Pubblicato da: giulianolapostata | 22 febbraio 2012

Oscar Pistorius, o della Hubrys

Definito nella Poetica di Aristotele, il termine hybris si può tradurre con tracotanza, superbia, orgoglio. Era, per gli antichi Greci, quell’atteggiamento per cui un individuo compie azioni che violano leggi divine immutabili, volendo così farsi pari agli Dèi. Pur se gli Dèi sono morti, uccisi dal nostro orgoglio, tuttavia l’uomo non ha mai cessato di commettere questo peccato, aizzato da sempre nuovi dèmoni. Oggi tocca al Progresso, novello Mefistofele che par promettere di esaudire ogni nostro sogno, pur che gli vendiamo non tanto l’anima – ché quella ce la siamo persa da un pezzo – ma noi stessi, la nostra sopravvivenza, la nostra vita. Noi, nuovi piccoli e miseri Faust, alla Scienza abbiamo chiesto tutto: sostanze ‘magiche’ e meravigliose che stravolgano la Natura, macchine eccezionali che ci trasportino velocissimi, che ci mostrino ciò che è lontano e nascosto, che ci svelino ogni mistero. Abbiamo chiesto il Potere, ed abbiamo avuto il mostruoso vaso atomico di Pandora. Ad una sua branca, la medicina, abbiamo chiesto addirittura l’impossibile (tanto siamo arrivati ad odiare noi stessi, tanto a fondo abbiamo reciso le nostre radici): di non essere più noi stessi, come gli Dèi ci hanno fatto, di non essere più mortali. Così, laboratori infernali hanno cominciato a scavare nel nostro fondo più intimo, sventrando e ricomponendo cellule e DNA, creando mostruose chimere, ‘clonando’, in una blasfema caricatura della ‘Creazione’. Ma è il Diavolo, a saperne sempre una più di noi: e le ricorrenti promesse mai mantenute della Medicina su una prossima panacea di ogni nostro male risuonano come la sgangherata risata di Mefistofele che gode nel vederci presi al suo amo. Non accettiamo di essere ciò che siamo, ecco il punto. Non accettiamo di morire, e quando è stato tentato tutto ciò che la pietà e l’affetto possono agire, nonostante ciò deleghiamo il nostro corpo a macchine disumane, di cui diveniamo parte, trasformandoci in mostruosi fantocci non-umani. Prima ancora di quel passaggio, ad un certo punto comunque inevitabile, non accettiamo di invecchiare. La chirurgia plastica è forse la più ridicola bestemmia contro l’Umano che la nostra cosiddetta civiltà abbia partorito. Dal suo utero malato escono le donne ‘perfette’ che si propongono come modello all’Umanità intera: e vien da chiedersi quale trasporto erotico, quale scambio di sensi e di umori sia possibile avere con quelle bambole di frangibile porcellana, da guardare ma da non toccare. Non è diverso da loro un nostro celeberrimo politico ultrasettantenne, da tempo ridotto ad un grottesco mascherone di cera e peli finti, fantoccio senza tempo, come pure senz’anima. Non accettiamo i nostri limiti, insomma (si veda quanto ha scritto recentemente su questo tema Umberto Galimberti a pag. 274 della “Repubblica delle Donne” del 18 febbraio 2012). Di questa ‘cultura’, la massima espressione, in questi ultimi tempi, è la vicenda di Oscar Pistorius, l’atleta che, avendo perduto le gambe, vuole correre con due protesi artificiali. Non è nuovo, nel mondo della disabilità, questo ricorso ad una tecnologia estrema al fine di superare dei limiti che, imposti dalla fatalità, pur tuttavia esistono, dei quali bisogna perciò prender pure atto e coi quali è necessario fare i conti: celebre l’esempio dei ciechi che sciano con l’ausilio di un radar. Ma quel che colpisce nel caso di Pistorius è appunto la hybris, l’ostinato e tracotante rifiuto della ‘Natura’ in nome di un diritto ad avere ciò che non si ha più, e che non si potrà mai più avere. Invece, appunto, di ‘accettare i propri limiti’, invece di pensare a costruire, all’interno di questi limiti, un’esistenza comunque possibile – sempre ci sono stati i disabili, e sempre, soprattutto nelle culture primitive e contadine, hanno trovato un loro ‘posto’, senza che nessuno pensasse mai a ‘rifarli diversi’ – Pistorius e quelli come lui vogliono dare l’assalto al cielo, tirar giù gli Dèi dai loro scanni, obbligarli ad obbedire loro. Blasfemo, e oltretutto triste metafora della nostra condizione di déracinés. Dopo la morte di Dio, credevamo di non aver più niente da desiderare, nessun altro trofeo da abbattere. Non ci è bastato, e siamo ancora insoddisfatti e rancorosi, condannati dalle nostre stesse mani all’infelicità perpetua.

C’è da chiedersi inoltre come il mondo dell’Atletica – forse l’unica disciplina sportiva rimasta in grado di consentire ad un essere umano di misurarsi unicamente con se stesso e i suoi limiti –  potrebbe reagire ad una ‘parificazione’ di Pistorius coi normodotati. Dovremmo poi, conseguentemente, attenderci il permesso ai saltatori grassi di infilarsi delle molle nelle scarpe, ai tiratori miopi di usare dei mirini laser, ai maratoneti stanchi di farsi portare sulla canna della bicicletta? Secondo alcuni non esiste nessuna prova che queste protesi lo avvantaggino nella corsa. Ma naturalmente non esiste nemmeno alcuna prova contraria, per cui è estremamente probabile che ogni atleta che si classificasse dopo di lui presenterebbe ricorso, il che metterebbe in moto una valanga di contestazioni che sommergerebbe l’IAAF, il che renderebbe nulli o contestati i tempi stabiliti, il che innescherebbe una catena infinita di appelli che metterebbero in crisi per anni il mondo dell’atletica.

Buonista, politically correct, forse grottesco. Perché quasi mai abbiamo il coraggio di dirci una verità semplicissima: che si è quel che si è, e che non si possono oltrepassare i limiti che la Natura, magari matrigna, ci ha dato. Rendercene conto, probabilmente, ci restituirebbe anche quella serenità e quell’ubi consistam che sembriamo aver irrimediabilmente perduto.

 

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Responses

  1. Non so, Giuliano. Sulla critica alla tracotanza umana, ci sto. Sulla vicenda Pistorius non saprei (e come la mettiamo con le donne che hanno figli solo grazie alla fecondazione in vitro?). L’uomo cerca sempre la perfezione e non me la sentirei di condannare di per sé questo desiderio. A meno che non si ritenga che qualsiasi desiderio sia male, perché ciò mi sembra inaccettabile non soltanto al sentimento ma anche e innanzitutto alla intelligenza: volendo essere conseguenti al cento percento, sarebbe infatti male anche desiderare di non desiderare ossia sarebbe male volere il bene, il che è contraddittorio. D’altra parte in «Forrest Gump» il tenente Dan torna a “camminare” con le protesi una volta riconciliato, nella famosa notte di burrasca in mare, con Chi a suo avviso aveva crudelmente permesso che le gambe gli fossero tolte dalla granata. Sarà solo un film, ma non è inverosimile. Chi non cerca, avendola perduta, di recuperare la salute, addirittura un arto perduto (vedi lo strano fatto miracoloso di Calanda, Aragona 1640)?

    • Camminare, come fa il tenente Dan, va bene. Voler correre, anzi ‘concorrere’, rientra, secondo me, appunto in quella Hubrys di cui ho parlato. Grazie per la tua costante attenzione, caro Paolo.

      • Porre argini al desiderio di felicità, chi lo può?


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