Pubblicato da: giulianolapostata | 7 aprile 2012

Multivisioni – Sabato 7 aprile 2012

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

“Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

L. Wittgenstein

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Sabato 7 aprile

 

Il grande silenzio (P. Groening, Germania/Svizzera, 2005), 02.30, Rai1

Ci sarà stata pure una ragione se questo film, uscito a suo tempo in Italia del tutto in sordina, con appena quindici copie, divenne, senza nessuna promozione di critici ma solo per effetto del passaparola, una specie di blockbuster, tanto da obbligare la produzione a stamparne in fretta un’altra cinquantina per rispondere alle richieste. Ci sarà stata una ragione, se migliaia di persone hanno scelto di andare a chiudersi in una sala cinematografica per tre ore, per vedere un ‘film’ in cui non ‘succede’ niente, in cui non si pronuncia una sola parola (eccetto la breve dichiarazione finale), in cui non esiste colonna sonora, eccetto poche e a volte imperfette registrazioni di musiche e canti sacri, rumori di passi, scampanii, porte che si aprono e si chiudono, in cui non esistono attori, né belle donne da ammirare, in cui non c’è storia, e neppure un inizio, o una fine. Un documentario, si dirà, ma mai come in questo caso il termine sarebbe inadatto quanto avvilente. Documento: così sì, lo possiamo definire, ed ancor meglio testimonianza, meditazione, esperienza. L’ha fatta Philip Groening, che dopo diciannove anni di attesa, ha avuto il permesso dai Frati Certosini che vivono nella Grande Chartreuse sulle Alpi francesi vicino a Grenoble – la Casa Madre dell’Ordine – di passare con loro sei mesi, filmandone la vita. Rigidissime le regole che gli sono state imposte: niente attrezzature (se non un’unica camera, a mano), niente luci artificiali, niente suoni aggiunti, niente interviste o ‘interpretazioni’ da parte dei monaci, nessun commento parlato o scritto, a parte poche citazioni da testi religiosi. Il risultato è qualcosa che, appunto, chiamiamo ‘film’ per comodità e convenzione, ma che è tutt’altro. Documento, intanto, raro e prezioso, di uno stile di vita immensamente lontano dal nostro. Tutto, alla Chartreuse, è agli antipodi della nostra esistenza quotidiana. Dove noi abbiamo benessere e comodità, lì c’è povertà essenziale. Dove noi abbiamo disordine, accavallarsi stolido e caotico di stimoli, lì c’è ritmo, ordine, silenzio. Dove noi abbiamo deserto dell’anima, alienazione, fragilità e paura, lì sono fede assoluta, ricerca, meditazione, semplice e pura felicità. La fede, appunto, una fede che spaventa ed ammutolisce. In fondo non è importante ‘quale’ Dio preghino i certosini. Quello che è importante è l’intensità assoluta, la fede perfetta con cui si immergono nel Divino e si abbandonano ad esso, la certezza con cui lo vedono e lo sentono in ogni istante del loro tempo, in ogni minimo, ordinario, semplice gesto che compiono. Questo è il senso dell’arrestarsi, a volte, della macchina su barbagli di luce che entrano dalla finestra, gocce che si staccano piano da un rubinetto, il lento dondolio di una catinella appoggiata al muro, lo spolverio del polline nell’aria: non inutili preziosismi estetici, che qui suonerebbero quasi volgari, ma testimonianze dell’essenzialità, della ‘divinità’ dei momenti e del tempo. La povertà. Elementare, basilare. Quasi ci inquieta la ripetizione della massima evangelica sulla necessità di lasciare i propri beni se si vuole attuare il dettato evangelico. Assistiamo a questa vita in cui nessuno ha nulla, e pensiamo quasi con fastidio ai nostri beni, che per questo poco tempo abbiamo lasciato di là dalla porta, e quasi ci chiediamo se davvero saremo gli stessi, quando torneremo fuori. Il silenzio. Una dimensione a noi ormai praticamente sconosciuta, in un mondo in cui rumori, voci vaniloquenti, suoni dissonanti formano un ottuso ronzio di fondo che assorda il nostro spirito. Nella Chartreuse i suoni sono quelli delle campane, che chiamano al lavoro o alla preghiera, quelli dei canti liturgici, della poche parole scambiate la domenica. Per il resto, c’è solo il respiro della Creazione, presente ovunque: è possibile fuggire dalla Chartreuse, se non si riesce a reggerne l’Assoluto, ma non è possibile fuggire alla Sua presenza, non è possibile fuggire da se stessi. Ordine. Ordine delle cose nello spazio, dei movimenti, delle parole, dei suoni, ordine che viene fortificato dalla ripetizione, dal ritmo, i quali, non che ‘annoiare’ o stancare, anzi confermano un’armonia che è interna alle cose, prima che esterna e cristallizzata negli eventi. Serenità, felicità, potremmo dire necessità. Nella nostra vita quotidiana, senso di inutilità, insicurezze, odii, bisogni e paure – quella della morte, prima di tutto – ci angustiano e ci avvelenano ogni istante. In quell’esistenza privata di tutto, e ricca solo di assoluto, gli animi trovano, pace, serenità, addirittura gioia. Liberati dai legami della contingenza, i Certosini trovano la gioia della rivelazione e della conoscenza interiore, scoprono l’intimo valore della propria esistenza vissuta in quel modo. In questo e in molto altro ancora – ché queste sono solo poche e semplici riflessioni su un’opera di altissimo valore, anche artistico – il pubblico ha trovato la ragione per vedere questo film. A questo, anche, è dovuto il silenzio profondissimo, attonito, vorrei dire religioso, che – ricordo perfettamente – scese sulla sala durante la proiezione, quasi che ognuno volesse profittare del momento per meditare e riflettere, per partecipare, anche solo per meno di tre ore, della pace della Chartreuse. Un film di profondo valore morale e culturale, una rara occasione che ci è data, un’esperienza spirituale da non perdere.

 

Domenica 8 aprile

 

Elizabethtown (C. Crowe, USA, 2005), 21.00, DT

‘Assaporato’ da pochi fortunati al Festival del Cinema di Venezia del 2005, e poi praticamente invisibile nelle sale, merita assolutamente di essere visto questo dolcissimo film, che inserire nella categoria ‘commedia’ è forse corretto dal punto di vista classificatorio, ma del tutto riduttivo ed ingeneroso da quello dei contenuti. Drew, partito trent’anni prima dal ‘rozzo’ Kentucky per fare fortuna, è oggi manager di successo di un’azienda di calzature sportive, ma nel giro di pochi giorni una sua idea sbagliata porta l’azienda sull’orlo del fallimento. Schiacciato – non solo professionalmente, ma anche come persona – dal suo “fiasco colossale”, Drew organizza metodicamente il suicidio, ma quando è proprio sul punto di riuscirci una telefonata lo avverte della morte del padre: ora è lui lo ‘uomo della famiglia’, ed oltretutto uomo di successo, come tutti credono, per cui dovrà essere lui ad andare nella cittadina natale ed occuparsi di tutto. Spento e deluso, Drew parte, ma sull’aereo avviene un incontro straordinario: Claire, una giovane hostess che esprime un’affettività fresca e primigenia. Quasi magicamente, Claire percepisce il suo malessere, e pian piano penetra nel mondo di Drew. Non c’è alcuna invasiva violenza nel suo atteggiamento: Claire gli offre per la prima volta l’occasione di riflettere su di sé e al tempo stesso, anche questo forse per la prima volta, di cercare davvero di conoscere gli altri. Barcamenandosi in una famiglia paterna tanto affollata e balorda quanto fondamentalmente unita da legami profondi, il soggiorno ad Elizabethtown diventa davvero, per Drew, un viaggio di formazione, in cui impara a capire se stesso, e a presentarsi a Claire per ciò che è veramente. Soprattutto – e paradossalmente, proprio ora che è morto – egli riesce a scoprire suo padre, a ricostruire un rapporto un tempo felice ed intenso interrotto bruscamente, ad amarlo, e finalmente anche a recidere, malinconicamente ma con serenità, il legame con lui, permettendo che il passato si decanti in pace, e aprendo lo spazio al futuro. Una ‘commedia’, dunque, ma che parla d’amore e di dolore, della vita e della morte. Lo fa con eleganza, spirito, garbo ed intelligenza, e tantissima poesia, mai sopra le righe, senza un’ombra di quella volgarità che oggi pare essere il filo rosso e ormai francamente intollerabile di qualsiasi film d’indagine psicologica. Orlando Bloom ce la mette tutta, e il risultato sarebbe anche accettabile, ma la battaglia è persa a priori di fronte ad una Kirsten Dunst semplicemente da innamorare: dolcissima, immensamente brava, praticamente perfetta. Una pletora di personaggi minori ma tutti umanissimi completano questo piccolo capolavoro di un regista che, a parte la boiata ‘su commissione’ di Vanilla sky (2001), conferma una sensibilità quasi unica per i ‘piccoli’ sentimenti dell’animo umano. Imperdibile.

 

La gabbianella e il gatto (E. D’Alò, Italia, 1998), 20.30, DT

Uno dei criteri principali per valutare la ‘comprensibilità’ di un’opera d’arte – e perciò la sua ‘fruibilità’ a livello artistico, ed emozionale – è la quantità di ‘note in calce’, ovvero di spiegazioni, di cui essa ha bisogno per essere ‘capita’. In altre parole: tanto più essa deve essere ‘spiegata’ – invece di venir ‘intuita’ non-mediatamente – tanto meno è frutto di ispirazione artistica ed è, invece, un prodotto arte-fatto per sfruttare un marchio e/o un mercato favorevole (è chiaro che un tale ragionamento non si può applicare, per esempio, ai simbolisti, i quali a priori  fanno riferimento ad un sistema estetico ‘diverso’, il quale perciò, in quanto tale, deve essere spiegato). È questo il caso del libro di Sepùlveda, scritto evidentemente per sfruttare ad un tempo la gran voga di cui – quasi sempre immeritatamente – gode presso di noi la letteratura latinoamericana (grazie alla quale, per esempio, una solenne idiozia come “L’alchimista” di Paulo Coelho è incredibilmente riuscita a passare per un grande capolavoro denso di chissà quali esoterici significati e a vendere decine di migliaia di copie), la ‘moda’ dell’ecologismo e, naturalmente, il piatto ricco dell’editoria per l’infanzia. Alcuni esempi. “A volte aveva visto anche delle piccole imbarcazioni che si avvicinavano alle petroliere e impedivano loro di svuotare le cisterne. Disgraziatamente quelle barche, ornate dai colori dell’arcobaleno, non sempre arrivavano in tempo per impedire l’avvelenamento dei mari”. Quanti bambini – sia pure bambini ‘multimediatici’ come i nostri – sanno dell’esistenza di Greenpeace, sanno qual è la sua bandiera e sanno riconoscere le sue barche in questa descrizione allusiva e pseudopoetica? Ancora. Il gatto ‘enciclopedista’ si chiama Diderot. A parte la sfrenata fantasia che ci dev’essere voluta a mettergli quel nome, è pensabile che esista al mondo un bambino che sappia di Diderot e D’Alembert e dell’Encyclopédie, e che sia in grado di effettuare il nesso e perciò di cogliere tanta arguzia? E’ chiaro che la risposta è negativa in entrambi i casi. Ma allora bisogna chiedersi: perché questo sfoggio di ‘cultura’ non alla portata dei bambini? La risposta sta, appunto, nell’assoluta artificiosità di un prodotto costruito a tavolino, che nulla ha a che fare né con la poesia né con la psicologia infantile. Tale artificiosità, tale intima ‘falsità’, costituiscono, del resto, la nota dominante di tutto il testo, non solo a livello di contenuto, ma anche di linguaggio. Si veda per esempio, relativamente al linguaggio, l’assoluta banalità di sostituire il verbo ‘parlare’ e i suoi sinonimi con ‘miagolare’. Così, accanto ad espressioni che sfidano intemerate il ridicolo (“ho bisogno di miagolare con Colonnello”, “mi toglie i miagolii di bocca”), ve ne sono altre in cui la macchinosità dell’espediente dev’essere risultata talmente intollerabile perfino all’autore da fargli sentire il bisogno – forse inconscio! – di correggerla appunto spiegandola (“miagolò come saluto”), ed altre ancora in cui proprio vi ha rinunciato, e gli animali, in quanto animali parlanti protagonisti di una storia, finalmente e semplicemente ‘rispondono’, ‘si scusano’, ‘spiegano’ ecc. Un’ultima osservazione riguardo al contenuto. Concetti come “Forse non sa volare con ali d’uccello ma ad ascoltarlo ho sempre pensato che voli con le parole” o “Vola solo chi osa farlo”, a parte il fatto che sembrano presi di peso dai bigliettini dei Baci Perugina, appartengono comunque ad un modo di guardare alla vita e ad una ‘cultura’ propri degli adulti, che non possono assolutamente essere compresi dai bambini e che perciò, conseguentemente, non possono trasmettere loro alcun messaggio. Da quando, nel 1996, Sepùlveda pubblicò questo libro, innumerevoli sono state le classi di bambini ‘torturati’ con l’imposizione delle sue melensaggini e dei suoi didascalici ‘buoni sentimenti’: una specie di versione ‘democratica’ e ‘di sinistra’ del Libro Cuore (il quale, almeno, era scritto bene). Sarebbe tempo che lo rileggessimo per quel che vale, smettendo di far del male ai nostri figli. Che poi, anche a livello educativo: ma volete mettere Franti?! E questo per dire del libro. Il film d’animazione di D’Alò non vi ha aggiunto niente di meglio. Di peggio c’è solo un disegno esteticamente ‘vecchio’ e pesante, per nulla attraente. Insomma, ai vostri bambini fate vedere Biancaneve: molto, ma molto meglio.

 

Donnie Darko (R. Kelly, USA, 2001), 22.00, DT

Donnie è un adolescente in cura dalla psichiatra per le sue allucinazioni. Una notte gli appare un misterioso coniglio gigante, che lo avvisa che sulla sua casa sta per cadere un motore perso da un aereo, e gli salva la vita. Da quel momento il coniglio guiderà l’esistenza di Donnie, profetizzandogli la prossima fine del mondo e inducendolo ad azioni che solo apparentemente sono negative e distruttive. Certo, non è tutto chiaro, a volte è un po’ confuso, forse la scrittura avrebbe dovuto essere più limpida, forse il montaggio avrebbe dovuto essere più selettivo … ma spira in questo film un’aria di ribellione e di eversione, una fantasia, un bisogno di libertà che lo rendono comunque pregevole. Da vedere e meditare.

 

State of Play (K. MacDonald, USA, 2009), 22.50, DT

In un’altra occasione ho scritto che gli americani dovrebbero farsi assegnare il marchio D.O.C. per i legal thriller, tanti sono, e quasi tutti ottimi, quelli usciti dalla loro cinematografia, ma forse ancor di più dovrebbero farselo dare per i film sulla stampa e sulla libertà di stampa, per loro non semplici elementi costitutivi di una società civile, ma veri e propri miti ‘salvifici’, ultima spiaggia cui ricorrere quando tutti gli altri valori sembrano essere caduti. La lista sarebbe lunghissima, e quasi tutta gloriosa, con pochissime cadute di livello (per esempio, di recente, il balordo Fino a prova contraria, C. Eastwood, 1999) ma con innumerevoli successi: uno per tutti, il mitico, magnifico L’ultima minaccia (R. Brooks, 1952), che questo bellissimo film di MacDonald – attenzione: già regista, nel 2007, del magnifico L’ultimo re di Scozia –  ricorda per molti versi. Anche qui siamo di fronte ad una prossima e possibile chiusura del giornale, in questo caso per colpa dei nuovi proprietari che vogliono vendite e soldi cash – a costo di sbattere in prima pagina mostri e marchette – ma anche per l’incalzante concorrenza di Internet, che Bogart – beato lui – nemmeno sapeva cosa fosse. Ma, mentre nel film di Brooks era il Direttore a combattere in prima linea per la sopravvivenza del giornale ma soprattutto per la ‘verità’, qui il Direttore è una figura, se non ambigua per lo meno tormentata (una bravissima Helen Mirren), stretta com’è tra la necessità di far contento il ‘padrone’ dandogli quello che vuole e il rispetto per il suo vecchio redattore, Cal McAffrey (un mostruosamente bravo Russel Crowe). E’ proprio Cal, qui, che, come Bogart nel film di Brooks, prende su di se l’incarico e il dovere di cercare la ‘verità’, ad ogni costo e nonostante tutto, che si tratti di vecchi amici o di vecchi amori. La storia va solo accennata, tra l’altro, tanto questa sceneggiatura è perfetta: intelligente, urgentemente immersa nel quotidiano, con una costruzione dei tempi semplicemente mirabile, con situazioni di fronte alle quali non sai se commuoverti per la loro forza o applaudire per la genialità delle atmosfere e delle citazioni (e ditemi se non profuma di Frank Capra quella scena in cui, a notte ormai fonda, Cal sta battendo sulla tastiera le ultime parole del suo pezzo, mentre Direttore e redattori, muti e a bocca aperta, lo spiano da dietro le spalle). Una sceneggiatura da Oscar, se mai ne ho vista una. Cal, appunto ‘vecchio’ cronista dell’inesistente Washington Globe, inciampa in una storia apparentemente banale: un piccolo spacciatore e un ragazzo qualunque ammazzati con due colpi precisi, al petto e alla testa, una sera, vicini uno all’altro, e senza motivo. Cal capisce che c’è qualcosa di strano quando, nel cellulare dello spacciatore, trova il numero dell’assistente del senatore Stephen Collins, attualmente impegnato in una campagna di indagine e moralizzazione contro una grossa compagnia di contractors in Irak (ma non solo lì). Quando poi la medesima assistente nelle stesse ore viene suicidata sotto i vagoni della metro, allora Cal parte in caccia. Quel che troverà sarà brutto, sporco, doloroso ed anche molto pericoloso, ma mai, nemmeno una volta, gli passerà per la mente di ritirarsi o far sparire qualche carta scomoda, perché, ancora una volta, “questa è la stampa, bellezza”. Tra le molte considerazioni cui questo film induce, c’è anche quella del perché la stampa italiana non abbia mai ispirato non dico un filone, come appunto negli USA, ma nemmeno sporadici episodi filmici (se non ricordo male, sono davvero poche le pellicole su questo tema: Sbatti il mostro in prima pagina, M. Bellocchio, Italia/Francia, 1972, e pochissime altre), e la risposta forse sta nel rapporto particolare che il giornalismo italiano ha, secondo me, sempre avuto con la politica. Sarebbe difficile trovare, nella stampa italiana, un ‘tipo’ come Cal. Il punto è che spesso i giornalisti italiani sono politicamente ‘schierati’, o ‘in quota’. Non voglio dire affatto che si tratti di embedded – è un’offesa infamante, che non penso assolutamente – ma semplicemente che per molti di loro prima viene l’opinione – la loro personale, o quella cui sono fedeli – poi il mestiere. E’ evidente che anche Cal, nel suo agire, ‘fa politica’ – sarebbe ingenuo se non stupido negarlo – ma la fa ‘da fuori’, da ‘professionista’ dell’informazione, che analizza e spiega i fatti senza – apparentemente – alcun coinvolgimento personale nei fatti stessi e nei poteri che li hanno messi in moto, in nome unicamente della ‘verità’ e della ‘libertà di stampa’. Che sono miti, favole, forse: oggi come nell’america di Brooks; ma quant’è bello, qualche volta, sentirsele raccontare, le favole. Venendo all’oggi, e sempre relativamente all’Italia, è difficile immaginare un Cal in un paese che Freedom House, organizzazione no-profit e indipendente, nel 2009 ha declassato – unico Paese europeo – nella classifica di quelli in cui esiste la libertà di stampa, retrocedendolo dal gruppo dei “Paesi con stampa libera” a quelli in cui la libertà di stampa è “parziale”. La causa era, secondo la F.H, la “situazione anomala a livello mondiale di un premier che controlla tutti i media, pubblici e  privati”. L’Italia veniva retrocessa assieme a Israele, Taiwan e Hong Kong, e in una classifica che va da 0 (i Paesi più liberi) a 100 (i meno liberi) aveva ottenuto 32 voti: unico Paese occidentale con un punteggio così basso. I primi erano cinque nazioni del nord Europa (tanto per cambiare): Islanda, Finlandia, Norvegia, Danimarca e Svezia: gli ultimi Corea del Nord, Turkmenistan, Birmania, Libia, Eritrea e Cuba. No comment, ma una sola domanda: voi ve lo vedreste Cal a lavorare al TG4 con Emilio Fede? Io no, sinceramente. A proposito: Freedom House non è stata fondata da un’oscura accolita di terroristi bolscevichi, ma da Eleanor Roosevelt, nel 1941. Un ultimo consiglio: non alzatevi subito dalla sedia, non perdetevi i titoli di coda, un gioiellino, una specie di piccolo film nel film. I personaggi sono usciti di scena, rimane solo la macchina da presa che segue lentamente, passo per passo, la ‘fattura’ del giornale: prima i rotoloni di carta che arrivano alla tipografia, poi i negativi che vengono inseriti, poi la stampa, i nastri che trasportano i giornali ai camion, le copie nei distributori, la mano che ne prende una. Non c’è il febbrile clanger di rotative che accompagna le parole finali di Bogart, ma una pacata e forte consapevolezza di aver fatto la cosa giusta. Ancora una volta, “questa è la stampa, bellezza, e non puoi farci niente”. Assolutamente imperdibile, s’intende.

 

La Passione (C. Mazzacurati, Italia, 2010), 21.15, DT

Carlo Mazzacurati è uno dei più grandi registi italiani (e la lista difficilmente supererebbe le dita di una mano), uno di quelli che anche quando raccontano storie minime (non ‘minori’, ché di storie minori non ne esistono) non parlano del proprio ombelico, né raccontano il proprio incomparabile Ego, ma prendono spunto da storie qualunque di gente qualunque per narrare a tutti di sentimenti ‘universali’, tanto importanti quanto semplici ed elementari. Dopo il bellissimo La giusta distanza (Italia, 2007), disincantata tranche de vie sulle malattie dello spirito che il trionfante Nord-Est nasconde dentro di sé, qui egli torna alla ‘commedia’, ma attenzione: non quella culi-tette-rutti-scoregge che tanto piace alla maggioranza degli italiani, e su cui pseudoregisti (appunto) e pseudoattori hanno costruito le loro fortune, bensì una commedia malinconica e garbata, mite, che degli esseri umani racconta sì le miserie, ma anche la dignità e la nobiltà nascosta. Vorremmo dire una specie di Germi (Signore e signori), senza la sua sacrosanta e scandalizzata indignazione, sostituita da una profonda pietas. Questa volta l’antieroe di Mazzacurati è Gianni Dubois, ‘grande’ ex regista, nel senso che da cinque anni non fa un film, sprofondato com’è in una terribile crisi d’ispirazione. Lo incontriamo in un pessimo momento. Da un lato, una giovane stellina di fiction televisive ha deciso di far fare un salto di qualità alla propria carriera chiedendo di essere diretta proprio da lui in un nuovo film, e lo perseguita continuamente per sapere se ha avuto una buona idea. Dall’altro, il suo produttore – venale e volgare – fiuta l’affare, e anche lui lo perseguita ossessivamente perché si decida a scrivere questo film. Dietro a tutto sta la ‘catastrofe’. In un appartamentino che Gianni possiede in un paesino della Toscana, e di cui non si è mai curato, si verifica una fuga d’acqua, che devasta un preziosissimo affresco nella sottostante, antica chiesetta. Col paese Gianni non ha mai avuto nessun legame, e viene visto come un estraneo profittatore e portatore di rogne, per cui Sindaco e Consigliere lo mettono vigliaccamente di fronte ad un semplicissimo ricatto: o lui accetterà di mettere in scena la sacra rappresentazione della Passione di Cristo per la Pasqua imminente, o verrà denunciato alle Belle Arti, e la sua reputazione di artista ‘impegnato’ verrà distrutta. Continuamente ‘distratto’ dalle proprie fantasie, continuamente alla ricerca della vena perduta, Gianni quasi si lascia scorrere addosso il tempo e gli eventi, ma ad aiutarlo capita – vero deus ex machina: teatro nel teatro – Ramiro, un ex detenuto, che anni prima ha frequentato un suo seminario di teatro a S. Vittore e che lo venera come un Maestro. Ramiro assume tutti i ruoli: aiuto regista, assistente al casting, trovarobe … ma ha dimenticato i suoi trascorsi criminali, e quando la polizia comincia a cercarlo per una pendenza non saldata, è costretto a scomparire. Manca un giorno alla Pasqua, e la mente di Gianni è ‘altrove’: chi lo salverà ora dalla rovina? Una storia minima, come si vede, e forse perfino abbondantemente inverosimile. Eppure, niente è inutile e sciocco, in questo film. Ogni personaggio esprime sentimenti veri e semplici: la stanchezza esistenziale di Gianni, la solitudine umana ed affettiva della barista polacca, l’amicizia bellissima ed ingenua di Ramiro. Anche la grettezza del Sindaco e del suo amante, sono vere e ‘normali’, come pure la stupida supponenza del ‘grande attore’ chiamato ad impersonare il Cristo. In ognuno di loro ci possiamo riconoscere, o confrontare, ognuno di loro ci parla, ci insegna, ci racconta verità semplici e quotidiane. Si ride, ma si ride di noi stessi, e di noi stessi si piange: de te fabula narratur. Il cast andrebbe elencato nome per nome, tanto ognuno è semplicemente perfetto nella sua parte. Silvio Orlando è Gianni, confuso e buono; Giuseppe Battiston – attore icona di Mazzacurati – è il meraviglioso ed ingenuo Ramiro, che mette a rischio la propria libertà per l’amico; Corrado Guzzanti è un odioso ‘grande attore’; Kasia Smutniak è una delicata e sognante ragazza polacca; Stefania Sandrelli – qui, diversamente dal solito, bravissima e misurata – e Marco Messeri sono il sindaco e la sua anima nera, deliziosamente meschini e ‘cattivi’. Un gioiello, insomma, come tutto quello che esce dalle mani di Mazzacurati, che a suo tempo – of course – non è stato selezionato a rappresentare l’Italia all’Oscar, essendogli stati preferiti sentimenti più ‘semplici’ e commerciali. Che almeno il pubblico gli renda l’onore che merita.

 

Lunedì 9 aprile

 

Alice in Wonderland (T. Burton, USA, 2010), 21.10, Rai1

Ahi-ahi-ahi: e due …Nel 2008 Burton ci aveva lasciato con Sweeney Todd, la storia vera del barbiere londinese che nell’Ottocento uccideva e trasformava le sue vittime in pasticci di carne a prezzi popolari. Fu quello un eccezionale esercizio di stile, una grande dimostrazione di mestiere, ma anche un film sostanzialmente vuoto, che non scendeva di un pollice sotto l’elegantissima superficie. Perdonabile tuttavia: e, appunto, per la solita, grande abilità dimostrata e perché – si pensò – anche gli artisti come lui hanno bisogno di un po’ di relax. Lo si aspettava alla prova successiva, quella Alice di cui si favoleggiava da tempo. Quale soggetto migliore per un visionario dark come Burton, dissero moltissimi suoi fans? È vero, dissero subito molti altri, ma stiamoci attenti, perché proprio per questo il Nostro corre uno dei rischi peggiori: quello di fare un film ‘alla Burton’, senza riuscire nemmeno questa volta a raggiungere le radici della sua ispirazione. Stiamo a vedere. Ora abbiamo visto, e avevano ragione loro. Dopo Mars Attacks (1996) e Il pianeta delle scimmie (2001), questo è certamente non tanto il film più brutto di Burton, quanto il più inutile. Acuto è il rimpianto del cartoon disneyano del 1951, col quale questo film è strettamente imparentato, non solo per il soggetto, quanto – ed è questo il punto – per la produzione. Paradossalmente però, il passaggio dal cartoon al film non solo non ha giovato, ma è stato disastroso. Colpa anche dei sessant’anni trascorsi. Nonostante tutta la pruderie degli anni Cinquanta, tuttavia allora il politically correct era ancora un concetto abbastanza sconosciuto. Ne risultò così un cartoon acidino e cattivello, allusivo, inquietante anzichenò, che non a caso non è mai stato ai vertici delle preferenze dei bambini per quel che riguarda la produzione disneyana classica. Ma, appunto, il tempo è passato, Disney è diventata una major, muove somme favolose, e non può permettersi errori. Il risultato è dunque, questa volta, un film che più piccoloborghese non si può: politically very correct, pudico, beneducato. Un film che non contiene una sola scintilla di originalità e di provocazione, e che si adagia in un perbenismo familiare della domenica desolante. Un film in cui i ‘cattivi’ vengono liquidati in fretta, per evitare che qualcuno in sala si faccia domande (e c’è più trasgressione in un capello del Principe Azzurro di Shrek che in tutto il Fante della Regina Rossa) e i buoni sono loffi e noiosi. Un film in cui, tra l’altro, Burton è completamente assente: sparita la cattiveria irriverente di Beetlejuice (1988), spariti gli incubi dark e sanguinosi di Sleepy Hollow (1999), spariti i sogni e gli strazianti ricordi di Big Fish (2003). Rimane una storia banale, nello svolgimento e nella conclusione. ‘Istruita’ dalla sua permanenza in Wonderland, Alice diventa un mercante in Cina. Fantastico! Tutto ‘sto casino per trafficare in oppio e schiavi?! Sarebbe questa la lezione ‘libertaria’ del personaggio?! Aridatece il cartoon, per favore … Ad affossare definitivamente la storia contribuiscono massicciamente i trucchi. Come ha scritto il critico di Liberazione – mi inchino a tanto sarcastico genio – il Cappellaio Matto sembra la caricatura del Mago G di Galbusera. E, aggiungo io, Anne Hataway, nella parte della Regina Bianca, pare la caricatura di Cicciolina, con l’aggravante di essere evidentemente in preda ad una grave crisi confusionale. Sarà stata una scelta registica o si era fatta un cannone prima di andare sul set? Non lo sapremo mai. Quel che sappiamo è che questo è un film fallito, che ci siamo annoiati a morte e che Burton è (era?) un altra cosa.

 

Gangsters (O. Marchal, Francia/Belgio, 2002), 21.10, DT

Frank (un bravissimo Richard Anconina, che dev’essersi studiato tutti i film di Al Pacino) e Nina (Anne Parillaud, triste e bella da morire) sono due poliziotti, infiltrati nella mala per scoprire un giro di colleghi corrotti. Quando vengono arrestati, subiscono ogni sorta di umiliazioni pur di non scoprirsi e di raggiungere l’obiettivo. Ci riusciranno, rischiando quasi di perdere se stessi, ma nell’amore reciproco riusciranno a trovare la catarsi per lasciarsi cadere di dosso tutto il fango accumulato. Certo non siamo all’altezza dei due successivi capolavori di Marchal – 36 Quai des Orfèvres (2004) e L’ultima missione (2008) – ma comunque questa è una tappa importante della maturazione di questo bravissimo regista francese, ex poliziotto, che poco per volta ha imparato a scriversi le sceneggiature – questa è forse un po’ troppo schematica – e soprattutto le battute, qui davvero eccessivamente ‘di genere’, come se portassero tutte il cartellino ‘Noir’ appiccicato sopra. Comunque, da vedere, e con gran piacere.

 

Possession (N. LaBute, USA/GB, 2002), 21.00, DT

Tipico esempio della legge cinematografica (spesso sbagliata, peraltro) per cui da un bel libro si ricava sempre un brutto film. Il libro è il raffinatissimo romanzo omonimo della scrittrice inglese A. S. Byatt (Einaudi Ed.), in cui si racconta la storia di due ricercatori universitari che tentano di svelare il mistero di un’ipotetica relazione tra un poeta vittoriano ed una poetessa coeva. Nel film, ne rimane una storiellina d’amore abbastanza noiosetta, sostenuta soprattutto dalle mossettine della, peraltro appetibilissima, G. Paltrow. Lasciate perdere e compratevi il libro.

 

Mediterraneo (G. Salvatores, Italia, 1991), 17.45, Sky

Nel 1941, otto soldati italiani vengono ‘dimenticati’ per errore su un’isoletta greca dell’Egeo, dove rimarranno due anni, completamente isolati dalla patria. In quel mondo ‘primitivo’ e ‘pagano’, poco per volta essi vedranno cadersi di dosso tutti gli schemi, gli stereotipi, le ideologie. Abbandonata ogni caratterizzazione ‘militare’, essi fraternizzeranno con la popolazione, tornando ad antichi mestieri e riscoprendo finalmente e in assoluta libertà la propria più autentica natura. Estraneo anni luce a qualsiasi riproposizione del mito ‘Italiani brava gente, una razza una faccia’, Mediterraneo è invece un puro e semplice capolavoro di umanità, di verità e di poesia. Se la dedica iniziale “a tutti coloro che stanno scappando” potrebbe farcelo intendere come una ballata hippie in ritardo, la battuta finale di Abatantuono (qui assolutamente prodigioso) ci obbliga a confrontarci crudamente con una scelta nei confronti dell’attualità che non è solo quella del ’91 ma, in tutto e per tutto, anche quella di oggi: “Almeno non potranno dire che siamo stati complici“. Assolutissimamente imperdibile.

 

Martedì 10 aprile

 

Vallanzasca (M. Placido, Italia, 2010), 22.55, Sky

Si levava, dalla crociata (preventiva, come le guerre di Bush) che la Lega a suo tempo scatenò contro il film di Placido, un insopportabile afror di forca, un odioso sventolio di cappi, quasi una risposta alla foia giustizialista che spazza da tempo il paese. Rom, lavavetri, rapinatori, pedofili, e poi ladri comuni, spacciatori, puttane e compagnia bella: da più anni e da più parti si leva ormai, contro di loro, l’invocazione di una moratoria, sì, ma della legalità. Il carcere è poco, per questa feccia: la pena di morte, ci vuole, magari fucilati in piazza, la domenica mattina, e addebitare i proiettili alla famiglie, come si diceva ai tempi delle B.R. E per sopperire all’inefficienza di uno Stato troppo lassista e buonista, qualcuno si sta già organizzando per amministrare la giustizia in proprio: sempre più spesso piove benzina sugli accampamenti Rom, ed attendiamo gli squadroni della morte, che di notte vadano in giro ad eliminare mendicanti e barboni, esseri inutili e dannosi. Così la pensa – è inutile negarlo – la gran parte degli ‘italiani brava gente’, e di questa sensibilità si è fatta interprete e guida la Lega: fino a dove potrà arrivare, lo scopriremo vivendo. È interessante tuttavia osservare come, da parte leghista, non si siano avute analoghe reazioni quando Placido ha raccontato, in Romanzo criminale (2005), le malefatte della Banda della Magliana, attiva anni fa nel territorio della malfamata ‘Roma Ladrona’: forse, come ha commentato lo stesso regista, alla Lega i banditi vanno bene solo quando sono “immigrati, islamici o terroni”. Senza contare, ha poi aggiunto, “che in questo paese delle stragi mafiose e del terrorismo, in Parlamento c’è chi ha fatto peggio di lui”. Forse, prima di parlare, la Lega dovrebbe guardarsi un po’ intorno, tra i suoi amici più stretti. Ma basta con queste squallide miserie. Chi è, chi è stato – invece –  Renato Vallanzasca? Renato Vallanzasca è un delinquente. Ha rapinato, sparato, ucciso, più volte e in modo atroce. Ha provocato devastazioni alla società e dolore insanabile a numerosi esseri umani. Condannato a quattro ergastoli e a 260 anni di reclusione, ha consumato in galera trentanove dei suoi sessant’anni di vita, più di qualsiasi altro terrorista o criminale comune in Italia. Oggi ‘vive’ ancora nel carcere di Opera, da cui esce al mattino e rientra alla sera, in quanto ammesso al lavoro esterno (il primo giorno gli hanno fregato la bici che gli era stata regalata per andare al lavoro: chi di furto ferisce …). In un Paese in cui si può fare a fette la propria madre e un’ora dopo l’arresto ci si precipita a chiedere ‘perdono’; in un Paese in cui i familiari delle vittime di delitti orrendi pare non attendano altro che l’opportunità di concedere quel ‘perdono’ sotto l’occhio morboso delle telecamere – secondo rituali idioti e osceni mutuati dai talk show televisivi – Vallanzasca non si è mai ‘pentito’ e non ha mai chiesto perdono: “Non sono così ipocrita da chiedere perdono a chi so che non potrebbe concedermelo. Non è dignitoso chiederlo ed è stupido pretenderlo”. Né ha mai preteso di farsi passare per qualche specie di rivoluzionario: “Ho deciso autonomamente di fare un certo tipo di vita, non ho mai accampato scuse, mai pensato di essere una vittima della società”. Ma in questa società, com’è noto, spesso e volentieri si usano due pesi e due misure. È di non molti anni fa la grazia a Sofri, condannato per un delitto certamente esecrabile ma spiegabile – non giustificabile, si badi bene – col disordine morale, culturale e politico dei tempi; lo stesso Sofri che, con gli anni, un po’ di carcere, la fama e i soldi, ha cambiato fronte, e da “lo Stato borghese si abbatte e non si cambia” è passato ad essere, di quello Stato, una colonna ideologica. È di questi giorni la crociata di pseudoscrittori e pseudointellettuali di mezzo mondo per la liberazione di Cesare Battisti, un vile assassino, che ha cercato di verniciare di rosso rivoluzionario le sue squallide infamie. L’unico errore di Vallanzasca – ha commentato qualcuno – è stato quello di sparare in proprio: l’avesse fatto sotto qualche bandiera, oggi come minimo sarebbe direttore di giornale. Andava punito, Renato Vallanzasca? Vanno puniti tutti quelli che come lui causano dolore agli uomini e danno alla comunità? Certamente, ma se è evidente che la pena di morte non è né un deterrente al crimine né una ‘punizione’ giusta e logica, tanto più evidente risulta che non lo sia nemmeno il carcere. A che serve tenere chiusa in cella una persona per cinque, dieci o vent’anni? A fargli frequentare un corso di specializzazione in alta criminalità? A farlo diventare un omosessuale coatto? A farlo diventare un tossico? A riempirlo di rabbia cieca e di vendetta, così che poi possa costituire una lombrosiana dimostrazione che i delinquenti è meglio ammazzarli tutti? E inoltre, sia pur accettando di ragionare secondo questa logica bottegaia, in che modo questo ‘risarcisce’ la società e il singolo del male patito? Ma cos’è, questa: Giustizia, o la versione per adulti delle bacchettate sulle dita e delle scudisciate sul culo di vittoriana memoria? O non è altro che la vecchia, cara legge del taglione? E’ un punto di vista ammissibile anche questo, perché no: ma allora, se non altro per coerenza – virtù molto poco praticata in Italia – cancelliamo dalla Costituzione quell’articolo che dice che la pena deve tendere non alla punizione ma alla rieducazione del condannato. E Michele Placido, in tutta questa storia, che parte ha avuto? Placido ha scritto, con “Vallanzasca”, un film magnifico, uno splendido gangster movie che non sfigura affatto a fianco del bellissimo “Banditi a Milano” (C. Lizzani, 1968) né dello stupendo “Nemico pubblico n. 1” (J-F. Richet, 2008), che pure richiama alla mente. Un film teso, serrato, forte, senza la minima sbavatura, senza il minimo calo di tensione, senza la minima ombra di retorica, senza alcuna traccia di quel giustficazionismo che lettori ignoranti e ottusi hanno voluto vedervi. Un film costruito grazie ad eccezionali performances attoriali, da quella di Kim Rossi Stuart – semplicemente eccezionale – a quelle dei comprimari: Filippo Timi, Enzo, il tossico paranoico; Francesco Sciacca, Francis Turatelo, ambiguo ma nel fondo sincero; Valeria Solarino, Consuelo, la donna intensa e tragica che gli darà un figlio. Un film cui contribuisce la colonna sonora dei Negramaro, che lascia senza fiato. Un film che, per ‘obbedire’ agli isterismi leghisti, all’ultima Mostra del Cinema di Venezia è stato presentato fuori concorso, senza di che Rossi Stuart avrebbe certamente vinto la Coppa Volpi per il miglior attore. Un altro capolavoro, dunque, di quel cinema italiano ‘sociale’ e ‘civile’ che spesso sa dimostrare di che pasta vera sia fatta la nostra intellettualità, quando riesca a galleggiare sopra l’ignoranza e la meschinità. Insomma, un grande film, che ci rende felici.

 

Mercoledì 11 aprile

 

Il Maestro e Margherita (A. Petrovic, Italia/Jugoslavia, 1972), 13.30, DT

Un film integralmente fallito, che non conserva un’oncia della sublime bellezza del romanzo omonimo di M. Bulgakov (Einaudi Ed.) da cui è tratto, uno dei grandissimi libri del Novecento. Inutilmente virato su un registro di pesante grottesco, sciocco e banale (e ‘incompiuto’), non ha nulla del libro: non la grandissima eleganza stilistica, non la severità morale, non l’assolutezza dei temi proposti e trattati: il senso del Bene e del Male, la Giustizia, l’Amore. Oltretutto, l’idea di prendere Tognazzi come interprete è semplicemente blasfema. Da rifiutare, semplicemente.

 

L’uomo invisibile (J. Whale, USA, 1933), 23.50, DT

Se avete visto l’invedibile remake L’uomo senza ombra (P. Verhoeven, USA-Germania, 2000), godetevi questo capolavoro, le sue atmosfere di terrorizzante inquietudine e i geniali effetti speciali. Anche qui è consigliabile una visita in libreria per leggere l’omonimo romanzo originale, di H. G. Wells, ma – assolutamente! – solo dopo aver visto il film. Imperdibile.

 

Giovedì 12 aprile

 

Centurion (N. Marshall, GB, 2010), 23.50, DT

Tra il 120 e il 135 d.C., mentre era in costruzione il Vallo di Adriano e Roma si apprestava ad abbandonare al suo destino la Britannia settentrionale, una Legione romana viene quasi completamente sterminata da un agguato di Pitti, e il suo comandante viene fatto prigioniero. I pochi superstiti organizzano un’incursione nel campo nemico per liberarlo, ma dopo che essa sarà fallita dovranno cercare di riguadagnare le loro linee, spietatamente inseguiti dai cacciatori Pitti che li vogliono definitivamente eliminare. Invedibile ed ignobile puttanata pseudoromana, pseudoeroica, pseudouncazzodinulla. La storia non esiste, e la sceneggiatura è praticamente vuota, se si eccettua una serie infinita di combattimenti rigorosamente improntati allo splatter più volgare. Gli attori sono credibili come soldati romani quanto lo sarebbero come Venusiani appena scesi dal disco volante. Le battute sfigurerebbero in un film satirico sui film sul Viet-Nam. I Pitti, questo popolo nobile ed eroico (http://it.wikipedia.org/wiki/Pitti_(popolo) che difese con le unghie e coi denti la sua cultura e la sua terra dall’imperialismo romano, sembrano dei grotteschi mascheroni di Carnevale. La pellicola sembra un paio di jeans, anticata con quei colori metallici e spenti che sembrano inevitabili in tutti i film di questo genere, e che ormai ci hanno saturato i marroni. Il budget del film dev’essere andato tutto in sangue artificiale, che sprizza, spruzza e sgorga ad ettolitri. Trovate il regista e picchiatelo sulle piante dei piedi.

 

Venerdì 13 aprile

 

Reign over me (M. Binder, USA, 2007), 21.10, DT

La moglie e le tre dolcissime bambine di Charlie stanno tornando da Boston, dove si sono recate a trovare una parente. Ma è l’11 settembre, e ‘qualcuno’ manda il loro aereo a schiantarsi sulle Twin Towers (speriamo che un giorno sia data agli americani la possibilità di conoscere il vero volto di quel ‘qualcuno’, e poter così finalmente metabolizzare il loro dolore). Quell’immane fiammata cancella però non solo la famiglia di Charlie, ma, letteralmente, la sua mente e il suo cuore. Charlie regredisce, ad uno stato quasi adolescenziale (“si comporta come se fosse più piccolo di Harry Potter”), e comunque precedente alla tragedia, per non ricordare più di aver avuto una moglie, e delle figlie. Torna a suonare la batteria, come ai tempi dell’università, colleziona dischi di musica anni Settanta, che si spara nelle orecchie di continuo con l’I-pod, passa notti intere a sghignazzare davanti ai vecchi film di Mel Brooks, o a giocare ad un pauroso videogioco, in cui un mostruoso gigante attacca l’umanità. Oppure, vaga da solo per le strade deserte della città col suo monopattino a motore, dolente fantasma assente dal mondo. Quando sta a casa, passa le settimane e i mesi a ristrutturare la cucina, e quando ha finito disfa tutto e ricomincia da capo. Nella sua ultima telefonata con la moglie, lei gli aveva chiesto di farlo, e lui, che stava andando di fretta al lavoro, l’aveva bruscamente mandata a quel paese; ora, quella cucina è un tragico ed inutile esorcismo per ritrovare chi non c’è più, sepolto tra le ceneri di Ground Zero e in fondo al suo cuore. Ma Charlie fa un incontro. E’ Alan, suo vecchio compagno di università, dentista di successo ma chiuso in se stesso, incapace di comunicare i suoi sentimenti, che si tratti dell’amore per la moglie o della rabbia nei confronti dei colleghi prevaricatori. Pur avendo deciso di aiutarlo a ‘rinascere’, poco per volta Alan viene anche ‘assorbito’ dalla vita di Charlie, ne condivide giochi e manie, e soprattutto quella ‘libertà’ adolescenziale che per l’amico è una fuga ma che lui ha comunque perso, costruendosi una vita asettica e spenta. Altri si affiancano ad Alan, nell’impresa di lenire l’immenso – e, qui è proprio il caso di dirlo, inesprimibile – dolore di Charlie: Angela, una giovane psicanalista che esercita sul suo stesso piano, e perfino una sua paziente, Donna, una ragazza turbata, anche lei orfana dei suoi sentimenti (“sono reduce da un terribile divorzio”), che pian piano scopre che forse può rimettere ordine nella sua vita sconvolta proprio accompagnando Charlie nella sua strada verso il ritrovamento della vita. Semplice nella narrazione, quanto essenziale nei sentimenti, questo film è un piccolo e commovente capolavoro, reso tale da molti elementi delicatissimamente fusi tra loro. Intanto la città, una specie di blues che accompagna in sottofondo le evoluzioni di Charlie per le strade, in cui par di ritrovare la magia onirica del bel romanzo di Mark Helprin Storia d’inverno (Frassinelli, 1983) ed anche il dolore e la solitudine della Leggenda del Re Pescatore (T. Gilliam, USA, 1991). E poi, naturalmente, il cast di interpreti, semplicemente eccezionale. Strepitoso Adam Sandler nella parte di Charlie, che ha chiuso la propria sofferenza dietro ad un volto da bambino senza passato; bravissimo Don Cheadle in quella di Alan, scombinato e inquieto, anch’egli in fondo, come Charlie, alla ricerca di un diverso se stesso, ma che riesce comunque a trovare la via per giungere al cuore dell’amico (“Lascia stare quella storia della cucina, dimenticatela: chissà quante cose carine le avevi detto prima”); deliziosa Liv Tyler, anche se forse un po’ troppo burrosa e materna nella parte dell’analista; incredibilmente bella ed eterea Saffron Burrows nella parte di Donna; e la brava Jada Pinkett Smith, dalla recitazione interiore e sospesa, che interpreta la moglie di Alan. Senza dimenticare il bellissimo cameo di Donald Sutherland, un giudice saggio ed insofferente verso la capacità tutta umana di non capirsi e di farsi del male. Assolutissimamente imperdibile.

 

In America (J. Sheridan, GB/Irlanda, 2003), 19.10, Sky

Sarah e Johnny emigrano dall’Irlanda negli USA via Canada. Con sé portano pochi soldi, tante speranze ma soprattutto il ricordo di Frankie, il figlioletto di tre anni morto da poco di tumore al cervello. A New York trovano riparo in un quartiere degradato, in un vecchio edificio semidiroccato e rifugio di tossici e travestiti. Da lì parte la loro faticosa marcia verso la ‘normalità’, intesa non tanto come sicurezza economica, rispettabilità, benessere – valori a cui nessuno dei quattro, curiosamente, sembra dare grande importanza – quanto come assenza di dolore. Non è un cammino facile per nessuno. Sarah porta con sé il rimorso di essere in qualche modo responsabile della perdita del bambino; tuttavia è spinta da un’immensa speranza e da un fortissimo amore per le figlie, e quella speranza è tanto forte da aiutarla a farsi strada, semplicemente, giorno per giorno, e ad indurla a concepire una nuova vita. Per Johnny, invece la ferita è stata troppo profonda, tanto da aver spento entro di lui non solo il dolore e le emozioni, ma anche la capacità di provarne. Johnny si lascia vivere, lottando sempre più stancamente. Unica figura ‘forte’ è Christy, la maggiore, l’io narrante della storia. ‘Nascosta’ dietro il piccolo monitor della sue telecamera, Christy osserva e documenta le sofferenze e le gioie della sua famiglia, accumula ricordi e riflessioni, e anche lei tiene vivo il ricordo del piccolo Frankie, come un invisibile genio benefico che ancora protegge la famiglia. Sulle loro scale vive Mateo, un uomo misterioso, un nero gigantesco che si è isolato dal mondo, col quale comunica solo attraverso urla feroci e minacciose intimazioni ad andarsene. Sarà proprio Christy, nella sua pervicace ostinazione di vita, a ‘costringerlo’ ad uscire e ad aprirsi, permettendogli di rivelare il suo dolore per la morte inevitabile – l’AIDS – e dunque il suo disperato amore “per tutte le cose vive”, che aveva cercato di reprimere. In loro Mateo troverà per l’ultima volta serenità e amore, e grazie a lui e a Christy, la famiglia troverà speranza, fiducia e salvezza. Delicato e poetico miracolo di poesia e di bellezza, In America è interpretato da una piccola squadra di eccezionali attori. Magnifico Mateo, umanissimo, forte e semplice nel suo dolore; stupenda Sarah, dalla dolcissima femminilità, in cui – cosa rarissima, in un cinema costruito spesso di esteriorità e di stereotipi qual è quello attuale – meravigliosamente si fondono maternità e sensualità. Ma su tutti svetta l’incredibile bravura, l’inconcepibile maturità espressiva ed emotiva della tredicenne Christy (Sarah Bolger: segnatevi questo nome), qui, se non sbaglio, alla sua prima prova di recitazione, che racconta sentimenti ed emozioni con la sensibilità compiuta di una donna, di chi ha già conosciuto e metabolizzato dolore e felicità. Non un’espressione fuori posto, non un gesto esagerato, non uno sguardo sbagliato, in una interpretazione semplicemente strepitosa. Un film colmo di speranza, di fiducia nella vita, nel mondo, nel prossimo. Non è un incredibile regalo? Qualcuno ha parlato di Frank Capra, per questo film: è un grandissimo complimento, ed un parallelo perfettamente appropriato. Un ultimo invito a seguire Sarah – forse la compagna e madre dei nostri figli che tutti noi abbiamo sognato. E’ lei che parla, quando alla televisione appare un’inquadratura di Furore, con la madre, Ma Joad, che dice: “Noi ce la faremo”.

 

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