Pubblicato da: giulianolapostata | 21 aprile 2012

Multivisioni – Sabato 21 aprile 2012

 Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

“Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

L. Wittgenstein

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Sabato 21 aprile

La città perduta (J-P. Jeunet, Francia/Spagna/Germania, 1995), 13.50, DT

Capolavoro praticamente sconosciuto in Italia, è la storia di una città in rovina, in cui una banda di criminali vecchi e ciechi rapisce i bambini per succhiare dalle loro menti i sogni di cui non sono più capaci. Meravigliosa fantasia gotica e dark, densissima di rimandi letterari ed artistici, profondamente poetica, nonostante la sua cupezza di fondo. Assolutissimamente imperdibile.

A.I. Intelligenza artificiale (S. Spielberg, USA, 2001), 21.30, DT

Eccessivo, ipertrofico, barocco, sovrabbondante – par che Spielberg abbia voluto metterci dentro tutti i suoi temi favoriti – è comunque uno dei suoi film più belli e intensi, una ‘fiaba’ che disquisisce con poesia e commozione dei temi fondamentali dell’esistenza. In una mostruosa società del futuro, un robot-bambino, creato per sostituire un bambino malato, ma poi rifiutato e buttato via, cerca ovunque la madre e l’affetto che non ha mai avuto, anche attraverso i millenni. Assolutissimamente imperdibile.

Sindrome cinese (J. Bridges, USA, 1979), 18.25, DT

Finalmente, dopo la castrofe di Fukushima, si ricomincia  a riprogrammare questo bel film di trent’anni fa, che, accusato a suo tempo di eccessivo allarmismo e di isteria antinuclearista, dimostra oggi per l’ennesima volta, dopo Chernobyl e Fukushima, la sua terribile carica profetica. Un guasto ad una centrale nucleare americana potrebbe provocare la fusione del nocciolo. Il governo vorrebbe insabbiare la faccenda, a costo anche di una tragedia, ma un coraggioso direttore e due impavidi cronisti si impegnano per smascherare tutto. Ottimo esempio di cinema politico e civile americano, che ha tra i suoi punti di forza uno dei miti americani: la libertà di stampa. Con Jane Fonda e Jack Lemmon, decisamente più bravo nelle parti drammatiche che in quelle comiche che si sono sempre ostinati ad appiccicargli addosso (vedi Missing, Salvate la tigre ecc.). Imperdibile.

Domenica 22 aprile

Robin Hood (R. Scott, USA/GB, 2010), 21.00, DT

Circa una trentina di film (per non parlare delle decine di telefilm!), dal mitico RH muto di A. Dwann (USA, 1922) con Douglas Fairbanks, all’altrettanto mitico RH di M. Curtiz (USA, 1938) con Errol Flynn e Olivia de Havilland, passando per la sciocca ed insipida parodia di Robin e Marian (R. Lester, USA, 1976),  e tanti altri a seguire: tutti, comunque, per un verso o per l’altro superiori a quell’invedibile ciofeca di Robin Hood principe dei ladri (K. Reynolds, USA, 1991) da segnalare solo per il Razzie Awards attribuito a Kevin Costner come peggior attore protagonista. Quasi quasi – anzi, di sicuro – è meglio Robin Hood, un uomo in calzamaglia, di quel geniaccio irriverente di Mel Brooks (USA, 1993). Ma qui, vorrei dire per la prima volta, finalmente voliamo alto, e quel ‘finalmente’ va ad onore soprattutto di Ridley Scott, che con questo film sembra definitivamente confermare la fine di quello che è stato, secondo me, un lungo ed infelice periodo di mediocrità. Dopo aver esordito con quattro film che hanno fatto la storia del cinema – I Duellanti (1977), Alien (1979), Blade Runner (1982) e Legend (1985) – Scott si era perso in una serie di film modestissimi, quando non addirittura francamente stupidi e orribili: Soldato Jane (1997) e Black Hawk Down (2001), tanto per fare due esempi. Ma già due anni fa l’ottimo Nessuna verità (2008) ci aveva fatto sperare che la brutta stagione fosse finita, ed ora, finalmente, sembra che ne abbiamo la conferma. Scott sceglie, per questa sua rentrée di lusso, appunto questo personaggio leggendario, che le ricerche storiche più recenti collocherebbero nel regno di Edoardo II° Plantageneto, ma che l’immaginario popolare ha d’autorità attribuito al XII° secolo, all’epoca della Terza Crociata, prima sotto il regno di Riccardo Cuor di Leone, morto nel 1199, e poi sotto quello del fratello, Giovanni Senza Terra, che gli succedette sul trono. L’armata di Riccardo sta appunto tornando in Inghilterra, ma a pochi chilometri dalla Manica il re muore in combattimento. Robin Longstride è un arciere al suo servizio. Con un gruppo di amici cerca di tornare in patria per suo conto, ma si imbatte in Sir Robert Loxley, colpito a tradimento dai Francesi. Prima di morire, sir Robert impegna Robin a riportare al vecchio padre la sua spada, sulla cui elsa sta scritto un motto che, oscuramente, Robin sente familiare: “Ribellarsi e ribellarsi ancora, finché gli agnelli diventeranno leoni”. Per mantener fede al giuramento, Robin Longstride raggiungerà il vecchio sir Walter, e prenderà addirittura il posto del figlio morto: nell’affetto del padre, nel governo delle terre e nel cuore di Lady Marion, la sua vedova. Diverrà così cosciente dei soprusi di re Giovanni e poco per volta si troverà a capo della rivolta dei baroni, che chiedono al re una carta dei diritti che ne attenui il potere assoluto (è la Magna Charta Libertatum che verrà concessa nel 1215). Li convincerà ad appoggiare Giovanni nella sua resistenza all’invasione francese, organizzata dal traditore Sir Godfrey, ma, vinta la battaglia, il re spergiuro rifiuterà di onorare le sue promesse. Ai baroni egli opporrà il diritto divino dei re, mentre Robin verrà dichiarato fuorilegge e bandito dal regno. Lui e i suoi si rifugeranno allora nella foresta di Sherwood, nel Nottinghamshire, da dove combatteranno per la libertà e contro l’ingiustizia. Già da questo inquadramento storico risultano evidenti l’interesse e l’originalità dell’approccio di Scott al tema. Invece di limitarsi, come tutti gli altri prima di lui avevano fatto, a raccontare le picaresche avventure degli allegri compari di Sherwood, egli si dedica a ri-costruire le radici storiche del mito: impresa difficile nella fattispecie, perché su Robin Hood non esiste praticamente nessuna documentazione storica attendibile, ma massimamente difficile e rischiosa in sé, data la irriducibilità del Mito, per sua stessa natura, agli stretti confini della Storia (sulle radici celtiche del mito di RH consiglio almeno la lettura dell’ottima pagina presente su Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Robin_hood). Il risultato di questa operazione è, bisogna dirlo, semplicemente grandioso. Ne risulta un personaggio che, nella mente e nel cuore dello spettatore, si libra appunto in quella terra di mezzo che sta tra ‘verità’ ed immaginazione, un Eroe che per la sua parte di Uomo calca la terra, suda e sanguina, ma per la sua parte semidivina è lì lì per spiccare il balzo nella Leggenda: “Così comincia la leggenda” ci dice lo stesso Scott, negli ultimi fotogrammi del film. Una specie di prequel, insomma, per poter fare anche il prossimo film? Tutto sommato è vero, ma sarebbe ben misero chi vedesse come una gretta operazione commerciale quella che, praticamente, è una scelta artisticamente obbligata. Non solo, infatti, sarebbe stato semplicemente impossibile schiacciare in un solo film tutta la materia, ma, come abbiamo detto, questa scelta inoltre conferisce autentico corpo e sostanza e alla storia e al personaggio, rendendoli massimamente vivi, appassionanti e ‘veri’. Un ‘barcamenarsi’, questo, tra mito e realtà, tra vero ed immaginario, che possiamo ritrovare anche nelle scelte filmiche: poteva Scott aver dimenticato di essere stato l’autore delle perfette immagini dei Duellanti?! Tutta la CGI che spesso soffocava le inquadrature del Gladiatore e delle Crociate, quasi sovrapponendosi alla narrazione, qui è stata sostituita da una splendida ‘realtà’: le magnifiche foreste del Galles, e le ricostruzioni ambientali così potenti e ‘vere’ di Arthur Max, lo scenografo da tempo collaboratore di Scott. Location ‘reali’, dunque, e che perciò, proprio per questo, ci permettono di sognare, di proiettare l’immaginazione lontano, fino ad un XII° secolo tanto concreto quanto ‘mitico’. E dal Mito, non può che nascere l’Epos. Non immeritatamente, infatti, possiamo usare questo termine, a proposito del film. Epica è la cavalcata dei Baroni tra le colline verdeggianti, lo snodarsi dei cavalieri per i sentieri, il loro radunarsi nell’incerta luce dell’alba sotto la silhouette del cavallo di pietra (a proposito: sbaglio, o quella è una citazione da Braveheart?). Epica è la minacciosa avanzata dei barconi francesi sulle acque tumultuose della Manica, che non si limita ad essere un omaggio a Salvate il soldato Ryan di Spielberg ma appunto acquista una sua intensa e cupa personalità. La volontà di Scott di recuperare un linguaggio registico ‘antico’ è evidente anche nelle scelte relative alla dinamica dell’azione e al montaggio. La pura e semplice ‘narrazione’ si stende semplice e chiara, sempre perfettamente logica e comprensibile, senza disperdersi in sbavature inutili ma senza nemmeno negarsi pause di riflessione e descrizione. Il montaggio delle scene d’azione è – finalmente: questo sì finalmente! – leggibile e chiaro, e se la battaglia nella Foresta Nera era un incubo schizzato, ai limiti della percezione subliminale, quella di Dover è forte e violenta, ma anche concreta e godibile, come una ‘ripresa dal vero’. Realtà e Mito, anche nella resa dei personaggi. Tutti perfetti, e tutti ‘grandi’, con appena quella sfumatura di stereotipo di cui tutta l’arte è per sua natura intessuta, e che non può mancare a chi si muove ai confini della leggenda. Il vecchio Loxley, cieco e vacillante, è quasi un antico bardo che narra le storie della sua terra. Sir Godfrey è un magnifico vilain che non scade mai nella caricatura di se stesso, Marion è una donna intelligente, forte e sensuale, che s’impone e affascina. Robin … beh, Robin è molte cose. Non ha tutti i torti chi ha detto che è tornato il Gladiatore, anche se alcuni importanti distinguo devono assolutamente essere fatti. Se nello sguardo di Longstride è presente la malinconia di chi ha già vissuto una parte importante della vita, ed ha visto ingiustizie ed anche orrori, da esso sono assenti però quell’ansia di morte e di vendetta, quel cupio dissolvi che rendevano gli occhi di Maximus due cupi pozzi senza fondo. È la sua una malinconia che diventa saggezza, disincanto, perfino ironia, e che gli permette di affrontare le nuove prove con equilibrio e ponderatezza. Se, come dicevamo all’inizio, non è ancora tempo per gli allegri compari di Sherwood di mettere in scena le loro bravate, tuttavia l’intelligenza di Scott non si nega qualche piccola incursione nella farsa, quasi a voler alleggerire tanto ‘eroismo’, insaporendolo con un po’ di beffa e di carnalità. Divertentissimo il fascio di preti legati tutti assieme, costretti a farsi sette miglia a piedi ruotando su se stessi, ma semplicemente deliziosa, vorrei dire perfetta, la baldoria di Will, Little John e Allan con le fanciulle di Loxley, tra canti da osteria ed epiche bevute di idromele: “Una notte che non si dimenticherà facilmente”, come commenta ironicamente Lady Marion. Insomma: bentornato, Ridley, con tutta la tua arte, il tuo talento e la tua poesia. Arrivederci a Sherwood!

Lunedì 23 aprile

Hotel Rwanda (T. George, GB/Italia/Sudafrica, 2004), 22.45, DT

Ambientato all’epoca degli scontri etnici tra Hutu e Tutsi, che nel ’94 fecero quasi un milione di morti, il film racconta la storia di un direttore d’albergo che riesce a salvare un migliaio di profughi dal massacro. Nonostante l’eccezionalità del tema, il risultato è purtroppo un film estremamente noioso, e quasi del tutto privo di emozioni. ‘Non succede niente’, in quelle due ore, e ‘non si vede niente’, e purtroppo, se si vuole raccontare l’orrore, soprattutto quello vero, bisogna mostrarlo. I personaggi sono senza spessore psicologico, e si ha davvero l’impressione di assistere ad una brutta fiction televisiva, purgata dalla scene di violenza per farla vedere anche ai bambini. Il cast va perdonato: N. Nolte era lì di passaggio e si è fermato a bersi una birra, D. Cheadle se la cavicchia a fare il protagonista, e il resto è da dimenticare.

Martedì 24 aprile

L’uomo del treno (P. Leconte, Francia, 2002), 15.30, DT

Se avete visto Il marito della parrucchiera, il precedente film di Leconte – film di assoluta bellezza, di incredibile grazia, di straziante malinconia – ricorderete come in esso Leconte racconti quanto l’amore sia ‘intollerabile’, in quanto indissolubilmente legato alla morte ed alla fine, e come paradossalmente, appunto per questo, proprio un amore assoluto sia assolutamente intollerabile. Lo aveva raccontato con una calligrafia perfetta ed armoniosa, col genio stralunato, triste e dolce di Jean Rochefort e con la sensualità primigenia di Anna Galiena. L’uomo del treno è la conclusione di quel discorso, la sua conduzione ai termini estremi. Come Leconte sa benissimo – e come ognuno di noi dovrebbe sapere, se riuscisse a fare un istante di silenzio nella stupida confusione che ci avvolge – non è solo e tanto l’amore ad essere ‘intollerabile’, ma la vita stessa. La vita, nella sua assurda, ingiustificabile, ‘irrazionale’ unicità e preziosità, e nel suo essere, al contempo, destinata ad una assurda, ingiustificabile ed ‘irrazionale’ dissoluzione. La vita di tutti, di ogni essere, di ognuno; la vita che – momento di insopportabile bellezza nel film, la battuta di Halliday nell’ultima notte – raggiunge il suo massimo di preziosità proprio quando sta per spegnersi, come la Fenice, massimamente bella nel suo ultimo rogo, ed a questa inutile bellezza assistiamo sgomenti, e non sappiamo darcene pace o ragione; la vita, comunque destinata al non essere (“Passeremo, come i secoli e le colombe”, dice l’autista nella sua folgorante follia). È più, infinitamente più che cinema, quello di Leconte: è filosofia, è poesia, è arte senza paragoni. Rochefort , come tutti i grandissimi attori, non recita più, ma vive, ed è; Johnny Halliday è, se possibile, ancor più essenziale, umanissimo e tragico nel suo volto scabro e chiuso. Mi son detto: si va al cinema tante volte, si vedono tante cose, se ne scrivono tante e, ad esser sinceri con se stessi, si perde il proprio tempo; poi, una volta ogni dieci anni, incontri un miracolo, e ti mancano le parole dalla commozione.

I giorni del vino e delle rose (B. Edwards, USA, 1962), 23.05, DT

Marito e moglie sprofondano insieme nella voragine dell’alcol, e nemmeno l’amore fortissimo che li lega riesce a salvarli. Non tutti e due, almeno. Magnifico film sul tema dell’alcolismo, magnifico film di Edwards (che dimostrò di non saper fare solo ‘commedia’), magnifica interpretazione di Jack Lemmon, forse addirittura più grande – come ho scritto altre volte – nelle parti drammatiche che in quelle leggere. Assolutamente imperdibile.

Mercoledì 25 aprile

Il partigiano Johnny (G. Chiesa, Italia, 2000), 14.55, DT

Buona versione, senza infamia e senza lode, del romanzo di Fenoglio. Vedibile, ma senza troppe aspettative.

Memento (C. Nolan, USA, 2000), 15.30, DT

Vittima di un disturbo della memoria che gli azzera i ricordi ogni dieci minuti, un poliziotto cerca gli assassini della moglie organizzandosi un complicatissimo sistema di ricordi, fatto di numeri telefonici tatuati sul corpo, foto, eccetera.  Prima di quella sconclusionata palla di Insomnia (2002), un’altra insopportabile palla di Nolan, talmente incomprensibile che lui stesso ha sentito il bisogno di metterne in circolazione una versione montata in ordine cronologico. Oltretutto, l’inverosimiglianza trionfa: non bastava tenere un diario?! Da suicidio.

Gioventù bruciata (N. Ray, USA, 1955), 23.40, DT

Questa storia di ribelli, apparentemente solo per puro ‘giovanilismo’, è uno dei tre film di James Dean, forse il più bello e commovente, anche se quel ribellismo a noi può apparire datato e inadeguato rispetto a quello ‘politico’ che abbiamo conosciuto una quindicina d’anni dopo. Rimangono tuttavia una freschezza ed una sincerità di fondo nell’esprimere le emozioni che gli meritano ancora ammirazione e affetto. Comunque, un film assolutamente imperdibile.

Wall Street: il denaro non dorme mai (O. Stone, USA, 2010), 21.00, Sky

Ma questo non è il sequel di Wall Street (USA, 1987), il bel film, forte e duro che quindici anni fa raccontò la totale immoralità – o amoralità? – della finanza americana. Questo è il sequel di Love Story (A. Hiller, USA, 1970), incrociato con quello di Anche i ricchi piangono (R. Banquells, Messico, 1979), di entrambi i quali esprime le caratteristiche peggiori. Una delusione, da un regista intelligente e ‘politico’ come Stone, da cui davvero non ci si aspettava un simile scivolone. Il protagonista è ancora Gordon Gekko, che dopo essersi fatto otto anni per frode finanziaria, riciclaggio e traffici illeciti, quando esce dal carcere non trova nessuno ad aspettarlo, “nemmeno sua figlia”. Gekko ha approfittato della prigione per scrivere un libro sulla sua vicenda e, dopo una presentazione all’università, viene avvicinato da Jake Moore, giovane ed abile broker finanziario. Sembrerebbe che Jake fosse un suo emulo, ma in realtà egli è un “idealista” e accumula denaro solo per una ‘nobile’ causa: finanziare un istituto di ricerca sulla fusione laser, per produrre finalmente energia pulita e liberare l’Umanità dalla schiavitù del bisogno energetico e dell’inquinamento (l’ultima favola del capitalismo). Per questo di lui si è innamorata Winnie, figlia di Gekko ma che col padre non vuol aver più nulla a che fare, perché gli rimprovera lo sfascio della famiglia, conseguenza della sua vicenda giudiziaria ed economica. Winnie è “di sinistra” (per quel che vuol dire questo termine negli USA …) e gestisce un sito di controinformazione, e vede in Jake la versione ‘buona’ del padre. Gordon, invece, vede nel ragazzo l’occasione sognata nei lunghi anni di carcere: vendicarsi di chi lo ha rovinato e ritornare sul trono. Avvia così con lui una specie di collaborazione: Jake lo aiuterà a riconciliarsi con la figlia, Gordon aiuterà lui a comprendere gli oscuri meccanismi che hanno portato al suicidio il banchiere per cui il ragazzo lavorava e che amava come un padre. Ma la volpe, si sa, perde il pelo ma non il vizio, e Jake scoprirà che fidarsi di Gekko è stato il suo investimento peggiore; fino a che … Insomma, questo è il plot, e già qui ci sono dei problemi, perché alzi la mano chi, senza essere un laureato in Economia o un operatore finanziario, ha capito davvero di cosa si parla. Le conversazione sono una raffica di termini tecnici quasi completamente incomprensibili, che una sceneggiatura volutamente ‘professionale’ – ad essa hanno collaborato anche veri broker di Wall Street – non fa nulla per spiegare e per rendere accessibili al pubblico. Si segue la storia, appunto, la quale, rimanendo perciò quasi indecifrabile allo spettatore, risulta in breve piuttosto noiosa e soprattutto assolutissimamente prevedibile. Il contentino per le platee viene invece da un’altra direzione: sì, perché qui si piange, a raffica. Giovani fanciulle idealiste incinte, innamorati abbandonati, padri che vogliono riconquistare l’affetto delle figlie: tutto un armamentario da telenovela viene messo in campo nel tentativo di dare un po’ di calore ad una vicenda che altrimenti scorre lenta, fredda e banale. Francamente grotteschi gli sforzi di LaBeouf e di Douglas per spremere una lacrima quando serve; addirittura ridicola Carey Mulligan, col suo musino innocente e commovente. Dopo un’ora il film comincia a latitare, vagando qua e là alla ricerca di una conclusione purchessia, pur di farla finita, e lì Stone tocca davvero il fondo, perché se davvero basta un’ecografia uterina a risvegliare la coscienza di un capitalista feroce e criminale, beh, allora vuol dire che anche il miglior cinema americano sta messo davvero male. Invedibile. Alla prossima.

Giovedì 26 aprile

La gatta sul tetto che scotta (R. Brooks, USA, 1958), 16.30, Rete4

Missisippi anni ’50. La difficoltà di liberare le proprie vite e di esprimere i propri sentimenti sotto l’autorità soffocante di un padre padrone. Dall’omonimo, bel dramma di Tennessee Williams. Paul Newman nevrotico e tormentato, bellissimo e bravissimo. Imperdibile.

I Piccoli Maestri (D. Luchetti, Italia, 1998), 15.00, DT

Dal libro omonimo di Luigi Meneghello, il racconto sobrio e commosso dell’epopea di un gruppo di universitari vicentini vicini al Partito d’Azione, che nel 1944 salirono sui monti del Bellunese e dell’Altopiano di Asiago per costituire una banda partigiana. Il loro ‘capo’, Antonio Giuriolo, morì in combattimento il 12 dicembre di quell’anno (https://giulianolapostata.wordpress.com/2010/12/21/in-memoria-di-antonio-giuriolo-12-febbraio-191212-dicembre-1944/) Un film da vedere, per il suo valore e per la nostra memoria.

Insomnia (C. Nolan, USA, 2002), 21.05, DT

Altra puttanata di C. Nolan … Due poliziotti vengono inviati in una cittadina dell’Alaska (dove il sole non tramonta mai) per un’indagine, ma uno dei due uccide l’altro. L’indagine si avvita su se stessa, mentre il colpevole cerca di sviare i sospetti. Una sceneggiatura confusionaria (a volte è difficile capire a casa di chi si trovi Al Pacino, e gli spostamenti da un luogo all’altro sono spesso poco chiari) e una serie di stereotipi già visti mille volte (il poliziotto anziano ed esperto che viene per ‘dare una lezione’ al giovane pivello, donna oltretutto, e invece la lezione la riceve lui. Oppure: il poliziotto celebre e coperto di gloria che nasconde il marcio che c’è dentro di sé; ma il marcio viene fuori, e lui alla fine se ne redime con un ‘beau geste’). Invedibile. Nemmeno il grande Al Pacino riesce a salvare questa boiata, e gigioneggia invano per tutto il film. Anche qui, la fiera dell’inverosimiglianza: occorreva tutto quel casino per far buio nella stanza? Non bastava comprarsi un telo nero, un martello e tre chiodi, e inchiodarlo davanti alla finestra? Ma per piacere …

Venerdì 27 aprile

Basic instinct 2 (M. Caton-Jones, USA, 2006), 15.50, DT

Un film che batte ogni record: più volgare del primo, più stupido del primo, più noioso del primo. Questa volta la Stone (che dedica il film al suo chirurgo plastico: se quelle tette non sono rifatte io sono un trans) è una scrittrice di gialli che vive a Londra, dove scrive e chiava, chiava e scrive, chiava e chiava (se lo sapevo che andava così, facevo lo scrittore anch’io), mentre attorno a lei i morti si sprecano. Ma un fascinoso (ma de che?!) analista, travolta da insana passione per lei, cerca di sedurla. Come andrà a finire? Invedibile è già un complimento.

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