Pubblicato da: giulianolapostata | 3 marzo 2012

Multivisioni – Sabato 3 marzo 2012

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

“Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

L. Wittgenstein

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Sabato 3 marzo

Welcome (P. Lioret, Francia, 2009)

Premio del Pubblico al Festival del Cinema di Berlino 2009

Premio Lux 2009 del Parlamento Europeo per il Miglior Film dell’Anno

21.05, Rai3

“Io penso che per contrastare l’immigrazione clandestina non bisogna essere buonisti, ma cattivi, determinati, per affermare il rigore della legge”

Onorevole (?!) Roberto Calderoli

Dunque, la ‘cattiveria’ per la prima volta affermata come categoria politica e civica, come strumento del governare. Non era mai accaduto, nelle moderne democrazie del dopoguerra, e stupisce soprattutto che queste parole siano uscite dalla bocca di un Ministro di una Repubblica nata dalla Resistenza, cioè da una guerra di popolo contro un regime e un’ideologia che soli, e forse per la prima volta, proprio la cattiveria avevano assunto come valore fondante. Stupisce, cioè stupirebbe, se non sapessimo che ad averle pronunciate è un leghista, un esponente cioè di quella cricca – ché ritengo ‘Partito’ una parola ancora troppo carica di nobili significati – di quella cricca xenofoba e razzista che ormai da decenni impesta l’Italia, ne avvelena le coscienze, ne corrompe le istituzioni. Chi parla così non è che non capisce niente di immigrazione: più semplicemente, non ha capito niente degli esseri umani, e nemmeno – il che è massimamente tragico – della sua personale condizione umana. A quella stessa cricca appartengono – giova ricordarlo – gli amministratori comunali che il 22 marzo 2010 hanno lasciato a pane e acqua i bambini, sette stranieri e due italiani, della scuola Materna ed Elementare di Montecchio M. (VI) perché non avevano pagato la retta della mensa. Cattivi anche lì, così imparano: cosa credono, ‘sti cazzi di negri, di venir qui a mangiare a sbafo?! Ad essa appartengono anche gli amministratori di Coccaglio (BS), che nel dicembre 2009 hanno voluto realizzare nel loro paese un vero e proprio ‘bianco’ Natale, cacciando via tutte le facce nere non in regola con la legge. Sarebbe perciò, ne sono assolutamente convinto, del tutto inutile far vedere loro questo stupendo film di Philippe Lioret, enorme successo di pubblico in Francia, premiato perfino dal Parlamento Europeo ma, guarda caso, praticamente invisibile in Italia. Anzi, forse potrebbe perfino piacergli; forse, scartando il fastidioso ‘buonismo’ che ne emana, potrebbero perfino ricavarne qualche idea: hai visto che bravi i francesi, loro sì che ce l’hanno duro davvero. Simon è un uomo di mezza età che vive a Calais, ex campione di nuoto, ora istruttore in una piscina. È stanco, spento, annichilito dalla fine di un matrimonio che intuiamo intenso e felice, ma per salvare il quale lui non ha saputo far niente (“Non sono stato nemmeno capace di attraversare la strada per trattenerti”) e che sua moglie, impegnata nel volontariato, ha voluto spezzare proprio perché ferita dalla sua progressiva ignavia morale (“Quel che mi spaventa è la tua indifferenza”). Calais è la finis terrae di tutti i disgraziati – curdi, irakeni, afgani, e le mille declinazioni etniche della disperazione e della miseria – che fanno tappa lì cercando di andare in Inghilterra: appesi sotto ai treni, semisoffocati nei camion, tutto, pur di raggiungere se non altro la speranza di una vita migliore. Bilal, giovane curdo diciassettenne, promessa del calcio, è uno di questi. Vuole andare a Londra per raggiungere la sua ragazza, e deve far presto, perché il padre di lei l’ha ‘venduta’ come sposa ad un cugino molto più anziano. Fallito un tentativo di passare sui camion, Bilal si rivolge a Simon con una proposta assurda: vuol essere allenato per poter attraversare la Manica a nuoto. Inizialmente estraneo e diffidente, conscio delle difficoltà quasi insormontabili del progetto, poco per volta Simon si fa conquistare dalla poetica follia di Bilal, lo aiuta, lo ospita in casa sua, sempre più legato al ragazzo da un rapporto che è molte cose insieme: paternità ideale, risveglio della coscienza, pietà, solidarietà, rabbia contro l’ingiustizia. Man mano che la cosa procede, accade così che Simon subisca i rigori della legge francese, nei confronti di chi aiuta i clandestini quasi più feroce che contro i clandestini stessi. Parallelamente e quasi impercettibilmente, un colloquio pare riallacciarsi tra lui e la moglie, ora poco per volta nuovamente uniti da un comune sentire. Alla fine, Bilal proverà ad attuare il suo ‘folle nuoto’, ma fallirà, e Simon non potrà far altro che stare a guardare: conscio, per lo meno, di aver ritrovato se stesso (“Ma certo che torno, torno a casa”) e, soprattutto, di non essere stato “complice” (G. Salvatores). Welcome è un film di immensa abilità stilistica, intensissimamente lirico senza mai scivolare nemmeno per un istante in quella retorica che pure un tema come questo potrebbe suggerire. Lirico, dunque, sì, ma anche limpidamente realistico, e sono magnifiche quelle riprese notturne del porto, abbagliante albero di Natale di luci e colori, ai cui margini, dietro il silenzio ‘normale’ dei finestrini delle macchine, si perpetrano rastrellamenti e violenze, del tutto ‘legali’. Fotografato sempre con eleganza e ricercatezza – ma anche in questo caso sempre un passo indietro dall’effetto – Welcome è recitato da un eccezionale Vincent Lindon, discreto e umanissimo, dal giovane esordiente curdo Firat Ayverdi e dalla brava Audrey Dana nella parte della moglie di Simon. Assolutissimamente imperdibile.

The aviator (M, Scorsese, USA, 2004), 12.40, DT

Patinatissima, lussuosa e noiosa biografia del miliardario americano Howard Hugues e delle sue follie. Benissimo ha scritto su Ciak Stefano Disegni, quand’è uscito sugli schermi: avrebbe meritato l’Oscar per la categoria “Non ce ne può fregare di meno”. Serenamente da dimenticare.

Cacciatore di teste (Costa Gavras, Francia/Germania/Belgio, 2005), 12.40, DT

Forse questo film bisognerebbe farlo vedere a Mario Monti, il sicario della BCE, e al suo Ministro piangente Elsa Fornero, che nel tepore ovattato e opulento di uno studio ministeriale o di una facoltà universitaria, isolati  e ignari delle miserie del mondo, gratificati da lussuose prebende, allineano su fogli immacolati file e file di numeri, decidendo con olimpica indifferenza dei destini della nazione e degli uomini. Questo film è la storia orribile e tragica di uno di questi ‘numeri’, Bruno Davert, alto dirigente di una fabbrica di carta, che per effetto di ristrutturazioni e delocalizzazioni viene improvvisamente licenziato, dopo quindici anni di ‘onorato servizio’. Orgoglioso delle proprie competenze, e perciò convinto di poter trovare subito un altro lavoro, Bruno precipita quasi subito in una spirale infernale di colloqui frustranti e senza risultato. Scopre anche che, comunque, non è il solo con quelle competenze, per cui, lucidamente, decide di eliminare fisicamente tutti coloro che possono frapporsi tra lui e un nuovo impiego. Rifiutato dalla società (“togliendomi il lavoro mi hanno tolto la vita”) Bruno si rende conto che tutti i valori di cui gli avevano riempito la testa – amicizia, solidarietà, simpatia – sono parole vuote. Conta solo chi vince, chi ha ‘successo’ e di quel successo conquista i simboli tangibili: le belle donne e le macchine sportive che ossessivamente gli si parano davanti dalle insegne pubblicitarie. E lui si adegua, ridiventa homo omini lupus, e comincia ad uccidere. Non prova odio, e nemmeno pietà: il tremito alle mani dopo ogni omicidio passa presto, in attesa del prossimo, e ancora del successivo, finché la strada sarà libera. Apologo ‘inverosimile’ ma spietato, il film – freddo come un documentario, intenso come una tragedia greca – accompagna lo spettatore passo dopo passo a seguire gli orrori di Bruno, talmente coinvolgente che vorremmo gridargli: ‘Fermati, questa non è la strada’. Possiamo solo assistere muti alla sua rovina, chiedendoci se nella nostra società sia possibile, come un dirigente declama, “un lavoro fatto per l’uomo”. Imperdibile.

Munich (S. Spielberg, USA, 2006), 22.55, DT

Per tutta la mia vita ho sempre cercato (e non me ne faccio un vanto: così dev’essere) di evitare l’identità Ebrei=Israele. Ho sempre cercato, cioè, di tenere ben distinte le colpe dello Stato di Israele, a partire dalle modalità stesse della sua nascita, passando per le innumerabili ingiustizie subite dal popolo palestinese in questi decenni per arrivare alla costruzione di quel monumento al razzismo che è il Muro, e mi sono sempre ben guardato dallo scivolare nel barbaro e stupido antisemitismo (ma l’antisemitismo è sempre barbaro è stupido, come qualsiasi forma di razzismo) di chi gioisce delle ferite inferte agli ‘ebrei’ vedendole come una ‘punizione’ per il comportamento degli Israeliani. Ho tuttavia l’impressione che l’atteggiamento contrario non sia riuscito a Spielberg, per lo meno in questo film, per lo meno – lo credo sinceramente, e non glie ne faccio una colpa – non a livello inconscio. Vediamo perché. E’ senz’altro vero che, ad una prima lettura, il film non appare di parte. Numerosi sono gli spazi lasciati alle riflessioni sull’oppressione dei Palestinesi, sulle angherie che hanno subito, sulle ragioni della loro protesta; ragioni che – par addirittura che Spieberg voglia suggerire – almeno spiegano, se non giustificano, il ricorso ad azioni estremiste e terroristiche (ragion per cui in Israele e negli ambienti sionisti il film è stato accolto con diffidenza se non con ostilità). Il tutto inserito – e questo va detto qui, perché non è affatto indifferente (e come potrebbe esserlo?) alla ‘percezione’ che delle vicende storiche narrate ha lo spettatore – in una macchina cinematografica di alto livello (per lo meno nella prima parte: ma di questo diremo poi). E’ un bel film, insomma, che si segue con passione e partecipazione. Tuttavia, ad una seconda lettura, molti, se non troppi, sono gli accenni ‘giustificazionisti’ e di quella azione israeliana e, in genere, di tutta la sua politica nei confronti dei Palestinesi. A cominciare dall’affermazione di Golda Meyr: “Per ogni civiltà arriva il momento in cui deve scendere a compromessi coi suoi valori”. Mostruosa, agghiacciante, ‘immorale’ affermazione: perché in base ad essa innumerevoli stati hanno commesso innumerevoli orrori contro chiunque si ponesse, in un qualsiasi modo, contro la loro politica. Non si tratta altro che della famosa ‘ragion di Stato’, in base alla quale migliaia di civili irakeni ed afgani sono stati sterminati, rubricandoli, con cinico rammarico, sotto la voce “danni collaterali”. E’ la stessa ragion di Stato nel cui nome vennero sterminati milioni di amerindi (non si potevano certo lasciare tutte quelle fertili terre ad una banda di selvaggi urlanti, quando migliaia di coloni avevano bisogno di campi da coltivare); quella per cui Napoleone represse la rivolta degli schiavi ad Haiti; quella per cui venivano fucilati davanti alla truppa i disertori della Prima Guerra Mondiale. Eccetera, eccetera. Potremmo proseguire per pagine e pagine, perché di questo infame filo rosso della ‘doppia morale’ è intessuta la storia umana. Poco prima, la stessa Golda Meyr si era chiesta: “Quali leggi proteggono belve come quelle?”. Ed è così facile la risposta: le leggi del Diritto. Non quello nazionale, appunto servo della ragion di stato. E neppure quello internazionale, un pezzo di carta in nome del quale in Irak è stata scatenata una guerra che, siccome non poteva essere una guerra, è diventata una Operazione di Polizia Internazionale, o i nostri soldati sono stati mandati a morire e ad uccidere in una guerra che, anche in questo caso, per non chiamarla guerra è diventata Missione di Pace. No. Esiste un Diritto più alto, che vorrei chiamare Diritto Umano: quello per cui nessuno può decidere in nome e contro qualcun altro; quello per cui chiunque, anche una “belva”, ha diritto ad un processo giusto (è scritto nella Costituzione Americana, se non sbaglio: badate bene); quello per cui, sia pure con la tracotanza del vincitore, anche alle ‘belve’ naziste venne garantito un processo a Norimberga; quello per cui lo stesso Stato di Israele, quindici anni prima, aveva processato Eichman (e più volte proprio questo processo viene evocato, nel film, dagli israeliani ‘in crisi’, ma sembra che il richiamo voglia dire: ‘Vedete, quando abbiamo potuto l’abbiamo fatto, ma ora davvero non si poteva’) ed ha spesso ‘regolarmente’ processato i terroristi palestinesi. Oppure potremmo ricordare, a chi ha fatto del Vecchio Testamento il suo Libro fondante, che da qualche parte in esso è scritto “Non uccidere”, e da qualche altra Dio dice: “Solo mia è la vendetta”. Ma lasciamo perdere questo filone: la parola di Dio, per chi ci crede, è stata nella Storia irrisa e tradita forse anche più del Diritto umano, ed è tanto dire. Col prosieguo della narrazione, comunque, le motivazioni scendono di livello, e la madre di Avner non pensa proprio né a diritti né a Dio, quando gli dice: “A qualsiasi prezzo, noi oggi abbiamo un posto in cui stare”. Già: a qualsiasi prezzo, appunto, e non occorrono scuse o giustificazioni. E se insorgono rimorsi, basta dirsi, come fa il referente di Avner, che lo si è fatto per la Patria e la sua sicurezza: la ragion di Stato, di cui si diceva prima. Comunque, anche  quella bella macchina narrativa si inceppa e si sfilaccia, nella seconda parte, che appare come un inutile e piuttosto tedioso accumulo di scene e post-finali che ogni volta sembrano quello conclusivo, e di cui non si capisce bene l’utilità ai fini narrativi, e neppure la funzione. A meno che essa non sia, un’altra volta, quella giustificazionista, ed allora vien da chiedersi il perché di quell’amplesso di Aavner con la moglie. Cosa significano quei ricordi di Monaco che scorrono nella sua mente mentre fa all’amore, e che sembrano trovare una soluzione nell’orgasmo e nel ‘ti amo’ finale della donna? Ma cosa dovremmo vederci? Forse che il giustiziere trova la catarsi e la purificazione nel sesso della sua donna? Sarebbe una ben misera, oltre che tragica, spiegazione, se fosse così, e dunque questo rientra in quella confusione ‘ideologica’ e narrativa che sembra prendere Spielberg dopo la conclusione della prima, bellissima parte, dedicata al complotto ed all’azione. Dal regista di un capolavoro come Schindler’s List, lo confesso, mi sarei aspettato di più. E non intendo parlare di obiettività, o di equidistanza, che forse sono semplicemente impossibili, in una questione come questa, ma semplicemente di minor ambiguità. Ché questa mi sembra essere la cifra intima del film: ambiguità, incapacità di scegliere da che parte stare, o forse il pudore – una specie di politically correct alla rovescia – nel dire che da una parte pur si sta. Perfino un film modestissimo come il dimenticato La notte dei falchi – Entebbe, Operazione Thunderbolt (M. Golan, Israele, 1977) ha avuto più coraggio, e questo coraggio Spielberg avrebbe dovuto trovarlo. Forse lo avremmo apprezzato di più, e forse riusciremmo a vederlo con maggior serenità, anche dopo aver sentito il Generale Zvi Vogel, comandante dell’esercito nazisionista per la regione di Gaza, dichiarare ai giornali (Repubblica del 3/3/2006): “Per ogni nostro ferito colpiamo mille dei loro”, facendo così apparire Kappler come un magnanimo gentiluomo, dato che alle Fosse Ardeatine ‘si accontentò’ di dieci italiani per ogni tedesco.

Sindrome cinese (J. Bridges, USA, 1979), 16.35, DT

Finalmente, dopo la castrofe di Fukushima, si ricomincia  a riprogrammare questo bel film di trent’anni fa, che, accusato a suo tempo di eccessivo allarmismo e di isteria antinuclearista, dimostra oggi per l’ennesima volta, dopo Chernobyl e Fukushima, la sua terribile carica profetica. Un guasto ad una centrale nucleare americana potrebbe provocare la fusione del nocciolo. Il governo vorrebbe insabbiare la faccenda, a costo anche di una tragedia, ma un coraggioso direttore e due impavidi cronisti si impegnano per smascherare tutto. Ottimo esempio di cinema politico e civile americano, che ha tra i suoi punti di forza uno dei miti americani: la libertà di stampa. Con Jane Fonda e Jack Lemmon, decisamente più bravo nelle parti drammatiche che in quelle comiche che si sono sempre ostinati ad appiccicargli addosso (vedi Missing, Salvate la tigre ecc.). Imperdibile.

Domenica 4 marzo

K-Pax (I. Softley, USA/Germania, 2001), 23.00, DT

In K-Pax, favola poetica, delicata e tragica, Kevin Spacey è un angelo disceso sulla terra, che cerca soluzione al suo dolore, e forse a quello di ognuno di noi. La trova nella follia, o forse non la trova, ma intanto attraversa le nostre vite come un ‘uccello azzurro’, come quel sogno di felicità che anche tutti noi sempre disperatamente cerchiamo. Il sorriso di Spacey è quello ineffabile di chi si è lasciato alle spalle la vita, i bisogni, il male. E la sua recitazione, apparentemente dimessa, è quella del grandissimo attore, ineffabile anch’esso. Se la regia non brilla particolarmente – senza infamia e senza lode – sceneggiatore ed interprete ci hanno regalato con questo film un cristallo delicatissimo e fragile, da contemplare in segreto, nel cavo della mano, ascoltando sommessi le parole di Prot: “Voglio dirti una cosa, una cosa che ancora non sai: noi keypaxiani abbiamo vissuto abbastanza da averlo già scoperto. L’universo si espanderà, poi tornerà a collassare su se stesso, e poi si espanderà di nuovo, ripetendo questo processo all’infinito. Ciò che non sai è che quando l’universo si espanderà di nuovo, tutto quanto sarà come adesso. Qualunque errore commetterai in questa vita, lo ripeterai nel tuo prossimo passaggio. Ogni errore che commetterai sopravviverà, ancora e ancora, per sempre. Quindi il consiglio che ti dò è di fare le scelte giuste questa volta, perché questa volta è tutto ciò che hai”. Assolutissimamente imperdibile.

Onora il padre e la madre (S. Lumet, USA, 2007), 22.55, DT

Quello che, tra le sue mille virtù, ha di prodigioso il cinema americano, è la capacità di saper raccontare con la medesima intensità tanto i suoi sogni quanto i suoi incubi, conferendo ad entrambe le versioni lo stesso identico grado di ineluttabilità. E’ accaduto così che, durante tutta la visione di questo capolavoro di Lumet (ottantaquattro anni! Olmi ne ha settantatre, ed ha anch’egli finito di darci I Centochiodi, altro film assolutamente mirabile: onore a questi grandi ‘vecchi’) ci perseguitasse nella mente il ricordo di un altro, da questo apparentemente diversissimo: lo splendido La vita è meravigliosa (USA, 1946), del grandissimo Frank Capra. LVM è lo svolgimento paradigmatico del sogno americano, con tutti i suoi ‘stereotipi’ più classici: lavoro duro e onesto, fedeltà alla famiglia, patriottismo, Fede, integrità morale, ‘democrazia’. ‘Vivete secondo queste regole – par che volesse dirci Capra – sarete felici e creerete un mondo migliore’. Chissà se aveva ragione. Certo, né in noi, nel nostro immaginario, né laggiù, esiste più quell’America fresca e ingenua, quell’infantile fiducia nel New Deal roosveltiano che sempre ispirò Capra. Ne è passato di tempo. E ne è scorso di sangue. E la famiglia, il lavoro, la vita, a raccontarli oggi non son più quelli: sono un incubo cupo ed oppressivo, senza speranza. Ce li racconta Lumet in questo film di cui, durante la visione, quasi si desidera spasmodicamente la fine, tanto sono assoluti la disperazione e il pessimismo di cui è intriso. Qui la famiglia è quella dei signori Hanson, anziani gioiellieri, e dei loro figli, Andy ed Hank. Andy è il maggiore, quarantenne precocemente invecchiato, che non ha mai amato suo padre (“Per tutta la vita ho avuto paura di diventare come lui”): per gelosia del fratello più piccolo (“Siete così belli, voi e il vostro cucciolo: sei sicuro che io sia tuo figlio?”) ma anche perché intimamente, ‘antropologicamente’ estraneo ai valori secondo cui i suoi genitori hanno vissuto. Andy ha una moglie bella e molto più giovane di lui (che di nascosto scopa con suo fratello), una bella casa, una macchina europea, un lavoro di prestigio. Ma tutto è stato costruito sulla menzogna e il raggiro, falsificando i conti dell’azienda in cui lavora, accumulando falsità su falsità. Poco per volta la sua vita sta andando in pezzi, anzi: è, in pezzi (“Se aggiungi qualche cifra in fondo al libro paga, alla fine bene o male i conti tornano sempre; ma i pezzi della mia vita non formano un tutto unico, la loro somma non dà me stesso”), e a quel punto, del tutto ‘inavvertitamente’, Andy salta il fosso e decide di commettere un crimine sul serio: rapinare la gioielleria dei genitori. Coinvolge nel progetto Hank, molto più giovane di lui, immaturo (“E’ ancora un bambino”, dicono di lui cento volte, commiserandolo o compatendolo), alle prese con un lavoro insignificante ed un divorzio che gli succhia ogni dollaro dalle tasche, sciocco e malcresciuto, sostanzialmente ‘incolpevole’. Tutto calcolato, baby, nessuno si farà male. Ma invece i calcoli saltano, assurdamente, e tutti si fanno ‘male’. La madre di Andy e Hank, prima di tutto, che muore nella rapina; il loro padre, che giorno dopo giorno, ora dopo ora, vede decostruirsi davanti agli occhi tutto il suo mondo; i due fratelli, che anche loro un’ora dopo l’altra precipitano da un girone infernale all’altro, fino ad incontrare, l’uno la morte, l’altro il perdersi nel nulla, chissà dove. Nessun valore si salva, non c’è via d’uscita: e chi per un istante spera che le parole del padre ad Andy sul letto d’ospedale (“Non preoccuparti, sta’ tranquillo”) preludano ad una qualche salvezza, preparino un consolante happy end, non conosce Lumet, e viene subito tragicamente deluso. Splendidamente raccontato attraverso flash back lucidi e netti, e per mezzo di scene essenziali e gelide (gli interni dell’appartamento del pusher, o la scena meravigliosamente simbolica in cui Andy rovescia sul tavolo di cristallo i ‘pezzi’ della sua vita), OPM è l’ennesimo tassello di un’opera con cui da cinquant’anni Lumet ci racconta la disperazione e la disillusione di un’America che quei sogni struggenti di Capra non li ha mai conosciuti, o comunque ha smesso di crederci da lungo tempo. Ed Andy ed Hank sembrano gli eredi dei quattro tristissimi sfigati – nella vita, nel lavoro e negli affetti – che, nel 1975, vivono Quel pomeriggio di un giorno da cani, altro suo grande film. Onore anche agli interpreti: Philip Seymour Hoffman (Andy), semplicemente prodigioso nel mettere in scena un individuo non cattivo, ma ‘semplicemente’ amorale; Ethan Hawke, che fatica a tenergli testa, pur se bravissimo nella parte del fratello ‘minore’; e il vecchio e grande Albert Finney (sessantotto anni anche lui!), che dopo il papà bizzarro affabulatore di Big fish (T. Burton, USA, 2003), ci regala qui un padre dolente e sconfitto, in un’interpretazione quasi shakespeariana.

Lunedì 5 marzo

American gangster (R. Scott, USA, 2007), 21.15, DT

Quando ad un regista sono rimasti solo un po’ di tecnica e di mestiere, e da anni non sa più cosa siano passione e ‘genio’, allora forse sarebbe meglio che tornasse al suo antico mestiere: il pubblicitario. Ne guadagnerebbero la pubblicità, che forse sarebbe di qualità un po’ migliore di quella attuale, e indubbiamente il cinema, che non dovrebbe registrare delusioni come questa. Così sembra essere, ormai, per Ridley Scott, che dopo aver cominciato con tre film che hanno fatto la storia del cinema – Alien, I Duellanti, Blade Runner, e potremmo aggiungerci anche il bellissimo Legend – ha poi inanellato una serie di fallimenti artistici ed intellettuali lunga quasi come il resto della sua filmografia. Narrasi la storia vera di Frank Lucas, prima servitore silenzioso di Bumpy Johnson, piccolo boss della malavita nera di New York negli anni Settanta, e poi suo erede. Frank allargherà a dismisura l’impero, e realizzerà guadagni favolosi importando direttamente l’eroina dalla Thailandia e vendendola a minor prezzo e semipura, eliminando dal mercato tutti gli altri clan di spacciatori. Il tutto, con la connivenza di una polizia quasi completamente corrotta. Sarà difficile scoprirlo, sia per i suoi astuti metodi di importazione sia perché nessuno riesce a credere che un nero possa giungere tanto in alto, ma alla fine un poliziotto ci riesce, e risalendo la catena arriva fino a lui, lo smaschera, lo fa condannare a settant’anni. Solo rinunciando a tutti i suoi beni e collaborando col suo persecutore per denunciare i poliziotti corrotti, Lucas riuscirà a farsi ridurre la pena a quindici anni. Tutto qui, e non c’è davvero altro, se non due ore e mezzo di lineare e noiosissima cronaca (peggio di un film di Spike Lee). Spessore di approfondimento storico-sociologico-politico: inesistente, nonostante gli spezzoni di telegiornali d’epoca cacciati dentro a forza, che servono sì a datare le vicende, ma vi rimangono ‘sostanzialmente’ estranei: nonostante troppe battute e perfino il titolo la nominino, lì dentro, paradossalmente, l’America pare del tutto assente. Lo si sarebbe potuto intitolare ‘Vita del gangster F.L.’: a farlo sarebbe bastato Carlo Lucarelli in TV, e magari veniva anche meglio. Spessore psicologico dei personaggi: pari a zero. Denzel Washington prova invano a fare il cattivo, ma quasi gli scappa da ridere. Russel Crowe sembra il fratello di Muccino nei vecchi spot della Tim, ma più loffio e stanco, con un parrucchino che pare un Puffo; a tentare di dargli consistenza, nient’altro che una spruzzatina di stereotipo del poliziotto-onesto-che-sacrifica-anche-la-famiglia-al-dovere (meglio i personaggi analoghi di Steven Seagal). Spessore sociologico del film: inferiore a zero. Se si eccettua la scena in cui, mentre Lucas a tavola con tutta la famiglia pontifica su amore e valori familiari, la macchina ci mostra due brevi flash di tossici devastati dalla droga: sfacciata e penosa citazione della scena del massacro durante il battesimo del Padrino; e comunque, a questa scena, in tutto e per tutto, è affidata nel film la ‘caratterizzazione morale’ di Lucas. Per il resto, ombre senza vita, che si scordano un istante dopo averle viste. Come questo film.

Martedì 6 marzo

Le tre sepolture (T.L. Jones, USA/Francia, 2006), 21.00, DT

Nella bellissima tragedia di Sofocle, Antigone, mettendo in gioco consapevolmente la propria vita, seppellisce il corpo di Polinice, contravvenendo volutamente al crudele editto del tiranno Creonte, che, con assoluta mancanza di pietas, ha decretato che rimanesse insepolto. Qui siamo ai giorni nostri, sul confine USA-Messico. Terra di nessuno, polverosa, triste e inutile. L’unica attività che scandisce il passare dei giorni è la caccia al clandestino, alle migliaia di disperati che dal Messico tentano con ogni mezzo di raggiungere il paradiso americano. Uno di loro è Melquiades Estrada, un cow-boy, che sopravvive col suo piccolo gregge di capre. Mite ed inoffensivo, non da fastidio a nessuno, ma viene ugualmente ucciso, nel più stupido dei modi, da una guarda di confine. Ma Melquiades aveva un amico bianco, un americano: Pete, un cow-boy anche lui, anche lui uomo dai sentimenti elementari ed essenziali. Un giorno, raccontando a Pete con immensa nostalgia della famiglia e del paese che aveva lasciato, si era fatto promettere che, se fosse morto, lui non avrebbe lasciato che venisse sepolto “sotto dei fottuti cartelloni pubblicitari” ma lo avrebbe riportato a casa. Ora Pete vuole mantenere la promessa, ma scopre che Estrada è già stato sepolto, senza rispetto e senza dignità, e soprattutto che a nessuno frega niente di sapere chi è stato. Pete indaga da solo, individua la guardia responsabile dell’omicidio, e a rischio della propria vita la rapisce, la costringe a disseppellire il corpo e a seguirlo in Messico. Qui, lo ‘editto’ contro cui Pete si ribella è la cultura che trasforma questa povera gente in sotto-uomini, in “schifosi immigrati” indegni perfino di uno straccio di cerimonia funebre, non che di giustizia; e la legge morale cui si richiama è quella, suprema, della solidarietà tra uomini: “Era mio amico” ripete a tutti, per spiegare ciò che ha fatto. Il viaggio, a volte grottesco, a volte commovente, porterà Pete a scoprire quanto fragili fossero i sogni di Melquiades, e la guardia a ritrovare incredibilmente, sotto la sua scorza di uomo stupidamente cattivo ed inutile, una traccia di umanità. Con questo suo primo esercizio di regia – coadiuvato, bisogna assolutamente dirlo, dallo sceneggiatore dei bellissimi Amores Perros e 21 grammi, di A.G. Inarritu – Jones ci regala un film semplice e lirico, estraendo da se stesso la malinconia e l’ironia con cui ha sempre arricchito i suoi personaggi, anche i meno importanti. L’Oscar a lui ed allo sceneggiatore sono il degno premio per questo limpido capolavoro.

Mercoledì 7 marzo

The Hurt Locker (K. Bigelow, USA, 2008)

Oscar 2010 per il miglior film, per il miglior regista, per la miglior sceneggiatura originale, per il miglior montaggio, per il miglior sonoro, per il miglior montaggio sonoro

21.10, DT

La follia della guerra: un’azione dopo l’altra, tutte uguali, tutte diverse, tutte con le stesse probabilità di restarci o di farcela. La disperazione della guerra, quando proprio di questo ci si rende conto, ed allora si comincia a rimuginarlo dentro, come un indigeribile nodo di pelo nello stomaco che ti brucia dentro e ti avvelena ogni altro pensiero, senza che un improbabile psicologo militare possa farci niente. La bellezza – ebbene sì: la bellezza – della guerra, quando riesci a ‘mettere da parte’ tutto: il sangue, i corpi fatti a pezzi, gli amici morti, la gente innocente ammazzata davanti a te, il sudore, il sangue, e rimani solo tu e lei, tu e la scommessa – ‘Ce la faccio anche questa volta o adesso tocca a me?’ – tu e il sole che sorge e tramonta: un altro giorno da passare, un altro giorno passato. Così è per il sergente William James, volontario in Irak in una EOD, unità per la dismissione di esplosivi. Gli artificieri, insomma, gli sminatori, quelli che non combattono quasi mai in campo aperto, ma camminano per le strade, entrano nelle case abbandonate, e tutto, proprio tutto, può nascondere una bomba: un sacco di spazzatura, una macchina parcheggiata male, un avvallamento nella strada, anche il corpo di un bambino. James ‘non sa perché lo fa’, lui ‘non ci pensa’. Non è un macho violento, anzi è fondamentalmente mite, ed anche gentile. Non è il folle marine di Full Metal Jacket col suo fucile e il suo cazzo: “Con questo chiavi, con questo uccidi”. E’ solo un uomo cui è rimasta ‘una sola cosa da amare’: appunto ‘quella’. Nulla esprime l’alienazione – ma meglio sarebbe parlare di vera e propria estraneità – di James alla vita reale, anzi alla vita in sé, del suo atteggiamento attonito, imbarazzato, quasi timido di fronte ad un intero muro di cereali per la colazione, in un supermercato, durante una licenza. Semplicemente, quello non è il suo mondo, e James riparte subito per un altro giro. Bigelow costruisce un film netto e chiaro, dalla tensione letteralmente insostenibile, anche per lo spettatore. Un film non ‘moralistico’, ma che lascia parlare le cose, un film che non racconta, ma ‘mostra’: non per niente lo sceneggiatore è Mark Boal, lo stesso autore del bellissimo “Nella valle di Elah” di P. Haggis (2007). Una notevole parte del merito di questo film doloroso e bellissimo va anche all’interprete principale, Jeremy Renner, che dà vita ad un uomo ‘distratto’, di cui non saprai mai se tenga tutti i suoi fantasmi chiusi a chiave in una stanza dell’anima o se proprio, dentro di lui, l’anima davvero non ci sia più. Un vero capolavoro, che ha pienamente meritato, uno per uno, i suoi sei Oscar, togliendoli a quella ridicola fuffa di Avatar (oltretutto opera – lo sapevate, vero?! – dell’ex marito della Bigelow!). Assolutamente imperdibile.

Ladri di cadaveri (J. Landis, GB, 2010), 21.10, Sky

John Landis: un nome, una garanzia, e la lista dei suoi film sarebbe fin troppo lunga. Per nominarne solo alcuni, “Animal House” (1978), “The Blues Brothers” (1980), “Un lupo mannaro americano a Londra” (1981) eccetera eccetera, e per ognuno dovremmo spendere pagine, per spiegare quanto hanno influenzato e spesso cambiato il cinema, quanto siano stati semplicemente geniali, e soprattutto quanto ci abbiano divertito, e più di una volta anche commosso. Dopo dieci anni dal suo ultimo film (“Il principe cerca moglie”, 1988, nel quale solo il talento di Landis è riuscito a rendere digeribile un insopportabile buffone come Eddie Murphy), eccolo tornare oggi con un gioiellino tanto intelligente quanto divertente. Il teatro della vicenda e la Edimburgo del 1825, in cui il tanto conclamato influsso illuminista ha mutato ben poco costumi e culture. Per il furto di pochi pennies, i poveracci vengono impiccati sulla pubblica piazza, e ad assistere alla loro esecuzione accorrono masse di poveracci come loro, luridi e ghignanti. Ma – appunto – la città è sede anche di due rinomate scuole di Chirurgia, le quali però sono sempre alle prese col problema dei cadaveri da dissezionare. Sono pochi, perché la legge consente di servirsi solo di quelli dei giustiziati o dei morti per cause naturali, così gli arroganti e prestigiosi direttori delle due scuole sono disposti a qualsiasi mezzo per procurarsi i corpi. Ma, come si sa – siamo o non siamo nella fase più spietata e trionfante dell’accumulo capitalistico?! – la domanda crea l’offerta, e così due piccoli e squattrinati truffatori hanno un’idea geniale. Se i cadaveri disponibili non sono sufficienti, si possono moltiplicare, affrettando la morte dei vivi. I due cominciano così una macabra carriera, tra morti ammazzati che non muoiono abbastanza in fretta, borghesi ipocriti e corrotti, mafiosi locali che fiutano l’affare e vogliono una fetta di torta, scrupoli morali e palpiti dell’animo (ebbene sì: anche gli assassini hanno un cuore) e la polizia, che comincia a chiedersi dove siano finite tutte quelle persone scomparse negli ultimi tempi. Con tutti questi ingredienti, Landis confeziona ancora una volta uno dei suoi capolavori, scrivendo una commedia nera di eccezionale raffinatezza. “Ladri di cadaveri” è “Sweeney Todd” in salsa grottesca (parlo del magnifico ‘Penny Dreadful’ pubblicato a Londra nel 1850 e di recente meritoriamente ristampato da Newton Compton, non della penosa versione cinematografica che ne ha tratto nel 2007 Tim Burton). “Ladri di cadaveri” spinge lo sguardo in quelle stanze luride e in quei vicoli fangosi in cui nemmeno Dickens aveva osato addentrarsi, e segue piuttosto le orme del suo meno blasonato e più cupo contemporaneo, Wilkie Collins. Rifiutando di farsi sommergere da tanto orrore, Landis lo esorcizza ridendone, facendo ridere anche noi e divertendosi lui per primo, scoprendo un gusto assolutamente esilarante per la narrazione e l’intrigo che forse nemmeno nei suoi film migliori aveva mai messo in mostra. Lo servono le magnifiche location di Edimburgo, ma naturalmente soprattutto un cast strepitoso, fatto di attori semisconosciuti in Italia, ma celeberrimi – et pour cause! – al pubblico inglese. Non può fare a meno, l’irriverente Maestro, di citarsi: così, quando Burke (Simon Pegg) vede per la prima volta Ginny ricorda inevitabilmente “Joliet” Jake Blues, quando nella chiesa di Triple Rock riceve la Luce. E il finale è un evidente richiamo a quello di “Animal House”. Grazie John, è stato davvero bello rivedersi. Alla prossima!

Giovedì 8 marzo

The Mothman profecies (M. Pellington, USA, 2002), 21.15, DT

Qualche tempo dopo la morte della moglie, un giornalista viene coinvolto in una strana faccenda di messaggi paranormali e premonitori di un’imminente tragedia. Ridicolo e banale, come il 99,99% dei film sul paranormale, con l’aggravante di essere confuso e mal scritto. R. Gere, sembra estraneo a tutta la faccenda. Lasciate perdere.

Venerdì 9 marzo

Un sogno per domani (M. Leder, USA, 2000), 10.40, DT

Kevin Spacey è un insegnante di liceo, i cui rapporti col mondo sono ostacolati e ‘filtrati’ da una brutta ustione che gli deforma il volto. Durante una lezione di Studi Sociali, propone ai suoi allievi un compito davvero particolare: trovate un modo per cambiare davvero il mondo, partendo da chi vi sta vicino. Uno dei bambini lo prende sul serio, innescando un processo che coinvolgerà e sconvolgerà la vita di molti. Poetica favola sull’utopia dei ‘buoni sentimenti’ e della giustizia, il film è sostenuto prima di tutto da un eccezionale Spacey, sensibilissimo e dalla recitazione ‘interiore’, come sempre. Pregevole anche la breve ma intensa parte di James Caviezel. Da vedere.

Mr. Magorium e la bottega delle meraviglie (Z. Helm, USA, 2007), 00.50, DT

Inconcepibile scemenza, una di quelle che vien voglia di consigliare solo per mostrare a che punto può arrivare la povertà di idee. Un vecchio mago gestisce da 243 anni un negozio di giocattoli magici, ma arriva anche per lui il momento di morire. Lascerà l’attività ad una giovane assistente e ad un bambino, che erediteranno anche la magia. Oltretutto, la regola secondo la quale al cinema i bambini nel 99% dei casi non sanno recitare, qui viene confermata al 101%: mai vista una tal massa di infelici tutti insieme. Di Dustin Hoffman (ma chi glie l’ha fatto fare? Doveva pagare le tasse, come si suol dire?) non si può dir meglio di Morando Morandini: “Cerca di essere bizzarro ma è solo patetico”.

Se mi lasci ti cancello (M. Gondry, USA, 2004), 19.10, DT

Praticamente un’opera prima, ed è già genio. Gondry inaugura qui quella poetica dell’irrealtà che sarà il tratto costante dei suoi film successivi, in particolare del bellissimo L’arte del sogno (Francia/Italia, 2006). O meglio: decostruire la realtà per mostrarne le sue mille sfaccettature, le mille possibilità, in un’estetica cui curiosamente non è estraneo il concetto buddhista di Impermanenza. Qui la storia è quella di Joel e Clementine. Lei, bizzarra ed impulsiva, si rivolge ad un’agenzia specializzata per farsi cancellare dalla mente i ricordi del suo amore con Joel. Indispettito, lui cerca di fare lo stesso, ma proprio nel corso della ‘cancellazione’ scopre di non voler davvero perdere quei ricordi, che sono parte di lui stesso. Film sulla memoria, quindi, sull’ineffabile malinconia del ricordo, sulla bellezza indistruttibile ed incancellabile dell’amore, SMLTC è un raffinato capolavoro, recitato da un cast in stato di grazia, meravigliosamente fotografato e con una sceneggiatura che, da sola, si è guadagnata l’Oscar. Assolutamente imperdibile.

 

 

 

 

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