Pubblicato da: giulianolapostata | 29 marzo 2012

La colpa è sempre degli altri

“Montagna assassina” scrivono i giornali, quando qualcuno va a farsi una ferrata in maglietta, jeans e scarpette da ginnastica, e poi in un’ora una bufera lo trasforma in un merluzzo congelato. “Tragica fatalità”, dicono, quando un ragazzo entra in curva a 190 all’ora con la strada bagnata, e poi va a sbriciolare la macchina, se stesso e gli amici sul campo antistante. “Strada assassina” scrissero anche qualche anno fa, quando un motociclista si stampò sulle rocce all’uscita da un tornante sulla Dorsale dei Berici: e qualcuno – seriamente! – affermò che bisognava raddrizzare quelle curve ‘perché erano troppo pericolose per le moto’. “Saranno state le cattive compagnie a portarlo sulla cattiva strada: lui queste cose non le ha mai fatte”, spiegano le famiglie, quando qualcuno schiatta di overdose fuori da una discoteca. Insomma, la colpa, appunto, è sempre di qualcun altro: la strada, o la montagna, gli amici sbagliati, o se non c’è di meglio il rio destino. Mai una volta, mai una, che qualcuno dica: sì, ho fatto una cazzata, è colpa mia, non dovevo. Mai. Molti hanno osservato come una delle cause di parecchi dei mali che affliggono la nostra società sia la perdita del senso dell’autorità, ed è vero, ma forse è il caso di ricordare che ad esso è fortemente connesso quello della responsabilità personale. E il male sta nelle radici. Fin dalla scuola elementare, tantissimi bambini sono abituati a sentirsi dire che sono i compagni che ce l’hanno con loro, che è la maestra che non li capisce, che la scuola pretende troppo. Eserciti di psicologi sono lì pronti a cercar di capire, sviscerare, indagare, comprendere: e naturalmente giustificare. Rarissimamente capita di incontrare una famiglia che dica: è vero, mio figlio ha fatto un’asinata, io non l’ho certo educato così, mi vergogno per lui, ma ora torniamo a casa e facciamo i conti. Così, molto spesso i ragazzi crescono immersi nell’amnio di una beata irresponsabilità, convinti che le ‘regole’ siano, nella migliore delle ipotesi, ridicole pastoie per poveri sfigati, nella peggiore, odiose ed intollerabili imposizioni di un’autorità tanto insipiente quanto inesistente. Poi succede il casino, e allora, appunto, tutti a cercare un colpevole: naturalmente fuori dalla porta. Non si danno adulti, non si dà crescita, non si dà società, senza l’acquisizione, seria e costante, del senso della responsabilità personale. Che significa certamente coscienza delle proprie capacità, del diritto di ognuno ad essere liberamente se stesso; ma significa anche, e forse soprattutto, coscienza dei limiti, rispetto del prossimo, rispetto delle regole intese non come assurdi comandamenti calati dal cielo, quanto come espressione di un ‘contratto sociale’ che gli individui hanno stipulato per poter convivere ‘liberi’ e in pace. Rendersene conto è fondamentale, ed essere capaci di dire “ho sbagliato” può essere, a volte, la patente migliore di una raggiunta maturità.

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Responses

  1. Apprezzo molto quello che hai scritto, è una triste realtà dei giorni nostri; un’altro sintomo è il fatto che a scuola i professori ( a volte ) non possono nemmeno più riprendere un alunno per paura della reazione dei genitori.

    Chiudo riportando una frase di Katharine Hepburn molto in sintonia con il tuo post:
    “Ci insegnano ad attribuire la colpa al padre, alle sorelle, ai fratelli, alla scuola, ai maestri, ma non a noi stessi. Non è mai colpa nostra. Invece, è sempre colpa nostra, perché se desideriamo cambiare è da noi che dobbiamo cominciare”.

    Un saluto


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