Pubblicato da: giulianolapostata | 10 marzo 2012

Multivisioni – Sabato 10 marzo 2012

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

“Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

L. Wittgenstein

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Sabato 10 marzo

La vita segreta delle parole (I. Coixet, Spagna, 2005), 13.35, DT

Parafrasando il Morandini, ‘un brutto titolo (non viene mai spiegato) per un brutto film’. La Coixet è una di quelle che credono che per cucinare occorrano per forza ingredienti forti, e non si rende conto che così facendo spesso si producono solo polpettoni indigeribili e scadenti. Qui la protagonista è un’infermiera serba torturata e stuprata durante la guerra nei Balcani che si trova a curare un operaio ustionato su una piattaforma petrolifera (‘li me’ cojoni!’ direbbero a Roma). I toni e le battute sono spesso quelli di una soap, la storia è improbabile ed inverosimile nello svolgimento. Tim Robbins è comunque un grande attore, anche in boiate come queste, ma che spreco.

Shine (S. Hicks, Australia, 1996), 17.10, DT

Dopo aver sposato il pianista David Helfgott, in preda a gravi problemi psichici, dopo averlo esibito in giro per il mondo come un fenomeno da circo, dopo aver guadagnato una carriolata di quattrini coi concerti e col la sua biografia, la moglie, un’astrologa (!) di nome Gillian pensò bene di colmare la misura vendendo i diritti del libro per questa film. Semplicemente ignobile.

L’età barbarica (D. Arcand, Canada, 2007), 21.10, DT

Il titolo italiano dell’ultimo film di Arcand ammicca furbescamente a quello del suo precedente, lo splendido Invasioni barbariche (programmato la settimana scorsa), che, nel 2003, gli valse meritatissimamente l’Oscar per il miglior film straniero. Tuttavia, la sua vera essenza sta nel titolo originale, L’age des ténèbres, che già da solo è sufficiente a farci capire come esso costituisca il terzo capitolo di quella trilogia dell’alienazione e della solitudine che Arcand iniziò nel 1986 col Declino dell’Impero Americano, e che oggi porta a conclusione. Non è pessimismo a tutti i costi, quello di Arcand. E’ pura e semplice osservazione oggettiva, constatazione, presa d’atto del declino di un mondo che sta morendo, ed è incapace di rendersene conto. Le tenebre avanzano, appunto, spegnendo tutto, nel cuore degli uomini e fuori di loro (viene in mente il dialogo tra Atreiu e Gmork nella Storia infinita: “Perché Fantàsia muore?”. “Perché la gente ha rinunciato a sperare e dimentica i propri sogni, così il Nulla dilaga”. “Che cos’è questo Nulla?”. “E’ il vuoto che ci circonda, è la disperazione che distrugge il mondo, e io ho fatto in modo di aiutarlo”. “Ma perché?”. “Perché è più facile dominare chi non crede in niente, e questo è il modo più sicuro di conquistare il potere”) e il Canada che Arcand racconta oggi è molto più disperato e folle di quello di quattro anni fa. La metropolitana trasporta su e giù migliaia di monadi impazzite, ognuna appesa al suo telefono cellulare in un’illusione di comunicazione. Radio e televisione trasmettono inquietanti notiziari su catastrofi naturali, quasi una prossima fine del mondo. Tutti girano per strada indossando una mascherina bianca che dovrebbe proteggerli da non si sa quale infezione, e intanto li trasforma in pupazzi lontani e soli. La vita è, per tutti, o una battaglia all’ultimo sangue o una sconfitta, e non si può far altro che subirla impotenti. Così fa Jean-Marc, impiegato del governo del Québec in un ufficio deputato a raccogliere le lamentele dei cittadini insoddisfatti. Sfilano davanti alla sua scrivania vite spezzate, sofferenze intime e atroci, esistenze assurde, cui nessuno sa ma soprattutto può trovare veramente rimedio. L’ufficio stesso è un concentrato di follia, sospeso com’è sulle gradinate di un vecchio stadio. Il tempo vi trascorre tra l’ascolto di questo dolore quotidiano e deliranti iniziative aziendali motivanti e socializzanti, che altro non servono che a far maggiormente risaltare l’alienazione di questa Metropolis in sedicesimo.. Macchine tra macchine, pupazzi tra pupazzi: e la vita di Jean-Marc non è certo migliore, sposato com’è con un’isterica agente immobiliare innamorata solo del proprio successo e del proprio ego, e con due figlie che sembrano non percepirlo nemmeno. Tutti cercano una via di fuga: nel sesso, nel successo, nella carriera, perfino in un Medioevo da set cinematografico, stupido e falso quanto il mondo da cui pretendono di fuggire (e a cui non fuggono affatto: è un atroce sberleffo quel cellulare brandito durante il torneo). Jean-Marc cerca la sua nella fantasia. Non appena riesce ad astrarsi da quella morte dell’anima che lo circonda, entra nei suoi mondi paralleli, ove lo aspettano donne bellissime ma devote e servizievoli, che gli offrono una spalla su cui piangere e sono pronte a realizzare ogni suo sogno. Di volta in volta Jean-Marc è un politico di successo, uno scrittore di successo, un attore di successo … e sempre c’è una donna che gli si offre sfrenata, soggiogata dalla sua personalità. Ma la ‘realtà’, quella vera, è pur presente nella sua vita: è la madre, malata di Alzheimer, ricoverata in una casa di riposo, dove Jean-Marc va a trovarla ogni sabato. Mentre lei lo fissa, quasi insensibile – ma sensibile tuttavia al dolore, ed alla paura della morte, e dunque infinitamente più umana dei ‘normali’ che la circondano – Jean-Marc le accarezza piano le mani e il volto, le parla. E quando è a casa, il pensiero di lei è un dolore sempre presente e concreto. E’ proprio la morte della madre, a spezzare tutto. Jean-Marc non riesce più a sopportare né la follia che lo circonda né quella in cui si è rifugiato. Abbandona tutto: il lavoro, la moglie per cui lui non conta nulla, le figlie, perfino il suo mondo di sogni. Esplicita finalmente la sua rabbia e il suo dolore. Scappa da casa con due borse di plastica e si rifugia in uno chalet in riva al mare, e lì, finalmente se stesso, finalmente ‘vero’, può addirittura sperare di essere ‘visto’ e riconosciuto dai suoi familiari, può sperare di ritrovare un ritmo e un senso, sia pur minimo e minimale, all’esistenza. Ironico, grottesco, dolente e saggio, com’è sempre Arcand, L’età barbarica è un bellissimo film cui manca, per essere perfetto, un pizzico di stringatezza in più. Gli se lo perdona, comunque, di fronte all’intelligenza ed alla poesia che ancora una volta Arcand sparge a piene mani, scrivendo un film miglia e miglia lontano dalla gran parte di ciò che siamo abituati a vedere, anche quando si tratti – o pretenda di trattarsi – di cinema intellettuale. Pur se non all’altezza di quello dei film precedenti, anche qui il cast è di grandissima sensibilità, in perfetta sintonia con quella dell’autore. Del quale credo si debba segnalare, una volta di più, la particolare pietas che sempre ha Arcand nel trattare il tema della morte, segnatamente di quella dei genitori, tanto che vien da chiedersi se una così particolare attenzione non derivi da qualche sua esperienza autobiografica. A voler citare un solo attore del film, credo sia dovuta una menzione al volto smarrito, indifeso e spaventato della madre: una grande interpretazione, una grande attrice di cui purtroppo non siamo riusciti ad individuare il nome.  Assolutissimamente imperdibile.

Domenica 11 marzo

Il toro (C. Mazzacurati, Italia, 1994), 22.45, DT

Due allevatori di bestiame, ridotti in cassa integrazione ma privati dell’indennità di licenziamento che gli spetta di diritto, rubano un preziosissimo toro da riproduzione per svenderlo all’Est, e il viaggio diventa un’odissea tra poveri e sconfitti, una specie di anticipazione di triste globalizzazione. Bravissimo come sempre Mazzacurati nel raccontare sentimenti e dolori senza retorica, col tatto di un cenno, bellissima la fotografia sfumata, che tratteggia atmosfere solitarie, lontane e malinconiche. Ottimo Abatantuono (come del resto in Mediterraneo, G. Salvatores, Italia, 1991), ad ennesima dimostrazione che non esistono cattivi attori, ma solo cattivi registi. Imperdibile.

Lunedì 12 marzo

Il cattivo tenente (W. Herzog, USA, 2009), 21.05, Rai3

1) Non è un remake dell’omonimo capolavoro di Abel Ferrara (1992), col che: a) possiamo tirare un sospiro di sollievo: nessuno, almeno per questa volta, ha avuto il coraggio di metter le mani in quel film bellissimo e terribile; b) si dimostra che al mondo esiste ancora qualcuno che ha delle idee senza andare a rubacchiare dagli altri. 2) È un ‘parente’ del film di Ferrara, nel senso che ad esso si ispira per il ‘tipo’ illustrato, quello di un poliziotto corrotto. Con una certa differenza. Quello era un viaggio nel fondo dell’anima, una discesa agli inferi – a livello religioso e psicanalitico – purtroppo senza ritorno: più che un noir, un’indagine nell’anima. Questo è davvero un noir, più che un thriller americano, e a marcarne i caratteri del genere – oltre, naturalmente, alle atmosfere – c’è l’ambientazione, una New Orléans di ‘tradizioni’ europee, scalcinata e misera, e soprattutto il regista, l’europeo Herzog, che del cinema americano usa materiali e situazioni per scrivere le sue storie di vite e  di destini. In questo senso, nuovamente, l’apparentamento con Ferrara è visibile, ma, appunto, si tratta di parentele ‘culturali’, vorrei dire antropologiche. Qui il protagonista è Terence McDonagh, detective della Squadra Omicidi del Dipartimento di Polizia di New Orleans, che nelle ore successive all’uragano Katrina salva un prigioniero che sta per annegare, lesionandosi però gravemente la schiena. L’incidente sarà l’inizio di una spirale di dipendenza prima da antidolorifici, poi da coca, crac e qualsiasi altra porcheria che possa ottundergli il dolore. Ma è anche l’inizio di un viaggio di autodistruzione morale, sempre sul filo della lama. Scommesse, soprusi, spaccio, collusioni con la criminalità, lo strano rapporto con una prostituta drogata: Terence oltrepassa di continuo il confine della ‘legalità’, senza – ed è questo il punto – senza mai porsi il problema se questo confine esista. Men che meno se lo pone il regista, che par quasi limitarsi a ‘fotografarlo’, ad assistere moralmente alla sua esistenza. Pare, appunto, perché il genio di Herzog è pur presente – anche se questo non è uno dei suoi film migliori – e si fa sentire quando meno te l’aspetti. L’alligatore ripreso ossessivamente mentre scodinzola sul ciglio della strada, le iguane che anch’esse riempiono l’inquadratura (“Che cazzo ci fanno quelle iguane sul mio tavolo?” “Lì non c’è nessuna iguana”) sono lo sberleffo del diavolo, sono l’unghiata del Maestro, ed uno squarcio sulla follia di quell’apparente normalità. Di pazzia in pazzia, Terence alla fine sembra vincente, e tutto sembra andare ‘a posto’: ma quell’ultima, stupenda inquadratura ce lo mostra com’è, ancora sbriciolato in un’esistenza che non esiste, in cui la parola futuro non ha significato. Se è vero che il Maestro ha fatto di meglio, questo rimane comunque un film che sorprende e affascina, e rappresenta comunque, specie con l’aria che tira, una bella lezione di cinema.

Il papà di Giovanna (P. Avati, Italia, 2008), 15.35, DT

Nella Bologna fascista del 1938, la diciassettenne Giovanna, psicologicamente debole, uccide per amore una compagna di classe. Il padre, insegnante di Liceo, che già l’aveva sempre amata di un amore esclusivo, da quel momento si dedica solo a lei, seguendola fino a quando uscirà dal manicomio criminale, sette anni dopo. Poco più di una favoletta, una specie di soap di lusso, in cui va totalmente sprecato il grande talento di Silvio Orlando.  Anche la sceneggiatura è debole e periclitante, specialmente nel disegnare i rapporti tra il padre e la moglie, che lo ha abbandonato. Quale demone abbia poi spinto Avati a reclutare un non attore come Ezio Greggio, è un mistero assoluto.

L’ultimo re di Scozia (K. MacDonald, GB, 2007), 21.05, DT

Nel 1971 Nicholas Garrigan, un giovane medico scozzese neolaureato, parte per lavorare in una missione laica in Uganda, spinto in parti uguali dal bisogno di sottrarsi al controllo di un padre autoritario e da un vago umanitarismo. Quando arriva, il paese è nel caos: Obote, il precedente dittatore, è appena stato cacciato ed al suo posto si è insediato un nuovo ‘Presidente’, Idi Amin Dada, ex fuciliere nell’esercito inglese. Nicholas è superficiale e molto infantile: non conosce nulla della realtà che lo circonda (ha scelto la meta ponendo un dito a caso sul mappamondo), non la capisce, e nemmeno gli interessa. Così, quando un caso lo mette in contatto proprio con Amin, rimane abbagliato dalla sua personalità, assolutamente prorompente e carismatica, e accetta subito il posto che quello gli offre di medico personale. Per cinque anni, Nicholas gli rimarrà a fianco, testimone cieco dei suoi orrori, a volte perfino complice, più o meno involontario, sempre incapace di sottrarsi alla sua fascinazione. Solo quando una persona a lui vicina viene toccata, scatta la sua ribellione, che comunque anche questa volta è più ‘viscerale’ che frutto di una meditata e razionale presa di coscienza, e durante il famoso dirottamento di Entebbe (1976), riesce a fuggire fortunosamente dal Paese. Deposto dagli Inglesi nel  1979, dopo varie peripezie Idi Amin trovò ospitalità in Arabia Saudita, dove è morto pochi anni fa, nel 2003. Ottimo film, questo, che ‘disinganna’ le aspettative dello spettatore. Chi conosca anche solo un po’ la vicenda di Amin, si attende, magari inconsciamente, di vedere un film ‘razzista’: gli africani selvaggi ed incapaci di autogovernarsi, i bianchi portatori di civiltà, il rimpianto del colonialismo come unico momento di pace e prosperità per l’Africa, l’attuale situazione di quel continente come conseguenza appunto della intima ‘barbarie’ dei suoi popoli. Ma MacDonald ribalta completamente il punto di vista, anzi, proprio lo schema mentale, con cui guardare al problema. I ‘barbari’ non sono i neri, ma i bianchi, che in secoli di colonialismo hanno saccheggiato selvaggiamente le ricchezze dell’intera Africa, e continuano a farlo oggi, in epoca di neocolonialismo e globalizzazione. Quegli stessi bianchi che demiurgicamente fanno e disfano regni, abbattono ed innalzano ‘imperatori’ (qualcuno ricorda Bokassa?): tutto al fine di poter continuare ad esercitare indisturbati il loro controllo, e a reiterare impuni le loro rapine. Ottimo film davvero, anche perché mai didascalico (come il brutto Hotel Rwanda), mai moralistico (come il bello ma hollywoodiano Blood diamonds) ma semplicemente, si potrebbe dire, ‘documentaristico’. Strepitoso Forest Whitaker, vero e sincero, molto bravo anche James McAvoy, nel tratteggiare un uomo che, sul piano morale, è sostanzialmente un ignavo.

Il gigante (G. Stevens, USA, 1956), 21.15, DT

L’ultimo film di James Dean, prima della sua morte ‘bella e dannata’ con una Porsche color argento contro un camion. La storia di un umile bracciante texano che scopre il petrolio, e con la ricchezza cerca di riscattare le sue origini. Forse prolisso in alcuni momenti, ma appassionato e forte. Imperdibile. Da confrontare col Petroliere di P.T. Anderson uscito qualche anno fa. Che non ho visto, ma se tanto mi da tanto (Anderson è l’autore di Magnolia, 2000, una delle più grandi rotture di balle della storia del cinema; e lo stile del Petroliere è stato paragonato a quello di Malick, uno dei più grandi rompiballe della storia del cinema) penso che passerà un pezzo prima che lo veda.

Martedì 13 marzo

Thelma & Louise (R. Scott, USA, 1991), 21.00, DT

Due donne, incapaci di credere esse stesse al loro ‘coraggio’, fuggono da una realtà stupida e da maschi altrettanto stupidi e senz’anima. Ma non riusciranno a fuggire dalla violenza di una società che così ha voluto le loro vite, e che alla fine le stroncherà, sia pure in un loro ultimo, magnifico gesto di libertà ribelle. Film ampiamente sopravvalutato, ad opera soprattutto della cultura femminista, che ne ha fatto un manifesto. In realtà è un film appena discreto, più che sufficientemente nutrito di stereotipi, e nulla di più. Inoltre, come è accaduto per molto tempo alle opere di Scott, un film senza personalità, ‘che avrebbe potuto fare chiunque’.

Revolutionary Road (S. Mendes, USA/GB, 2008), 21.10, Canale5

Connecticut, Anni Cinquanta. Frank ed April si incontrano ad una festa di ‘artisti’. April “studia per diventare attrice”, Frank, tutto sommato, cazzeggia, in adorazione di se stesso e degli anni della guerra trascorsi a Parigi, “dove quello che vedevi era vero, dove tutto era possibile”. Entrambi sono convinti di essere eccezionali, e di avere un grande destino davanti a sé. Si sposano, per attuarlo insieme, ma bastano dieci anni di matrimonio per uccidere le loro illusioni. Frank ha fatto due figli – “uno è stato un incidente, l’altro per verificare se il primo era stato un incidente” – April ha visto affondare miseramente le proprie ambizioni nella noia di teatrini di quart’ordine. Hanno trent’anni entrambi, non sono più dei ragazzini. April si sta spegnendo in una stupida e vuota quotidianità da casalinga, Frank si è adattato a lavorare come venditore nella stessa ditta in cui per vent’anni ha lavorato suo padre (“Da piccolo lo guardavo e mi dicevo: quando sarò grande non voglio diventare come lui”), in un impiego stupido e inutile, che odia e che lo schiaccia, ma ancora – nonostante tutto – coltivando il sogno di dimostrare un giorno chi egli sia veramente e quali incredibili potenzialità egli custodisca. Ma Frank mente a se stesso, e lo sa, e lo sa anche April, il cui cuore invece è ancora vivo. Così – con un coraggio che, mutuando i pensieri della cultura maschilista dell’epoca, potremmo definire ‘da vero uomo’ – propone a Frank di fare una follia. Vendere tutto, andare a Parigi, alla fonte del Mito. Lei lavorerà (‘l’uomo di casa’), lui non farà nient’altro che coltivare se stesso: leggerà, ascolterà musica, andrà per musei, fino a che finalmente avrà trovato la sua strada, dove poter esplicitare la grandezza inespressa che sente dentro di sé. April parrebbe, in questo suo agire, una donnetta succube del marito, appiattita sul suo egoismo, senza sogni propri. Invece, è lei, dei due, che vive ancora, e quando dice a Frank ‘Salvati’, in realtà gli sta dicendo ‘Salvati per salvare me assieme a te’. Ma Frank non è più, se mai lo è stato (“Quando ti ho conosciuto ero solo uno pieno di chiacchiere”), sulla sua stessa lunghezza d’onda. L’ipotesi di partire lo affascina per un po’, gli serve per assumere un’aria bohémienne con gli amici. Ma nel fondo ha paura, di lasciare la sicurezza che ha e soprattutto di scoprire che non c’è nessun grande destino ad attenderlo, e nessuna ‘lama dentro al fodero’, come direbbe Joseph Conrad. Per cui, quando il padrone gli agita di fronte al naso la carota della promozione e di un favoloso aumento di stipendio, egli seppellisce in fretta i suoi sogni, ed anche quelli di April. Ma col crollo di quest’ultima speranza di redenzione, per April crollano anche le ragioni di continuare ad esistere, e la disperazione nascosta così a lungo improvvisamente trabocca: sarà la fine dei sogni, e il destino tanto atteso non sarà glorioso e trionfante, ma misero e tragico. A far da controcanto all’esistenza di April e Frank, cui nessuno può dire la verità perché sono tutti immersi nella stessa menzogna, sta lo splendido personaggio di John – quasi un coro da tragedia greca – un ‘pazzo’, cui perciò è concesso di dire qualsiasi cosa, tanto cosa contano le parole di un pazzo. Ma invece le parole di John sono spaventose, sono quella verità che solo un folle può dire perché ha rinunciato alla vera follia, che è la vita reale, e il suo dito puntato contro il ventre gravido di April ha l’orrore panico di una profezia di Tiresia. Ma – si sa – gli Dèi confondono coloro che vogliono perdere. Dopo American beauty (1999), capolavoro sulla solitudine e opera di rara bellezza formale, Mendes si era smarrito prima con Era mio padre (2002), algida sequenza di eleganti diapositive senz’anima, poi con Jarhead (2005), insulsa balordaggine sull’Irak. Qui egli finalmente torna ad essere quel maestro cantore dell’alienazione che avevamo conosciuto, con un film che, anche a livello fotografico, è una continua lezione. Splendide le riprese degli impiegati che vanno al lavoro al mattino – che ricordano in modo impressionante analoghe inquadrature di Fritz Lang in Metropolis – e agghiaccianti i colori degli interni e dell’arredamento, freddi e spenti come l’interno di una morgue. E che altro è, la vita di April e Frank? Kate Winslet è semplicemente prodigiosa, per sensibilità e capacità di interpretare ed esprimere la disperazione con pochi moti del volto, e mai Leonardo di Caprio è davvero alla sua altezza. Michael Shannon, il vicino ‘pazzo’ ha due sole scene, ma sono di cupa grandezza.

Belfagor (J.P. Salomé, Francia, 2001), 23.45, Rete4

Dunque, c’erano a disposizione due cose: una era il Belphégor di Arthur Bernède, delizioso feuilleton del 1927, uno degli ultimi epigoni della grandissima tradizione francese del ‘romanzo d’appendice’. L’altra era la versione televisiva in quattro puntate che ne trasse Claude Barma nel 1965, con Juliette Gréco: misteriosa, affascinante, coinvolgente. Cosa si poteva fare? Due cose, anche qui: una era non far niente, il che è spesso la soluzione migliore. Non te l’ha mica ordinato il dottore di fare il regista. La seconda era di scegliere di farsi del male, e di fare la boiata pazzesca. E così è stato. Belfagor è, diciamolo serenamente, una sovrana scemenza, che stravolge senza alcuna ragione plausibile non solo il testo originale di Bernède ma anche la versione, pur già modificata, di Barma, inventando una storia sciocca e sconclusionata, al cui confronto persino La mummia appare un’opera di alto spessore intellettuale. Le situazioni, gli effetti speciali, le battute sono penose, infantili, tanto che vien da chiedersi se non si stia assistendo a qualche blockbuster targato Disney. E nemmeno le grazie indubbiamente pregevoli di Sophie Marceau giustificano questo spreco di denaro e, da parte nostra, di tempo.

The next three days (P. Haggis, USA, 2010), 18.45, Sky

Ma perché, ma chi glie l’ha fatto fare. Il conto del dentista da pagare? Un voto da sciogliere a Santa Bernarda da Hollywood perché la segretaria di produzione finalmente glie l’ha data? Un semplice colpo di mona? Chissà. Fatto sta che questo film è una tragica delusione, specie per uno che ha al suo attivo due capolavori come Crash (2004) e Nella valle di Elah (2007). In confronto, TNTD è un film di considerevole noia ma soprattutto di desolante ‘inutilità’. La trama. John Brennan, professore in un liceo di Pittsburgh, si vede d’un tratto portar via la moglie dalla polizia, con l’accusa di omicidio. Le prove a suo carico sono semplici quanto schiaccianti, ed ogni mossa legale è inutile: Lara viene condannata a vent’anni, senza possibilità di appello, nonostante lei si dichiari innocente, presentando una versione dei fatti totalmente diversa da quella dell’accusa. Vistasi preclusa ogni possibile soluzione legale, John prende la decisione più incredibile, per un uomo come lui: far evadere la moglie e fuggire sotto falso nome in un paese in cui non vi sia estradizione. Inventandosi dal nulla competenze criminali che prima gli erano assolutamente estranee, John mette in moto un meccanismo che, se tutto andrà come si deve, porterà Lara alla libertà. La noia, tanto  per cominciare. Tutto, nel film, è assolutamente prevedibile (alzi la mano chi, mentre lui sta buttando via i sacchi della spazzatura, non ha già capito lo scopo di quel gesto), dai maneggi di John allo svolgimento degli eventi, sino alla soluzione finale. Sono situazioni già viste cento volte, che non possono concludersi se non in un solo modo, e Haggis non ce ne risparmia una, dai goffi tentativi di un ‘uomo qualunque’ per infiltrarsi nel mondo della criminalità alle ‘intuizioni’ della polizia, sempre un minuto in ritardo sui suoi piani accuratamente preparati. Solo ci fa grazia – e bisogna confessare che l’avevamo attesa con terrore per tutto il film – dell’happy end con tanto di riconoscimento dell’innocenza della principessa, anche se ci va pericolosamente vicino. E poi l’inutilità. Non c’è un briciolo di giustificazione, a questo film. Il plot, come abbiamo detto, è stravisto e scontato, ma il punto è, principalmente, che tutto si esaurisce proprio in quel plot. Approfondimento psicologico, banale, vicino allo zero. Agganci e connessioni sociali e culturali, zero anche quelle: il film si svolge lì e oggi come potrebbe svolgersi duemila anni fa nell’Impero Romano. Una ‘storia’ qualunque, insomma, nel senso più banale del termine. Indubbiamente bravi Elizabeth Banks e Russel Crowe. Che certo ormai il mestiere lo conosce, anche se non può fare a meno di dar continuamente l’impressione di chiedersi ‘cosa ci faccio io qui’, e per rendersi conto davvero di quanto, invece, le sua capacità possano scavare psicologicamente ed umanamente in un personaggio naturalmente con una diversa sceneggiatura ed anche, ahimè, con una diversa regia, basta ricordare solo il magnifico giornalista di “State of Play” (K. MacDonald, USA, 2009). Insomma, risparmiate il vostro tempo. Provaci ancora, Haggis.

Mercoledì 14 marzo

Fahrenheit 451 (F. Truffaut, GB, 1966), 23.00, DT

F. 451 è uno dei pochissimi film per i quali spenderei volentieri l’aggettivo ‘perfetto’. Così, all’impronta, non me ne vengono in mente molti altri: certo L’Atalante (J. Vigo, Francia, 1934), ma poi dovrei pensarci.

Perfetto, innanzitutto, per l’idea che l’ha ispirato. Truffaut trasse la sceneggiatura dal romanzo Gli anni della Fenice (1953) di R. Bradbury (Waukegan, 1920), che però, obiettivamente, non è certo il suo capolavoro. Grandissimo scrittore di fantascienza, di gran lunga superiore al sopravvalutato Asimov, Bradbury ha al suo attivo decine di splendidi titoli, in cui la fantascienza diventa poesia, riflessione filosofica e morale: uno per tutti, il bellissimo Cronache marziane (1950). Ma Gli anni della fenice non sono all’altezza, letterariamente parlando, della sua restante produzione. Il libro dà permanentemente un’impressione di approssimatività, di ‘tirato via’. Più che di un romanzo vero e proprio, a volte si ha la sgradevole impressione di leggere il ‘riassunto’ frettoloso di un romanzo (una specie di riduzione da Reader’s Digest), che lascia in bocca un forte sapore di insoddisfazione (non a caso non è mai stato uno dei suoi maggiori successi). A posteriori, penso che non potesse essere altrimenti. La ‘grandezza’ del libro, infatti, non sta nel libro in sé, nel suo valore letterario, ma nell’idea che esso contiene, sta nel ‘miracolo’ che esso opera – di questi ‘miracoli’ è da sempre fatta l’arte – enucleando dal fondo misterioso dell’Immaginario una nuova idea: grande, profetica, senza tempo, tale da diventare immediatamente patrimonio collettivo dell’Umanità, icona del pensiero e della Cultura. Forse abbagliato dall’eccezionalità della sua stessa creazione – la spaventosa distopia di una società senza Letteratura – Bradbury proprio per questo non è riuscito a darle una veste letteraria adeguata, a far sì che le parole fossero alte come i pensieri. Poco male: basta e avanza l’idea, a fargli onore.

Poi, da questo testo geniale ma ‘imperfetto’, Truffaut ha ricavato invece la perfezione. Il suo film asciuga il libro da dialoghi inutili, da pagine approssimative, da tante piccole e fastidiose banalità. Lo filtra, lo decanta, ne distilla la quintessenza, l’Idea, e ce la ‘mostra’. Non c’è, nel film, un fotogramma che non sia essenziale, un’inquadratura che non sia significante, una sequenza che non sia fondamentale, una battuta che non sia sostanziale. Il film comunica im-mediatamente e l’intuizione bradburyana ci penetra, ci commuove e ci spaventa (è successo altre volte in letteratura. Ad esempio con Lo strano caso del Dottor Jekyll e di Mister Hyde, R.L. Stevenson, 1886: testo artisticamente modesto, ma che ripropone in modo impressionantemente profetico e ‘moderno’ il Mito del Doppio, dell’Uomo Angelo e Bestia. Sono state questa folgorante intuizione, e questa inadeguatezza di fondo, ad aver fatto sì che tutte le sue trasposizioni cinematografiche siano sempre state, in un modo o nell’altro, superiori all’originale).

Paradossalmente, dunque, può bastare un’idea a rendere geniale un’opera: così è stato per Stevenson, così è per il libro di Bradbury, il cui nocciolo ispiratore vale dunque infinitamente più della materia letteraria in cui l’autore l’ha tradotto.

Come abbiamo già accennato, Truffaut ha proceduto per sottrazione: “sottrazione di spessore e complessità ai personaggi, riduzione dello sviluppo drammatico a puro e semplice concatenamento logico, svuotamento di sostanza dei dialoghi, improntati a criteri di mera funzionalità”.

Il film è privo di qualsiasi tipo di calligrafismo od estetismo, né potrebbe essere altrimenti, dovendo descrivere un universo ‘geometrico’ e freddo in cui qualsiasi emozione è bandita ed assente, anche quella estetica (mai si parla di ‘bello’, nella vicenda, mai si accenna al valore estetico di qualcosa). Ma naturalmente, l’emozione prima ad essere vietata è quella indotta dalla letteratura: perché “i pazzi che leggono diventano insoddisfatti, e cominciano a desiderare di vivere in modi diversi”, perché le emozioni ‘rendono infelici’, fanno desiderare di ‘essere diversi’, e invece bisogna ‘essere tutti uguali per essere felici’. E per essere tutti uguali, basta essere tutti dei nessuno: nel fascicolo di Montag, le foto tessera sono prese di nuca. Non solo: per essere tutti uguali basta non avere memoria. Questo è il fine della distopia illustrata da Truffaut: “un mondo in cui è proibito leggere” è un mondo in cui “è proibito ricordare. Il passato non esiste, nessuno ricorda nulla. Chi detiene il potere sa che controllare la memoria di un popolo significa controllare la sua stessa esistenza: chi non ha passato, non ha nemmeno un futuro”. Nella Storia Infinita, Atreiu chiede a Gmork: “Perché Fantasia muore?”. “Perché la gente ha rinunciato a sperare e dimentica i propri sogni, così il Nulla dilaga”. “Che cos’è questo Nulla?”. “È il vuoto che ci circonda, è la disperazione che distrugge il mondo, ed io ho fatto in modo di aiutarlo”. “Ma perché?” chiede ancora Atreiu. Risponde Gmork: “Perché è più facile dominare chi non crede in nulla, e questo è il modo più sicuro di conquistare il potere”. F. 451 è dunque, probabilmente, il film più intimamente antitotalitario che sia mai stato scritto, perché mostra come il nocciolo del fascismo – non solo e non tanto quello storico, quanto soprattutto quello ‘universale’ – stia appunto nella volontà di distruggere la libertà prima dell’individuo, quella di essere diverso e  di sognare. Mostra anche, tuttavia, come – nei tempi lunghi della Storia e nonostante l’orrore del presente – esso sia destinato alla sconfitta. La metafora degli uomini-libro è illuminante: ‘pazzi’, che rinunciano a quella che parrebbe essere la libertà fondamentale, quella di essere individui, se stessi, ma lo fanno in nome di una libertà universale e superiore, quella di poter tornare tutti a recuperare la propria libera individualità. Non solo. Come un fiume carsico, scopriamo che il bisogno del sentimento e dell’emozione scorre anche in quella spaventosa distopia, spinge gli individui infelici e soli a patetiche e mute invocazioni di aiuto, induce perfino Montag, cittadino perfetto (“E se fosse proibito falciare l’erba?”. “La lascerei crescere”) a rubare un libro, per vedere cosa mai può esserci di così negativo dietro lo specchio, visto che tanti pazzi sacrificano addirittura la propria vita, per stare al di là. La scena in cui accende lo schermo tv non per immergersi nella sua follia alienante, ma per farsi lume nella lettura – non ci sono lampade, ne abat-jour, in casa, adatti allo scopo – è forse una delle più ‘umane’ e commoventi del film. Così facendo, però, egli spezza l’incantesimo, e la magia nera che regge quel mondo non lo riconosce più: la porta di casa non gli si apre davanti, e in caserma la barra rifiuta di trasportarlo. Ma egli ormai è un ribelle, e nell’ordalia che gli viene proposta egli uccide sì “il Padre”, ma distrugge anche il letto e lo schermo tv: simboli l’uno del suo passato-non passato, l’altro dei falsi sogni che avrebbero dovuto sostituire quelli ‘veri’. Muovendosi tra gli altri uomini-libro, Montag recita l’incipit di un racconto del Poe: “Ho da raccontare una storia la cui essenza è piena di orrore”. È quasi una specie di flash-back, perché la storia è quella del suo mondo. Ma – e se all’inizio non poteva saperlo, ora ne è cosciente in prima persona – a quell’orrore c’è comunque e sempre scampo.

(A parte quella dalla Storia Infinita di M. Ende, e quelle dalla sceneggiatura del film, le altre citazioni provengono da: A. Barbera, François Truffaut, Il Castoro Cinema, 3-1976).

Bagdad Cafè (P. Adlon, RFT, 1987), 11.45, DT

Per un accidente del destino, una grassa e ‘stereotipa’ turista tedesca si ferma a vivere in un motel nel deserto di Las Vegas, portandovi una ventata di vitalità e d’amore che sconvolge l’esistenza di tutti coloro che vengono a contatto con lei. Favola magica e poeticissima sulla semplice essenza della vita. Un gioiello praticamente sconosciuto, e forse l’ultima apparizione sullo schermo, con una eccezionale prova d’attore, del grande Jack Palance. Assolutissimamente imperdibile.

Il laureato (M. Nichols, USA, 1967), 23.10, DT

Con buona pace dell’Alfa Romeo Duetto, della colonna sonora di Simon & Garfunkel e del grande Dustin Hoffmann, devo confessare, sfidando le maledizioni voodoo di molti miei coetanei (io sono del ’50), che già allora mi apparve un film nato vecchio, la cui tanto decantata carica eversiva è tutta in superficie, formale e convenzionale. Uno dei grandi bluff del cinema che ci scassa periodicamente i marroni da quarant’anni. Per intendersi su che cos’è un’opera eversiva, due anni dopo usciva un ‘filmetto’ intitolato Easy rider.

Giovedì 15 marzo

L’esercito delle dodici scimmie (T. Gilliam, USA, 1995), 00.15, Rete4

C’è un premio in palio, a cura dell’Internazionale Masochista, per chi riesce a raccontare logicamente la trama di questa insopportabile palla, uno dei più balordi film di fantascienza che si siano mai visti sullo schermo, ma non l’ha mai vinto nessuno. Le estimatrici possono godersi Brad Pitt, ma non so se basta a compensare Bruce Willis. Evidentemente il registro della SF non si addice all’immaginario visionario e fantastico di Gilliam, altre volte grande e sognante artista (La leggenda del re Pescatore, del 1995, e il magnifico Tideland, del 2005).

In America (J. Sheridan, GB/Irlanda, 2003), 17.05, Sky

Sarah e Johnny emigrano dall’Irlanda negli USA via Canada. Con sé portano pochi soldi, tante speranze ma soprattutto il ricordo di Frankie, il figlioletto di tre anni morto da poco di tumore al cervello. A New York trovano riparo in un quartiere degradato, in un vecchio edificio semidiroccato e rifugio di tossici e travestiti. Da lì parte la loro faticosa marcia verso la ‘normalità’, intesa non tanto come sicurezza economica, rispettabilità, benessere – valori a cui nessuno dei quattro, curiosamente, sembra dare grande importanza – quanto come assenza di dolore. Non è un cammino facile per nessuno. Sarah porta con sé il rimorso di essere in qualche modo responsabile della perdita del bambino; tuttavia è spinta da un’immensa speranza e da un fortissimo amore per le figlie, e quella speranza è tanto forte da aiutarla a farsi strada, semplicemente, giorno per giorno, e ad indurla a concepire una nuova vita. Per Johnny, invece la ferita è stata troppo profonda, tanto da aver spento entro di lui non solo il dolore e le emozioni, ma anche la capacità di provarne. Johnny si lascia vivere, lottando sempre più stancamente. Unica figura ‘forte’ è Christy, la maggiore, l’io narrante della storia. ‘Nascosta’ dietro il piccolo monitor della sue telecamera, Christy osserva e documenta le sofferenze e le gioie della sua famiglia, accumula ricordi e riflessioni, e anche lei tiene vivo il ricordo del piccolo Frankie, come un invisibile genio benefico che ancora protegge la famiglia. Sulle loro scale vive Mateo, un uomo misterioso, un nero gigantesco che si è isolato dal mondo, col quale comunica solo attraverso urla feroci e minacciose intimazioni ad andarsene. Sarà proprio Christy, nella sua pervicace ostinazione di vita, a ‘costringerlo’ ad uscire e ad aprirsi, permettendogli di rivelare il suo dolore per la morte inevitabile – l’AIDS – e dunque il suo disperato amore “per tutte le cose vive”, che aveva cercato di reprimere. In loro Mateo troverà per l’ultima volta serenità e amore, e grazie a lui e a Christy, la famiglia troverà speranza, fiducia e salvezza. Delicato e poetico miracolo di poesia e di bellezza, In America è interpretato da una piccola squadra di eccezionali attori. Magnifico Mateo, umanissimo, forte e semplice nel suo dolore; stupenda Sarah, dalla dolcissima femminilità, in cui – cosa rarissima, in un cinema costruito spesso di esteriorità e di stereotipi qual è quello attuale – meravigliosamente si fondono maternità e sensualità. Ma su tutti svetta l’incredibile bravura, l’inconcepibile maturità espressiva ed emotiva della tredicenne Christy (Sarah Bolger: segnatevi questo nome), qui, se non sbaglio, alla sua prima prova di recitazione, che racconta sentimenti ed emozioni con la sensibilità compiuta di una donna, di chi ha già conosciuto e metabolizzato dolore e felicità. Non un’espressione fuori posto, non un gesto esagerato, non uno sguardo sbagliato, in una interpretazione semplicemente strepitosa. Un film colmo di speranza, di fiducia nella vita, nel mondo, nel prossimo. Non è un incredibile regalo? Qualcuno ha parlato di Frank Capra, per questo film: è un grandissimo complimento, ed un parallelo perfettamente appropriato. Un ultimo invito a seguire Sarah – forse la compagna e madre dei nostri figli che tutti noi abbiamo sognato. E’ lei che parla, quando alla televisione appare un’inquadratura di Furore, con la madre, Ma Joad, che dice: “Noi ce la faremo”.

Custer eroe del West (R. Siodmak, USA, 1968), 21.00, Sky

Premesso che, come tutti sanno, amo il cinema americano ed anche la loro cultura, non ricordo più chi abbia scritto che solo il popolo americano è riuscito a trasformare il più grande genocidio della Storia in un’epopea: sarebbe come se i tedeschi facessero dei film sui lager con le SS buone ed eroiche e gli ebrei cattivi da sterminare. Che poi, addirittura nel ’68, si facesse un film in cui si eleva ad “eroe” un razzista assassino come Custer, è uno dei miracoli della sfacciataggine. Ma del resto, il pazzo assassino di Bush, non è forse andato in Irak ad “esportare la democrazia”?

Venerdì 16 marzo

Il tredicesimo piano (J. Rusnak, USA/Germania, 1999), 21.10, DT

Al tredicesimo piano di un immobile della Los Angeles di oggi, qualcuno ha creato un universo virtuale ambientato in quella degli anni Trenta, i cui abitanti credono di essere ‘vivi’ e autonomi. Bello, misterioso, figurativamente affascinante: e comunque sempre meglio di quella puttanata pseudofilosofica crash-bang di Matrix. Provare per credere.

Nella valle di Elah (P. Haggis, USA, 2007), 21.00, DT

La Valle di Elah è quella in cui, secondo la Bibbia, un giovane ed impaurito Davide trovò comunque il coraggio di affrontare il gigantesco Golia, e di sconfiggerlo. Oggi, secondo Haggis, la Valle di Elah è l’Irak, ove giovani Davide vengono mandati a combattere contro un Golia ancora più spaventoso di quello biblico, perché più feroce, più spietato, più disumano, ed ad esso soccombono, feriti non solo nel corpo, ma anche, troppo spesso, nella mente e nello spirito. Così avviene a Mike, figlio di Hank, soldato di professione. Mike si è arruolato non solo per seguire le orme del padre, ma anche sulla spinta di un genuino e personale entusiasmo, per “portare la democrazia in quel posto di merda”, come dice Hank con orgoglio. Ma quando, dopo una lunga permanenza in zona di guerra, viene rimandato alla sua base negli USA per una licenza, Mike inspiegabilmente scompare, senza farsi vivo in alcun modo con la famiglia. Ad avergli parlato per l’ultima volta è proprio suo padre, qualche settimana prima della partenza, in una telefonata disturbata e convulsa, in cui, tra le scariche elettriche della chiamata satellitare, Hank è riuscito solo a sentire un figlio disperato e sconvolto che gli ha detto: “Tirami fuori di qui. E’ successa una cosa”. Poi silenzio, nient’altro, fino a quando la polizia militare della base lo chiama per informarlo prima, appunto, della sparizione, e poi che il suo cadavere è stato trovato all’esterno della base, in mezzo ai campi, fatto a pezzi, bruciato con la benzina e poi sbranato dai cani. Nessuna traccia, nessun indizio, nessun colpevole. Già un altro figlio Hank aveva perso nell’esercito, dieci anni prima, in un incidente aereo, ma la morte di quest’ultimo è inaccettabile, non solo per il suo orrore, ma per la sua assoluta mancanza di senso. Così Hank, anche lui poliziotto militare attualmente in pensione, decide di indagare per conto suo, quando si rende conto che non solo molte cose non tornano, ma soprattutto che di quella morte pare non importare molto a nessuno. Non ci mette molto a scoprire la verità, e ciò che trova è atroce, intollerabile, perché non riguarda solo suo figlio. Ciò che scopre è la tragedia di una generazione mandata a combattere una guerra di cui non capisce assolutamente il senso, una guerra che come tutte le guerre – ma forse anche più di altre, più di molte delle tante combattute dagli USA – corrompe il loro animo, i loro valori, le basi della loro esistenza. Droga, crudeltà gratuite, e poi follia disumana: ecco le medaglie che questi giovani riportano a casa dal fronte irakeno. Una di queste è toccata anche a Mike, e lui non ce l’ha fatta: non aveva il coraggio di Davide. Così, l’esposizione finale della bandiera rovesciata non si configura affatto come un artificio narrativo, bensì come un appello umano, vero e profondamente commovente, che si alza in tutta sincerità dal cuore di una nazione violentata e ferita da questa guerra: “E’ una richiesta di aiuto internazionale. Significa che siamo nella merda fino al collo: chi verrà a salvarci?”. E’ inevitabile, vedendo questo film, tracciare mentalmente un parallelo col bellissimo Missing (Costa-Gavras, USA, 1982), ma forse quel che accade qui è ancora più grave. Là è un reazionario doc, oltre che un padre, che scopre le vergogne della politica estera del suo Paese; qui è un soldato, un patriota e un padre, che constata l’orrore nascosto dietro ciò per cui lui stesso ha combattuto ed ha sacrificato due figli. Sceneggiatore di Million Dollar Baby (C. Eastwood, USA, 2004), secondo noi la sua prova peggiore; cosceneggiatore di Lettere da Iwo Jima (C. Eastwood, USA, 2006) e di Flags of our fathers (C. Eastwood, USA/Islanda, 2007), ma soprattutto autore di quel capolavoro dolente sull’incomunicabilità umana che è stato Crash (USA/Germania, tre Oscar nel 2004), Haggis firma qui un altro bellissimo film, intenso, profondo e rigoroso, interpretato da un Tommy Lee Jones mai così bravo e puro. Praticamente insignificante, al suo confronto, Charlize Theron, che brilla per la sua interpretazione scialba e senza spessore. Assolutissimamente imperdibile.

 

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