Pubblicato da: giulianolapostata | 31 marzo 2012

Multivisioni – Sabato 31 marzo 2012

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

“Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

L. Wittgenstein

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Sabato 31 marzo

Au revoir les enfants (L. Malle, Francia, 1987), 14.45, DT

Nella Francia di Pétain, tre bambini ebrei trovano rifugio in una scuola cattolica, ma vendono denunciati e deportati. Nonostante la drammaticità dell’argomento, un film insopportabilmente lento ed a volte anche retorico. Insomma, nella miglior tradizione di Malle (avete visto “Cognome e nome: Lacombe Lucine”, del 1974? Ecco …).

Il federale (L. Salce, Italia, 1961), 21.00, Sky

Amarissima ironia di Salce sugli italiani e il fascismo. Un piccolo gerarca di provincia (uno strepitoso Ugo Tognazzi) viene nominato federale proprio negli ultimi giorni di guerra, e si imbarca in un lungo viaggio in sidecar per consegnare al comando un vecchio professore liberale ed antifascista da lui arrestato, il quale cercherà di rieducarlo ai valori della democrazia, del rispetto e della libertà. Comico e divertente, e tristemente istruttivo. Dopo sessant’anni, non siamo molto diversi, purtroppo, anzi, se possibile, siamo peggiorati. Da vedere.

Domenica 1 aprile

Sfida senza regole (J. Avnet, USA, 2008), 21.00, DT

Turk (Robert de Niro) e Rooster (Al Pacino) sono due pluridecorati detective della Polizia di New York, in coppia da trent’anni, all’apice della carriera ed alle soglie della pensione. Ma un caso particolare li impegna, prima di lasciare. Uno strano serial killer colpisce in città, uccidendo delinquenti che per qualche ragione l’hanno fatta franca con la giustizia e lasciando sul loro corpo pochi beffardi versi di commento. Il quadro si complica quando vari indizi portano a credere che il colpevole sia un poliziotto, e tutti vorrebbero chiudere la faccenda in fretta: il loro capo, per ovvie ragioni, e due altri giovani detective, che invece vorrebbero farsi belli risolvendo il mistero. Già qualcuno aveva provato, qualche anno fa, a mettere insieme Robert de Niro ed Al Pacino, due dei più grandi attori viventi, ma quel ‘qualcuno’ si dava il caso che fosse Michael Mann, a sua volta uno dei più grandi registi viventi, dotato di un profondo senso del pathos, artista al tempo stesso elegante e drammatico. Il risultato fu The heat (USA, 1995), uno dei suoi film più interessanti, in cui i due si costeggiano per due ore e si incontrano in sole due scene, in un ininterrotto specchiarsi di vite e di storie che affascina e commuove per abilità e forza. Jon Avnet, decisamente, non è Michael Mann, e potremmo anche finirla qui. Non lo è per una serie infinita di ragioni, lunga quanto questo film brutto e inutile, di cui – incredibile a dirsi – nemmeno la presenza dei due mostri sacri giustifica la visione. Intanto per la sceneggiatura che ha scelto, di quel Russel Gewirtz che già con Inside Man (S. Lee, 2006) aveva fornito un film balordo e che qui ha, purtroppo, superato se stesso, scrivendo una storia disordinata e confusa, tanto che spesso si ha l’impressione che nemmeno lui sappia bene dove sta andando a parare. Non lo è per la regia, sempre piatta e uniforme, che mai, nemmeno nei momenti ‘ad effetto’, riesce ad offrire una qualche emozione che non sia assolutamente ovvia e prevista (ed è veramente sconfortante, per fare un solo esempio, quella ‘falsa’ confessione alla telecamera spiegata negli ultimi minuti, modesto trucchetto da principianti che perfino ad una scuola di regia si rifiuterebbero di usare). Non lo è nemmeno per la capacità di dirigere gli attori (ad ennesima riprova che, chiunque – ma proprio chiunque – ci sia sul set, a fare il film è il regista), perché non è possibile trovarsi tra le mani due dei più grandi attori della storia del cinema, la cui carriera è costellata di interpretazioni che ci hanno strappato il cuore, e dirigerli come se fossero caricature di se stessi, due manichini di cartone con la faccia di Al Pacino e de Niro che gli inservienti di scena spostano sul set alla bisogna, senza che i due grandi riescano – manifestamente perché non ne hanno nessuna voglia – a tirar fuori un’oncia della loro grandezza. Rimane un mistero il perché due come loro si siano fatti coinvolgere in un’operazione come questa: non certo per i soldi, ché, passato molto velocemente per le sale, il film è scomparso presto anche dagli scaffali dei videonoleggi. Che peccato, e che occasione sprecata.

Il patto dei lupi (C. Gans, Francia, 2001), 23.50, Rete4

Un vero gioiellino. Per la vicenda. L’idea del complotto organizzato da un’aristocrazia ‘vandeana’ per screditare un re libertino ed illuminista è assolutamente verosimile e credibile, e immerge la vicenda nel pieno della Storia. L’ambientazione. Semplicemente perfetta. Le scene di caccia, gli abiti, gli interni sono perfetti, che altro dirne? Quando mai si è visto un postribolo del ‘700 così sensuale e intrigante? Gli attori. Devo confessarlo: ho un debole per Vincent Cassel, inquietante e demoniaco, sempre con una capacità attoriale da grandissimo attore. Basta vedere quel capolavoro assoluto che è La haine (M. Kassovitz, Francia, 1995), il viaggio disperato e tragico di tre adolescenti emarginati nella periferia di Parigi. Forse gli effetti speciali a volte sono un po’ eccessivi (tutto quello sbelluccichìo della bestia e della neve nella foresta) e il personaggio dell’indiano praticante di arti marziali è un po’ fuori posto, ma alla fine anche questo trova una collocazione ed una giustificazione, tanto è ricco e coinvolgente il ‘contorno’. Da vedere, ed anche da rivedere.

Le miniere di Re Salomone (C. Bennet/A. Marton, USA, 1950 ), 11.05, DT

Ai primi del Novecento, Allan Quatermain (quello che ritrovate nella Leggenda degli uomini straordinari!) parte per l’Africa nera e misteriosa, alla ricerca di un uomo scomparso ma anche del segreto per raggiungere le favolose miniere. Gran bel film d’avventura, come non se ne fanno assolutamente più, tratto da uno dei romanzi di H. Rider Haggard, un genio del mistery avventuroso ormai dimenticato. Cercateli e leggeteveli.

Ogni cosa è illuminata (L. Schreiber, USA, 2005), 14.50, DT

Jonathan, giovane ebreo americano, stereotipo dell’ebreo succube della famiglia, parte per l’Ucraina in cerca della donna che cinquant’anni prima salvò suo nonno dallo sterminio nazista. E’ accompagnato da un giovane ucraino col nonno, un vecchio che pare aver rifiutato il presente rifugiandosi in una sua personale follia. Tutti e tre concluderanno il viaggio avendo ognuno trovato la propria illuminazione, anche se potrà costare carissimo. Opera prima dell’esordiente Schreiber, il film è un gioiello di poesia e di malinconico umorismo, un racconto apparentemente semplice e lineare quanto invece turgido di sentimento e di umanità. Assolutamente imperdibile.

Carlito’s way (B. de Palma, USA, 1993), 22.45, DT

1975. Carlos Brigante, spacciatore e malavitoso, torna ad Harlem dopo cinque anni di prigione. Sembrano pochi, ma è passata una vita. Tutti lo accolgono col rispetto e l’entusiasmo dovuti ad una leggenda, ma – Carlito lo percepisce benissimo – le leggende sono roba vecchia. Nuovi stronzetti rampanti scalpitano per strappargli lo stuoino di sotto ai piedi, e tagliarsi ingordamente una fetta di torta molto più grande di quella di cui si accontentava lui. Così Carlito decide di andarsene. Rientra nel giro ma tenendosi fuori dalle porcherie, e solo per quel tanto che gli permetterà di metter da parte il gruzzoletto destinato a realizzare il suo sogno: fuggire alla Bahamas con l’unica donna che abbia mai amato. Però, Carlito è anche un ‘uomo d’onore’: i debiti vanno pagati, gli amici vanno aiutati. Solo che, e se ne accorgerà a sue spese, anche quel codice è roba vecchia, e gli amici non sono più quelli di una volta. Lunghissimo flash back – 144” che scorrono senza un solo istante di noia – CW è un capolavoro senza confronti, un’inarrivabile lezione di Cinema, un film che emoziona e turba quasi più per la sua perfezione stilistica e tecnica che per le emozioni che mette in scena. Noir ‘stereotipo’ fin nelle midolla, CW rielabora e rinnova quell’eredità offrendo una vicenda nuova e fresca, commovente e coinvolgente, ulteriore testimonianza di come questa sia l’opera di un Maestro. Gli attori sono magnificamente bravi, ma anch’essi – come dovrebbe sempre essere – strumenti che il Maestro suona alla sua bisogna. Al Pacino è il malavitoso che sogna invano di sfuggire al proprio destino; Sean Penn è l’avvocato corrotto, omuncolo schiavo della propria viltà e della propria ignavia prima ancora che dell’alcol e della coca; Penelope Ann Miller è poi al di là di ogni lode, interprete di un personaggio che sembra ‘clonato’ dai personaggi migliori di Kim Basinger, ma che per intensità ed umanità non solo non la fa rimpiangere, ma addirittura la fa scordare. Assolutissimamente imperdibile.

Lunedì 2 aprile

Gli eroi di Telemerk (A. Mann, GB, 1965), 02.30, Rai1

Nel ’42 soldati americani e partigiani norvegesi tentano di distruggere la fabbrica in cui i nazisti stanno producendo acqua pesante per fabbricare la bomba atomica. Storia semplice di eroi, tesa ed avvincente. Da non perdere.

La Rosa Bianca (M. Rothemund, Germania, 2005), 13.20, DT

Nel febbraio del 1943, a Monaco di Baviera, gli studenti universitari Sophie Scholl, suo fratello Hans ed alcuni loro amici vengono arrestati per aver diffuso volantini contro Hitler e la guerra. In cinque giorni, dopo un processo-farsa, in cui uno pseudogiudice – in realtà burattino del regime – vomita loro addosso squallidi insulti razzisti (è importante sapere che oltre il 90% dei dialoghi sono basati sui verbali originali), vengono condannati per tradimento e ghigliottinati. Sommamente eroica la testimonianza della Rosa Bianca – questo era il nome che i ragazzi si erano dati – soprattutto perché non si trattava di un gruppo politico, legato a qualche organizzazione partitica. Di fede evangelica, i componenti della Rosa Bianca basavano la loro lotta unicamente su motivazioni religiose e sull’obbedienza alla retta coscienza instillata loro dai genitori. Forse un po’ legnoso nella struttura, denunciando così la sua origine ‘giudiziaria’ (meglio ha fatto Peter Weiss con la sua bellissima Istruttoria, ricavata dai verbali di Norimberga), La Rosa Bianca riesce comunque ad essere un film commovente e coinvolgente che finalmente rende giustizia a questo episodio fino a poco tempo fa praticamente sconosciuto della Resistenza tedesca. Il film ha avuto l’Orso d’Argento per la miglior regia e la migliore interprete femminile al Festival di Berlino del 2005. Su un episodio analogo, cioè su una protesta nata non da motivazioni ideologiche o politiche, bensì semplicemente dall’urgere della coscienza, si legga anche lo splendido romanzo Ognuno muore solo di Hans Fallada, recentemente ripubblicato da Sellerio.

Frankenstein (J. Whale, USA, 1931), 21.15, DT

Il primo, l’unico, il bellissimo film fondatore del mito, assolutissimamente imperdibile. Dal romanzo Frankenstein o il Prometeo moderno (1818), di Mary Wollstonecraft Shelley, la storia dello scienziato superomista che vuole sostituirsi a Dio e creare la vita, riflessione filosofica sull’Uomo e sui deliri dello scientismo. Puro cinema, pura poesia.

Martedì 3 aprile

Secondo Ponzio Pilato (L. Magni, Italia, 1988), 13.25, DT

Dopo la sconcezza di Montesano (???) ‘ladrone’ (Il ladrone, P. Festa Campanile, Italia/Francia, 1980) ecco Manfredi, altra ‘celebrata’ icona dell’estetica sottoproletaria, prodursi in una versione alla ciociara di Ponzio Pilato. Semplicemente vergognoso.

Indianapolis pista infernale (G. Goldstone, USA, 1969), 14.05, DT

Amore e morte in pista. In confronto a quello che si vede oggi può far sorridere, ma la sua bella carica di epos ce l’ha ancora, e il cast è di quelli ‘di una volta’: Paul Newman, Robert Wagner, Joanne Woodward. Vale la pena.

Mercoledì 4 aprile

La leggenda del Re Pescatore (T. Gilliam, USA, 1991), 21.00, Sky

La mente devastata dalla morte della moglie, un professore di Storia Medievale si perde tra i barboni di New York, cercando un impossibile Graal, e la sua resurrezione. Continuamente e poeticamente in bilico tra realismo e fantasia, è una storia profondamente umana e al tempo stesso visionaria sui valori essenziali della vita: amore ed amicizia. Intenso e commovente: una delle migliori interpretazioni di R. Williams, ed una delle perle del genio di Gilliam, che purtroppo non è assolutamente riuscito ad eguagliarsi nell’ultimo e bruttissimo Parnassus.

Sette spose per sette fratelli (S. Donen, USA, 1954), 22.50, DT

Divertentissimo, commovente, sentimentale, meravigliosamente ‘falso’ e deliziosamente stereotipo. Un capolavoro assolutissimamente imperdibile.

Giovedì 5 aprile

The Terminal (S. Spielberg, USA, 2004), 21.10, Sky

Un’inconcepibile sciocchezza, che va ad allungare la già nutrita lista di fallimenti del povero Spielberg, a fronte di non più di quattro o cinque film da salvare. Favoletta insipida e ridicola, melensa caricatura di ‘buoni sentimenti’ che vorrebbe ispirarsi al grande Frank Capra, totalmente inverosimile (nonostante sia ispirata ad una storia vera!), noiosa, banale e scontata. Tom Hanks è assolutamente fuori parte e non credibile nel personaggio di un turista dell’Est Europa che rimane bloccato per mesi all’aereoporto di New York per disguidi burocratici (e impara l’inglese in una notte sulle guide turistiche!), e C. Zeta-Jones, se non si spoglia, non ha niente da dire.

Mezzogiorno e mezzo di fuoco (M. Brooks, USA, 1974), 23.15, Sky

Una chicca di Mel Brooks, questa demenziale e fracassona parodia del cinema western, opera del solito geniaccio dissacrante con le sue solite ‘muse’, Gene Wilder e Dom de Luise. Come tutti i suoi film, imperdibile.

Venerdì 6 aprile

In nome del popolo italiano (D. Risi, Italia, 1971), 13.45, DT

Amarissima commedia sull’Italia “da bere” degli anni ’70, nella quale possiamo leggere impressionanti corrispondenze – provate e vedrete – con quella di oggi. Un giudice integerrimo ‘perseguita’ un industriale fascistoide, dall’ambiguo arricchimento. Crede di averlo incastrato come colpevole di un omicidio, ma quando scopre le prove della sua innocenza le distrugge, pur di eliminarlo dalla società. Geniale, cinico, ironico, superbamente recitato da Gassman e Tognazzi in una delle loro prove migliori. Assolutissimamente imperdibile.

L’ultima missione (O. Marchal, Italia/Francia, 2007), 21.05, DT

Un noir. Oh sì: un noir. Ma di quelli che sanno fare solo in Francia, di quelli noir veramente, neri dappertutto, nel cuore, nella vita, nell’animo (è nera, notatelo, anche la macchina del protagonista, l’unica di questo colore nel film), di quelli dove muoiono tutti, o perché sono troppo cattivi, o troppo marci, o troppo buoni per stare in questo mondo cattivo e marcio. Di quelli dove lo sai che morirà anche l’unico davvero buono, e spasmodicamente fai il tifo per lui, cerchi quasi di tendergli una mano attraverso lo schermo perché si salvi, ma tanto sai che è inutile, e puoi solo star lì a contemplare la rovina di una vita. Dopo il bellissimo e ‘perfetto’ 36 Quai des Orfèvres (Italia/Francia, 2004), Marchal ci regala ora questo film turgido, forse eccessivo, ma per accumulo ‘insopportabile’ di emozioni e di dolore. Daniel Auteuil – ormai al di là di qualsiasi elogio possibile – è Louis Kovalski, un poliziotto che si sta uccidendo lentamente con l’alcol dopo l’incidente d’auto in cui ha perso la figlia e la moglie, ridotta ad un vegetale in una clinica. Ma la sua intelligenza, il suo acume investigativo non si sono ancora spenti, e nonostante il disprezzo che lo circonda riesce ad individuare la soluzione di una serie di orribili delitti che stanno insanguinando Marsiglia, e a suggerirla ai colleghi. Ma non si tratta solo di virtù da sbirro: a spingerlo è anche un profondo rispetto per la vita, l’incapacità di credere, nonostante tutto quello che ha visto, “che un uomo possa commettere tante malvagità”. Gli stessi sentimenti che, vent’anni prima, lo hanno portato a catturare Subra, assassino e stupratore, autore di delitti molto simili a quelli attuali. Subra sta per uscire per buona condotta, e Louis vorrebbe fermarlo di nuovo: Justine, la figlia dei coniugi assassinati da Subra, che da allora ha cancellato la propria vita in nome di quella spezzata dei genitori, va a cercarlo e gli chiede aiuto, terrorizzata per questo che sta per accadere. Vorrebbe fermare anche questo nuovo assassino (“Il nostro mestiere è di arrestare questi delinquenti e di far cessare delitti orribili come questi”), ma si accorgerà che non è così semplice: sporchi segreti e inconfessabili complicità gli si frappongono davanti come ostacoli insormontabili. E Louis capisce che c’è un solo modo per risolvere tutto, e un solo prezzo da pagare: e forse, alla fine, quel prezzo non sarà stato pagato invano. Avvolto da una fotografia metallica e fredda, che spegne le sfumature lasciando che a risaltare su tutto siano i sentimenti estremi dei personaggi, UM è un film che conquista anche grazie agli ottimi coprotagonisti. Bravissima Olivia Bonamy, una Justine fragile e sofferente, magnifica Catherine Marchal (Marie), collega di Louis, che ha permesso che l’ignavia e la viltà le spegnessero il cuore. E dopo tanti elogi, lasciatemi concludere con una piccola malignità personale. Se Caos calmo, di Nanni Moretti (che mi guarderò bene dall’andare a vedere, sia chiaro!), sembra sia stato sponsorizzato da una marca di automobili tedesche, ed anche molto sfacciatamente, qui a finanziare il film – sia pur, bisogna onestamente riconoscerlo, con molta maggior discrezione – è evidentemente un marchio americano. Guardate il film e provate a indovinare qual è: comincia per C e finisce per R … A parte ciò, assolutissimamente imperdibile.

Ghost dog (J. Jarmusch, USA, 1999), 11.30, DT

Splendido noir americano sulla vita di un killer, che però non uccide per denaro, ma per fedeltà personale al ‘Capo’. Vive in monacale povertà, come un antico samurai, e dei samurai studia le opere e pratica le arti marziali. Unica compagnia, quella dei suoi piccioni viaggiatori. Ma quando viene tradito, allora la sua furia si scatena, passando per la distruzione del ‘nemico’ fino all’autodistruzione. Film coltissimo e raffinato, sublime capolavoro, poema zen, gelida, commovente ed elegantissima elegia dell’esistenza e dell’assurdo. Assolutissimamente imperdibile.

Vatel (R. Joffé, Francia/GB, 2000), 18.45, DT

Nella primavera del 1671, Luigi XIV annuncia al Principe di Condé una visita di tre giorni. Trattandosi di ‘un’offerta che non si può rifiutare’, il Principe, pur sovraccarico di debiti, chiede a Vatel, il suo maestro di cerimonie, di organizzargli tre giorni fantasmagorici, tra giochi, feste e pranzi memorabili. A prezzo della propria consunzione, Vatel riesce nell’impresa, ma la sua dedizione non viene assolutamente riconosciuta da una corte cinica e crudele, di cui egli stesso finirà vittima. Capolavoro di ricostruzione storica e di indagine morale, tragico e fastoso, eroico e romantico, non si capisce come questa meraviglia sia uscita dalle mani di un regista che, a parte Mission (1986), è da seppellire sotto un pietoso silenzio. Grandissimo Depardieu e magnifica la Thurman. Assolutissimamente imperdibile: poi, per completare il ‘panorama’, correte a rivedervi il meraviglioso Marie Antoinette di Sofia Coppola e il coltissimo Il mondo nuovo di Ettore Scola.

 

 

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