Pubblicato da: giulianolapostata | 18 febbraio 2012

Multivisioni – Sabato 18 febbraio 2012

 Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

“Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

L. Wittgenstein

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Sabato 18 febbraio

Ovosodo (P. Virzì, Italia, 1997), 12.30, DT

Semplice e delicata storia sugli amori e le illusioni giovanili di uno studente livornese degli anni ’80. Non sarà da urlo, ma non è da buttare.

Brancaleone alle Crociate (M. Monicelli, Italia/Algeria, 1970), 23.20, DT

Sequel del bellissimo L’armata Brancaleone (1966), non è inferiore all’originale, né per intelligenza né per divertimento. Anzi, oseremmo dire che in più di un punto lo supera, come nel metafisico duello tra Brancaleone e la Morte. Assolutamente imperdibile.

American History X (T. Kaye, USA, 1999), 21.30, DT

Dopo tre anni di prigione, comminatigli per un atroce omicidio a sfondo razzista, Derek torna a casa. Lo attendono gli amici del gruppo neonazista di cui faceva parte, per i quali è diventato un eroe, ed il fratello adolescente, per cui è un mito. Nessuno però sa che l’orrore dell’atto commesso e l’esperienza carceraria lo hanno turbato fin nell’intimo, portandolo a rigettare da sé la spazzatura culturale di cui si era nutrito. Ma il razzismo è un veleno che non è facile eliminare, e nonostante la ‘conversione’ di Derek, in suo nome verrà sparso altro sangue innocente. Come Starship Troopers è, secondo me, il miglior film mai fatto sul/contro la mentalità fascista e militarista, così American History X lo è per il razzismo: come l’altro, un film da far vedere a scuola, per il suo adamantino rigore e la sua ‘spietatezza’, senza compromessi e senza ambiguità. Semplicemente perfetto E. Norton, e splendida la fotografia, pura e netta in un gelido bianco/nero. Assolutissimamente imperdibile.

Ghost dog (J. Jarmusch, USA, 1999), 11.25, DT

Splendido noir americano sulla vita di un killer, che però non uccide per denaro, ma per fedeltà personale al ‘Capo’. Vive in monacale povertà, come un antico samurai, e dei samurai studia le opere e pratica le arti marziali. Unica compagnia, quella dei suoi piccioni viaggiatori. Ma quando viene tradito, allora la sua furia si scatena, passando per la distruzione del ‘nemico’ fino all’autodistruzione. Film coltissimo e raffinato, sublime capolavoro, poema zen, gelida, commovente ed elegantissima elegia dell’esistenza e dell’assurdo. Assolutissimamente imperdibile.

Gioventù bruciata (N. Ray, USA, 1955), 18.40, DT

Questa storia di ribelli, apparentemente solo per puro ‘giovanilismo’, è uno dei tre film di James Dean, forse il più bello e commovente, anche se quel ribellismo a noi può apparire datato e inadeguato rispetto a quello ‘politico’ che abbiamo conosciuto una quindicina d’anni dopo. Rimangono tuttavia una freschezza ed una sincerità di fondo nell’esprimere le emozioni che gli meritano ancora ammirazione e affetto. Comunque, un film assolutamente imperdibile.

Domenica 19 febbraio

Alexander (O. Stone, USA/GB/Germania/Olanda, 2004), 18.15, DT

E’ mancato il coraggio, a questo film: il coraggio di scegliere tra la storia e il mito, il coraggio di lasciare a casa i libri di storia e raccontare l’Alessandro mitologico, ispiratore e protagonista di poemi e leggende, o, al contrario, di lasciare a casa la mitologia, e raccontare il conquistatore, l’imperialista, il comandante in capo. Del coté storico fanno parte, appunto, tutti quegli elementi inseribili in un’analisi ‘storica’ del personaggio: l’insistenza sul personaggio di Filippo; i progetti politico-cultural-militari di Alessandro (interessante ed affascinante, in particolare, il suo discorso sul letto di morte di Efestione: il canale di Suez, la conquista del Mediterraneo, l’eliminazione di Roma … La mente parte immediatamente per una tangente tipicamente ucronica: come sarebbe stato il mondo se avesse potuto realizzare quei progetti? Come sarebbe stato un mondo non romanizzato ma ellenizzato? C’è da perdersi, come dice la pubblicità …); la macelleria della guerra (Stone stava ancora pensando a Platoon?) ed anche tutti quei discorsi sul ‘portare la libertà’ agli altri popoli (e qui bisogna proprio dire che, pur conoscendo bene Stone e le sue idee, tuttavia è difficile trattenersi dalla tentazione di vedere un collegamento – lo ripeto, certamente non voluto e non ideologicamente complice – tra quei discorsi e quelli di qualcun altro che, proprio oggi e proprio negli stessi luoghi, sta cercando anche lui di ‘portare la libertà’ agli altri: la ‘sua’ libertà, a suon di dollari, di petrolio e di massacri). Del coté mitologico – forse prevalente, a livello di atmosfera, ma non di molto – fanno parte invece le ‘magie’ attribuite ad Olimpia, l’aquila che volteggia su di lui, l’incontro con la montagna di Prometeo, la sua ‘inquietudine’ di fronte all’ignoto. Massimamente irrealizzata, questa dicotomia, lo è nel discorso finale di Tolomeo, questa voce narrante che per tutto il film accompagna le vicende di Alessandro e le commenta da una distanza che, apparentemente, dovrebbe appunto accrescere il mito, ma che invece ingenera solo confusione e ambiguità: soprattutto, appunto, in quel momento, in cui – vorrei poter avere sottomano la sceneggiatura per citare con precisione – Tolomeo impreca contro il folle che ha condotto migliaia di uomini al massacro e contemporaneamente rimpiange il fulgore e la gloria dell’eroe. Alexander, bisogna dirlo, il ‘mito’ lo rincorre affannosamente, dall’inizio alla fine, senza purtroppo raggiungerlo mai, nonostante – ripeto, bisogna riconoscerglielo – un impegno spasmodico. Ma resta il fatto che si cercherebbe invano, in tutto il film, l’emozione di una scena come quella nella terza parte del Signore degli Anelli, in cui Re Theoden galoppa davanti alle sue truppe spiegate e tocca con la spada le lance dei soldati schierati, trasmettendo loro la sua forza ‘magica’ e la sua regalità intrinseca: una scena così ricca di mito primigenio che tocca le corde più viscerali degli spettatori e strappa loro grida irrazionali di commozione quando la vedono per la prima volta. Anche certe scelte stilistiche, bisogna dirlo, sono abbastanza discutibili. Innanzitutto quell’inaccettabile flash-back: lunghissimo, estemporaneo, francamente inspiegabile, soprattutto in un film improntato alla più rigorosa ‘cronicità’. E poi quei viraggi colorati nella battaglia con gli elefanti: assolutamente eccessivi ed inutili, e tanto fuori luogo da far ricordare inevitabilmente certe scene di Hero. E tuttavia – ma sì, ammettiamolo – in qualche momento Alexander ci ha fatto sognare. Alessandro che arringa le truppe nel sole e nella polvere di Gaugamela è bello ed eroico; Alessandro che sogna di spezzare ed attraversare le rocce dell’Himalaya è commovente e grande; e il duello tra Bucefalo e l’elefante ha una plasticità ed una drammaticità da bassorilievo ellenista. Verrebbe da dire: nonostante tutto, un pizzico dell’aura eccelsa che avvolge il mito è scivolato ugualmente nel film, ed ha fatto ugualmente la magia. Verrebbe da dire: è più bello di Troy, se questo non fosse un insulto, non un complimento. Bravi gli attori, anche se Anthony Hopkins appare un po’ troppo svagato; massimamente bravi Colin Farrel e Jared Leto, e Bagoa, il muto ed enigmatico Francisco Bosch; brava Roxane, la bellissima Rosario Dawson, e perfino Angelina Jolie sembra aver preso lezioni di recitazione. Non metterebbe nemmeno conto di parlare delle stupide polemiche sull’omosessualità – peraltro comunissima nell’antichità – di Alessandro ed Efestione (ognuno è padrone di farsela che chi gli pare, anche con le galline: purché le galline siano consenzienti, naturalmente), se non altro per dire che raramente si è visto un rapporto omosessuale descritto con tanta nobiltà, come un vero e proprio rapporto d’amore tra due persone: e tanto basta.  Per rifarsi la bocca, se avete avuto il coraggio di vedere quell’abominio di Troy.

Cloverfield (M. Reeves, USA, 2008), 16.30, DT

Innumerevoli volte la cultura americana ha delegato alla fantascienza il compito di raccontare i suoi incubi, o i suoi sogni, e quasi sempre con esiti eccezionali. Troppo lunga, e ricca, sarebbe la lista dei capolavori per commentarla qui. Diciamo solo che perfino due soap zuccherose e francamente invedibili come Incontri ravvicinati del terzo tipo (S. Spielberg, USA, 1977) ed ET (S. Spielberg, USA, 1982) contengono una scintilla di quel desiderio di pace e solidarietà che ancora abitava l’America alla fine degli anni Settanta, e che perfino una boiata pazzesca come La guerra dei mondi (S. Spielberg, USA, 2005) è servita ad esprimere l’insicurezza che scorre nelle vene dell’America di Bush. Cloverfield è invece un geniale gioiello di questa catena, un film, nella sua ‘minimalità’, talmente colto e intelligente – anche e soprattutto per il ‘mercato’ della SF – che non a caso è passato abbastanza inosservato. Lo si è accusato di volersi arruffianare i media con un lancio pubblicitario ‘subdolo’ e multimediale: ma, a dire il vero, di tutto ciò non si è poi visto gran che. Il passaggio nelle sale è stato il minimo possibile, e nessun marketing gli si è sviluppato intorno. Eppure, eppure Cloverfield è uno dei più sottili e raffinati incubi dei nostri tempi, un film che forse, proprio per questa sua sobrietà, sarà dimenticato, ma per essere riscoperto e mai più scordato. La trama è semplicissima, come tutte quelle delle opere essenziali. Rob è un giovane newyorkese, in partenza per il Giappone (Godzilla: avete presente?), dove ha conquistato un lavoro di prestigio. Nel suo appartamento con vista sul Central Park è in corso una festa d’addio, quando forti scosse scuotono il grattacielo, e la luce comincia a saltare. I notiziari danno notizie vaghe: sembra che un’enorme creatura emersa (Them: avete presente?) dalle acque stia attaccando la città. In preda al panico, tutti si precipitano in strada, dove all’improvviso piomba, staccata da una bestiale unghiata, la testa della Statua della Libertà (Il pianeta delle scimmie: avete presente?). La Bestia (anche il suo numero sarà 666?) avanza veloce, abbattendo i grattacieli, che riempiono di nuvole di fumo acre le strade, costringendo la gente a rifugiarsi nei negozi (11 settembre: avete presente?). Dal suo ventre partorisce piccoli granchi ripugnanti, che feriscono, mutilano e uccidono una popolazione allo sbando. Non la si vede quasi mai, la bestia. Se ne intuiscono il profilo, la sagoma, quando una coda immensa abbatte il Ponte di Brooklyn, o una zampa smisurata sbriciola una casa. L’esercito è nelle strade e nell’aria, tenta di opporsi, ma, come dice un soldato: “Non sappiamo cosa sia, ma qualunque cosa sia, ora sta vincendo lui”. Dunque nessuno sa, e nessuno nemmeno testimonia. Noi spettatori sappiamo qualcosa solo grazie alla videocamera di un amico di Rob, che stava documentando gli addii alla festa e che ora lo segue per la città devastata. Girato dunque tutto in soggettiva con una videocamera mobile, il film è un lungo video appunto ‘soggettivo’. Quella dei due ragazzi è l’unica realtà, l’unica ‘verità’: non c’è più nessuno a raccontarne altre (tra le pregevoli imbecillità che sono state dette su questo film è che questa tecnica di lavoro indica come esso sia figlio della cultura di YouTube …). Ed è anche – rischia di essere, pare che sia – l’unica testimonianza di un passato che rimane nel nastro magnetico a spezzoni, brandelli di voci che richiamano un mondo … scomparso? Il nastro – ci dice una didascalia all’inizio – è stato ritrovato dall’esercito in un sito precedentemente conosciuto come Central Park. E dunque, che è successo ‘dopo’ (che succederà di noi? Che ne sarà del nostro futuro?)? La bestia è stata sconfitta e l’uomo sta ricostruendo il suo mondo? La bestia sta ancora dominando la terra e l’uomo è asserragliato nei suoi fortini per un’ultima e inutile resistenza? Non lo sappiamo. Seguiamo i ragazzi nel loro peregrinare per una città ormai perduta: l’esercito sta evacuando chi può con gli elicotteri (Saigon: avete presente?), dopo di che la raderà al suolo: Operazione Tabula Rasa. Dopo aver elevato con tanto orgoglio la Torre di Babele, ecco che uno ‘scherzo’ della Natura ci costringe a distruggerla. Nel loro peregrinare inutile, i due si rifugiano sotto uno dei ponticelli di Central Park, mentre gli aerei cominciano a bombardare. “Dobbiamo andarcene da qui”. “Ma non c’è nessun posto dove andare”: e la bestia infligge il suo morso. Inevitabile il richiamo a quello splendido racconto di fantascienza di Robert Sheckley The mountain whitout a name (Einaudi, 1961). Sulla Terra e nei pianeti colonizzati, improvvisamente tutto comincia ad andare a pezzi: catastrofi naturali inconcepibili distruggono i pochi giorni millenni di civiltà. Un astronave si stacca in fretta da un pianeta, prima che frane e alluvioni spianino tutto, lì e in tutto l’Universo conosciuto. “Siamo pronti” dice il pilota. “Ma per andare dove?”. Non si sa, appunto, e Cloverfield è la magnifica espressione di questa inquietudine, di questa paura che è, essa sì, veramente ‘globale’. Che ne sarà di noi? Come ci salveremo? Ma ci salveremo, prima di tutto? E’ possibile una salvezza dalla rovina che noi stessi abbiamo costruito, e che sta cominciando a mandarci i suoi primi, apocalittici avvertimenti? A raccontare questa paure ci aveva già provato, due anni fa, Frank Schätzing, nel suo romanzo Il quinto giorno (Ed. Nord), un libro certo interessante, ma a volte prolisso, e soprattutto incapace di evitare un happy end conciliatorio e buonista. Per Matt Reeves – alla prossima, certamente! – non c’è lieto fine: sotto il pavimento della casa che abbiamo costruito in ispregio alla Natura, abitano solo i mostri che ci divoreranno. E non avremo dove scappare. Un grandissimo capolavoro, assolutissimamente imperdibile.

Matrix – Matrix Reloaded – Matrix revolutions (L. e A. Wachowsky, USA, 1999/2003), 16.35, DT

Primo tempo

ZANG-TUMB-BANG-BANG-BUMBUMBUMBUM-TATATATATA-ZOT-ZOT-ZOT-CRASH-SBADABANG-TIN-TLEN-TLONG-TRATRATRATRATRATRATRA-CLANG-DLENDLEN-RATATATATATATA-SBENG-DLIN-

Intervallo

Mentre aspettate, e dopo aver fatto pipì, potete leggere la recensione pubblicata da Marco su http://www.bastardidentro.com il 23 maggio 2003:

“Mi ha fatto cagare. La migliore interpretazione l’ha data la tetta sinistra della Bellucci, il che è tutto dire. L’autore doveva essere appassionato di Bruce Lee, di Superman (Neo se ne svolazza più o meno per tutto il film raccattando persone che piovono dai palazzi) e di Batman, che se non hai un mantello non superavi il casting. La trama l’ha scritta uno che aveva fumato acido, alla fine tutti sapevano già tutto, l’oracolo è un pacco, Trinity non muore e la scritta finale è Continua”.

Durante la proiezione in sala, prima dell’inizio del secondo tempo, ad ogni spettatore è stato fornito un flipper personale, così ha potuto divertirsi da solo (a far girare le palle).

Secondo tempo

ZANG-TUMB-BANG-BANG (tetta della Bellucci) BUMBUMBUMBUM-TATATATATA-ZOT-ZOT-ZOT-CRASH-SBADABANG (culo della Bellucci) TIN-TLEN-TLONG (tetta della Bellucci) TRATRATRATRATRATRATRA (menate pseudofilosofiche dell’Architetto, del tipo: “Matrix è la mitopoiesi della metafisica della trombatoidesi della spiritualitosi. Modificando il cazzitrone si otterrà una puttanificazione della cazzatoidina che porterà alla vaffanculosi finale” eccetera) CLANG-DLENDLEN-RATATATATATATA-SBENG (culo della Bellucci) DLIN.

(Onestamente, non ricordo bene se questa ‘recensione’ l’ho scritta per la prima, la seconda parte o la terza parte. Ma si differenziano forse in qualcosa, questi idiotissimi film, che misteriosamente qualcuno ha voluto caricare di inimmaginabili contenuti filosofici?! Aridatece Tom & Jerry! Comunque, chi viene con me, una di queste sere, a picchiare sulle gengive registi ed interpreti?).

Brooklyn’s finest (A. Fuqua, USA, 2009), 21.10, Sky

Non è riuscito, ad Antoine Fuqua, lo stesso colpo del bellissimo Training Day (USA, 2001), che valse addirittura un Oscar a Denzel Washington. Quella fu una moderna e terribile Odissea, di due poliziotti losangelini attraverso la corruzione, la violenza e l’amoralità di una città in cui pare che a dividere poliziotti e delinquenti sia, certe volte, solo il colore degli abiti. Un film stupendo, che richiamò inevitabilmente alla memoria quello che si può definire il padre di tutti i noir metropolitani americani, il magnifico Vivere e morire a Los Angeles (W. Friedkin, USA, 1985). La presenza di tale capolavoro nella sua filmografia pare aver schiacciato Fuqua sotto il peso della sua irripetibilità, e quello che vediamo oggi (a noleggio, perché nelle sale è stato un vero flop) non è altro che un faticoso, raffazzonato e deludente remake del modello, costruito, per di più, tramite citazioni stilistiche di molti padri (P. Haggis, G. Arriaga ecc.) e di troppi luoghi comuni. Ritroviamo così il poliziotto immorale, alcolizzato e corrotto (un Richard Gere di rara inespressività), che riscatta una vita ed una carriera inutili con un ultimo beau geste. Ritroviamo il poliziotto corrotto ma cattolico, ossessionato dai sensi di colpa (per caso vi ricorda Harvey Keitel nel capolavoro di Ferrara? Purtroppo anche a me), che per amore della famiglia è disposto a qualsiasi bassezza. E c’è anche l’infiltrato che, a forza di stare immerso nel fango, ha imparato a riconoscere i fiori che vi si possono trovare: lealtà, amicizia maschile, onore, e ad essi sacrifica vita e carriera. Costituita dunque quasi solo di stereotipi visti mille volte, e soffocata dal loro peso, la sceneggiatura non riesce perciò ad esprimere uno straccio di storia vedibile, accettabile e credibile. Il racconto si trascina stancamente per centoquaranta interminabili minuti, e l’unico espediente per tenere alta la tensione è quello di infarcirlo di cupa e sanguinosa violenza, e di torbidi squarci d’atmosfera che rimangono assolutamente fine a se stessi, senza mai farsi autentico dramma. Come non c’è storia, così non c’è conclusione. Sono almeno due o tre i momenti in cui lo spettatore ha l’impressione che il film sia (finalmente) finito, ma per arrivare davvero in fondo bisogna aspettare il botto finale, un’esplosione di violenza macellaia cui Fuqua delega il compito di esprimere quella tragedia che lui non è assolutamente riuscito ad esprimere. Un vero peccato, da parte di un regista che, se pur non eccelso, nel frattempo ci aveva regalato King Arthur (USA, 2004), uno dei più bei fantasy degli ultimi anni. Sarà per un’altra volta, speriamo.

Sette spose per sette fratelli (S. Donen, USA, 1954), 21.00, DT

Divertentissimo, commovente, sentimentale, meravigliosamente ‘falso’ e deliziosamente stereotipo. Un capolavoro assolutissimamente imperdibile.

Lunedì 20 febbraio

Gran Torino (C. Eastwood, USA, 2008), 21.00, DT

E’ perfino difficile parlare di un film come questo, tanto il suo discorso è semplice, elementare, ‘didascalico’ nel senso migliore del termine. Verrebbe voglia di dire: andatevelo a vedere, e basta. O meglio, andatevelo a vedere, e poi quando uscite pensate alle ronde antiimmigrati, pensate ai linciaggi ai rumeni, pensate ai ‘negri’ bruciati vivi, pensate alla barbarie quotidiana che da mesi ed anni ormai respiriamo in questo dannato Paese. E pensate anche che questo film ci viene dall’America del Ku Klux Klan, ma anche da quella che ha appena eletto un nero alla Presidenza. E allora chiedetevi – e non saprete darvi una risposta – chiedetevi perché tutta l’acqua di sentina dell’Occidente pare essersi riversata qui da noi; chiedetevi perché i suoi rivoli scorrano tranquillamente nelle strade e tutti ci sguazzino dentro trovandolo naturale, e, come diceva B. Brecht, “Quello che accade ogni giorno/non trovatelo naturale./Di nulla sia detto: ‘E’ naturale’/in questo tempo di anarchia e di sangue,/di ordinato disordine,/di meditato arbitrio,/di umanità disumanata”. Walt Kowalsky è, come il suo cognome denuncia chiaramente, di origini polacche, ma è americano D.O.C.: negli anni Cinquanta volontario in Corea, poi per trent’anni operaio alla Ford, oggi vive in un modesto ex quartiere di operai: ex, perché gli americani ‘veri’, e bianchi, se ne sono andati tutti, sloggiati dagli Hmong, un’etnia indocinese paracadutata – è proprio il caso di dirlo – negli USA dopo il Viet-Nam. Ma Kowalsky di loro e della loro storia non sa nulla e non vuol sapere nulla: per lui sono solo “musi gialli”, gli stessi che ha ammazzato in Corea e che intende ammazzare di nuovo, se entrano nella sua proprietà, e anche con lo stesso fucile, che conserva perfettamente efficiente. Un altro simbolo della sua esistenza conserva Kowalsky, gelosamente: una splendida Ford Gran Torino del ’72, che lui stesso ha montato, da allora chiusa nuova fiammante in garage. E’ più/meno/altro che razzismo, quello con cui Walt si rapporta col mondo: è che nel mondo non c’è niente che gli vada bene, nemmeno più in America: non i suoi figli, che vendono macchine giapponesi, vogliono rinchiuderlo in ricovero e fregargli quel poco che ha, non sua nipote, che si presenta al funerale della nonna col pancino scoperto, il piercing e il cellulare alla fondina, non il suo quartiere decadente e in rovina, percorso da gangs giovanili, naturalmente non bianche. Ma un incidente – un accidente dell’esistenza – obbliga Walt ad entrare in contatto con gli odiatissimi musi gialli, lo costringe, letteralmente, ad entrare in relazione con loro, nonostante egli si contorca e si divincoli con tutte le sue forze per sottrarsi a quel rapporto. Il risultato sarà sconvolgente, in questi che, come scopriremo presto, sono gli ultimi giorni di Kowalsky. Giorno dopo giorno, egli si scoprirà ‘parente’ di quella gente come mai si è sentito prima nei confronti, per esempio, dei suoi familiari; scoprirà quanto simili fossero lui e la vecchia Hmong che, entrambi senza capirsi, rintanati sotto la loro veranda sibilavano l’uno verso l’altro le stesse parole di odio e di intolleranza; scaverà finalmente, dentro di sé, quel nocciolo oscuro di dolore che lo avvelena da sempre. Non è un’anima malvagia, infatti, quella di Kowalsky: è un’anima che invece dal male e dal rimorso è stata ferita e avvelenata, ed ha tentato di reagire con gli unici mezzi che conosceva: il facile razzismo da bar, troppe birre bevute e troppo poche parole scambiate. Talmente connaturato è, in lui, questo stile di vita, che anche l’affettuosissimo rapporto con l’amico barbiere si trasforma in uno scambio soffocante di insulti etnici e maschilisti. Ma quanto questi nascondano, in realtà, un rapporto intenso, fatto di profonda stima e rispetto, lo rivela poi l’esilarante ‘lezione di parolacce’ che i due impartiscono al giovane Thao, in cui la loro coprolalia scende (o trascende?) a livelli di pura, innocente e ludica infantilità. Perché non è il rifiuto della vita, ad avere avvelenato l’esistenza di Walt, ma l’orrore della morte: quella che egli stesso ha dato in Corea ai famosi “musi gialli”, e la cui stupida inutilità ancora lo perseguita. Col passare delle settimane, questo tumore ardente viene a galla, finalmente, e Walt può riconoscerlo e decidere cosa farne, ora che la resa dei conti si avvicina. Può prendere un’altra volta il fucile, uccidere, ‘fare giustizia’ (vi pare di averla già sentita, questa?), cancellare i cattivi di turno dalla faccia della terra (aspettando che se ne presentino altri, e poi altri ancora); oppure può provare a trarre una ‘morale’, una filosofia di vita dalla propria esperienza, e provare ad insegnarla agli altri, in un modo assolutamente incredibile, che mai ci aspetteremmo. Così scorre, fotogramma dopo fotogramma, un film che è una lezione di vita, ma anche – è cinema, non dimentichiamolo – un’opera di genio. Un film che, perciò, impartisce la sua lezione proprio coi tempi e gli strumenti della costruzione filmica; così, proprio quando noi spettatori per primi siamo lì, assatanati, a desiderare di spazzar via i cattivi a fucilate, un coup de théatre come solo appunto un genio di ottant’anni può immaginare ci fa ringoiare tutta la nostra rabbia, e ci suggerisce che un’altra vita è possibile, altri rapporti, altri valori fondanti. Un film da mostrare a scuola: sempre che insegnanti e genitori non si scandalizzino per le parolacce …

Arsenico e vecchi merletti (F. Capra, USA, 1942), 12.40, DT

Puro genio, capolavoro di travolgente comicità nera e demenziale: due vecchiette che gestiscono una pensione ‘danno la pace’ ai loro ospiti, avvelenandoli e seppellendoli in cantina. Cary Grant semplicemente magnifico, Peter Lorre inquietante anche in una parte comica, e Frank Capra rimane uno dei più grandi poeti del cinema. Assolutissimamente imperdibile.

Le crociate (R. Scott, Spagna/GB, 2005), 21.15, DT

Le Crociate è uno di quei film di cui ti chiedi: ‘Ma perché’? Non è la prima volta, nella controversa carriera di R. Scott, che, dopo aver esordito con tre capolavori assoluti, di cui possiamo dire che abbiano segnato la storia del cinema – I duellanti (1977), Alien (1979), Blade runner (1982), Legend (1985) – ha poi proseguito con una serie di film mediocri (Black rain), accettabili (Thelma & Louise), infantili (L’albatross), ripugnanti (Soldato Jane) eccetera, disperdendo lungo la strada quello che era sembrato un incredibile e geniale talento. Solo che qui, secondo me, siamo veramente alla frutta. Non c’è una cosa che stia in piedi, in questo film, a partire dalla sceneggiatura, infarcita di dialoghi criptici e allusivi (?!), spesso semplicemente incomprensibili, che conseguentemente rendono inconsistenti ed ‘irreali’ i personaggi. Quando non li rendono ridicoli: lo scambio di battute tra Balian e il Saladino, quando quest’ultimo esce dalla tenda dopo la resa, sembra uscito da un western all’italiana. Anche la storia traballa parecchio. La pulsione di Balian verso Gerusalemme è davvero poco convincente e poco giustificata; e quel dividere semplicisticamente i cavalieri cristiani tra buoni ed onesti contro cattivi e corrotti lo fa tanto assomigliare ad un film americano di serie B. Dove sarebbe il ‘messaggio’ antibellicista sulla ferocia della guerra? Quattro schizzi di sangue non fanno un messaggio: sono solo effettacci per la cassetta. Per parlare alto contro la violenza e la guerra ci vuol altro: forse prima era meglio rivedersi Salvate il soldato Ryan. Dove sarebbe il tanto strombazzato scontro di civiltà e di culture? Se c’è una cosa che è assente dal film – a parte qualche sporadica e telegrafica battuta sulla ‘somiglianza’ tra morale cristiana e mussulmana, caduta per caso nella sceneggiatura – è proprio la caratterizzazione delle due culture, e bisogna guardare i vestiti per capire da che parte stanno i personaggi. Lo scontro invece c’è sì, ma con la logica e la storia: mai, un nobile del XII secolo avrebbe potuto fare i discorsi pseudo democratici e pseudo egualitari – dunque del tutto anacronistici – che tiene Balian prima della difesa di Gerusalemme; mai e poi mai, avrebbe potuto pensare le tirate ‘laicistiche’ di Balian. Anche i ‘simboli’, come certe battute, cadono casualmente qua e là nella storia, ed anch’essi, molto spesso, sono altrettanto indecifrabili. Per esempio: che diavolo significa il crocifisso che il Saladino raccoglie da terra e rimette in piedi dopo la ripresa della città? Forse un riconoscimento della fatale supremazia finale del Cristianesimo sull’Islam? A dire il vero, non mi pare che sia andata proprio così. E dunque? Il tutto, immerso in una luce ed una fotografia spente e polverose, che ti vien da gridare: ‘Proiezionista, le luci!’. Più che un brutto film, una grossa delusione. Perfino Il gladiatore era stato meglio. Lì almeno c’era un ‘eroe’. Qui non c’è nemmeno quello, e il film si trascina stancamente ma soprattutto noiosamente verso una fine che, dopo un po’, si comincia a desiderare con ansia. E quando vi accorgete che state cominciando a dire: ‘Ecco, sì, dai, questa dev’essere l’ultima scena’, allora vuol dire che è il momento di alzarsi dalla poltrona ed andare a letto…

Salvate il soldato Ryan (S. Spielberg, USA, 1998), 23.35, Sky

James Francis Ryan è l’ultimo di quattro fratelli americani. Tre sono già morti nei primi giorni della Seconda Guerra Mondiale in Europa, e il quarto è appena stato paracadutato in Normandia: il comando dà ordine che venga ritrovato e congedato, per restituire almeno lui alla famiglia. Splendido, perfetto film antimilitarista di Spielberg. Oltre alle giustamente celebratissima sequenza iniziale, studiatevi con attenzione anche l’ultima parte. Osservate come vengono filmati i carri tedeschi che entrano in paese: non hanno nulla di ‘eroico’, di ‘affascinante’, come hanno sempre le macchine da guerra nei film di guerra, ma sono solo polverose, scrostate, sferraglianti e minacciose macchine di morte. Stupendo e imperdibile.

Master & Commander (P. Weir, USA, 2003), 18.40, Sky

Dai romanzi marinari di P. O’Brian, un ottimo film storico e d’avventura, tanto interessante nell’ambientazione e nella sua verosimiglianza quanto appassionante per la vicenda. Durante il contrasto tra Inghilterra e Francia napoleonica per il predominio sui mari, il veliero inglese Surprise ingaggia un lungo duello col francese Acheron che gli è superiore per armamenti ma inferiore quanto a perizia di comando. Interessantissimo e quasi ‘documentaristico’ nelle scene di guerra e di vita marinara, è una lezione di storia al cinema, oltretutto magnificamente fotografata, e raccontata con slancio ed entusiasmo.

Martedì 21 febbraio

La città verrà distrutta all’alba (B. Eisner, USA/EAU, 2010), 21.15, DT

Un aereo militare con una nuova e pericolosa variante della rabbia precipita vicino ad una cittadina inquinando le sorgenti dell’acqua potabile, e trasformando in breve tutta la popolazione in una banda di assassini spietati e feroci. Dopo una buona partenza, purtroppo quasi subito il film vira nel filone zombies-verdastri-e-con-le-pustole-affamati-di-carne-umana. Tra l’altro non si capisce perché la rabbia debba far venire le pustole e la pelle verde. L’ennesimo remake che non si doveva fare, considerando che l’originale era il cupo e disperato capolavoro di quel genio di G.A. Romero (1973). Praticamente invedibile.

La ragazza del lago (A. Molaioli, Italia, 2007), 21.00, DT

In una cittadina di montagna, una giovane atleta della locale squadra di hockey viene trovata assassinata in riva ad un laghetto. Il commissario indaga tra i familiari e gli amici. Essere stato aiuto regista del grande Mazzacurati non pare esser servito a molto a Molaioli, se non a montarsi la testa. Ma già si sa, oggi son tutti geni, e appena hanno visto due film si mettono subito a rifare Via col vento. A parte un’ottima fotografia (non sono riuscito a trovare il nome del Direttore delle fotografia, ma è da tenere d’occhio), limpida, fredda, pulita, praticamente non c’è niente in questo film. Una sceneggiatura strampalata e massimamente ondivaga, che semina dubbi e indizi e conclude senza nessuna logica interna: avrebbe potuto farlo dieci minuti prima o dieci minuti dopo, con qualsiasi altro personaggio, e sarebbe stato lo stesso. Ma bisognava finire il film. Una storia senza ‘senso’, nonostante i numerosi tentativi di darle una dimensione simbolica cui non arriva mai. Un cast ‘inutile’: un grandissimo attore come Omero Antonutti sprecato in una parte assurda, un ottimo attore come Toni Servillo mono-tono dall’inizio alla fine (e meno male che abbiamo visto cosa sa fare in Gomorra e Il Divo!), Valeria Golino meno peggio del solito. Serenamente perdibile.

American beauty (S. Mendes, USA, 1999), 21.10, Sky

A quarant’anni passati, Lester è prigioniero di un matrimonio inesistente, di un lavoro alienante e, nel complesso, di una vita che lo ha deluso. L’amore improvviso e irrazionale – potremmo dire adolescenziale – per una giovane amica di sua figlia gli dà l’occasione e il coraggio per infrangere tutti gli schemi e provare ad essere, per la prima volta, se stesso. Ma la feroce e stupida gabbia perbenista da cui ha tentato di uscire reclamerà i suoi diritti, e lo fermerà. Stupendo apologo sulla solitudine, sul dolore e la ‘follia’ di tante nostre esistenze quotidiane, ma soprattutto sul diritto di essere felici, raccontato con immensa eleganza, che tuttavia non si risolve mai in formalismo fine a se stesso, ma è sempre strumento calligrafico magistralmente usato per indagare nell’animo dei personaggi. Kevin Spacey si riconferma ancora una volta interprete sensibilissimo, quasi subliminale, di emozioni tanto intense ed essenziali quanto nascoste e inespresse. Assolutissimamente imperdibile.

Brutti, sporchi e cattivi (E. Scola, Italia, 1976), 19.00, Sky

Uno dei film più intensi e duri di Scola, ed uno dei suoi più interessanti, anche se forse non uno dei più belli. Comunque un film ‘utile’, perché questa storia di borgatari romani, immersi in un degrado che è morale e materiale insieme, è un salutare antidoto ‘antipasoliniano’, nel senso che distrugge il mito e la mistica del sottoproletario ‘buon selvaggio’. Imperdibile.

Mercoledì 22 febbraio

Be kind rewind (M. Gondry, USA, 2008), 11.35, DT

In una cittadina americana di provincia vive Jerry (un delizioso Joe Black, infantile e stralunato), un mattoide che passa le sue giornate cazzeggiando di misteriose microonde che proverrebbero dalla locale centrale elettrica, e che controllerebbero pensieri e azioni di tutti i cittadini. Il suo migliore amico è Mike (Mos Def, onestamente piuttosto incolore e insapore), sfigato per categoria esistenziale, commesso nello scalcinato noleggio di vhs di proprietà del vecchio Fletcher (Danny Glover: sa anche recitare, dunque, oltre a fare il buffone in Arma letale), malmesso come il suo negozio, che passa il tempo a cianciare improbabili storie su Fats Waller, un dimenticato cantante jazz del passato che sarebbe nato proprio nel suo edificio. Un giorno Fletcher parte per un viaggio: dice che deve andare ad una commemorazione di Fats, ma in realtà vuole dare a Mike l’occasione per ‘diventare grande’, affidandogli il negozio. Ma proprio quella sera, Jerry decide di attuare l’attentato alla centrale così a lungo sognato. Naturalmente gli va male, ma le scariche della recinzione elettrificata lo magnetizzano: disturba qualunque apparecchio elettrico con cui venga in contatto, e non appena entra nel negozio, tutte le videocassette si cancellano. Mike è disperato: è davvero uno sfigato, ed ha tradito la fiducia di Fletcher. Ma Jerry ha un’idea, totalmente bizzarra come i suoi pensieri. I film li rifaranno loro, tutti, e da soli. Con una telecamera a mano, fondali di cartone malamente colorato, travestimenti impossibili, i due cominciano a rifare tutti i titoli del catalogo, riducendone la durata, deformandone le storie, sconvolgendo le sceneggiature. Sembra follia, ma è fantasia, assoluta, talmente pura che entra nell’animo di tutti gli abitanti della cittadina, poco a poco coinvolti nella loro impresa. Chi conosce Michel Gondry ed ama i suoi film sa cosa aspettarsi da lui. Gondry dà l’impressione di non amare molto la realtà: Oltre quello che c’è, che si vede, per lui c’è sempre qualcos’altro, che è sempre infinitamente più bizzarro, più bello, più felice. Ma bisogna saperlo vedere, bisogna volerlo trovare. Se pur qui egli non raggiunge i vertici del commovente e geniale L’arte del sogno (Italia/Francia, 2006), tuttavia la sua poetica c’è tutta. BKR è una dichiarazione d’amore per il cinema, prima di tutto, come arte essenzialmente della finzione, e perciò della fantasia e del sogno. In secondo luogo, è un appello alla fantasia e al sogno che tutti custodiamo dentro di noi. Se riusciremo a tirarli fuori, troveremo una strada per la felicità.

Million dollar baby (C. Eastwood, USA, 2004), 21.00, DT

Certe volte Clint Eastwood dà l’impressione di essere stato assunto a ore da qualche organizzazione per I diritti civili: ‘Facci un film su qualche grande e nobile causa’, e lui esegue. A questo ‘filone’ si devono alcuni tra i peggiori film della sua carriera: Fino a prova contraria (1999), para-thrilling sentimentaloide sulla pena di morte, e Debito di sangue (2002), sgangheratissima sceneggiatura sui drammi di un trapiantato cardiaco, banale e retorica. Qui ci risiamo. Questa volta tocca all’eutanasia, tema quanto mai drammatico e straziante, e dunque assolutamente degno di rispetto. Ma il punto è che non basta parlare di una grande causa per fare un grande film, come non basta parlare di temi ‘alti’ per produrre un grande libro (tanto per fare un esempio al volo: leggetevi le scemenze pseudofilosofiche, da Baci Perugina, di Paulo Coelho); come, a scuola, non bastava saper ‘scrivere bene’ per fare un bel tema. Così è, secondo me, di questo film. Perché non c’è dubbio: MDB è ‘scritto’ molto bene. A cominciare dalla recitazione, per esempio: Eastwood forse mai così intenso, la Swank meravigliosa, Morgan Freeman talmente umano e dolce da rubare quasi la scena al suo grandissimo partner. Per continuare con la sceneggiatura, questa volta rigorosa e concisa, senza sbavature (se vogliamo trascurare il particolare della figlia che lo ha rifiutato, da cui lui cerca di farsi perdonare e di cui Maggie prende il posto, che ha grande importanza nel tessuto della narrazione. Perché è successo? Che cos’ha lui da farsi perdonare? Non sono domande che possano essere lasciate all’immaginazione dello spettatore), per finire con la fotografia, semplice e asciutta (ma quelle insistite inquadrature dei grattacieli di periferia contro il tramonto sono davvero manieristiche e calligrafiche). Scritto bene, certamente: anche troppo. In effetti, se lo si guarda con attenzione, gli stereotipi e i luoghi comuni ci sono tutti. Il vecchio burbero dal cuore d’oro, che prima si nega e poi, commosso dalla dedizione del giovane, cede e lascia sgorgare tutta la sua saggezza. Specularmente, il giovane inesperto che ‘si innamora’ del vecchio saggio e che lo elegge a sua guida spirituale (ma – lasciatemi dire una cattiveria – a volte la Scwank è quasi ridicola, all’inizio del film, nel suo scodinzolare attorno al vecchio Eastwood). Il ‘fior del fango’, ovverosia il giovane proveniente da una realtà sociale degradata e che ciò nonostante è uno scrigno di virtù (la ‘famiglia cattiva di Maggie è quasi una macchietta). La ‘paternità per adozione’, leit motiv di tanti, bellissimi film americani (per esempio, il magnifico I cowboys, con John Wayne). La coppia di vecchi amici, che magari hanno qualcosa da rimproverarsi nel passato ma che sono comunque strettamente legati da affetti, sofferenze ed avventure (anche qui, innumerevoli titoli). Il rovello religioso, che si accompagna e nasconde personali problemi esistenziali. Lo sport – meglio se duro e doloroso – come scuola di vita. Il vecchio eroe imbolsito che tuttavia è ancora capace di uno scatto di orgoglio per rimettere le cose a posto. Eccetera, eccetera. Scritto bene, appunto. Ma quando esci, ti fermi un attimo e ti chiedi: e allora? Ma perché? Cosa mi ha detto? Al di là di tante scene ruffiane – certe volte pare quasi che manchi solo il cartellino “Attenzione: scena da piangere. Tirare fuori i fazzoletti” – quello che, come sembrerebbe, nelle intenzioni del regista doveva essere ‘il’ tema, ‘il’ problema – l’eutanasia – è invece proprio quello che esce più trascurato e più ignorato da questo film, sopraffatto invece dalle emozioni personali dei personaggi e dalla commozione che esse destano nello spettatore. Una storia, in conclusione, chiusa in se stessa, potremmo dire ‘una storia inutile’, che – ed è questa la cosa incredibile – sembra non avere parentela alcuna con Mystic River, uno dei film più struggenti e intensi degli ultimi anni. Peccato. Anche se – e sono sincero – comunque niente riuscirà a scalfire in noi l’amore e il rispetto per questo grandissimo del cinema americano. Provaci ancora, Clint.

Bernadette (H. King, USA, 1947), 15.15, Rete4

In salsa hollywoodiana, la storia di Bernadette Soubirous (1844-1879) dalle cui visioni della Madonna ebbe inizio quella oscena macchina di soldi e di menzogna che è Lourdes. Chi vuol sapere quali siano veramente le basi di consimili vicende si legga quel magnifico libro di Giordano Bruno Guerri che è “Povera Santa povero assassino”, Mondadori Ed. Ben fatto, non c’è che dire, ma disgustoso.

L’amore che non muore (P. Leconte, Francia/Canada, 2000), 23.15, DT

Assolutamente imperdibile, come tutti i film di quel grandissimo poeta e indagatore dell’animo umano che è Patrice Leconte (l’autore, per chi l’avesse dimenticato, del Marito della parrucchiera, uno dei più bei film degli ultimi cinquant’anni), qui impegnato a raccontare una storia di amore e morte ambientata a metà Ottocento. C’è il bravissimo Daniel Auteuil (L’avversario, e tanto basta).

Giovedì 23 febbraio

Il pianeta delle scimmie (T. Burton, USA, 2001), 00.05, Rete4

Ad un genio come Tim Burton si può perdonare (quasi …) tutto, e quindi passiamogli anche questo brutto film, vuoto, pesante e in-significante remake del capolavoro di F.J. Schaffner (USA, 1968). Da dimenticare., semplicemente.

Brivido caldo (L. Kasdan, USA, 1981), 21.15, DT

La ricca ed annoiata moglie di un uomo d’affari complotta col suo amante per far fuori il marito, ma per il bel gigolò (un’occasione per le fanciulle di lustrarsi gli occhi con W. Hurt: altro che George ‘Pescelesso’ Clooney!) le cose non finiranno benissimo. Uno splendido noir, amaro e ardente, con l’esordio (per i maschietti, stavolta!) di K. Turner, mai più così sensuale. Imperdibile.

10.000 a.C. (R. Emmerich, USA, 2008), 16.05, DT

Certo non sarà un Maestro del cinema, Roland Emmerich, uno di quelli i cui film costituiscono esperienze estetiche e culturali che ti segnano l’esistenza. Ma un bravo artigiano questo sì, senza ombra di dubbio, e quando vai a vedere i suoi film puoi star sicuro che a) sono fatti ‘bene’, b) non è mai tutto da buttar via, e qualcosa di buono da conservare c’è sempre (a parte – lo dico subito così mi tolgo il pensiero – quell’incredibile boiata di Indipendence Day, 1996, evidentemente concepito in una notte insonne dopo un’indigestione di rane fritte). Così è stato per Stargate (1994), bel ‘peplum’ fanta-archeologico, per Godzilla (1998), divertente ed ironica rivisitazione del mitico lucertolone giapponese, per Il Patriota (2000), ottimo e documentato film sulla Rivoluzione Americana, e per L’alba del giorno dopo (2004), catastrofica profezia sulle alterazioni climatiche. Qui torna al lavoro con una storia fanta-preistorica, ambientata tra gli Yaghal, cacciatori delle montagne. Quando i mammuth, le loro prede favorite, si fanno sempre più rari, il capotribù decide di oltrepassare quel confine apparentemente invalicabile, e di cercarne la causa. Ma non fa più ritorno. Dopo molti anni sarà D’Leh, suo figlio, divenuto adulto, a ripetere l’impresa, di fronte alla fame sempre maggiore della tribù. Oltre quelle cime scoprirà un mondo inaspettato: sole ardente, deserti, popoli dalla pelle scura, animali ferocissimi e mai visti prima. Scoprirà anche un regno spietato, i cui leggendari fondatori provengono forse da Vega o forse da Atlantide, che sfrutta uomini e mammuth per costruire i suoi edifici sacri, immense piramidi di pietra e metallo. Spinto da un’ampia gamma di sentimenti, D’Leh riuscirà a riscattare la propria dignità e la libertà degli schiavi, e a tornare sulle sue montagne ricco di esperienza e di sapere. Dicevamo dunque. A) Ben fatto, non c’è che dire, e solo la bellezza della tigre dai denti a sciabola o dei magnifici mammuth vale la visione. La storia è semplice ed elementare, come un romanzo di Salgari o di H. Rider Haggard ma ben raccontata, con personaggi ‘potenti’ ed essenziali. Affascinanti e magiche le locations (Nuova Zelanda, Sud Africa, Namibia). B) Non è tutto da buttar via. Né da un punto di vista antropologico-culturale – le figure degli sciamani, la scoperta dell’agricoltura – né da quello dei ‘messaggi’: l’amore per il proprio popolo, la solidarietà tra ‘diversi’, la dignità di ogni essere umano. Aggiungeteci la solita grande abilità di Emmerich nelle scene d’azione ed avrete due ore di buon divertimento. Non è Ermanno Olmi, dite? Lo so anch’io, ma tra questo e Vacanze al mare – diciamo la verità – comunque non c’è gara.

Venerdì 24 febbraio

Mad city (Costa-Gavras, USA, 1997), 12.05, DT

Anche se non è uno dei capolavori di Costa-Gavras, è comunque un film intelligente, ben costruito e ottimamente interpretato da Dustin Hoffman. La storia è quella di un guardiano notturno di un museo, che, per riavere il posto da cui è stato licenziato, sequestra i visitatori minacciando di ucciderli, e del giornalista cinico che, fiutando lo scoop e i vantaggi per la propria carriera, gli si fa amico. Una interessante riflessione sulle capacità di manipolazione della televisione nei confronti della cosiddetta ‘libera pubblica opinione’. Da vedere.

 

 

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