Pubblicato da: giulianolapostata | 25 febbraio 2012

Multivisioni – Sabato 25 febbraio 2012

 Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

“Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

L. Wittgenstein

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Sabato 25 febbraio

Sideways (A. Payne, USA, 2004), 21.00, DT

Come una scemenzuola come questa possa aver ispirato a suo tempo la bellezza di cinque nominations agli Oscar, è il quarto Mistero di Fatima. Due amici appassionati di vino partono per una scorribanda attraverso le migliori cantine della California. Per uno dei due è un addio al celibato, per l’altro un tentativo di dimenticare il recente divorzio. Bevute, confessioni, scopate, sentimentalismi, noia a damigiane: il tutto in una confezione regalo per un film assolutamente ‘inutile’, che già riuscire a vedere fino in fondo è eroico, ma pensare di vedere due volte è suicida. Provate per credere.

Domenica 26 febbraio

Hana-Bi (T. Kitano, Giappone, 1997), con Takeshi ‘Beat’ Kitano – Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia 1997, 21.00, DT

Parlare di Kitano è ‘inutile’, perché ha fatto solo capolavori, film geniali e sublimi, la cui bellezza è quasi commento a se stessa. Questa è la storia di Nishi, ex poliziotto di Tokio, che vive nel rimorso della morte di un giovane collega della quale ritiene di essere responsabile, ma soprattutto del ferimento di un altro collega, da allora immobilizzato dalla paralisi. Ma soprattutto, ciò che lacera il cuore di Nishi è il destino prossimo della moglie, ammalata terminale di leucemia. Nishi si trasforma allora in rapinatore, e coi soldi ricavati parte per una lunga, intima, dolcissima vacanza con la moglie, un viaggio di nozze che però ha come meta la morte. Film di incredibile lirismo e purezza, e di grandissimo pudore stilistico, assolutissimamente imperdibile.

La rapina (D. Lichtenstein, USA, 2001), 21.30, DT

Durante il festival dei sosia di Elvis Presley, a Las Vegas, cinque rapinatori entrano in un casinò tutti travestiti come il divo del rock, mettendo a segno una feroce rapina. La spartizione del bottino sarà ancor più sanguinosa, perché saranno tutti nel mirino del loro capo, una schizzatissimo e bravissimo Kevin Kostner. Film d’azione duro e violento, a tratti romantico e picaresco. Non è da buttar via, vale una visione.

Ghost rider (M.S. Johnson, USA, 2007), 17.00, DT

Un motociclista vende l’anima al diavolo per salvare la vita del padre, ma poi rimane per sempre legato al suo patto malefico. Grazioso fumetto, ma nulla di più, proprio per passare due ore se non avete di meglio da fare. Graziosi pure gli effetti speciali. Splendido il chopper del Ghost Rider: se divento ricco vado là e me lo faccio fare uguale. Fragilino Nicolas Cage, soprattutto a fronte di un Peter Fonda sempre strafigo anche da vecchio. Pregevoli le tette di Eva Mendes, ma si vedono troppo poco.

Buried (R. Cortés, Spagna, 2010), 17.20, DT

Paul Conroy è un contractor americano in Irak. Fa il camionista, trasporta rifornimenti, armi, non sa neppure lui bene cosa. Un giorno il suo convoglio viene attaccato, i suoi compagni uccisi, lui colpito da una sassata alla testa. Quando si risveglia è sotto terra, chiuso in una bara di legno. Ha un coltello, due luci chimiche, una pila, un accendino Zippo, un cellulare. Attraverso il telefono gli insorti irakeni che l’hanno catturato si fanno vivi. Deve cercare di procurare un riscatto di cinque milioni di dollari entro due ore, altrimenti verrà lasciato a morire lì. Paul comincia un’allucinante ricerca di aiuto e di contatto col mondo: la ditta che l’ha assunto, l’FBI, il Dipartimento di Stato, la vecchia madre malata di Alzheimer, la moglie. I minuti passano, mentre lui si sente sempre più isolato e trascurato, rotellina insignificante di una macchina infinitamente più grande di lui, inutile granellino di sabbia, come quella che sta filtrando attraverso le assi, e che poco a poco lo sta soffocando. Non ha molto tempo per trovare il modo di sopravvivere. Buried è un film apparentemente ‘geniale’, che invece si sgonfia subito, dopo pochi minuti, paradossalmente proprio a causa della ‘eccezionalità’ della situazione immaginata. Capiamo tutti immediatamente che due sono le soluzioni possibili: o un happy end, e la sua resurrezione, o un bad end, e la sua orribile morte. Si tratta solo di lasciar passare il tempo, e vedere quale delle due il regista abbia scelto. E il tempo passa, lentamente, con un occhio alla schermo, su cui non succede niente, ed uno all’orologio, sapendo che man mano che le lancette girano inevitabilmente vedremo il coup de théatre che finalmente venga a risolvere la situazione. Tutti i tentativi di trasformare Paul in un ‘simbolo’, quello dell’uomo qualunque vittima di un ingranaggio che lo schiaccia e lo ignora, si risolvono in frasi fatte – “Sono solo un uomo, sono venuto qui per lavorare, per aiutare la mia famiglia” – in un temino scontato e diligentemente svolto, ma noioso e banale. Buried è un film fallito per presunzione, quella di chi ha pensato che bastasse portare al limite una situazione per renderla eccezionale, dimenticando che spesso proprio la ricerca dell’insolito a tutti i costi può portare proprio al risultato opposto, quello dell’ovvio più scontato. Un esordiente che speriamo resti tale, se questa è la sua idea di cinema, un brutto film anzi peggio: un film desolantemente inutile.

Lunedì 27 febbraio

Il profeta (J. Audiard, Francia, 2009), Gran Premio della Giuria al Festival del Cinema di Cannes 2009, 9 volte Prix César, 21.05, Rai3

Malik El Djebena ha solo 19 anni. È un giovane arabo ignorante, di quelli che “ragionano con l’uccello”. È cresciuto tra orfanotrofio e riformatorio, ma ora, con la maggiore età, gli tocca il carcere vero, degli uomini veri: sei anni per aver accoltellato un poliziotto, probabilmente nemmeno lui sa perché. Quando è dentro, Malik prova a rinchiudersi di nuovo nella sua monade di solitudine e di estraneità al mondo, ma si rende conto immediatamente che lì non è possibile. Il carcere è un campo di battaglia, l’indifferenza non esiste, i neutrali vengono schiacciati senza pietà, ci si può solo schierare, o da una parte o dall’altra. Per Malik – senza arte né parte, perfino analfabeta – schierarsi non può voler dire altro che servire. Proprio la sua debolezza è quella che torna utile a César Luciani, potente e sanguinario boss corso che controlla uno dei due ‘eserciti’. L’altro è quello dei maghrebini, disprezzato e odiato. Luciani obbliga Malik ad uccidere appunto un arabo che deve testimoniare in un processo contro di lui, e lo costringe col più elementare e convincente degli argomenti: “Se tu non lo ammazzi, io ammazzo te”. Per Malik è uno shock terribile, ma anche la più immediata ed efficace delle scuole. Dopo l’omicidio, egli appunto capisce che se vuol sopravvivere – ma non solo nel carcere: sopravvivere come persona, nella società, per lo meno nell’unica ‘società’ che lui conosce, quella del crimine e della violenza – l’unico modo è appunto ‘armarsi’: di conoscenze e di forza. Malik comincia così il suo lungo cammino verso la ‘emancipazione’. Da servo di Luciani, poco per volta diventa uno dei suoi uomini di fiducia, suo ‘plenipotenziario’, suo alter ego fuori dal carcere, quando comincia ad usufruire di permessi premio. Malik frequenta la scuola del carcere, non perché nutra qualche interesse culturale, ma semplicemente perché si rende conto che ‘gli può servire’. Impara la lingua corsa, perché così può spiare meglio il suo padrone, non solo e non tanto per carpirne i segreti, quanto per ‘imparare come si fa a fare il capo’. Uno dopo l’altro, i sei anni passano. Malik cresce, in età e in addestramento, in abilità e in forza, e tutto il suo tempo e le sue forze le impiega a costruirsi un potere fuori dalle mura del carcere. E mentre la stella di Malik sale, poco per volta quella di Luciani tramonta. I suoi uomini, i pretoriani che ne costituivano la potenza in carcere, cominciano ad uscire. Lui fa sempre meno paura, sia dentro che fuori, dove i suoi vecchi complici stanno rendendosi conto che ora devono cominciare a fare i conti con un altro. Mancano ormai solo poche settimane all’uscita definitiva di Malik, e nel cortile del carcere, quei pochi metri quadrati che per anni erano stati un mondo, in cui si erano giocati i destini di tutti, si consuma la ‘uccisione del padre’. Luciani è tramontato, Malik sorge, e fuori dal portone l’aspettano i simboli del potere. Ora tocca a lui. Già autore di due stupendi noir, Sulle mie labbra (2001) e Tutti i battiti del mio cuore (2005), Audiard scrive qui un altro magnifico film, di carcere ma anche di esseri umani, e alla fattura di questo capolavoro, immeritatamente trascurato nella notte degli Oscar, non è certo estraneo lo sceneggiatore, quell’Abdel Raouf Dafri che due anni fa aveva scritto la sceneggiatura del bellissimo Nemico pubblico n. 1, di J-F. Richet. Ancora una volta, un noir che non racconta solo di delitti e corruzione, ma di persone, di vite. Sono l’animo umano, la solitudine, l’emarginazione, i protagonisti del Profeta (Malik è “un” profeta, come benissimo dice il titolo francese: uno di quelli che interpretano il mondo e lo guidano, magari a proprio vantaggio), e Audiard ci racconta ‘storie di vita vissuta’ nel senso più viscerale del termine. Ci racconta di uomini cui sarebbe folle proporre il concetto di riabilitazione, semplicemente perché antropologicamente non conoscono altro universo che quello della sopraffazione. Ci racconta uno dei migliori apologhi sul carcere che siano mai stati scritti, mostrando come esso, lungi dal poter e saper recuperare chi ha sbagliato ai valori della vita ‘civile’, sia invece una macchina perfetta di distruzione e di alienazione, che riesce a trasformare perfino un poveraccio come Malik in un delinquente di prima grandezza. Magnifica storia, dunque, raccontata e fotografata con grande asciuttezza, appena inquinata qua e là da qualche leziosità di troppo, che non impedisce comunque di salutare questo film come uno dei più belli di Audiard. Prodigiosi gli interpreti. Alaa Oumouzoune (Malik) recita quasi in animazione sospesa la parte di uno che dietro un volto apparentemente indifferente, quasi spersonalizzato, nasconde la perfetta presa di coscienza della ferocia che sta attraversando. Niels Arestrup (César) è insinuante e spietato finché può, ma quando, nell’ultima scena, siede sulla panchina del cortile, quasi mendicando l’attenzione di Malik, sul suo viso stanco, spaurito, scavato dalle rughe, sembra quasi di leggere – sarebbe mai possibile? – lo strazio dell’abbandono, il dolore per la perdita del ‘figlio’.

Il gladiatore (R. Scott, USA, 2000), 21.10, Rete4

Senza infamia e senza lode, questo peplum di Scott. L’Imperatore filosofo Marco Aurelio decide di rinunciare alla porpora, restaurando la Repubblica, ma il figlio Comodo, assetato di potere, lo uccide, e perseguita Massimo, il generale a lui fedele. Adeguatamente spettacolare e godibile, se non fosse per un montaggio assurdamente accelerato che spesso ne rende quasi impossibile la lettura.

Gothika (M. Kassovitz, USA, 2003), 23.00, Italia1

Inspiegabile tonfo del bravissimo Kassovitz, che si perde in una storia di fantasmi tanto strampalata ed illogica quanto già vista mille volte. Aggiungeteci una non-attrice come Penelope Cruz, ed avrete un film che non si sa se sia più ridicolo o più noioso.

Martedì 28 febbraio

L’uomo dal braccio d’oro (O. Preminger, USA, 1955), 21.15, DT

Raro passaggio di questo splendido melodramma sull’esistenza di un giocatore di poker, la cui vita è sconvolta dalla droga e dalla malattia della moglie, con un grande Sinatra. Imperdibile.

Mercoledì 29 febbraio

L’ultima legione (D. Lefler, USA/Italia, 2007), 21.10, DT

Dev’esser proprio vero che da un bel romanzo d’avventure è difficilissimo, se non impossibile, tirar fuori un bel film: perché l’aspetto ‘filmico’ della storia è già contenuto nelle pagine – se di grandi pagine si tratta, appunto – e diventa impossibile ‘fare meglio’. Stanno a testimoniarlo gli innumerevoli film tratti da Dumas – tutti delle ignobili ciofeche, noiose esibizioni di cappa e spada – ma soprattutto certe pagine dello stesso Dumas (l’esecuzione di Milady in riva al fiume, nei Tre Moschettieri), già in sé così potentemente visionarie da essere insuperabili. Conviene inventarsela, l’avventura, e così si avranno, per esempio, dei piccoli capolavori come Il prigioniero di Zenda (R. Thorpe, 1952), quasi un archetipo del cappa-e-spada, o il magnifico King Arthur (A. Fuqua, 2004). Sì, perché purtroppo è praticamente impossibile guardare L’ultima legione senza confrontarlo mentalmente col capolavoro di Fuqua – quasi un poema epico sul mito di Artù – ed è altrettanto impossibile non schierarsi incondizionatamente per quello contro questa ridicola storiellina per bambini. Il confronto purtroppo è d’obbligo perché la vicenda che raccontano proviene dallo stesso bacino immaginario: là la nascita della leggenda arturiana, qui addirittura i suoi prodromi, collocati all’epoca di Romolo Augustolo, l’ultimo Imperatore romano deposto da Odoacre nel 476 d.C. Ma, evidentemente, le cose bisogna sentirle dentro, e mentre il film di Fuqua turba, emoziona e commuove per il suo contenuto epico ed eroico, qui evidentemente il tema non era nelle corde del buon Lefler (ma chi c**** è?!), che ci confeziona una storiellina insipida e sciocca, una specie di ‘Fantaghirò Parte Seconda: la Vendetta’, senza il minimo afflato emotivo e senza nessuna parentela ‘culturale’ col materiale che sta trattando. Si ride per non piangere, di fronte all’ambientazione (trucchi di serie z), alle scene di battaglia (non c’è una volta che le spade si macchino di sangue: guardare per credere!), ma soprattutto alle performances attoriali (si fa per dire). Ben Kingsley interpreta un improbabile e assurdo Merlino. Aishwarya Rai può darsi che possa dire qualcosa nuda, senza quella grottesca tunica di castità con cui esce dall’acqua: ma così com’è, col suo bel faccione da Bollywood, truccato e immobile come una maschera di Carnevale, è inesistente. Per non parlare del piccolo T. Sangster, il quale doveva essersi preparato per interpretare Billy Elliot 2: la vendetta, e che ispira tenerezza per la buona volontà, purtroppo non compensata da risultati adeguati. Non ci sarebbe altro da dire, se non che non si capisce la ragione di tanto sfregio inferto ad uno dei migliori romanzi di Valerio Massimo Manfredi, grande e unico scrittore italiano ‘di avventura’, che coi suoi libri, tanto avvincenti quanto colti ed intelligenti, sta rinverdendo una tradizione che ha in Salgari il suo illustre padre fondatore. Ci dispiace davvero per lui, e per l’occasione sprecata.

Il papà di Giovanna (P. Avati, Italia, 2008), 00.10, Rete4

Nella Bologna fascista del 1938, la diciassettenne Giovanna, psicologicamente debole, uccide per amore una compagna di classe. Il padre, insegnante di Liceo, che già l’aveva sempre amata di un amore esclusivo, da quel momento si dedica solo a lei, seguendola fino a quando uscirà dal manicomio criminale, sette anni dopo. Poco più di una favoletta, una specie di soap di lusso, in cui va totalmente sprecato il grande talento di Silvio Orlando.  Anche la sceneggiatura è debole e periclitante, specialmente nel disegnare i rapporti tra il padre e la moglie, che lo ha abbandonato. Quale demone abbia poi spinto Avati a reclutare un non attore come Ezio Greggio, è un mistero assoluto.

Giovedì 1 marzo

Frost vs Nixon (R. Howard, USA, 2008), 14.40, DT

Nel 1974 il Presidente degli Stati Uniti Richard Nixon dovette dimettersi, in seguito all’inchiesta sul suo coinvolgimento nello spionaggio ai danni del Partito Democratico, il famoso scandalo Watergate. Nel ’77, dopo tre anni di silenzio assoluto, per la prima volta Nixon accettò di farsi intervistare sulla vicenda. L’intervistatore era David Frost, giovane e brillante giornalista britannico, celebre e ricco conduttore di talk show nel suo paese ed anche in Australia. Frost, forse non così esperto come sembrava, riteneva probabilmente di poter facilmente aggiungere una nuova testa alla sua galleria dei trofei, e nell’organizzazione dell’evento, che costò più di due milioni di dollari, impegnò quasi tutte le sue sostanze. Ma Nixon, cinico ed abile politico, lo sopraffece in fretta, e l’intervista si stava avviando ad essere un fallimento quando Frost, in uno scatto di orgoglio e di disperazione, riuscì a mettere il Presidente alle corde, costringendolo ad ammettere pubblicamente le sue colpe ed ottenendo perciò un successo personale, anche finanziario, davvero eccezionale. Questi sono, per sommi capi, i fatti, ed altro non ci sarebbe da dire, perché, quanto al film, il film non esiste. Frost/Nixon è la più gigantesca montagna di fuffa che si sia vista al cinema da anni, un vero e proprio imbroglio, che svilisce il cinema e prende in giro lo spettatore. Fuffa di altissima qualità, beninteso, e perciò ancor più insidiosa, perché è facilissimo prenderla sul serio: recitazione eccezionale (da scuola di recitazione sia Frank Langella che Michael Sheen), raffinato montaggio, splendida fotografia (da scuola di cinema i primi piani) eccetera. Ma sotto di ciò, il vuoto. Sì, questo è un film fondamentalmente ‘vuoto’: psicologicamente, emozionalmente, perfino storicamente. Non c’è nulla, sotto la splendida copertina. Nessun reale approfondimento psicologico, ma solo due ottimi attori che ‘recitano’ emozioni stereotipe scritte a tavolino da sceneggiatori bravissimi e munificamente ricompensati; nessuna emozione, ma solo due che ‘fanno finta’ di emozionarsi, costruendo scene che, appunto, potrebbero essere molto utili in un manuale di recitazione, ma che sono intimamente fredde e disanimate; nessun vero ‘personaggio’, ma solo l’ennesima riproposizione del vecchio ‘mito’ americano dello scontro di ‘eroi’; nessun arricchimento storico: questo film non ci dà un grammo di informazione in più di quella che, in tutti questi anni, abbiamo avuto dai giornali (e, appunto, dalla tv). Abbiamo, insomma, un prodotto di gran lusso e di grande scaltrezza, costruito per dare allo spettatore l’illusione, e la soddisfazione, di aver visto chissà che capolavoro, mentre in realtà non ha visto nulla: ‘plastica’, come si suol dire. Abilissimo, dunque, Ron Howard, che per tanta astuzia si aspettava l’Oscar, e per fortuna è rimasto deluso. Noi continuiamo a credere che il cinema sia qualcosa d’altro. Abbiamo infatti atteso con cieca certezza l’Oscar a Gomorra, forse il più bel film italiano degli ultimi vent’anni, ma invece qualcuno ha deciso che no, era meglio escluderlo dalla rosa, e qualcun altro ha detto che è stato giusto farlo, perché i panni sporchi si lavano in casa, e Gomorra dava ‘una brutta immagine del nostro Paese’. Chissà chi è stato quel qualcuno. Da dietrologo assatanato qual sono, non riesco a togliermi dalla mente la battaglia che la destra fece contro La Piovra (in assoluto la cosa migliore che la televisione italiana abbia prodotto nella sua storia), appunto con le stesse motivazioni. Erano gli anni in cui uno dei suoi ministri affermava che ‘con la Mafia bisogna imparare a convivere’, e certo non aiutava la convivenza una fiction che mostrava giudici sani e poliziotti onesti a combattere i mulini a vento della criminalità organizzata collusa con l’alta politica e la finanza internazionale. La Piovra è sparita, come avete visto, e chissà, magari anche contro quel disfattista di Garrone è partita una telefonata agli amici. Del resto, volete che tra major della produzione cinematografica non ci si aiuti? Meglio dunque l’Oscar alla plastica colorata: non fa pensare, non fa male a nessuno, scherza coi fanti e lascia stare, appunto, i santi. Ma che dolore per il cinema.

Venerdì 2 marzo

La notte dei morti viventi (G. A. Romero, USA, 1968), 23.20, DT

Per noi fu l’epifania del genio di Romero, che tanti altri capolavori ci avrebbe dato negli anni successivi, ma che forse mai come qui fu ‘perfetto’, semplice, essenziale, a partire da quel bianco/nero rozzo e sgranato, quasi ‘documentaristico’ (della fine tragica del sogno americano!), quasi una ri-scoperta per palati già abbondantemente avvelenati dalle bellurie del Technicolor. Brillante e geniale nel plot, e nella sublime conclusione, e ferocemente politico nella lettura, e c’è da chiedersi quanto tempo l’America ci abbia messo a riconoscere, nelle squadre della morte che alla fine battono la città per fare ‘pulizia’, gli sgherri scatenati dal Presidente Johnson contro i giovani americani che rifiutavano l’arruolamento in Viet-nam. Non ci sono parole, per film come questi, se non rivederli mille volte. Un capolavoro visivamente ed intellettualmente, assolutissimamente imperdibile.

Così ridevano (G. Amelio, Italia, 1998), 15.20, DT

Premiata ditta Gianni Amelio, lacrime e lagne. Qui si racconta, appunto, la dolorosa istoria di due fratelli siciliani trapiantati a Torino negli anni della grande emigrazione meridionale, tra il 1958 e il 1964. Insopportabile con incursioni nel grottesco, come sempre. Enrico Lo Verso – l’abbiamo già detto molte volte in passato – è un caso pietoso.  Che stia interpretando uno stitico seduto sul water o Antonio che seduce Cleopatra, presenta sempre la stessa immutabile espressione, sempre gli stessi occhi allucinati, sempre lo stesso sorriso (bip), sempre lo stesso tono di voce gutturale. Probabilmente è grazie a lui che questo film è stato reintitolato dagli spettatori Così ridiamo: noi, oggi, dopo averlo visto. Peraltro, possiamo definirlo un talento comico naturale. Quando se ne renderà conto, forse allora la smetterà di farci ridere nei suoi vani tentativi di interpretare personaggi drammatici e ci farà sghignazzare direttamente facendo il comico, magari in qualche commedia all’italiana: un ottimo partner per Ceccherini o De Sica.

La caccia (A. Penn, USA, 1966), 22.45, Sky

Raro passaggio in tv di questo ottimo film, che oltretutto ci offre la presenza di un giovane e grande Marlon Brando. Un evaso torna nella sua cittadina natale. La ex moglie cerca di convincerlo a costituirsi, ma altri vorrebbero linciarlo, per coprire la loro personale corruzione. Forte e bel film civile, spietato ritratto della provincia americana, storia avvincente e drammatica. Da non perdere.

 

 

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