti dove la razza inferiore viene fatta a pezzi e studiata, per carpirne non si sa quali segreti (l’ho detto: sembra perfino troppo facile. Noi non li facciamo a pezzi, dite? È vero, però … mai sentito parlare di traffico clandestino di organi?). Pian piano, la ‘umanità’, questo ‘valore’ che ci differenzia e ci rende superiore agli ‘alieni’ (“Se non ci stiamo attenti, poco per volta ci stacchiamo dalla nostra umanità, ed è quando stiamo davvero per perderla che ci rendiamo conto di quanto essa sia preziosa”, L’invasione degli ultracorpi, D. Siegel, 1958: tragica ironia di una SF che identificava l’alieno col ‘comunista’, non avendo ancora scoperto il messicano o l’ivoriano) pare trasferirsi dagli esseri umani ai gamberoni, e quando finalmente riusciamo/abbiamo il coraggio di guardarli in faccia, scopriamo in loro due occhi ‘come i nostri’, colmi di uno straziante dolore e di un’immensa nostalgia per la “casa”. C’è dunque un solo modo per ‘capirli’: mescolarsi a loro, diventare ‘come loro’, e Wikus van der Merwe, sciocco ma innocente impiegato di quella multinazionale si troverà a vivere fino in fondo questa esperienza. Scoprirà, ma tramite suo scopriremo tutti, quando lo vedremo seduto nella spazzatura ad intrecciare fiori di metallo, che la ‘umanità’ non ha colore di pelle, né, a questo punto, di scaglie cornee. Banale? Retorico? Ma sono la quotidianità, la realtà, ad averci condotto a queste riflessioni. Il punto è che la nostra ‘cultura’ e i nostri ‘valori’ si sono talmente ‘disumanizzati’ che scoprirlo può perfino, sul momento, impedirci di riconoscere noi stessi. SF? Horror? Mockumentary? Tutte queste cose insieme, per un film quasi geniale, ‘sfacciato’ e ‘intollerabile’, meravigliosamente contemporaneo, assolutamente imperdibile.

Martedì 1 maggio

Un bacio romantico (W. Kar-wai, Francia/Cina/Hong Kong, 2007), 19.00, Sky

A New York, nel ristorantino di Jeremy, Elizabeth scopre la fine della sua relazione. E’ stata tradita, forse stupidamente e senza motivo, e questo aumenta il dolore e il senso di smarrimento. Ma anche Jeremy è uno di quelli col cuore spezzato: forse vecchi amori, certo sogni abbandonati e mai realizzati. Gli altri cuori infranti che capitano nel suo locale lo riconoscono, lo sentono, per empatia, e gli raccontano le loro storie, gli affidano brandelli di vita che forse, se le cose si aggiusteranno, torneranno a riprendersi. Lui, da dietro il bancone, ascolta, con saggezza e levità, consola, regala un sorriso. Così è per Elizabeth, che sera dopo sera torna lì, mangia la sua torta di mirtilli (My blueberry nights, è il bellissimo titolo originale), beve, qualche volta si ubriaca, racconta ed ascolta, magari si addormenta sul bancone con sulle labbra ancora le briciole. Percepisce la sunpatia con Jeremy, ma non è sufficiente, non potrebbe essere la soluzione, troppo semplice come via di fuga. E anche se una sera, mentre dorme, la testa abbandonata su piano, lui le ruba un bacio (ma l’avrà sentito?), lei decide di partire, per ritrovare se stessa, prima, eventualmente, di ritrovare l’amore. Settimana dopo settimana, mese dopo mese, la strada la porta sempre più lontana da Jeremy. Tuttavia, gli scrive continue cartoline, perché “certe cose vanno scritte”, ma senza mai indicare l’indirizzo, perché lei non ce l’ha ancora, un indirizzo: perché non si è ancora ritrovata. Anche Jeremy la pensa, certe volte la cerca, telefonando assurdamente a caso in giro per gli USA, forse aspettando. Ogni tanto Elizabeth si ferma, ogni volta cambiando nome, ogni volta cercando se stessa. E ogni volta incontra altri cuori infranti, altre vite turbate, ognuno alla ricerca del suo pezzettino di felicità. Quando, finalmente, avrà capito chi è – “MI piaccio così come sono” – il cerchio si chiuderà, nuovamente sul bancone di Jeremy. Ancora una fetta di torta, ancora qualche bicchiere. Ma quando lui si chinerà ancora a rubarle un altro bacio, lei sarà pronta a rispondere. L’amore non è più, la sera, dietro le finestre illuminate degli altri. E’ mille cose insieme, questo ‘piccolo’ capolavoro di Kar-wai. E un ‘Via col vento’ di cuori solitari, tutti spasmodicamente in cerca d’amore, tutti terribilmente incapaci di esprimerlo. E’ un ‘On the road’ di vite, di memorie, di sogni e di rimpianti. E’ un lungo quadro di Edward Hopper, in cui i protagonisti escono per un istante dallo sfondo, scendono per un attimo dalla sopraelevata a raccontare le loro solitudini. Kar-wai scrive un film di sublime poesia, che anche quando tocca il dolore più inteso non rinuncia mai ad uno stile delicato e purissimo. E di incredibile raffinatezza. L’uso insistito del ralenti ferma l’attenzione sui sentimenti, che si dilatano, imponendosi e divenendo pregnanti, assoluti. Le riprese stroboscopiche e la messa a fuoco su più livelli moltiplica emozioni e vite, che non sono più quelle singole, ma una e centomila, tutte ‘legate’ dal karma, tutte irrimediabilmente lontane tra loro. C’è, oltre ogni ombra di dubbio, una vena kerouakiana, nella sensibilità che Kar-wai qui esprime per il dolore e la bellezza dell’umanità. Formalmente perfetto, il film è di un romanticismo intenso ma sobrio ed essenziale. Tutti, qui danno il meglio di sé, ed anche di più. A cominciare da Jude Law, che recita per sfumature, per accenni, quasi di nascosto, dimesso e riflessivo, certamente mai così bravo. E poi Rachel Weisz: quando ancora si è visto esprimere così, così assolutamente, il dolore di un cuore? E David Strathairn, che la sua sofferenza invece la chiude in fondo al cuore. E Natalie Portman, che sorride per non piangere, e corre via su una strada che chissà dove mai la porterà. Una stupenda storia d’amore, un film sublime.

Mercoledì 2 maggio

Cella 211 (D. Monzon, Francia/Spagna, 2009), 21.10, DT

Juan Olivier è un giovane agente carcerario. Il giorno prima di prendere servizio va a visitare il carcere in cui dovrà lavorare, per conoscere l’ambiente, ma un calcinaccio lo ferisce alla testa. Per i pochi minuti che occorrono a chiamare il medico, i colleghi lo sdraiano in una cella vuota, ma proprio in quel brevissimo spazio di tempo avviene l’impensabile. Scoppia una rivolta, e i detenuti si impadroniscono del carcere. Juan capisce subito che la sua unica speranza di salvezza, se non vuole che i rivoltosi sfoghino la loro rabbia su di lui, è fingersi anche lui un detenuto. Così fa, riuscendo addirittura a conquistarsi l’amicizia del loro capo, il feroce Malamadre. All’inizio il suo obiettivo è solo riuscire ad ingannarli, ma poco per volta è praticamente costretto a sbattere la faccia contro la loro realtà: le crudeltà delle guardie, le violenze, i soprusi, il disprezzo, soprattutto, che li pone allo stesso livello della “immondizia”. Trascinato anche da imprevedibili e tragici eventi personali, Juan poco per volta salta il fosso, si schiera coi detenuti, ne condivide non solo le richieste ma anche la ribellione, fino a pagare assieme a loro. Diciamolo subito. Cella 211, nonostante le accoglienze entusiastiche all’ultimo Festival di Venezia e i molti premi in patria, non è proprio un capolavoro. Se  fotografia e montaggio – bisogna riconoscerlo – sono davvero buoni ed appassionanti, la sceneggiatura è abbastanza fragile, troppo fitta di ingenuità e stereotipi (i ‘delinquenti’ che in fondo sono più ‘onesti’ degli onesti veri, l’ingenuo ‘soldato blu’ obbligato a scoprire dall’interno gli orrori del potere eccetera). Rimane comunque il fatto che, se Monzon si è ispirato ad una serie tv argentina, tuttavia per scrivere il film ha fatto numerose ed approfondite ricerche sul campo, e così ha fatto anche il bravo Luis Tosar, interprete di Malamadre. Ne risulta un quadro di quel che, tutto sommato, purtroppo già sappiamo, quello di una struttura, il carcere, che dovrebbe tendere al recupero sociale e morale del condannato (“Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”: è l’Art. 27 della Costituzione, e farebbe ridere, se non sapessimo quali orrori si commettono in suo nome), e che invece è diventato sentina di violenze e sopraffazioni di ogni genere, sempre impunite. Stefano Cucchi e Giuseppe Uva sono solo le ultimissime vittime di una mattanza silenziosa che va avanti da anni, e sappiamo bene tutti che non avranno mai giustizia. Non fosse altro che per questo, Cella 211 è un film da vedere, per ricordare quanto spesso, in Italia e non solo, ‘giustizia’ sia solo una parola vuota da scrivere nelle aule dei tribunali.

Giovedì 3 maggio

Terminator salvation (J. McGinty Nichol, USA, 2009), 21.05, RAI2

Quanti, quanti padri, almeno a livello visivo, per questo nuovo capitolo della saga, anzi: per il primo capitolo di una saga nuova, che alla precedente vuole ricollegarsi, ma che comunque si propone appunto come l’inizio di una nuova ‘storia’, con personaggi e vicende che discendono sì dalla saga di Cameron ma vivranno di vita propria. Ma dicevamo dei padri ‘visivi’ dell’immaginario di questo film: tutti nobili, in alcuni casi nobilissimi, per carità, ma, come spesso fanno i padri, a volte troppo invadenti, tanto da togliere spazio e visibilità al figlio. Chi non ha riconosciuto, nelle strade disseminate di relitti che attraversano il deserto, le stesse strade desolate e il Medioevo post-tecnologico di Mad Max Interceptor (1979 – 1981 – 1985)? Chi non ha pensato – in molte scene, per esempio in quella dell’autobotte di benzina – che gli enormi robot antropomorfi ricordano in modo impressionante quelli dei Transformers (2007)? Chi non ha riconosciuto, negli sbuffi di fiamme che illuminano la base di Skynet, gli stessi che di tanto in tanto segnano il cielo di Blade Runner (1982)? Chi non ha visto, nei rugginosi macchinari di Skynet, la stessa minacciosa cupezza degli inferni di Metropolis (1927)? E per finire: i prigionieri nelle navi volanti di Skynet, non sono gli stessi della Guerra dei mondi (2005)? Certo, non si può negare a questo nuovo Terminator grande professionalità ed anche originalità – e, per esempio, i deserti abbaglianti di Mad Max sono qui sostituiti da bei colori spenti e terrosi, che parlano di morte e decadenza – tuttavia, lo ripeto, la componente citazionista è forte, pur se, bisogna riconoscerlo, molto ben tessuta. Così pure, ossessiva, potremmo dire perfino soffocante, è la quantità di citazioni dai precedenti Terminator: situazioni, scene, perfino personaggi si succedono sullo schermo senza posa, e si ha quasi l’impressione che la produzione voglia assicurarci e rassicurarci: ‘Attenzione: sì, siamo proprio quelli di Terminator, la ditta è la stessa, il marchio è quello, potete stare tranquilli e cominciare con noi questo nuovo viaggio’. Quella che non è la stessa, purtroppo, è la ‘ispirazione’, il bisogno di raccontare qualcosa di terribilmente presente e vero che animava i primi due bellissimi Terminator di J. Cameron (1984 – 1991) – continuo a considerare il terzo, quello di J. Mostow (2003) come un trait d’union, un lavoro ‘redazionale’ per sistemare la storia, tirare le fila e preparare il terreno, appunto, a questa nuova saga – e che, con tutta la buona volontà, manca in questo, che è poco più di un’operazione commerciale, sia pure di ottimo livello. Ma diciamo dove siamo qui, tanto per completezza di informazione. Come ci aveva raccontato appunto Mostow, la rete mondiale di computer costruita dall’uomo, chiamata Skynet, subito dopo essere stata attivata è diventata autocosciente, ha capito che l’uomo, il suo creatore, poteva essere anche il suo distruttore, lo ha dunque individuato come minaccia primaria ed ha cominciato a combatterlo per distruggerlo. John Connor, figlio di Sarah Connor (vedi Terminator 1 e 2), guida la resistenza degli umani superstiti e combatte le macchine, ma sa anche che il pericolo può venire da molto più vicino, e che un involucro di carne non nasconde necessariamente un cuore umano. Tutto qui, in sostanza, e lascio allo spettatore seguire le mirabolanti avventure dei due o tre protagonisti, anche se, lo confesso, dopo un po’ si comincia ad avvertire una specie di senso di saturazione: troppo rumore, troppa velocità, troppe cose, troppo di tutto. Nel primo Terminator, bastavano un autobotte ed una strada deserta di notte a riempire la scena, anche di angoscia e di tensione. Buona – chissà se conscia o inconscia – la cultura neoluddista che traspare spesso dalle battute dei personaggi: ‘Le macchine sono il nostro nemico’ è una frase che si sente spesso, e forse se anche noi ce ne rendessimo conto potremmo provare a costruire un universo più umano, invece del baratro verso il quale ci stiamo avviando. Tra parentesi, è curioso che il nome della rete nemica, appunto Skynet, ricordo tanto da vicino quello di un network televisivo che se – per carità! – non manifesta nei nostri confronti intenzioni omicide, certo si propone come elemento di omologazione culturale globale. Chissà se Mr Murdoch se n’è accorto… Con qualche illogicità nella sceneggiatura (a che serve fare prigionieri, dato che lo scopo è quello di sterminare la razza umana? E se il segnale spegne tutte le macchine, come fa la nave volante ad arrivare al sommergibile? Mah …) ci si avvia alla conclusione, e la regia non prova nemmeno a far finta che sia possibile un sequel. No: te lo dice esplicitamente, te lo sbatte in faccia, ad onta di un’altra illogicità (ma non è appena stata distrutta la base centrale di Skynet?) e facendoti provare sempre più forte la sensazione di essere ormai entrati in una fiction televisiva a puntate. Arrivederci alla prossima.

Brutti, sporchi e cattivi (E. Scola, Italia, 1976), 17.00, Sky

Uno dei film più intensi e duri di Scola, ed uno dei suoi più interessanti, anche se forse non uno dei più belli. Comunque un film ‘utile’, perché questa storia di borgatari romani, immersi in un degrado che è morale e materiale insieme, è un salutare antidoto ‘antipasoliniano’ ed antineorealistico, nel senso che distrugge il mito e la mistica del sottoproletario ‘buon selvaggio’. Imperdibile.

Venerdì 4 maggio

Cuore di tuono (M. Apted, USA, 1992), 24.00, Rete4

Un agente FBI mezzo Sioux deve indagare sull’assassinio di un indiano in una riserva del South Dakota. L’indagine lo porterà a riscoprire le proprie radici e la cultura del suo popolo. Bel film, intelligente ed antropologicamente fondato, figlio di quel filone di controinformazione sulla cultura indiana che nella seconda metà degli anni Novanta ci ha dato numerosi pregevoli prodotti. Da vedere.

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