Pubblicato da: giulianolapostata | 17 marzo 2012

Multivisioni – Sabato 17 marzo 2012

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

“Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

L. Wittgenstein

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Sabato 17 marzo

Cuore di tuono (M. Apted, USA, 1992), 18.50, DT

Un agente FBI mezzo Sioux deve indagare sull’assassinio di un indiano in una riserva del South Dakota. L’indagine lo porterà a riscoprire le proprie radici e la cultura del suo popolo. Bel film, intelligente ed antropologicamente fondato, figlio di quel filone di controinformazione sulla cultura indiana che nella seconda metà degli anni Novanta ci ha dato numerosi pregevoli prodotti. Da vedere.

Domenica 18 marzo

Nessuna pietà (R. Pearce, USA, 1986), 00.15, Rete4

Un poliziotto di Chicago col cuore appena spezzato si trova impelagato in un’indagine nella Louisiana dei Cajun, e naturalmente si innamora di una splendida bionda, ‘la donna del capo’, qui un assassino psicopatico. Vedibile e ben confezionato, forse anche troppo, e spesso la confezione elegante rallenta il ritmo e l’azione. R. Gere abbastanza improbabile sia come poliziotto che come ‘amante’ di Kim Basinger, irresistibile – invece – come sempre.

Magnolia (P.T. Anderson, USA, 2002), 20.55, DT

Nove vite e nove destini si incrociano in una piovosa giornata a Los Angeles, in un film che vorrebbe essere una riflessione filosofica sull’esistenza e sull’amore, ed è invece una delle più micidiali mattonate sui cosiddetti che vi possiate beccare, sotto forma di una storia tanto incomprensibile quanto grottesca. Da evitare accuratamente.

Non è un paese per vecchi (E. e J. Coen, USA, 2008), 21.15, DT

L’ennesimo tassello di una filmografia, quella dei Fratelli Coen, che continuo a trovare tanto irritante quanto inutile. Un uomo trova una valigetta con due milioni di dollari e un mucchio di morti: evidentemente trafficanti di eroina che si sono uccisi a vicenda per la spartizione. Si impadronisce del denaro, ma subito si trova ad essere oggetto della caccia di un assassino psicopatico che vuole recuperare la somma: ovvio il finale. Ancora una volta il grottesco è la chiave preferita dai Coen, ed ancora una volta il mezzo finisce con l’essere il fine. Grottesco, se non ridicolo, è tutto il film: le luci, i volti, le situazioni. Javier Bardem porta in giro per due ore il suo volto perennemente stabilizzato in un rictus che spesso e volentieri strappa le risate, nonostante ogni cinque minuti qualcuno ripeta che è, appunto, “un assassino psicopatico”, probabilmente per convincere gli spettatori, che altrimenti avrebbero già cominciato a fare ‘Buuu!’ ogni volta che lo vedono sullo schermo. Tommy Lee Jones, solitamente attore sensibile e tormentato, pare uscito da un bagno in una vasca d’amido. Semplicemente invedibile.

Lunedì 19 marzo

Live! (B. Guttentag, USA, 2009), 22.35, DT

Ci aveva già pensato, quasi trent’anni fa, Stephen King, in una di quelle sue cupe ed inquietanti occhiate sul nostro futuro, non tanto ‘fantascienza’, quanto vere e proprie visioni, come di una sibilla che, inalati i miasmi della società presente, profetizzi gli orrori di quella futura. Fu quando scrisse “La lunga marcia” (The Long Walk, 1979). Ogni anno, cento ragazzi partono a piedi da un punto qualsiasi ad un altro degli Stati Uniti, distante seicento chilometri. Devono marciare, continuamente, senza mai scendere sotto i sei chilometri all’ora. Ogni rallentamento viene sanzionato con una “Ammonizione” – che può essere cancellata se, per altre tre ore, si recupera il ritmo e lo si mantiene – ma dopo la terza ammonizione si riceve il “Congedo”: uno dei soldati, che con sonar e radar sofisticatissimi li seguono su mezzi militari, elimina il perdente con un colpo in testa. Al vincitore – sempre che vi sia, un vincitore – un premio quale nessuno ha mai nemmeno osato immaginare: “Tutto quello che vuoi, per tutto il resto della tua vita”. Nei primi chilometri il pubblico è scarso – ‘non c’è gusto’: troppi sono ancora i concorrenti, la selezione è ancora blanda: è più ‘divertente’ starsene a casa a guardarli camminare e morire in TV – ma man mano che la distanza aumenta, che i ‘congedati’ rimangono cadaveri sul ciglio, man mano che la stanchezza bestiale e la disperazione riducono i superstiti a disumani automi, fantocci che si trascinano avanti spinti solo dal terrore della morte, allora il pubblico aumenta, sempre più. Archi di trionfo accolgono i disperati, parate, coriandoli, fuochi artificiali, e negli ultimi chilometri è necessario l’esercito per trattenere le folle urlanti che si assiepano ai lati della strada, a godere delle orme di sangue impresse sull’asfalto. E pochi anni prima, nel 1975, Norman Jewison, col suo magnifico e disperato Rollerball, ci aveva mostrato una società futura e dittatoriale, in cui una nuova versione dei giochi gladiatori viene riproposta come valvola di sfogo delle repressioni e dell’aggressività umane.Fantasie? Sì, forse, ma dieci anni prima Sidney Pollack, in quello che forse è il suo capolavoro – “Non si uccidono così anche i cavalli?” (They Shoot Horses, Don’t They?, USA, 1969) – ci aveva raccontato una storia abbastanza simile, e vera: quella delle gare di ballo che si svolgevano negli anni Trenta, durante la Grande Depressione: cinquanta coppie ballano ad esaurimento in uno stadio coperto, con poche e brevi pause per mangiare, bere ed espletare le funzioni fisiologiche. Una alla volta cadono a terra distrutte: alla coppia vincitrice, un premio di millecinquecento miserabili dollari, abbacinante miraggio nell’America di Furore (J. Steinbeck, 1939), dove i dannati della terra si perdevano come polvere e foglie morte sulle  strade. Sulle gradinate, il pubblico assiste divertito: mangia e beve, incita, fa il tifo, scommette, e più gli infelici crollano sfiniti più la febbre sale, e le poste si alzano. Oggi tocca a Bill Guttentag raccontarci di nuovo quasi la stessa storia, ma stavolta la verosimiglianza con quanto ogni giorno vediamo sulle nostre televisioni – sempre che ci regga lo stomaco a guardarle – è così impressionante che ci fa rabbrividire d’inquietudine. Katie Courbet (una brava ed intelligente Eva Mendes, finalmente esentata dall’obbligo di esibire le sue grazie e libera di ‘recitare’) è una giovane e rampante creatrice di format televisivi in un grosso network, che sta attraversando una crisi di ascolti. La sua TV trasmette già ogni sorta di spazzatura – sangue, violenze, follie di ogni tipo – “perché è questo che la gente vuole”, ma non basta, e quando qualcuno, per ridere, butta lì che la gente si guarderebbe perfino la roulette russa, quella per Kate non è una battuta, ma un’illuminazione. La roulette russa dovrà essere il prossimo show, ad ogni costo, e lo spettacolo si chiamerà “Live!”, ‘geniale’ gioco di parole che significa allo stesso tempo ‘Vivi!’ e ‘Dal vivo’. Dapprima tutto il suo staff e la dirigenza del network la prendono per pazza, ma quando lei comincia a mettere in moto la macchina, dimostra l’incredibile attrattiva che l’idea può avere, fa intuire l’immenso ritorno finanziario che l’operazione può produrre, velocemente tutte le resistenze si sfaldano, e saranno proprio i suoi capi – quelli che sul primo momento hanno tuonato contro l’intima immoralità ed antieticità dell’idea – a difenderla a spada tratta con ineffabile cinismo davanti alla Commissione Ministeriale che deve dare l’autorizzazione, in nome della “libertà di parola” (vi ricorda qualcosa, tra parentesi?). Migliaia sono coloro che si presentano ai provini ed i cinque concorrenti della prima serata sono tutti, ciascuno a suo modo, volti di quel sogno americano e ‘popolare’ sui cui TV come quella di Kate hanno costruito la loro fortuna. Lo show comincia, lo share sale fino al 65% – “Un evento storico!” – il sesto proiettile parte e uccide. Quello sparo par scuotere Kate dal suo sogno di gloria, ma purtroppo non sapremo mai – e capirete perché – se le sue ultime parole (“Questo è il futuro”) siano la reazione d’orrore di chi ha gettato uno sguardo nell’abisso o un grido di trionfo. Alcune delle critiche che sono state fatte a questo film sono indubbiamente fondate. Non è – incredibilmente, nonostante il plot – abbastanza spettacolare, e la regia è spesso lenta, asfittica, par quasi – appunto! – una regia televisiva. Forse a Guttentag – peraltro Premio Oscar nell’89 e nel 2003 per due documentari – sarebbe stato utile qualche passaggio ad Hollywood. Tuttavia, detto ciò basta appunto l’idea, per rendere il film un documento prezioso della nostra epoca. Tutto – nell’ambiente di Kate, della gente che lavora con lei, dell’America intera: ma potremmo dire del mondo, perché di quella cultura facciamo parte tutti – tutto è falso, costruito, inesistente se non sul monitor. Non è la realtà quella che dev’essere venduta al pubblico, ma il sogno, quel sogno che lui vuole, e dunque “nella realtà può anche capitare che una ballerina di lap dance mostri per un istante un capezzolo, qui no”. Del resto, la stessa Kate che vediamo sullo schermo è ‘reale’ fino ad un certo punto; lo è nella misura in cui essa stessa è un ‘prodotto’ del cameraman che la segue sempre e ovunque, perché anche la sua vita quotidiana diventi finzione e materiale televisivo. Film, documentario (o meglio mockumentary) “Live!” è, che io ricordi, l’opera migliore che a tutt’oggi abbia per lo meno cercato di rappresentare la barbarie culturale della TV trash: quella e unicamente quella – sarà bene ricordarlo – di cui anche milioni di italiani si nutrono quotidianamente, e che ha contribuito alla loro lobotomizzazione. Una TV il cui scopo è appunto quello di realizzare “guadagni immensi”, ma che ha come danno collaterale – messo in conto, se non esplicitamente voluto – quello di demolire poco per volta ogni barriera morale ed etica nello spettatore, cioè nel cittadino, cioè nell’elettore (vi ricorda qualcuno?). Non è difficile immaginare, vedendo le file infinite di persone in attesa di accedere ai provini (vi ricorda altre file per altri provini?), che ad un bel momento qualcuno estragga una pistola – come quella che lo show gli metterà in mano tra poco – e cominci a far fuori i potenziali suoi concorrenti: ogni mezzo è lecito per arrivare ed apparire, non ce lo insegnano ogni giorno?

Hereafter (C. Eastwood, USA, 2010), 21.15, DT

Seguire la filmografia di Eastwood è come farsi un giro in una di quelle terribili montagne russe che ci sono nei luna park americani, quelle che prima ti portano su, spaventosamente in alto, poi di colpo ti precipitano giù, poi su di nuovo e poi ancora giù, in uno sconvolgente altalenarsi di ebbrezza e di nausea. Con Eastwood è la stessa cosa. Potete salire, fino a raggiungere grandi film allucinati (“Coraggio, fatti ammazzare”, 1983) e poi giù, un bel tonfo in una nauseante palude di melassa (“I ponti di Madison County”, 1995). Su ancora, verso film autenticamente rivoluzionari (“Gli spietati”, 1992), e poi ancora giù nella soap più detestabile (“Million dollar baby”, 2004). Ancora su, alle altezze vertiginose di capolavori quasi inarrivabili (“Gran Torino”, 2008), e poi giù, fino in fondo, a raggiungere invedibili boiate (“Fino a prova contraria”, 1999). E via così. E il bello è che quando si monta non si sa mai cosa ci aspetta: questa volta ci sarà una bella salita? Raggiungeremo qualche vetta luminosa? Oppure stiamo per precipitare in qualche lago di sciroppo d’acero? Ecco, questa volta è andata male, e “Hereafter” è solo un disarmante fotoromanzo, di una banalità quasi imbarazzante, tenendo conto dei quarti di nobiltà dell’autore, che pure, come abbiamo visto, ci sono. I protagonisti sono George, di S. Francisco, divenuto capace di comunicare con l’al di là dopo un’operazione al cervello (ma è vera sensitività o gli hanno solo scombinato le rotelle?); Marie, una giornalista parigina coinvolta nello tsunami e che, quasi annegata, ha avuto un’esperienza di ‘contatto con l’al di là’; Marcus, un bambino londinese che non riesce assolutamente a rassegnarsi alla morte del gemello, e tenta di rimettersi in contatto con lui. Naturalmente tutti e tre combattono battaglie difficili. George non sa scegliere se il suo sia un dono o una condanna, e cerca di fuggirne; Marie si vede trattata da pazza dal suo entourage; Marcus deve cavarsela da solo, mentre la sua famiglia è allo sfascio. Ma naturalmente – poiché, come sappiamo, S. Francisco, Parigi e Londra sono tutte lì vicine, in un fazzoletto di terra – alla fine tutti e tre si incontrano, intrecciano le loro esistenze e trovano soluzione uno nell’altro. Già qui ci sarebbero buone ragioni per alzarsi e andarsene, ma la sceneggiatura ne accumula altre, di continuo. Alzi la mano chi non capisce subito che il berretto di Marcus gli viene strappato dal fantasma fratello per impedirgli di salire proprio su quel métro (ci si potrebbe anche chiedere perché il fratellino bastardo salva solo lui e non anche le altre decine di persone che moriranno poco dopo, ma è meglio non infierire). E perché George prima gli nega la seduta e poi glie la concede? Dov’è la ‘giustificazione’ psicologica del fatto? Solo perché lo vede al freddo?! Per non parlare dell’ultima ‘visione’ di George al tavolino del bar, vomitevole romanticheria che perfino gli autori di Love Story si sarebbero vergognati di usare. Più varie bizzarrie, per esempio quell’ospizio per malati terminali che – alzi la mano chi non l’ha pensato! – sarebbe perfetto per un remake di Shining. Insomma, un disastro, per dirsela tutta. Hereafter non è un brutto film: è un film in-significante, nel senso che non significa nulla. Nulla a livello di approfondimento del tema (terribile e difficile: molti altri – e, con tutto il rispetto, spesso di livello ben superiore a Eastwood – ci si sono bruciati le dita in passato: solo per questo avrebbe dovuto pensarci due volte, prima di fare un film). Qui siamo davanti ad una trattazione dallo spessore degno di un reportage su “Chi”. Nulla dal punto di vista della fotografia: quanto di più scontato si possa vedere, semplicemente dilettantistica. Nulla dal punto di vista della sceneggiatura: il fervorino di George al bambino, nella camera d’albergo, è in-significante in modo esemplare, nel senso che, semplicemente, non vuol dire un cazzo di nulla. Parole parole, buone per suscitare qualche erezione psicologica all’americano medio, che con questo genere di temi va a nozze. Insomma, è un film ‘americano’ nel senso peggiore del termine. Per cui concludiamo con due apprezzamenti che comunque non riguardano il regista. Primo. Ottimo lo tsunami in computer grafic: congratulazioni all’addetto agli effetti speciali. Secondo. Quasi un terzo del film – la vicenda di Marie – è parlato in francese e sottotitolato: un bell’esempio di come potrebbe essere tutto il cinema se sparisse quella piaga tutta e solo italiana che è il doppiaggio.

London River (R. Bouchareb, GB/Francia/Algeria, 2009), 21.00, DT

7 luglio 2005. Londra viene sconvolta da una serie di attentati di matrice islamica. Tra gli altri, salta per aria uno di quei tipici autobus rossi che girano per le vie della capitale. Dal giorno dopo, due telefoni in città non rispondono più: quello di Jane Sommers, una ragazza di Guernsey trasferitasi lì per studiare, e quello di Jim, un ragazzo senegalese. Elizabeth, la madre di Jane, fa la contadina, e ormai vede rarissimamente la figlia: di fronte al telefono muto si precipita a Londra per cercare di sapere qualcosa. Il padre di Jim, Ousmane, vive in Francia, dove lavora come guardia forestale. Anche lui non vede il figlio da quasi quindici anni, da quando, grazie al denaro che lui manda al paese, il ragazzo ha potuto andare a Londra a studiare. Anche lui, pur vecchio e incerto nei movimenti, è costretto ad attraversare il caos della grande città, per cercare le tracce di un figlio che, praticamente, non ha mai conosciuto. Lo shock per Elizabeth è terribile. Contadina ignorante e bigotta, inconsciamente razzista (e questo suo razzismo diverrà appunto conscio ed esplicito nel corso delle sue peregrinazioni), la donna non riesce ad accettare la realtà che incontra: una Londra multietnica, in cui par che le facce nere siano quasi più di quelle bianche, dove perfino il padrone di casa di Jane è un arabo mussulmano, proprietario di una macelleria halal, dove – ed è questa la cosa inconcepibile, fuori dal mondo – la figlia frequenta un ragazzo nero, proprio il figlio di Ousmane, e assieme a lui studia l’arabo in moschea. Per contro, i pensieri di Ousmane sono, se possibile, anche peggiori: chissà perché, il vecchio teme che il ragazzo possa essere implicato negli attentati, e la sua ricerca è anche il desiderio di uscire da questo incubo angosciante. Per giorni e giorni Elizabeth e Ousmane si sfiorano e si incrociano, si incontrano e si scontrano, tra obitori, ospedali, stazioni di polizia, alla ricerca dei figli, e poco per volta sono ‘costretti’, quasi contro la loro volontà, a lasciar cadere i muri che li dividono. Ousmane esce pian piano dalla corazza ieratica che lo difende dal mondo, e comincia a guardare con affetto quella donna che lo rifiuta. Elizabeth ‘scopre’ finalmente che lui e lei stanno facendo la stessa strada: “Le nostre vite non sono poi così diverse”. A modo loro insieme, i due dovranno percorrere quella strada fino alla fine, affrontando la verità, quale che sia. London River è un piccolo-grande film, che ovviamente in sala si è visto pochissimo. È ‘piccolo’ per la scelta stilistica, che rifugge da qualsiasi estetismo e qualsiasi retorica, per raccontare la città e i suoi abitanti con un linguaggio semplice, normale, quasi minimale, che degli uomini, delle loro culture e delle loro emozioni fa risaltare solo la ‘realtà’. È un grande film per il suo riproporre, grazie anche a questo modo espressivo, il tema dell’incomprensione etnicoculturale e del razzismo, che nella sua versione più elementare consiste, come saggiamente ha detto Giorgio Gaber, nella “diffidenza iniziale, quasi istintiva, che proviamo nei confronti di chi non è come noi”. Elizabeth e Ousmane, ‘divisi’ dalle superfetazioni artificiali di culture, religioni, abitudini e lingue, si ritrovano in fondo affratellati da ciò che è essenzialmente umano: l’amore per i figli e il dolore per averli persi. In ciò trovano un linguaggio comune che – ecco l’intento di Bouchareb – potrebbe arrivare ad appartenere a ciascuno di noi. Può un film insegnare questo? Certo l’opera del regista francoalgerino è, in questo senso, un tassello prezioso, che speriamo sparga il suo seme. Da segnalare, per concludere, la prodigiosa interpretazione dei protagonisti. Brenda Blethyn è immensamente brava ed umana nel rappresentare la sua iniziale e ‘naturale’ diffidenza, che poco a poco si scioglie nel confronto. Il maliano Sotigui Kouyaté – che per questa parte ha ottenuto l’Orso d’Argento al Festival del Cinema di Berlino del 2009 – è grande nel rappresentare un uomo in parte ‘prigioniero’ del suo mondo, dal quale pure si libera con l’incontro.

Hud il selvaggio (M. Ritt, USA, 1963), 21.00, DT

Assente da sempre dai palinsesti questo stupendo film che racconta la vicenda di Hud, cowboy arrogante, violento ed amorale, in contrapposizione al padre Homer, uomo ‘d’altri tempi’, impregnato di valori elementari ed essenziali, al giovane nipote Lonnie, diviso tra l’attrazione per l’integrità morale del nonno e il fascino dannato dello zio, ed alla governante Alma, assolutamente disincantata di fronte ai “bastardi dal cuore freddo” come Hud. ‘Grazie’ alla sua amoralità, quest’ultimo conquisterà i beni terreni, ma perderà definitivamente il cuore dei suoi simili. Splendido dramma shakespeariano, magnificamente interpretato e raccontato in un bianconero semplicemente prodigioso. Ebbe tre Oscar, e ne avrebbe meritati anche di più. Assolutissimamente imperdibile.

Martedì 20 marzo

La Samaritana (K. Ki-Duk, Corea del Sud, 2004), 22.40, DT

La Samaritana (Gv 4:7) offre a Gesù (il “Figlio dell’Uomo”) dell’acqua fresca. Jae-young offre agli uomini se stessa ed il suo sesso. Come il gesto della Samaritana è colmo di pietà, così anche Jae-young dona agli uomini ben altro che il suo corpo. Attraverso il suo atto, essa offre agli esseri umani un amore assoluto e universale. Qualcuno percepisce la totalizzante bellezza di questo dono – un cliente, conversando con lei, riflette sul fatto che tutti gli esseri dovrebbero vivere in armonia gli uni con gli altri; un altro la ringrazia di avergli dato ‘la felicità’ – altri sono troppo ottusi e soli: nemmeno la pratica di una disciplina così intimamente ‘armoniosa’ come la musica, riesce ad avvicinare il musicista alla ragazza. Jae-young percorre questo suo cammino in assoluta purezza: il suo sorriso è quello, ineffabile, della santità, ed all’amica che amorevolmente la rimprovera e tenta di lavarla, dice: “Ma io non sono sporca”. Omnia munda mundis, dice S. Paolo: il peccato non la tocca; anzi: il peccato non esiste. Yeo-jin, l’amica che l’aiuta in questa sua ‘missione’ – il cui scopo, solo secondariamente è quello di raccogliere il denaro per un viaggio in Europa – le vuole bene, anch’essa soggiogata dalla sua ‘santità’, ma non la comprende. Assiste impotente alla sua morte. Quando Jae-young si getta dalla finestra, non è per sfuggire alla conseguenze penali del suo atto – nulla potrebbe essere più lontano dal suo sentire – ma perché non venga interrotta la sua ‘predicazione’. Sorride ancora, negli istanti che precedono la caduta, sorride dal profondo dell’anima, come se anche la morte, per lei, fosse un concetto inesistente. Yeo-jin, dopo un breve turbamento iniziale, sceglie anch’essa lo stesso percorso: perché il cammino di santità dell’amica non venga confuso con un avvilente commercio di corpi, decide di ripercorrere la sua strada. Si prostituirà con tutti i clienti avuti da Jae-young, restituendo ad ognuno il denaro che era stato pagato (“Rendete dunque a Cesare le cose di Cesare ma a Dio le cose di Dio”, Mt 22:21). Ma, casualmente, suo padre la scopre. Young-Q è un poliziotto, ed anche lui è colmo d’amore: per la figlia, che ama teneramente, e per la moglie, morta un anno prima, una sofferenza panica e muta che condivide con la figlia. Ogni mattina, Young-Q accompagna a scuola la figlia, e durante il tragitto le racconta favolosi aneddoti dell’Europa cristiana, storie magiche di miracoli: bambini che vedono la Madonna in una luce intensissima, gigli che spuntano da vecchie statue lignee di Gesù … miracoli, appunto: ciò di cui avrebbe bisogno l’umanità, per uscire dalla sua disperata solitudine. Sconvolto da ciò che ha scoperto, segue e spia la figlia, da un albergo ad un altro, si spinge fino ad incontrare i suoi clienti, li insulta, li picchia, ed arriva ad ucciderne uno. Poi parte, con Yeo-jin, in un viaggio fuori città che diventa un viaggio nell’anima di entrambi: visitano la tomba della madre, mangiano insieme, dormono in una capanna di contadini. Durante la notte, Yeo-jin piange disperata l’inesprimibilità del proprio dolore, e la mattina dopo, addormentatasi in macchina, sognerà di essere uccisa e sepolta dal padre, in un ultimo gesto non di morte ma ancora una volta d’amore. Ma Young-Q è anche lui chiuso nel suo, di dolore, e si denuncia, fuggendo e lasciandola sola. Yeo-jin tenta di raggiungerlo, ma si impantana con la macchina, di cui ha appena appreso i primi rudimenti di guida. Non si sa se riuscirà ad uscirne. Silente poema sulla solitudine (tutti i personaggi si muovono in una Seoul deserta e fredda, che stringe il cuore), profondamente intriso di religiosità, delicatamente ed armoniosamente musicato (quando Young-Q comincia l’inseguimento della figlia, squilla il suo cellulare, e la suoneria ripete l’antica ballata resa celebre da Edith Piaff: “Plaisir d’amour ne dure qu’un moment/chagrin d’amour dure toute la vie”), La Samaritana è un altro prezioso elemento del cinema e della cultura coreana che si aggiunge ai pochi che abbiamo, ampliandone ed approfondendone la conoscenza, un film di rara intelligenza e bellezza. Grazie a Kim Ki-duk, e speriamo davvero di poter approfondire la sua conoscenza.

Rollerball (N. Jewison, USA, 1975), 21.00, DT

Imperdibile gioiello della fantascienza intelligente: il racconto di una società futuribile violenta, repressiva ed infelice. Oltre alle sequenze del gioco, bellissime sono quelle della festa, soprattutto quella in cui gli ospiti, ebbri e ‘disperati’ per la loro alienazione, incendiano gli alberi: stupenda e terribile. Imperdibile. Da evitare come la peste, invece, il remake di J. McTiernan (USA, 2001): un incrocio tra un videogioco e un flipper, quello veramente invedibile.

Mercoledì 21 marzo

Domino (T. Scott, USA, 2005), 21.00, Sky

Un film vedibile ma mediocre nella filmografia di un regista che, per altro, da un pezzo sta facendo le scarpe a suo fratello, il quale invece, dopo i geniali esordi, per molto tempo non ha azzeccato un film decente (ma ultimamente si è rifatto!). Qui ci racconta la ‘storia vera’ – “più o meno”, come lui stesso onestamente ci dice nei titoli di testa – di Domino Harvey, una giovane ‘di buona famiglia’ che negli anni Cinquanta buttò nella spazzatura tutti i privilegi e le comodità che le sarebbero potuti derivare dalla sua nascita per aggregarsi ad una banda di bounty killers. Pochi anni vissuti molto maledettamente, tra sparatorie, alcol e droga, per morire poi ancora giovane, trentacinquenne, pochi mesi dopo la fine delle riprese: la vediamo nell’ultima inquadratura del film. Una storia indubbiamente interessante, e ricca di stimoli e di occasioni, che purtroppo raramente il regista riesce a cogliere. Per esempio, il gusto morboso della televisione per la violenza e il disordine sociale viene qui raccontato abbastanza piattamente, senza venir utilizzato per una qualche riflessione sulla cultura dei media nella società americana moderna. Ma il punto fondamentale è lo stile di regia, purtroppo ancora troppo legato alla sua provenienza dal mondo della pubblicità. Assistiamo ad un film schizzato e ultraveloce: colori acidi, inquadrature brevissime, fotografia volutamente sporca, sovrimpressioni e così via: tutto l’armamentario immaginabile per un film che ad un certo punto sembra un video per Voglio una vita spericolata, invece del racconto di una vita che ribelle e ‘contro’ a suo modo lo è stata veramente, ma di cui nel film non c’è gran traccia. Gli interpreti si adeguano. Passabile Keira Knightley, più per il suo bel faccino e il suo delizioso corpicino, che per la sua performance; passabile Edgar Ramirez (anche se più di una volta sembrano entrambi personaggi da fumetto, e quel loro “Ti amo”, che dovrebbe strappare una lacrima disperata, spinge molto di più alla risata). Ma Mickey Rourke è, semplicemente, impossibile. Dire che è la caricatura di se stesso può apparire una frase fatta, ma è la realtà. Porta in giro per tutto il film la sua faccia su cui le devastazioni della carriera di boxeur sono accentuate dal trucco, tentando invano di creare un personaggio maledetto, il ‘buono dalla vita bruciata’, ma riuscendo solo a dare l’impressione di un grosso pezzo di bollito. Guardatelo bene: nemmeno lui crede a quello che sta facendo. Attenti alla prima impressione, quando vedrete il film: storditi dalla valanga di suoni-luci-colori che vi viene scaraventata addosso, potrà anche capitarvi di indulgere ad un giudizio troppo generoso. Aspettate qualche ora, ripensateci, e ve ne accorgerete.

Giovedì 22 marzo

Bambole russe (C. Klapisch, Francia, 2005), 21.10, Rete4

Nel 2002, Klapisch firmava il bel L’appartamento spagnolo, vite intrecciate di un gruppo di universitari europei di varie nazionalità che s’incrociano per un anno in un appartamento di Barcellona, commedia tenera ed intelligente sull’incontro di personalità e sensibilità, ma soprattutto di culture. Bambole russe ne costituisce il sequel, forse non all’altezza del primo – perché un po’ dispersivo e a volte un po’ superficiale – ma che di quello conserva comunque la leggerezza, l’affettuosa attenzione ai sentimenti, la delicatezza nel raccontare la vita. Il protagonista è ancora Xavier, trentenne, che ha finalmente realizzato il suo sogno di divenire scrittore. La strada però è ancora lunga e difficile, e Xavier si è adattato a percorrerne i livelli più bassi: fa il ghoshtwriter, e peggio ancora l’autore di sceneggiature per orribili soap televisive. Intanto, oltre alla sua vera natura di artista, e nell’attesa di capire cosa farà da grande, cerca anche di trovare il grande amore della sua vita. Lasciato dalla sua ex – Audrey Tautou, deliziosa come sempre – che tuttavia non si decide mai a lasciarlo in pace, Xavier passa da un amore all’altro, da una donna all’altra, non però come un volgare e cinico sciupafemmine, ma nella convinzione che prima o poi troverà quella giusta. Le donne che incontra, dice, sono come le matrioske russe: dentro ad ognuna ce n’è un’altra, e poi un’altra, e poi un’altra ancora. Alla fine dovrà ben saltar fuori quella giusta per lui. Klapisch segue con affettuosa partecipazione la vita un po’ convulsa sua e dei suoi amici, anch’essi tutti in cerca di un ubi consistam che dia finalmente senso alla loro esistenza, attraverso l’Europa e attraverso vicende e famiglie strampalate ma stranamente ‘normali’. In attesa del terzo sequel – che pare proprio si stia per fare – Klapisch ci ha di recente regalato il suo capolavoro, quel commovente e delicatissimo Paris, attualmente disponibile in DVD, in cui Romain Duris, il suo attore-icona, protagonista anche di queste Bambole russe, ha certamente dato il meglio di sé. Un regista ed un team di attori, da seguire certamente, in un cinema che può presentare alti e bassi, ma che comunque si tiene rigorosamente lontano dalla volgarità e dall’eccesso che troppo spesso, nel cinema odierno, vengono scambiati per arte.

Venerdì 23 marzo

Moulin rouge (B. Luhrmann, USA/Australia, 2001), 21.00, DT

Nel 1900, un giovane scrittore viene incaricato di scrivere i testi per il nuovo spettacolo di Harold Ziedler al Moulin Rouge, e s’innamora della prima donna, già concupita dallo sponsor dello spettacolo. Ma nessuno dei due riuscirà ad averla, perché, tragicamente ammalata di TBC, lei morirà dopo aver trionfato la sera della prima. Un musical semplicemente insopportabile, farcito fino all’inverosimile di suoni e colori, mostruosamente esagerato e kitsch, collezione infinita di debiti e citazioni mai risolte in un’opera armoniosamente unitaria e composta. Nicole Kidman raramente ‘odiosa’ come qui. E dura più di due ore e mezza …

 

 

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