Pubblicato da: giulianolapostata | 11 febbraio 2012

Multivisioni – Sabato 11 febbraio 2012

 Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

“Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

L. Wittgenstein

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Sabato 11 febbraio

The next three days (P. Haggis, USA, 2010), 15.05, DT

Ma perché, ma chi glie l’ha fatto fare. Il conto del dentista da pagare? Un voto da sciogliere a Santa Bernarda da Hollywood perché la segretaria di produzione finalmente glie l’ha data? Un semplice colpo di mona? Chissà. Fatto sta che questo film è una tragica delusione, specie per uno che ha al suo attivo due capolavori come Crash (2004) e Nella valle di Elah (2007). In confronto, TNTD è un film di considerevole noia ma soprattutto di desolante ‘inutilità’. La trama. John Brennan, professore in un liceo di Pittsburgh, si vede d’un tratto portar via la moglie dalla polizia, con l’accusa di omicidio. Le prove a suo carico sono semplici quanto schiaccianti, ed ogni mossa legale è inutile: Lara viene condannata a vent’anni, senza possibilità di appello, nonostante lei si dichiari innocente, presentando una versione dei fatti totalmente diversa da quella dell’accusa. Vistasi preclusa ogni possibile soluzione legale, John prende la decisione più incredibile, per un uomo come lui: far evadere la moglie e fuggire sotto falso nome in un paese in cui non vi sia estradizione. Inventandosi dal nulla competenze criminali che prima gli erano assolutamente estranee, John mette in moto un meccanismo che, se tutto andrà come si deve, porterà Lara alla libertà. La noia, tanto  per cominciare. Tutto, nel film, è assolutamente prevedibile (alzi la mano chi, mentre lui sta buttando via i sacchi della spazzatura, non ha già capito lo scopo di quel gesto), dai maneggi di John allo svolgimento degli eventi, sino alla soluzione finale. Sono situazioni già viste cento volte, che non possono concludersi se non in un solo modo, e Haggis non ce ne risparmia una, dai goffi tentativi di un ‘uomo qualunque’ per infiltrarsi nel mondo della criminalità alle ‘intuizioni’ della polizia, sempre un minuto in ritardo sui suoi piani accuratamente preparati. Solo ci fa grazia – e bisogna confessare che l’avevamo attesa con terrore per tutto il film – dell’happy end con tanto di riconoscimento dell’innocenza della principessa, anche se ci va pericolosamente vicino. E poi l’inutilità. Non c’è un briciolo di giustificazione, a questo film. Il plot, come abbiamo detto, è stravisto e scontato, ma il punto è, principalmente, che tutto si esaurisce proprio in quel plot. Approfondimento psicologico, banale, vicino allo zero. Agganci e connessioni sociali e culturali, zero anche quelle: il film si svolge lì e oggi come potrebbe svolgersi duemila anni fa nell’Impero Romano. Una ‘storia’ qualunque, insomma, nel senso più banale del termine. Indubbiamente bravi Elizabeth Banks e Russel Crowe. Che certo ormai il mestiere lo conosce, anche se non può fare a meno di dar continuamente l’impressione di chiedersi ‘cosa ci faccio io qui’, e per rendersi conto davvero di quanto, invece, le sua capacità possano scavare psicologicamente ed umanamente in un personaggio naturalmente con una diversa sceneggiatura ed anche, ahimè, con una diversa regia, basta ricordare solo il magnifico giornalista di “State of Play” (K. MacDonald, USA, 2009). Insomma, secondo me potete anche andare a farvi un pisolino pomeridiano. Provaci ancora, Haggis.

Shampoo (H. Ashby, USA, 1975), 23.10, Sky

Un parrucchiere di lusso a Beverly Hills se le scopa tutte ma non è felice. Vuota commedia con velleità politiche (molto ben nascoste, peraltro: praticamente introvabili), scritta e interpretata da Warren Beatty, riemerge dagli abissi dei palinsesti, dove avrebbe potuto tranquillamente rimanere. All’epoca ebbe un suo fugace momento di gloria perché certa ocaggine femministe credette di vedervi chissà quale messaggio di liberazione. Rimane una sciocchezza inutile di cui potete serenamente fare a meno.

Domenica 12 febbraio

Apocalypse now (F.F. Coppola, USA, 1979, 21.25, DT

Celeberrimo e – con tutto il rispetto per il Maestro – spaventosamente noioso. Sembra incredibile, soprattutto quando si legge che la sceneggiatura è del sulfureo J. Milius, eppure la vicenda del capitano che deve raggiungere ed eliminare il colonnello Kurz – che in un fiume della Cambogia ha creato un suo personale regno di morte – si trascina pesantemente per due ore e mezza, e nemmeno la ‘gigantesca’ presenza di Marlon Brando riesce a darle vita. Joseph Conrad declina ogni responsabilità.

Inside man (S. Lee, USA, 2006), 23.25, DT

Capita abbastanza spesso che i registi ‘radicali’ del cinema americano decidano di fare un film per mostrare il ‘lato oscuro’ del capitalismo. Poiché però, “per la contraddizion che nol consente”, non è loro possibile andare fino in fondo, i risultati sono spesso bizzarri. A volte ne vien fuori un prodotto più che onesto e convincente, come, ad esempio, il bel Wall Street, di O. Stone (1987), che ci racconta la totale ‘amoralità’ che sta dietro alle speculazioni di borsa. Altre volte, invece, ci ritroviamo per le mani un film come questo, tanto strampalato e tirato per i capelli quanto modesto e ‘piccolo’. L’assunto di fondo sembra essere quella battuta attribuita a B. Brecht, secondo la quale “è più immorale fondare una banca che rapinarne una”. Così la sembra pensare – ma gli spettatori lo scopriranno ‘solo vivendo’, e con tanta pazienza – l’organizzatore di una strana rapina ad una banca di New York. Ci sono soldi, naturalmente, in quella banca, a pacchi, ma ci sono anche cassette di sicurezza, e come si sa le cassette di sicurezza racchiudono spesso inconfessabili segreti. Una di esse appartiene, pensate un po’, al fondatore della banca in persona, un uomo molto anziano, che appena viene a sapere della rapina in corso si mette in contatto con una strana donna, una specie di Robin Hood per ricchi, specializzata per tutelarne gli interessi e difenderne, appunto, anche il più ignobile dei segreti. Non possiamo andare oltre nella narrazione, per non rovinare il piacere di scoprire il meccanismo, probabilmente l’unico piacere di un film tutto sommato abbastanza scontato. Il segreto di C. Plummer – quello su cui, appunto, sembra fondarsi tutto l’assunto morale del film – è, in fondo, abbastanza banale, e, sia pur con tutto il rispetto per quella magnifica serie, più che un film sulle contraddizioni del capitalismo fa venire in mente una puntata della Piovra, se non il vecchio e pesantissimo Dossier Odessa (1974). ‘Tutto qui?’ si chiede lo spettatore, che sulle vergognose origini di molte celebrate ricchezze ormai ne ha sentite tante da aver bisogno di qualcosa di peggio, per stupirsi. Meno piatto e noioso di Malcom X (1992) (se non altro perché si sta a vedere come va a finire), meno confuso e pasticciato di SOS (1999) (ma qui gli fa gioco la sua struttura da ‘poliziesco’), Inside Man lascia davvero il tempo che trova. Quanto a Denzel Washington, penso che con questo film abbia esaurito ogni possibile variante di espressioni nella gamma del poliziotto-che-sembra-cattivo-ma-è-buono-e-intelligente. Sarebbe davvero curioso vedere se, la prossima volta, riesce a fare qualcosa di diverso. Permettetemi di concludere con una malignità. Come sappiamo, a New York non corre precisamente buon sangue tra la comunità nera (spesso islamica) e quella ebraica, e dunque a me non me lo toglie dalla testa nessuno che ci sia un minimo spunto antisemita, magari del tutto involontario e inconscio, nell’aver dato al rabbino il ruolo che ha. Come diceva Andreotti, “a pensar male si va all’Inferno ma ci si azzecca”.

Lunedì 13 febbraio

Somewhere (S. Coppola, USA, 2010), 21.15, DT

Mai, nella mia vita di cinefilo, avrei pensato di dovere un giorno parlar male di un film di Sofia Coppola, ma il troppo è troppo, soprattutto quando, dopo tre capolavori (Il giardino delle vergini suicide, 1999; Lost in translation, 2003; Marie Antoinette, 2006), il suo quarto film è una vuota nullità; soprattutto quando questa nullità viene premiata col Leone d’Oro, per ragioni che, francamente, ci sfuggono. A meno che non si debba dar retta ai pettegolezzi sull’influenza che avrebbe avuto sulla scelta la passata liaison tra il Presidente della Mostra e la regista: ma, sinceramente, a questo non vogliamo nemmeno pensare. Comunque, le cose stanno così. Johnny è un attore divorziato, che trascorre giornate inutili tra alcol, droghe, sigarette e sesso senza volto. Improvvisamente, la ex moglie gli scarica per alcune settimane la figlia Cleo, undicenne: dovrà occuparsene fino alle vacanze estive. La normalità e la semplicità di Cleo e la naturalità del suo affetto scuotono e turbano Johnny, che grazie ad esse viene  poco a poco indotto a riflettere sulla mancanza di senso della propria esistenza. Dopo averla accompagnata alla partenza, Johnny improvvisamente dà un taglio a tutto il suo vivere precedente, lasciando dietro di sé, mentre s’incammina nel deserto, il simbolo più bello della sua vita apparente. Attenzione, però. Quello che vi abbiamo raccontato non è un film: è uno story board, sono note a margine, didascalie, sono le ‘finestre’ che nel cinema muto intervallavano le scene per spiegare (appunto), commentare (appunto) e introdurre. Perché niente, nel film, assolutamente niente di quel che vedete ‘parla da solo’, niente ‘esprime’, niente ‘simbolizza’. Quella che vedete è una serie senza fine di scene lentissime e piatte, quasi a sé stanti, di cui intuite quale dovrebbe essere il significato (come se alla base dello schermo stesse scorrendo il copione), ma che mai, nemmeno una volta, acquistano vita propria, si gonfiano di sentimenti, emozioni e ‘significati’. Si consulta ossessivamente l’orologio, seduti in sala, mentre passano implacabili novantotto minuti di nulla, di rado interrotti da micidiali banalità, cui si stenta perfino a credere (“La mamma non so quando torna, e tu non ci sei mai”. “Mi dispiace di non esserci mai”). Lasciando perdere le incongruenze. Ma chi c**** glie li manda, gli sms: la sua ‘metà oscura’? La CIA nel suv nero? Gli alieni? La performance attoriale, chiamiamola così, è coerente col tutto. Elle Fanning sembra uscita dal set di “Piccole modelle crescono”, inconsistente ed inespressiva; Stephen Dorff sembra sempre appena alzato dal letto, senza saper bene che fare di sé. Dopo il primo minuto (sessanta infiniti secondi: cronometrateli), in cui una Ferrari gira in tondo nel deserto da destra a sinistra, un bello spirito, che evidentemente aveva già capito tutto, ha udibilmente mormorato dal fondo: “Tranquilli, nel secondo tempo gira da sinistra a destra”. Molti hanno sghignazzato, qualcuno lo ha guardato male. Ma anche loro, alla fine, l’hanno cercato per stringergli la mano.

Martedì 14 febbraio

Il mio migliore amico (P. Leconte, Francia, 2006), 17.40, DT

François è un antiquario parigino di successo. Ha una bellissima casa, molti ‘amici’ di buon livello (bon chic bon genre, come si dice a Parigi), un’agenda fittissima di impegni, ed alcune idiosincrasie, tra le quali quella di non voler guidare nel traffico della città. Ha anche una donna, apparentemente innamoratissima di lui, ma questa relazione pare quasi ‘scivolargli’ addosso, senza coinvolgerlo minimamente nell’intimo. Dello stesso tipo sono anche i suoi rapporti col suo prossimo – gli ‘amici’ di cui sopra, i clienti, la gente che incontra e di cui ha bisogno: formalmente cordiali, educati e brillanti, senza che però nulla di sé vi rimanga compromesso. La sua vita scorre così, ‘felice’, sino a quando proprio la sera del suo compleanno, uno di coloro che egli considera appunto ‘amici’ gli getta addosso, crudamente ma con assoluta sincerità, la verità: lui non ha amici ‘veri’, non ne ha nessuno. Quelli che stanno attorno a quel tavolo sono sì dei buoni conoscenti, legati a lui da vincoli sociali ed economici, ma l’amicizia è un’altra cosa e, tanto per dirne una, probabilmente nessuno di loro verrebbe al suo funerale. François rimane irritato da questa uscita, che considera tanto bizzarra quanto assurda, e addirittura infantilmente scommette: entro la fine del mese, presenterà loro “il suo migliore amico”. Ha meno di quindici giorni di tempo. Convintissimo di risolvere la faccenda in poche ore, François si trova invece subito a sbattere la faccia con una realtà che non sospettava: di tutti quelli che affollano la sua agenda, nessuno si ritiene suo amico, men che meno quelli che lui riteneva più vicini. La sua sicurezza comincia lievemente ad incrinarsi, e rendendosi conto che, se non vuol perdere la scommessa – l’unica cosa che pare interessarlo – un amico ora deve farselo, sceglie come ‘maestro d’amicizie’ proprio il tassista che di solito lo scarrozza per Parigi, un giovane semplice, di modestissima cultura, di cui però l’ha colpito la straordinaria capacità di stabilire legami di simpatia praticamente con chiunque incontri. Comincia così uno stranissimo rapporto, che ha come scadenza la fine del mese che si avvicina, e come obiettivo la conquista di questo sospirato quanto – sembra – irraggiungibile “miglior amico”. Giorno dopo giorno, François sarà costretto a fare i conti con l’aridità della sua vita, e con la meschinità dei suoi rapporti umani; imparerà che l’amicizia non si insegna e nemmeno, come naturalmente lui pensava, si può comprare; conoscerà livelli di relazione umana che nemmeno sospettava che potessero esistere e che, di conseguenza, fatica a capire, perché gli sono estranei; scoprirà di essere davvero senza amici, solo come un cane; e dovrà trovare la strada, intima e inesplorata, della vera amicizia. Ancora una volta, questo è Patrice Leconte: il poeta a volte tragicissimo (Il marito della parrucchiera, 1990) a volte lieve e quasi favolistico (Confidenze troppo intime, 2003) dell’animo umano, che egli indaga e racconta sempre con massima levità, poesia e umanissima pietas. Lo coadiuva, questa volta, uno dei suoi attori-icona: quel Daniel Auteuil dall’immensa sensibilità, che dopo aver dato vita, in passato, ad uno dei personaggi più disperati del cinema francese (N. Garcia, L’Avversario, Francia/Svizzera/Spagna, 2002), ha dimostrato di sapersi cimentare anche in ‘commedie’ amare come questa, con una recitazione limpida e sfaccettata, praticamente perfetta.

Zodiac (D. Fincher, USA, 2007), 21.10, Canale5

Quando fa da solo, Fincher fa bene, se non benissimo. Per esempio, suoi sono l’ottima terza puntata di Alien (1992), il bel Seven (1995), un thriller disperato ed umanissimo, e soprattutto il bellissimo Fight Club (1999), uno dei film più eversivi, anarchici e ribelli del cinema americano. Ma questa volta ha voluto raccontare una storia già ‘scritta’ da altri, cioè una storia vera: quella del serial killer che, dal 1969 agli anni Ottanta, terrorizzò gli USA con una serie di assurdi omicidi, oltretutto sfidando la polizia a prenderlo mediante lettere e messaggi cifrati che inviava regolarmente. Certamente l’ha fatto senza rinunciare al suo gran mestiere, e infatti bisogna ammettere che il film è confezionato molto bene: ben recitato, ben fotografato, ben montato, ben narrato (non era facile mettere insieme una sceneggiatura comprensibile da vent’anni di complicatissime indagini). ‘Troppo’ ben narrato, però: perché è stata proprio l’ossessione di raccontare tutto, in ordine, con chiarezza, di render conto di tutto, di non trascurare nulla, che ha ammazzato il film. Non c’è una sola favilla di passione, o di suspense, in queste due ore e passa, sia nella presentazione dei delitti che nelle vicende personali del giornalista che alla soluzione del caso dedica vent’anni della sua vita, mettendo a rischio il suo stesso matrimonio La storia scorre via silenziosa e diligente, ma senza l’ombra di un’emozione, anzi, con una considerevole dose di noia. E non si dica che è perché ‘sappiamo già come va a finire’: infiniti sono i film di cui ‘sappiamo già come va a finire’, ma la genialità di un regista sta proprio nel riempire di vita nuova una storia arcisaputa, e magari già raccontata cento volte. Qui assistiamo solo ad un lodevolissimo esercizio di bella grafia, ma totalmente vuoto di ‘contenuti’, anzi di vita. Peccato, per tutto quel talento sprecato. Provaci ancora, David.

Assassinio sull’Eiger (C. Eastwood, USA, 1975), 21.10, DT

Un discreto ‘mountain thriller’, nobilitato comunque dal mestiere di Eastwood e dalle sue belle riprese di scalate. Piacevole. Varrebbe comunque la pena, se avete tanta ma tanta pazienza, di andare a cercare, su qualche bancarella o in qualche biblioteca di provincia, i romanzi di Trevanian (J.B. Savage, 1925-1992), da uno dei quali è tratto questo film: sono gialli raffinati, intelligenti e colti, che non deludono (Il ritorno delle gru, Il castigo dell’Eiger ecc.).

Mercoledì 15 febbraio

Non bussare alla mia porta (W. Wenders, Germania, 2005), 21.00, DT

Howard Spence, famoso attore di western ormai in declino, come il genere che ha sempre interpretato, fugge improvvisamente dal set del suo ultimo film, una Monument Valley che è sì, ovviamente, ‘vera’, ma che, ai suoi occhi, appare disperatamente ‘finta’ e vuota. Vuota come la sua vita, come il suo passato di alcol, droga e donne, tante, dappertutto, ché nemmeno se le ricorda. Rifugiatosi a casa della vecchia madre, alla ricerca di se stesso – la sua stanza è ancora lì, ed anche la vecchia macchina di suo padre – Spence viene a sapere proprio da lei che su nel Montana, da qualche parte, lui ha un figlio, avuto da chissà chi. E Spencer parte: alla ricerca di se stesso, di qualcosa che dia un senso al suo passato, forse anche di un ubi consistam, forse della vecchia, cara e ‘banale’ famiglia. Stranamente non è solo nel suo viaggio. La sua strada si incrocia con quella della dolcissima Sky, che porta non si sa dove l’urna con le ceneri della madre appena morta, e di Sutter, l’agente della produzione che deve riportarlo sul set a finire il suo lavoro., e tutti i fili si intrecciano, a comporre finalmente una trama che metta pace nella sua esistenza. Wenders – autore, è bene ricordarlo, di quel Cielo sopra Berlino (1987) che è uno dei film più belli di tutti i tempi – scrive qui una storia al tempo stesso intimistica ed elegiaca, che diventa spesso solenne nei ritmi e nella tessitura. La sceneggiatura e i dialoghi sono pregni di quella tenera follia che ha insegnato Kaurismaki, la fotografia è densa di colori, forte, espressiva, le inquadrature sono splendidi quadri di Edward Hopper che si sono staccati dalle tele e sono tornati nelle strade. Un film bellissimo e commovente, assolutissimamente imperdibile.

Un tram che si chiama desiderio (E. Kazan, USA, 1951), 16.30, DT

Blanche, vedova ma sessualmente inibita, si trasferisce a New Orleans, a casa della sorella. Lì, mentre cerca di farsi sposare da un corteggiatore di mezza età, subisce invece, prepotentemente, il fascino animale e vitalistico del cognato, e questa ‘schizofrenia’ la condurrà all’autodistruzione ed alla follia. Capolavoro dolente e malinconico, da un dramma di Tennessee Williams, magnificamente interpretato da un Marlon Brando forse mai così ‘forte’, e da una Vivien Leigh struggente e delicata. Un magnifico dramma di morte, fotografato in un b/n denso e sensuale. Assolutissimamente imperdibile.

Giovedì 16 febbraio

Nemico pubblico (M. Mann, USA, 2009), 21.15, DT

Film come questo appagano e consolano. Appagano, perché l’emozione – le emozioni – sono tali e tante, così raffinate, così diversificate, che occorrono giorni e settimane, se non mesi, per metabolizzarle tutte, e intanto la meraviglia continua a ripetersi nella mente. Consolano dalla visione del ‘resto’, di un cinema che sì, a volte offre certamente ‘prodotti’ apprezzabili, ma che, a fronte di un’opera d’arte come questa, si allontana immediatamente in uno sfondo indistinto nel quale ogni elemento si perde, senza personalità e senza connotazioni. Mann – è stato detto giustissimamente – è un autore “classico”, e non a sproposito, durante la visione, ci è venuto alla mente il grandissimo John Ford, e il suo Ombre rosse, quel film la cui bellezza e perfezione ancor oggi incantano e ammaestrano, di cui NP condivide molteplici livelli artistici. La ‘fisicità’ delle figure, per esempio, che rende oggetti e persone ‘veri’ e vivi, anche con un uso della macchina da presa che insegue e concretizza uomini e scene (e certo non è stato estraneo alla scrittura di questa dimensione fisica il fatto di aver girato non solo negli stessi paesaggi, ma spesso nelle stesse strade e addirittura nelle stanze in cui Dillinger agì e morì). Per Mann, nessun bisogno di 3D, l’ultimo misero espediente di un cinema ormai privo non solo di idee ma ancor più di ispirazione, che si affida disperatamente ai ‘trucchetti’ per cercare di strappare qualche ‘oooh’ di superficiale meraviglia. L’epicità, ancora. Eroi trionfanti, eroi perdenti, quelli di Ford. Eroe malinconico questo Dillinger di Mann: che vive e brucia la sua esistenza in meno di due anni, che non ‘pensa al futuro’ (non è un caso se un altro americano, Jack Kerouac, pochi decenni dopo scriverà: “Gli unici che contano per me sono i matti, gente che è abbastanza pazza da vivere, da parlare, da lasciarsi salvare, da desiderare tutto e subito, quelli che non sbagliano mai, che non parlano per luoghi comuni, ma bruciano, bruciano, bruciano e sembrano fuochi d’artificio gialli che esplodono, aprendosi come ragni tra le stelle e lasciando intravedere nel mezzo il punto azzurro dello scoppio e tutti fanno: “Ahhh!”); cavaliere con un senso infrangibile dell’onore, che non dimentica mai un amico o un benefattore, che promette, e mantiene fino all’ultimo: ‘Avrò cura di te’; che continua a sfidare la morte faccia a faccia, mentre altri hanno già scoperto le sozze manovre del crimine organizzato e delle sue sporche compromissioni con la politica. Ford ‘scrive’ magnificamente la scena vibrante dell’inseguimento alla diligenza, e qui parallelamente ritroviamo quella che possiamo chiamare la maestria coreografica di Mann (senza confronti, assolutamente, per esempio, la sparatoria nella discoteca in Collateral, o l’inseguimento sulla falesia e il cercarsi dei due innamorati nel cortile del forte nell’Ultimo dei Mohicani): lasciano senza fiato, in NP, le entrate nella banca, armoniose e potenti come grandi scene di ballo. Fisicità anche come ‘realtà’. “La Depressione nel film non c’è”, scrive Natalia Aspesi nella sua recensione sulla Repubblica di sabato 7 novembre (assolutamente da leggere: esempio unico di cecità assoluta di fronte ad un capolavoro). La Depressione c’è eccome, ma Mann, come Baudelaire, pensa che “I poemi lunghi sono la risorsa di coloro che non ne sanno scrivere di brevi”, per cui a lui non servono teorie di miserabili lungo le strade, mense operaie, fabbriche chiuse, caricature di Uomini e topi. Basta l’immagine folgorante di quella donna col suo vestito misero e scolorito, in piedi davanti ad una casa cadente ed altrettanto misera, persa in un deserto di nulla, che dopo avere ospitato la banda dopo la rapina, chiede a Dillinger: “Portami via con te”, con nel cuore la desolazione di nessun futuro, e negli occhi la bellezza di una meteora che ha appena visto passare, e non rivedrà mai più. Lì c’è tutto, e non occorre altro. Con Ford, Mann ‘condivide’ anche, diciamo così, un cast di attori prodigioso. Depp si esprime più per sguardi ed emozioni che per parole, in quella che certo è la sua più matura e profonda interpretazione. Christian Bale è forse – possiamo osare dirlo? – perfino anche più bravo. ‘Attore’ di un ordine che significa solo morte, a quella stessa morte guarda con curiosità da entomologo, finché il suo significato gli giungerà al cuore, conducendolo al suicidio pochi anni dopo la morte di Dillinger. In NP Mann continua quello ‘sperimentalismo fotografico’ già presente in Miami vice ma soprattutto in Collateral. Ne risulta una fotografia anch’essa ‘attrice’ e strumento drammatico, che dalla dimensione della realtà può passare a quella della tragedia. Mirabile, semplicemente mirabile, la scena successiva alla morte di Dillinger, in cui le cose paiono sbriciolarsi, le superfici si sgretolano e si frantumano, le immagini si sfaldano e la luce si sgrana e si impolvera. Pare una fine del mondo (così è per Purvis, che attraversa la scena travolto dalla bufera del suo cuore), ed è un ultimo, incredibile, sprazzo di genio e maestria.

La leggenda del pianista sull’oceano (G. Tornatore, Italia, 1998), 23.30, DT

Favoletta tanto leccata ed elegante quanto inconsistente e noiosa. Il 1 gennaio 1900 un bambino viene abbandonato su un transatlantico e vi trascorre tutta la vita, diventando un bravissimo e misterioso pianista. Insopportabile segolina intimista con pretese di kolossal, che affondano miseramente in un lirismo da quattro soldi. Dio perdoni, se può, chi ha definito Tornatore l’erede di Sergio Leone.

Carlito’s way (B. de Palma, USA, 1993), 18.35, DT

1975. Carlos Brigante, spacciatore e malavitoso, torna ad Harlem dopo cinque anni di prigione. Sembrano pochi, ma è passata una vita. Tutti lo accolgono col rispetto e l’entusiasmo dovuti ad una leggenda, ma – Carlito lo percepisce benissimo – le leggende sono roba vecchia. Nuovi stronzetti rampanti scalpitano per strappargli lo stuoino di sotto ai piedi, e tagliarsi ingordamente una fetta di torta molto più grande di quella di cui si accontentava lui. Così Carlito decide di andarsene. Rientra nel giro ma tenendosi fuori dalle porcherie, e solo per quel tanto che gli permetterà di metter da parte il gruzzoletto destinato a realizzare il suo sogno: fuggire alla Bahamas con l’unica donna che abbia mai amato. Però, Carlito è anche un ‘uomo d’onore’: i debiti vanno pagati, gli amici vanno aiutati. Solo che, e se ne accorgerà a sue spese, anche quel codice è roba vecchia, e gli amici non sono più quelli di una volta. Lunghissimo flash back – 144” che scorrono senza un solo istante di noia – CW è un capolavoro senza confronti, un’inarrivabile lezione di Cinema, un film che emoziona e turba quasi più per la sua perfezione stilistica e tecnica che per le emozioni che mette in scena. Noir ‘stereotipo’ fin nelle midolla, CW rielabora e rinnova quell’eredità offrendo una vicenda nuova e fresca, commovente e coinvolgente, ulteriore testimonianza di come questa sia l’opera di un Maestro. Gli attori sono magnificamente bravi, ma anch’essi – come dovrebbe sempre essere – strumenti che il Maestro suona alla sua bisogna. Al Pacino è il malavitoso che sogna invano di sfuggire al proprio destino; Sean Penn è l’avvocato corrotto, omuncolo schiavo della propria viltà e della propria ignavia prima ancora che dell’alcol e della coca; Penelope Ann Miller è poi al di là di ogni lode, interprete di un personaggio che sembra ‘clonato’ dai personaggi migliori di Kim Basinger, ma che per intensità ed umanità non solo non la fa rimpiangere, ma addirittura la fa scordare. Assolutissimamente imperdibile.

Venerdì 17 febbraio

The wrestler (D. Aronofsky, USA, 2008 – Leone d’Oro alla 65a Mostra del Cinema di Venezia, 2008), 21.05, Rai3

Ve lo ricordate il sorriso di Harold Angel (Angel heart, A. Parker, 1987)? Quel sorriso timido, infantile, spaurito ed amaro, che lo conduce di orrore in orrore, fino alle soglie dell’Inferno? Sembra impossibile, ma se farete attenzione ogni tanto riuscirete a coglierne ancora qualche sprazzo nel volto devastato di Andy “The Ram” Robinson, come se per il bellissimo Mickey Rourke di allora vent’anni di botte e stravizi non fossero riusciti a spegnere, in quel “vecchio pezzo di carne maciullata” che è adesso, il suo amore e al tempo stesso la sua paura per la vita. In questo magnifico film – si dice non il suo canto del cigno, ma la fiammata in cui ancora una volta la Fenice par voglia rigenerarsi – Rourke è un vecchio eroe del wrestling degli anni Ottanta. Un tempo invincibile, oggi porta in giro a fatica il suo corpo provato da mille combattimenti. Pieno di acciacchi, imbottito di farmaci, con un apparecchio acustico da poco prezzo piantato nell’orecchio, Andy non ha salvato nulla dei successi d’un tempo. Non il denaro guadagnato a piene mani, sputtanato a donne e whisky. Oggi vive in una vecchia roulotte, e qualche volta non riesce nemmeno ad entrarci a dormire, perché quando non paga l’affitto (spesso) il padrone lo chiude fuori. Non una famiglia. Della donna che gli ha dato una figlia nulla si sa, e quella figlia lo odia, per non essere stato un padre, per essere sempre rimasto assente dalla sua vita. La gloria, però, gli è rimasta, e quando ancora si esibisce in incontri di serie B, il pubblico che lo ricorda, o che addirittura lo conosce come una leggenda, e lo acclama ritmando il suo nome, gli fa vibrare il cuore. Ed anche la dignità, gli è rimasta, quella che gli fa sopportare un lavoretto di merda in un supermercato per tirar su qualche dollaro e andare avanti. E un’altra cosa: la purezza del cuore. Nonostante tutto, Andy è davvero un puro di cuore, che né la violenza né la decadenza hanno potuto incattivire, ancora capace di gesti semplici e gentili, ancora in grado di commuoversi, ancora colmo di quell’umanità che forse nella sua vita non ha mai trovato il modo di esprimere davvero, ripiegando sui compagni del ring e sul pubblico, “la sua vera famiglia”. E lo sa bene Cassidy, la spogliarellista che, nonostante i rigidi confini emotivi che si è imposta verso i clienti, non riesce a fare a meno di innamorarsi di lui. Ma sono gli ultimi fuochi, per Andy, uno che “ha sempre bruciato la candela da entrambi i lati”. Alla fine di un incontro, un infarto lo stronca. Ne esce vivo, ma lo avvisano: ancora uno e sarà la fine. Andy prova dunque a rimettere insieme i pezzi di una vita al limite, ma ormai è impossibile. La figlia lo rifiuta definitivamente, perché c’è troppo da ricostruire, troppo da ricucire, e lei non ne ha la forza. Cassidy par voglia seguirlo, ma all’ultimo momento si tira indietro: ha un figlio da tirar su. Ma non tutto è perduto, anzi niente è perduto, quando la folla ti chiama urlando, quando i ragazzi ti riveriscono come un mito, quando sui manifesti appare ancora una volta il tuo nome scritto in grande. The Ram accetta ancora un incontro, e dal ring guarda con amore e riconoscenza per l’ultima volta il suo pubblico: se per Angel alla fine si aprivano le porte dell’inferno, qui la luce di quell’ultimo riflettore è certo, per Andy “The Ram”, quella del Paradiso. Una grande performance, con tutta evidenza, quella di Mickey Rourke, ma sarebbe comunque un errore leggere questo film come costruito addosso a lui, che anzi qui è tutto meno che un monumento a se stesso, ma attore maturo e sensibile. TW è, soprattutto, un grande film, girato con pudore e delicatezza, e con un’ammirevole sobrietà, che come non assume mai banali toni pietistici, così pure evita accuratamente il remake dello stereotipo ‘solo chi cade può risorgere’, scrivendo una storia che ha i toni della ballata ma anche quelli, semplici e quotidiani, del racconto. Così, per esempio, non è casuale che Aronofsky riprenda quasi sempre il protagonista di spalle o ad una certa distanza, rifuggendo l’icona dell’eroe romantico che riempie lo schermo, e i rarissimi primi piani sono squarci di sentimento preziosi ma discreti, brevi e fulminanti incursioni nella sua anima. Pochi attori, in questo film a fianco di Rourke, e tutti bravissimi: Marisa Tomei è la spogliarellista che combatte la sua personale battaglia per sopravvivere, Eva Rachel Wood è la figlia, il cui isterico dolore nasconde il rimpianto per ciò che avrebbe potuto essere e non sarà più. Assolutissimamente imperdibile.

 

 

 

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