Pubblicato da: giulianolapostata | 18 febbraio 2012

“In Time”, A. Niccol, USA, 2011

Che disastro! La tragedia di aver esordito con un capolavoro (Gattaca, 1997) è che poi sei condannato a superarlo, o  a ripeterti tragicamente. Com’è successo, per esempio, a Sam Mendes, che mai più ha saputo eguagliare l’algida e drammatica bellezza di un altro capolavoro, il suo American Beauty (1999). È perfino imbarazzante parlar (male) di questo film, tante e tali sono le sue manchevolezze: a partire da un assoluto, disperato, pneumatico vuoto di idee (il ‘blocco del cineasta’?!), che induce Niccol a fare qui nient’altro che la parafrasi di Gattaca, a volte copiandone perfino situazioni e stilemi. Come, per esempio, la nuotata nel mare, nuovamente notturno e nuovamente fumante e nuovamente simbolo di trasgressione. O la ripetizione insistente di battute che dovrebbero esprimere valenze diverse a seconda delle situazioni e dei personaggi che le pronunciano (“È rubare se è già stato rubato?” e molte altre). Anche l’ambientazione ‘minimalista’ e volutamente ‘antifantascientifica’, che in Gattaca creava un’atmosfera onirica di profondissima magia, qui si riduce a pura e semplice miseria visiva. Gli ‘uomini dello spazio’ di Gattaca erano figure simboliche e lontane; qui, le guardie del corpo di Vincent Kartheiser sembrano un incrocio tra le Jene e Man in Black. Là Uma Thurman aveva l’eterea bellezza di una creatura delle stelle, qui Amanda Seyfried sembra una caricatura della Valentina di Crepax. Là Etan Hawke esprimeva la commozione e il sogno di un individuo che vuole inseguire il sogno oltre ogni barriera, e Jude Law era il suo saggio e disperato Mentore; qui Justin Timberlake non esprime niente per la semplice ragione che la sua performance attoriale si risolve in una monolitica monoespressività. Per non parlare, appunto, della sua partner: a parte due belle tette, niente da dichiarare. Svanito anche il rigore assoluto di quella sceneggiatura, più – ho sempre pensato – apologo filosofico che film di ‘fantascienza’. Qui seguiamo una storia slabbrata che si intorcola sempre più, e ad un certo punto cominciamo impazienti a guardare l’orologio, calcolando quanto può mancare alla fine, e se l’ennesima scena inutile può essere finalmente l’ultima. Quel minimo di riflessione sociomorale che il film qua e là pare suggerirci, si annacqua poco per volta in una elementare storiellina alla Bonnie and Clyde, che delude ed irrita. Un disastro, appunto, su tutti i fronti.

 

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