Pubblicato da: giulianolapostata | 14 aprile 2012

Multivisioni – Sabato 14 aprile 2012

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

“Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

L. Wittgenstein

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Sabato 14 aprile

Il gigante di ferro (B. Bird, USA, 1999), 22.55, Italia1

Rockwell, Maine (USA). E’ il 1957 e un oggetto non identificato cade dallo spazio. Siamo nel mese di ottobre e gli Stati Uniti attraversano una fase delicata: i sovietici hanno appena lanciato in orbita il primo satellite artificiale e la corsa allo spazio è già iniziata. Intanto il rock’n’roll invade l’America attraverso la televisione. E la Guerra Fredda si sta facendo più seria. Ovunque c’è allarme, paranoia, confusione. Hogarth ha nove anni e a modo suo vive l’America del Pericolo Rosso. Dotato di una fantasia illimitata e di un incontenibile spirito di avventura, si figura di difendere il pianeta dagli alieni e per gioco insegue invasori immaginari. La sua attenzione viene catturata dal racconto allarmato di un pescatore: irrompe spaventato nel locale, dove la mamma di Hogarth lavora, e dà notizia di un immenso uomo metallico, caduto dal cielo. Nessuno crede alla storia, tranne Hogarth. Per lui suona come l’inizio di una nuova avventura: alla ricerca del Gigante di Ferro. Per gioco si incammina nella foresta, di notte e con sua grande sorpresa trova il mostro per davvero: un robot alto venti metri, enorme, il corpo di ferro, occhi luminosi e inquietanti. Ma inesperto, ingenuo e con atteggiamenti quasi infantili. Fare amicizia è facile per Hogarth; nascondere il nuovo amico è un’altra cosa. Lo invita a tenersi alla larga dalla comunità e a rimanere al sicuro nella foresta, ma a Rockwell iniziano a girare strane voci. Alberi schiacciati, la centrale elettrica semi-divorata. L’enorme mole e l’insaziabile appetito del gigante che si nutre di ferro, fanno fatica a rimanere un segreto. Il governo manda un investigatore a far luce sulla vicenda e il detective Kent Mansley fiuta subito la pista giusta. Affitta una camera nella casa dove Hogarth vive e non perde d’occhio il bambino. Intanto un problema è risolto: nutrire il gigante. Grazie all’aiuto di Dean McCoppin,artista beat che vive a due passi da una discarica. Hogarth può coprire la presenza dell’ingombrante amico e riesce a dargli da mangiare. Dean fa sculture con vecchi pezzi d’auto e cede volentieri i rottami di scarto per saziare il notevole appetito del robot. Ma il detective Mansley non molla l’osso. Pedina Hogarth e alla fine fa uscire il Gigante allo scoperto. Convocato a Rockwell l’intero esercito, Mansley istiga a colpire e distruggere ciò che considera una minaccia per l’intera comunità. E’ troppo tardi quando il Gigante di Ferro viene riconosciuto per quello che è: un’arma innocua, perché dotata di sentimenti e fondamentalmente buona. L’offensiva è già partita, ma hanno sbagliato obiettivo. La piccola cittadina del Maine rischia di essere distrutta per un errore di imprecisione. Verrà salvata dal gigante, che sacrificherà sé stesso per il bene comune.

“Il Gigante di Ferro è una  meravigliosa e bellissima favola che con semplicità ed umiltà va ad esplorare i lati oscuri dell’animo umano e ci ricorda, ancora una volta, quanto sia importante mantenere accesa la luce dei sentimenti. Di grande efficacia è la sequenza introduttiva, l’arrivo del robot sulla Terra. Precipita in mare durante una violenta tempesta e l’unico incredulo testimone è un vecchio pescatore che scambia, fra i marosi altissimi, la luce degli occhi del Gigante per il faro della costa. La drammaticità della sequenza è resa con grande intelligenza, grazie anche ad un sapiente approccio registico. Inoltre, l’animazione del mare in tempesta è una delle migliori che finora io abbia avuto occasione di vedere, grazie alla calibratissima e studiata dinamica delle onde e ad una colorazione eccellente in grado di trasmettere la giusta sensazione di densità. Ottimi sono anche i colori e le tonalità emotive utilizzate per le varie sequenze. I toni cromatici della foresta variano da un freddo blu spettrale a caldi verdi ed arancioni, molto rassicuranti. Ancora una volta, le colorazioni ed i backgrounds sono un importante veicolo emotivo; un esempio per tutti è la sequenza in cui il Gigante reagisce meccanicamente al finto attacco durante i giochi di Hogarth: il dolore del rifiuto e la tristezza del robot sono rappresentate dai primi fiocchi di neve e dal progressivo imbiancarsi dei fondali nelle sequenza successive. Hogarth è un bambino molto vero, ipercinetico, con una parlantina folgorante che rasenta in alcuni momenti la palilalia, di buon cuore, dotato di una grande fantasia e di una mentalità aperta come molti bambini (o almeno, per il nostro bene, come dovrebbero esserlo!), geniale, testardo e pervicace. Ma nonostante viva in un suo mondo di supereroi (sono gli anni in cui cominciano ad affermarsi i primi comics, uno per tutti Superman) non è uno sprovveduto! Forse a causa della sua condizione famigliare (orfano di padre e con una madre molto affettuosa, ma molto indaffarata e costretta a sacrificare molto del suo tempo per il lavoro e per mandare avanti la famiglia), Hogarth è perfettamente in grado di badare a sé stesso e di gestire con intelligenza e arguzia anche situazioni spinose come la presenza di Kent, l’agente governativo, in casa sua. L’animazione è sempre fluidissima e in perfetta armonia con la psicologia del personaggio. Maprobabilmente, il vero capolavoro di questo lungometraggio è rappresentato dall’animazione e dalla realizzazione del Gigante. Dice pochissime parole, non ha grandi tratti espressivi se non l’intensità ed il colore della luce dei suoi grandi occhi circolari, ma la forza della sua personalità emerge in modo nitidissimo! Il suo cuore, il suo spirito gentile si manifestano attraverso piccoli gesti, semplici e quotidiani. La sequenza nella discarica, successiva alla morte del daino, dove il Gigante giocherella distrattamente con il cofano di un rottame d’auto è proprio un esempio di questo tipo di animazione, costruita su cose piccole, ma che rivelano un pensiero, un’emozione e che nell’insieme costruiscono il personaggio in modo perfettamente credibile. Altro momento memorabile, bellissimo e terribile, è l’esplosione d’ira che travolge il robot dopo la rovinosa caduta al suolo, successiva all’attacco aereo delle forze militari americane; alla vista di Hogarth immobile e privo di sensi, proprio come il daino che i cacciatori avevano ucciso tempo prima, la disperazione del Gigante si fa incontenibile, facendogli perdere ragione e umanità e trasformandolo in una terribile ed inarrestabile macchina da guerra. Kent Mansley è l’agente governativo inviato per far luce sulle strane segnalazioni provenienti dalla cittadina di Rockwell. Il personaggio è ben realizzato e riesce a farsi odiare e detestare in modo particolarmente intenso. Avido di fama, cieco di fronte a qualsiasi cosa che non riguardi il suo specifico interesse personale, pieno di sé e del suo importantissimo “ruolo” governativo, si erge a difesa e baluardo dell’intera nazione americana. Ma tutto ciò è solo una scusa per coprire e giustificare le sue bieche azioni, guidate da intolleranza, invidia e vendetta personale. Non si pone certo problemi nel carpire la fiducia della madre di Hogarth, né nel minacciare e ricattare con una violenza psicologica lo stesso Hogarth, un bambino di 9 anni, pur di ottenere le informazioni che tanto brama. Scomoderà generali e le forze armate americane, arrivando perfino a mentire per autorizzare il lancio di un ordigno atomico sulla cittadina e sui suoi abitanti al solo scopo di soddisfare il proprio bisogno di vendetta. Di particolare efficacia drammatica è la scena dell’interrogatorio: solo una luce puntata ad illuminare il viso disorientato ed esterrefatto di Hogarth, un tavolo, il buio intorno e la figura di Kent che emerge ora qui ora là per disgustarci con la sua meschina violenza. Personalmente non mi sono annoiato un solo momento, gli occhi incollati allo schermo e come me il resto del pubblico in sala, compresi i bambini, anche quelli più piccoli. L’attenzione dello spettatore è attratta grazie all’uso intelligente dello strumento registico, che non ricorre mai né a canzoncine (il film è completamente sprovvisto di canzoni, scelta molto coraggiosa e “adulta”), né a “trucchi” particolari come bestiole buffe colorate e saltellanti o gag facili e scontate”.

Autore: Luca Fava (Copyright (c) 1999)

Il libro da cui è tratto il film

Nel 1968 il poeta Ted Hughes, marito della poetessa Sylvia Plath, per consolare i suoi due bambini dal dolore della perdita della madre, scrive per loro “The iron man” (negli Stati Uniti “The iron giant”), una favola basata sull’amicizia tra un enorme robot e un bambino. Nel 1993 la versione teatrale del libro viene rappresentata all’Old Vic di Londra. Si tratta quindi di un testo, almeno nel mondo anglosassone, assai conosciuto, un piccolo classico dell’infanzia che trova i punti di forza nel dichiarare apertamente l’importanza di rapporti schietti e sinceri, di essere aperti e disponibili verso l’ altro ‘diverso’ da noi, di recuperare il senso della fantasia e dell’immaginazione. Il racconto é poi punteggiato da momenti di attenzione per l’equilibrio dell’ambiente, per la paura del nucleare, per l’uso indiscriminato delle armi. Il Gigante di Ferro ci tuffa nelle atmosfere anni ’50 di un’America da guerra fredda e paura dei rossi, sia comunisti che marziani. Sceglie una data precisa, il 1957 e una piccola località della costa orientale degli Stati Uniti, Rockwell nello stato del Maine per raccontarci dell’incontro ravvicinato tra un bambino, Hogarth, e un gigante di ferro, arma strategica dell’esercito americano programmato (secondo le migliori leggi della robotica inventate da Isaac Asimov) solo per rispondere agli attacchi. L’atmosfera cupa anni ’50 rappresenta il contesto di una parabola di incontro/amicizia tra razze diverse. Il contesto anni ’50 è particolarmente studiato e dettagliato: il diner dove in qualità di cameriera lavora la mamma di Hogarth, i titoloni sui giornali (Minaccia rossa, Satellite spia russo,…), le serie televisive di fantascienza nello stile “Ai confini della realtà” (la mamma di Hogarth si raccomanda: “No scary movie”, ‘Niente telefilm di paura’), i filmini scolastici che insegnano a comportarsi correttamente in caso di attacco atomico dal titolo non certo invitante “Atomic Holocaust”, i comics (Superman, Atomo the Metal Man), la figura di Dean artista beat (con la vestaglia con impresso il segno taoista dello Yin e dello Yang) che ricicla rottami di ferro in sculture concettuali, le caricature dell’agente stile FBI e del generale stile “Dottor Stranamore”. L’abilità di Brad Bird, e sicuramente del testo di partenza di Ted Hughes, consiste nel rigiocare elementi semplici del mondo infantile e fiabesco (la figura paterna assente, la fantasia di un compagno immaginario, la forza dell’immaginario horror e fantascientifico, la foresta come luogo incantato, la tecnologia come dominio da padroneggiare,…) in un contesto storico definibile (gli irrazionali anni ’50) e nel determinare alcuni elementi simbolici (il rispetto dei diversi, il tema della morte, la necessità della pace, il bisogno di affetto,…) che scaturiscono in maniera semplice ma precisa dalla drammaturgia e dai dialoghi.

Domenica 15 aprile

Zabriskie Point (M. Antonioni, Italia/USA, 1970), 23.10, DT

Anvedi chi ‘ccè! A volte ritornano, anche se davvero non si sentiva la mancanza di questo ‘Sessantotto alla Antonioni’, vale a dire esilmente intellettuale, considerevolmente palloso, culturalmente e politicamente inutile. Ricordo ancor, onestamente, i brividini orgasmici da rivoluzionari da salotto che scatenò in noi sessantottini, ma per fortuna siamo cresciuti. Da vedere, certamente, per documentazione storico-antropologica.

London River (R. Bouchareb, GB/Francia/Algeria, 2009), 19.25, DT

7 luglio 2005. Londra viene sconvolta da una serie di attentati di matrice islamica. Tra gli altri, salta per aria uno di quei tipici autobus rossi che girano per le vie della capitale. Dal giorno dopo, due telefoni in città non rispondono più: quello di Jane Sommers, una ragazza di Guernsey trasferitasi lì per studiare, e quello di Jim, un ragazzo senegalese. Elizabeth, la madre di Jane, fa la contadina, e ormai vede rarissimamente la figlia: di fronte al telefono muto si precipita a Londra per cercare di sapere qualcosa. Il padre di Jim, Ousmane, vive in Francia, dove lavora come guardia forestale. Anche lui non vede il figlio da quasi quindici anni, da quando, grazie al denaro che lui manda al paese, il ragazzo ha potuto andare a Londra a studiare. Anche lui, pur vecchio e incerto nei movimenti, è costretto ad attraversare il caos della grande città, per cercare le tracce di un figlio che, praticamente, non ha mai conosciuto. Lo shock per Elizabeth è terribile. Contadina ignorante e bigotta, inconsciamente razzista (e questo suo razzismo diverrà appunto conscio ed esplicito nel corso delle sue peregrinazioni), la donna non riesce ad accettare la realtà che incontra: una Londra multietnica, in cui par che le facce nere siano quasi più di quelle bianche, dove perfino il padrone di casa di Jane è un arabo mussulmano, proprietario di una macelleria halal, dove – ed è questa la cosa inconcepibile, fuori dal mondo – la figlia frequenta un ragazzo nero, proprio il figlio di Ousmane, e assieme a lui studia l’arabo in moschea. Per contro, i pensieri di Ousmane sono, se possibile, anche peggiori: chissà perché, il vecchio teme che il ragazzo possa essere implicato negli attentati, e la sua ricerca è anche il desiderio di uscire da questo incubo angosciante. Per giorni e giorni Elizabeth e Ousmane si sfiorano e si incrociano, si incontrano e si scontrano, tra obitori, ospedali, stazioni di polizia, alla ricerca dei figli, e poco per volta sono ‘costretti’, quasi contro la loro volontà, a lasciar cadere i muri che li dividono. Ousmane esce pian piano dalla corazza ieratica che lo difende dal mondo, e comincia a guardare con affetto quella donna che lo rifiuta. Elizabeth ‘scopre’ finalmente che lui e lei stanno facendo la stessa strada: “Le nostre vite non sono poi così diverse”. A modo loro insieme, i due dovranno percorrere quella strada fino alla fine, affrontando la verità, quale che sia. London River è un piccolo-grande film, che ovviamente in sala si è visto pochissimo. È ‘piccolo’ per la scelta stilistica, che rifugge da qualsiasi estetismo e qualsiasi retorica, per raccontare la città e i suoi abitanti con un linguaggio semplice, normale, quasi minimale, che degli uomini, delle loro culture e delle loro emozioni fa risaltare solo la ‘realtà’. È un grande film per il suo riproporre, grazie anche a questo modo espressivo, il tema dell’incomprensione etnicoculturale e del razzismo, che nella sua versione più elementare consiste, come saggiamente ha detto Giorgio Gaber, nella “diffidenza iniziale, quasi istintiva, che proviamo nei confronti di chi non è come noi”. Elizabeth e Ousmane, ‘divisi’ dalle superfetazioni artificiali di culture, religioni, abitudini e lingue, si ritrovano in fondo affratellati da ciò che è essenzialmente umano: l’amore per i figli e il dolore per averli persi. In ciò trovano un linguaggio comune che – ecco l’intento di Bouchareb – potrebbe arrivare ad appartenere a ciascuno di noi. Può un film insegnare questo? Certo l’opera del regista francoalgerino è, in questo senso, un tassello prezioso, che speriamo sparga il suo seme. Da segnalare, per concludere, la prodigiosa interpretazione dei protagonisti. Brenda Blethyn è immensamente brava ed umana nel rappresentare la sua iniziale e ‘naturale’ diffidenza, che poco a poco si scioglie nel confronto. Il maliano Sotigui Kouyaté – che per questa parte ha ottenuto l’Orso d’Argento al Festival del Cinema di Berlino del 2009 – è grande nel rappresentare un uomo in parte ‘prigioniero’ del suo mondo, dal quale pure si libera con l’incontro.

Lunedì 16 aprile

Il colore del crimine (J. Roth, USA, 2006), 21.05, DT

Dempsy, New Jersey, cittadina a maggioranza nera, ma in cui il potere è ovviamente bianco, il che provoca una continua, anche se latente, tensione razziale tra le due comunità. Brenda è bianca, ex tossica, ragazza madre, rifiutata e disprezzata dalla sua stessa famiglia. Non a caso è andata a vivere nel quartiere più nero e miserabile della città, facendo la maestra elementare: reietta tra i reietti, è riuscita a trovare un suo posto nella vita, e a farsi amare. Una sera Brenda si presenta all’ospedale locale, ferita e in stato confusionale: un nero le ha rubato la macchina, sul cui sedile posteriore stava dormendo suo figlio. Riceve la denuncia l’ispettore Lorenzo, nero, che in quel quartiere invece ci è nato e cresciuto, pagandone anche il prezzo: il suo stesso figlio è in carcere per rapina. Lorenzo lì conosce tutti, e il suo compito è molto difficile: deve barcamenarsi tra l’esigenza di mantenere l’ordine – almeno un po’, ché altrimenti anche quel poco di vita civile esistente nel quartiere svanirebbe, lasciando il posto alla legge della giungla – e il pericolo di apparire agli occhi dei ‘fratelli neri’ come uno “Zio Tom”, un “negro di merda incravattato” tenuto al guinzaglio dai bianchi. Porta avanti il suo compito – e la sua vita – con umiltà e fatica, ed una profonda umanità, sostenuto anche da un’intensissima fede religiosa – “tutto ciò che ci accade, buono o cattivo che sia, è la volontà di Dio, e deve avere un senso” – che non è una resa ipocrita ed apatica di fronte alla violenza quotidiana, bensì l’espressione del suo disperato bisogno di trovare a tutti i costi un significato all’apparente caos che lo circonda. E’ proprio grazie a questa sua acuta sensibilità, a questo suo ‘allenamento’ a cogliere i bisogni e il dolore di coloro che gli stanno vicino, che Lorenzo comincia ad intuire delle incrinature nel racconto di Brenda. Ma intanto, fuori dalle porte della stazione di polizia, nelle strade, sta succedendo dell’altro. La polizia bianca – e uno di loro è fratello di Brenda – sta infierendo sui neri alla ricerca del rapitore; violenza e desiderio di vendetta dall’una e dall’altra parte montano ora per ora. Lorenzo continua a cercare, e poco a poco la sua indagine sul rapimento diventa sempre più un’indagine sulla vita, i fantasmi e le sofferenze di Brenda. Ma anche la rabbia nelle strade è ormai giunta al limite, ed anche la soluzione – tragicissima – del caso non sarà sufficiente a fermarla. Tuttavia, questa non è la fine, e se, sino a questo momento, il film è parso avvitarsi in una spirale di disperazione senza uscita, a tratti davvero intollerabile, la conclusione ci offre una via di scampo. Assolutamente lungi dall’essere il solito happy end, melenso, ipocrita e buonista, l’ultima parte del film fa appello a quel nocciolo di umana pietà che è purtuttavia presente in ciascuno di noi: perfino una vita come quella può offrire occasioni di redenzione, perfino un quartiere come quello può essere una ‘Freedomland’, ché questo è il bellissimo e pregnante titolo originale. Con alle spalle una filmografia da dimenticare – dalla Rivincita dei Nerds a Fuga dal Natale – Roth qui ci regala invece un film dolente e pacato, riflessivo e saggio, che spesso, per atmosfere e sensibilità, ricorda il bellissimo Mystic River di  Clint Eastwood. Intensa la fotografia, dai toni morbidi e caldi, propri non di un thriller urbano quanto di un racconto dell’anima. Molto buono tutto il cast: bravissima Julianne Moore, ma davvero eccezionale Samuel L. Jackson che, onestamente, più di una volta le ruba la scena.

Martedì 17 aprile

Pleasantville (G. Ross, USA, 1998), 21.15, DT

Un adolescente dei nostri giorni viene risucchiato dalla TV in una sit-com ambientata negli anni Cinquanta, nella zuccherosa, perfetta ed ‘anorgasmica’ cittadina di Pleasantville. Un po’ per volta i due sconvolgono gli schemi di quell’universo artefatto introducendovi emozioni, passioni, dolore, amore, vita. Una ‘commedia’ intelligente, poetica e malinconica, che ha molti padri – Edward Mani-di-forbice, T. Burton, USA, 1990 ed anche The Truman show, P. Weir, USA, uscito curiosamente nello stesso anno – ma che svolge il tema della nostalgia con originale delicatezza. Da vedere.

Mercoledì 18 aprile

The new world (T. Malick, USA, 2006), 23.30, Rete4

Forse la cosa più irritante di questo film di Malick – e della Sottile linea rossa, l’unico altro suo film che, per mia fortuna, io abbia visto – sono i cartelli che compaiono ogni tanto tra una scena e l’altra. Li avete notati? Per esempio: “Avviso: come probabilmente molti di voi staranno pensando, non si è affatto inchiodato il proiettore. Quella che state vedendo è invece una stupenda inquadratura, pregna di profondi significati psicologico-filosofici, talmente stupenda e talmente pregna che ve la facciamo vedere almeno per una trentina di secondi, così potete cacciarvela bene in testa, rozzi che non siete altro”. Oppure, dello stesso genere: “Attenzione, segue fotogramma ad alto contenuto mistico, preparare bocche ad O”. Oppure: “No, avete sbagliato anche stavolta. Non si è rotto l’audio, siete voi che dovete ‘riempire’ il silenzio con le vostre profonde riflessioni. Siete proprio dei poveri di spirito, anche se non in senso evangelico, ma io, che sono un Genio, vi perdono”. Se poi ogni tanto avvertite anche una leggera scossa ed un senso di colpa che non sapete spiegare, è perché, in modalità random, passano anche dei veloci comunicati subliminali, del tipo: “Ehi, lei, laggiù in ultima fila a destra, si svegli, perdio!”, oppure: “Guarda che ti ho visto, tu, fila F posto 16: metti subito via quel videogioco!”. Eccetera. Insomma, una festa, e non posso dire di non essermela cercata. Sopravvissuto miracolosamente, sette anni fa, alla visione de La sottile linea rossa (il mio medico curante mi salvò da un terribile attacco di orchioclastia (rottura di coglioni) sottoponendomi a dosi massicce di cartoons di Hanna e Barbera), ero molto indeciso se andare a vedere anche questo. Il mio medico – ormai un caro amico, che in tutti questi anni mi ha curato amorevolmente, anche dopo la visione dei film di Bertolucci – me l’aveva detto: ‘Sta’ attento, hai più di cinquant’anni, sei a rischio ecc.’. Non ho voluto ascoltarlo, ho osato: e mi sono ritrovato in un letto d’ospedale, miracolosamente salvato da un’équipe di cinefili con applicazioni massicce di film di Stanlio ed Ollio. Che altro dire, di questo ‘capolavoro’? Sbollita la rabbia e spenti i fuochi dell’ironia, di cose da dire ce ne sono molte. Retorico oltre ogni dire, prima di tutto. Ma non di quella retorica ‘esibita’ che si mostra e afferma se stessa quasi con orgoglio, bensì, come ho cercato di dire più sopra, di una specie più sottile, più ‘arrogante’, che pretende riconoscimento e adorazione ‘di per sé’, senza ‘giustificarsi’, in altre parole senza motivare le sue scelte stilistiche e narrative. Perché, tra l’altro, uno dei problemi è proprio quello di capire cosa vuol dirci Malick con questo film. Nella prima parte, forse, la ‘morale’ è abbastanza evidente, se è vero che mai si è visto un tentativo così ‘sfacciato’ di illustrazione dell’assunto russoviano (cito a memoria): ‘In natura l’uomo nasce buono, ma è la civiltà che poi lo corrompe e lo rende cattivo’. Un assunto, certo, a cui però manca assolutamente la sostanza. Vediamo sullo schermo figure angelicate, irreali, ‘collegate’ poco o punto con la Storia, se non per alcune considerazioni fuori campo che danno tanto l’impressione di banali riletture della relazione di Las Casas. Non, appunto, ‘documenti’, o ‘metafore’ storiche, ma eteree figurine, trasparenti acquerelli inconsistenti. Considerazioni che valgono sia per loro che per i bianchi, spesso incomprensibili ed ininterpretabili stereotipi. A dar manforte a questa scelta stanno, con tutta evidenza, i brani di musica classica scelti per la colonna sonora. L’Oro del Reno, di Wagner, che ‘spinge’ le inquadrature mistiche di cui sopra verso un orgasmo estetico sempre irrisolto; oppure il Concerto per Piano n. 23 di Mozart, che asciuga ed anestetizza emozioni e sensazioni, isolandole in un iperuranio irraggiungibile ed assolutamente astratto. Anche il ‘filo logico’ della narrazione, di conseguenza, ad un certo punto si perde. Perché la Principessa accetta di divenire ostaggio dei bianchi? Perché accetta il nuovo matrimonio? E perché mai, a Londra, quel colloquio col Capitano diventa così risolutore da farle ritrovare il contatto (quale e perché?) con la Dea madre e da farle finalmente ‘riconoscere’ il nuovo marito? Misteri, che forse a noi umani non è dato penetrare. La sottile linea rossa terminava con quell’inquadratura, banalissima ed insopportabilmente retorica, della noce di cocco che germoglia. Qui la noce è cresciuta, e il film finisce, coi soliti dieci secondi di camera fissa, su un albero che svetta verso il cielo: nuova metafora mistica? Anelito di speranza verso un mondo migliore? Chissà. Forse ci verrà spiegato tra sette anni, al prossimo capolavoro: ma io, ve lo giuro, non ci sarò.

Il muro di gomma (M. Risi, Italia, 1991), 15.30, DT

Il 27 giugno 1980 un DC-9 italiano cadeva nel cielo di Ustica per ragioni ‘misteriose’. Ci vollero dieci anni e l’impegno di un ottimo giornalista per arrivare ad un processo che svelasse, almeno in parte, la verità. Buon film civile e ‘giornalistico’, settore in cui gli americani sono maestri ma nel quale anche noi, quando mettiamo all’opera qualche buona testa, riusciamo a fare davvero bene. Quando il bravo Marco Risi (bellissimo il suo Fortapàsc del 2009, sull’assassinio di Giancarlo Siani) lo scrisse, forse non immaginava che dopo vent’anni la verità vera è ancora tutta da raccontare, che nessuno ha pagato davvero per quei morti, e che quel relitto è diventato un’icona grottesca di questo Stato golpista e imbelle, lasciata ad arrugginire in un hangar. Molto bravo Corso Salani. Angela Finocchiaro qualche volta sarà anche simpatica, ma questo è un film serio: che ci sta a fare qui?

Per favore non mordermi sul collo (R. Polanski, USA/GB, 1967), 23.00, Sky

Noiosa e sopravvalutatissima commedia di Polanski sui vampiri. Le grazie generosamente esibite della sua bellissima moglie, Sharon Tate, di lì a poco atrocemente assassinata, non sono sufficienti ad smuovere la noia. Uno dei (tanti) suoi brutti film.

Giovedì 19 aprile

Il vecchio e il mare (J. Sturges, USA, 1958), 16.20, DT

Dall’omonimo, e bellissimo, romanzo di E. Hemigway, un bellissimo film, uno dei non pochi che smentisce la regola ‘da un bel libro un brutto film’. La storia è presto detta. Un vecchio e povero pescatore parte come al solito da una spiaggia cubana per racimolare un po’ di pesce, ma invece al suo amo abbocca un enorme pescespada, la preda più bella che lui abbia mai raccontato. Poiché da solo non può issarlo nella barca, riuscirà a portare a terra solo l’enorme lisca, perché in una lotta che dura giorni, gli squali glie lo divorano tutto, ma in quei giorni avrà realizzato il suo sogno, ed avrà dimostrato a tutti, soprattutto a se stesso, di essere ancora vivo. Un capolavoro lirico e distillato, tutto costruito sulla recitazione magistrale del grande Spencer Tracy. Assolutamente imperdibile.

The departed (M. Scorsese, USA, 2006), 23.45, DT

Più che di un remake del cinese Infernal affairs (Andrew Lau, 2004), questa volta Scorsese ha fatto un remake di se stesso. Anzi, potremmo dire un condensato, prendendo il meglio, professionalmente parlando, dei suoi più celebri gangsters movies, e riportandoli all’oggi: America 1929 (1972), Quei bravi ragazzi (1990), Casino (95). Qui il contesto è quello della criminalità di Boston, dominata dall’irlandese Frank Costello, violento, sanguinario, che ha costruito il suo trono su mucchi di cadaveri. Per assicurarsi una maggior libertà d’azione, Costello ha infiltrato un suo uomo nella polizia, in una posizione di comando. Ma anche la polizia riesce a fare lo stesso nella gang di Costello, e comincia così una lunga guerra. Prima di tutto, guerra di nervi, perché non è facile per Billy, il finto gangster, da un lato assistere ad atrocità e violenze, e dovervi perfino prender parte, dall’altro sapere di rischiare ad ogni secondo di essere scoperto. Più facile mimetizzarsi per Colin, investigatore nella polizia locale: ma anche lui ha sul collo il fiato del suo capo, e sa che se non lo accontenterà pagherà con la vita. Poi anche una guerra vera e propria, perché, ad un certo punto, entrambe le organizzazioni intuiscono di avere una talpa al proprio interno, ed entrambe incaricano il proprio uomo di scoprirla, innescando così un feroce regolamento di conti. Un film, prima di tutto, ‘amorale’. Lo dice Costello, a pochi minuti dall’inizio: ‘Poliziotti o criminali, quando ti puntano una pistola addosso, che differenza c’è?’. La violenza, dunque è uguale per tutti, ed è difficile convincersi che una è ‘giusta’ perché la operano i ‘buoni’, mentre l’altra è ‘sbagliata’ perché ne sono autori i ‘cattivi’. Anche la falsità è la stessa: nel mentire sono tutti uguali, e la menzogna li scava e li snatura. Un film, ancora, potente e sontuoso, perfino ‘elegante’ nella composizione delle numerose scene di violenza che lo costellano, sempre pregne di forza distruttiva. Ma – e, sinceramente, questo mi è sempre sembrata la cifra di tutta la cinematografia di Scorsese – un film ‘freddo’. Mai il minimo coinvolgimento emotivo, non solo del regista, ma nemmeno degli spettatori, mai un sentimento, mai un battito del cuore. Assistiamo – Scorsese assiste – non tanto impassibili, quanto soprattutto, vorrei dire, estranei, a quello che ci scorre davanti. Non riusciamo a ‘stare dalla parte’ di nessuno, non ci commuoviamo per nessuno, non riportiamo a casa nessun ricordo, nessun dolore. Una scelta stilistica voluta e cercata, indubbiamente, e evidentemente sostenuta da un decennale mestiere. Ma, lo confesso, forse avremmo desiderato, sedendoci in sala, che quelle luci sullo schermo ci avessero fatto battere un po’ di più il cuore, di ritrovare in quegli uomini un po’ di noi stessi, di poterci magari identificare in loro, nel bene ed eventualmente nel male. Perché certo, il cinema è anche professionalità: ma chi è stato che l’ha definito anche la fabbrica dei sogni? Due parole sul cast. Bravo Di Caprio, di cui qualcuno ha detto che finalmente sta perdendo il suo eterno faccino bamboccesco e sta acquistando movenze da attore ‘adulto’ – è, a dire il vero, l’unico che riesca a mettere un po’ di dramma in questo gelida sfilata – più o meno inesistente Matt Demon, ma soprattutto irritante oltre ogni dire Jack Nicholson, che forse ha creduto di interpretare un remake di The Joker, abbandonandosi ad una serie inesauribile di smorfie e tic che, lungi dal creare il personaggio, lo sfarinano ulteriormente, trasformandolo in una macchietta ridicola e grottesca.

Venerdì 20 aprile

Goodbye Mr. Chips (H. Ross, GB, 1969), 18.50, DT

In un ingessatissimo college inglese, un altrettanto ingessato professore di latino e greco, non più giovanissimo, s’innamora di una cantante di varietà – quanto di più lontano si possa immaginare da lui per carattere, cultura ed estrazione sociale – la sposa e la porta con sé nell’ambiente scolastico. Dapprima ipocritamente e classisticamente scandalizzata, la scuola poco per volta si fa conquistare dall’esuberanza e dalla pulizia morale della ragazza, fino ad accoglierla pienamente. Semplicemente stupendo Peter O’Toole nella parte dell’insegnante, nobile ed umanissimo, e deliziosa Petula Clark. Un po’ fastidiose le canzoncine infilate qua e là, ma resta una favola sincera e commovente, da non perdere.

Miracolo a Sant’Anna (S. Lee, USA/Italia, 2008), 21.00, DT

Ho sofferto, in quei giorni, leggendo le anticipazioni del film. Ho sofferto per Giorgio Bocca – uno degli uomini più nobili e diritti che avessimo in Italia – alla cui contenuta ma ferma indignazione, espressa sulla Repubblica del 1 ottobre, non è certo stata scusa sufficiente la rispostina stitica e formale data dal regista sul quotidiano del giorno successivo. Ho sofferto per la partigiana ottantasettenne che il pomeriggio di giovedì 2 ottobre, ai microfoni di Fahrenheit, su Radio3, piangeva ricordando il marito, ammazzato a ventiquattro anni dai nazisti proprio in quei luoghi una settimana dopo la strage, e tra le lacrime, molto mitemente, rimproverava a Lee: “Non a me, ma a lui, deve render conto di ciò che ha detto”. Ho sofferto per mio zio partigiano, scomparso da poco, che di ritorno dalla montagna si rimise a lavorare zitto zitto, senza chiedere onori o prebende. Poi ho visto il film, e mi sono reso conto di aver sofferto inutilmente. Sì, è vero, c’è un partigiano traditore, nel film, cui spetterebbe la responsabilità della strage, e al quale un ufficiale nazista rimprovera: “Tua è la colpa”. Sarebbe questa la ‘miracolosa’ rivelazione del film? Che nella Resistenza – come in qualsiasi altra guerra, partigiana o ufficiale che fosse – ci sono stati dei traditori? Una ben povera scoperta, che certo non meriterebbe di spendere tempo e soldi a farci un film, e che certo non può in alcun modo offendere la Resistenza, il momento più alto della storia repubblicana, l’unico in cui gli Italiani si siano davvero sentiti popolo. Anche se – diciamolo tra parentesi, quasi marginalmente – è curiosa questa ‘triangolazione’ antiresistenziale. Ad un vertice Spike Lee (‘di sinistra’, alfiere dei diritti dei neri, democratico e pro Obama) che ‘scopre’ (ma sarebbe meglio dire ‘inventa’: su questo torneremo più avanti) che c’era qualche partigiano traditore. Ad un altro Giampaolo Pansa, che ormai da anni – forse avendo fiutato con cinica preveggenza il vento revisionista e neofascista – rovescia fango sui partigiani. All’ultimo, il Ministro La Russa, che finalmente ha potuto togliersi lo sfizio di dire in pubblico che anche gli assassini repubblichini – quelli sì traditori: del loro Paese – in fondo erano bravi ragazzi che combattevano per onore. Chissà se Lee se n’è reso conto, chissà se ha letto, se si è documentato, se, insomma, ne sapeva qualcosa. Tutti sanno quanto io ami il cinema americano, ma come potrei spender pagine a descriverne i meriti, così sono prontissimo ad elencarne i difetti, tra i quali si colloca, spesso, una inconcepibile superficialità. Del resto, la dicono lunga sull’attendibilità di questo film già le sue origini, scritto com’è non partendo da una ricerca storica sul campo, ma ispirandosi ad un romanzo di tale James McBride. Romanzo? Ispirazione? Forse che non c’erano abbastanza dramma, abbastanza dolore, sufficiente sangue versato e dignità umana insultata, sull’Appennino toscano, perché bisognasse andarli a cercare in un anonimo romanzetto di vent’anni fa? Rimangono davvero oscure le ragioni di Spike Lee per aver fatto questo film, e per averlo fatto in questo modo, e se lo scopo era quello di esaltare il contributo delle Divisioni formate solo da neri americani nella Seconda Guerra Mondiale, allora non c’era bisogno di tirar fuori la Resistenza italiana: forse di apartheid ne saprà qualcosa, ma di quella – ci consenta – dà l’impressione di non sapere un cazzo. Non è dunque la figura del traditore, che può far male alla Resistenza, quanto, al massimo, un film che pretenderebbe di parlarne e invece non ne parla, che sembra raccontare di una cosa e invece sta raccontando di un’altra, un film allusivo, approssimativo e, appunto, superficiale, privo di un effettivo spessore culturale e storico. Quel che – molto indirettamente, dunque – può far male alla Resistenza (ma si consoli l’ANPI: ne fa di più all’arte del cinema), è un film confuso e malfatto, un pastrocchio bellico-sessual-sentimental-religioso che pare una grottesca caricatura di certe storie di Frank Capra, un film disordinato e mal raccontato, prolisso, discontinuo, con un altissimo tasso di improbabilità, spesso inutilmente didascalico. Un film, insomma, che si inserisce perfettamente nella filmografia di un regista sempre assolutamente sopravvalutato, cui l’importanza dei temi civili trattati nei suoi film ha sempre fatto velo al loro effettivo valore. Tutto sommato, bene ha detto Spike Lee quando, con arroganza tutta americana (evidentemente l’esser nero e discriminato non protegge dalla sindrome da Padroni-del-Mondo), rispondendo alle critiche fattegli in questi giorni ha ribattuto: “Nessuno può insegnarmi come fare un film”. Giusto, nessuno può insegnarglielo: è proprio un caso disperato.

Lady Vendetta (Chan-wook Park, Korea, 2005), 21.00, DT

Terzo capitolo della trilogia sulla vendetta (Mr Vendetta, 2002; Oldboy, 2004), è la storia di una ragazza ingiustamente condannata per l’omicidio di un bambino, che quando esce si vendica atrocemente di chi l’ha incastrata. Se è pur vero che la violenza di Chan-wook Park non è mai fine a se stessa, ma serve per esempio, in questo caso, a porre questioni laceranti su temi fondamentali – la famiglia, gli affetti – è altrettanto vero, però, che qui la sua eleganza stilistica è talmente estrema da divenire stucchevole, fino a produrre un film indubbiamente raffinatissimo, ma di un estetismo spesso autoreferenziale, kitsch e, diciamocelo, anche prolisso e noioso.

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