Pubblicato da: giulianolapostata | 30 marzo 2012

The sounds of silence

Cominciò tutto col mangiadischi, o col Gelosino (si capisce che sono vecchio, eh?!): non ricordo quale dei due sia venuto prima. Ingombranti, ed anche abbastanza macchinosi da usare, per la prima volta permettevano di scegliere quale musica ascoltare e portare con sé, in modo che ognuno potesse farsi la propria personale hit-parade, come si chiamava allora. Seguì il mangiacassette, che liberò dalla schiavitù di maneggiare il nastro magnetico e si contrasse fino alle dimensioni di walkmen, e successivamente il lettore portatile di cd, che però presentavano ancora il limite della necessaria e frequente sostituzione del supporto e delle batterie e soprattutto della quantità di canzoni che potevano contenere: qualche decina al massimo. Ma la nuova frontiera fu l’i-pod, un oggetto dalle dimensioni ridottissime e dalla lunghissima autonomia, che può contenere migliaia e migliaia di pezzi. Altra tappa fondamentale, nel campo dell’ascolto musicale, fu la comparsa delle minicuffie, che ne rivoluzionarono totalmente non solo il modo, ma la stessa filosofia. Prima, esso aveva una dimensione volutamente comunitaria e collettivizzante: oltre alla fruizione individuale, i vecchi strumenti servivano soprattutto ad ascoltare insieme, a condividere melodia e parole di uno stesso pezzo, trasformandone l’ascolto in un’esperienza sociale e socializzante. Con l’uso quasi universale delle cuffie, tutto ciò è cessato. L’esperienza dell’ascolto è cortocircuitata, si è rivolta su se stessa, è diventata puramente autoreferenziale. Certo, ‘fuori’ dalle cuffie, gli individui si rapportano ancora, si scambiano indicazioni, consigli, appunto files musicali. Ma poi, alla fine, quando se le rimettono, rientrano in un sé, come dice Umberto Galimberti (Repubblica del 13/3) “dalle pareti strette come quelle di un ascensore”, dove non c’è spazio per nessun’altro, dove, soprattutto, nessuna esperienza esterna può penetrare. Mettono un brivido di angoscia, tutti questi ragazzi che girano con le protesi nelle orecchie, quasi non fossero capaci, o addirittura avessero paura, del silenzio, e di quella pulsione alla meditazione che esso necessariamente induce. L’avrà mai ascoltato, qualcuno di loro, il suono del silenzio? In campagna, di pomeriggio, quando d’un tratto ti fermi, deponi il libro che stavi leggendo, getti la sigaretta, semplicemente ‘ascolti’: e ti compenetra un silenzio vibrante, quasi un panico respiro; a stento vi penetrano l’abbaiare d’un cane, il rumore d’un aereo lontano, che ti fungono quasi da misura, per percepirne ancor più intimamente la bellezza. Momenti di pura ebbrezza, da cui esci persino un po’ stordito, ma come colmo di grazia, quasi rigenerato. O di notte, quando solo le sfere ruotano perfette nel cielo, e quasi hai l’impressione di udirne l’ineffabile armonia. Che sia proprio per paura di questa discesa negli abissi del sé, che si isolano dal mondo? Impenetrabili non solo al ‘suono del silenzio’, ma anche a quello della loro stessa realtà – un incidente a pochi metri da loro, con le urla, il dolore, la morte, può esser loro assolutamente estraneo, se non lo sentono – essi ricordano drammaticamente le “migliaia di persone … che parlavano senza emettere suoni … che ascoltavano senza udire”, come appunto cantavano Simon & Garfunkel nel ’69; è forse per paura di quel silenzio, che – ancora U.G. – “si stordiscono le orecchie d’una musica” dai ritmi disumani, che pare fare luciferinamente il verso al ritmo primordiale del battito del cuore umano. Bisogna aprirsi all’Universo, per ritrovare se stessi.

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