Pubblicato da: giulianolapostata | 4 febbraio 2012

Multivisioni – Sabato 4 febbraio 2012

 Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

“Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

L. Wittgenstein

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Sabato 4 febbraio

 1855 – La grande rapina al treno (M. Crichton, GB, 1978), 22.30, DT

Deliziosa e piacevolissima versione del buon romanzo di Crichton (interessante ed intelligente: da leggere), con uno sfavillante Sean Connery ed un divertente Donald Sutherland. Attenti alla divertentissima schermaglia di doppi sensi tra Connery ed una signora ‘allegra’ al tavolino del tè. Da vedere.

Vampires (J. Carpenter, USA, 1998), 23.35, DT

Un Carpenter davvero DOC, in questa storia di vampiri che, uniti in bande, infestano il New Mexico. Li guida un prete asservito a Satana, bruciato sul rogo in Europa alcuni secoli prima. A combatterli, una squadra di nuovi Crociati, violenti e feroci come il nemico che hanno davanti. Splendide scene di lotta, ottimi effetti speciali (i vampiri che s’incendiano quando vengono esposti alla luce del sole) per uno dei migliori film del genere. Per gli appassionati, imperdibile.

The day after tomorrow (R. Emmerich. USA, 2004), 21.10, Sky

E’ fin troppo facile parlare male di questo film: come si suol dire, è come sparare sulla Croce Rossa. ‘Non è un film ma la prima puntata di un serial televisivo; gli attori non sono attori veri ma degli illustri sconosciuti (ma almeno fanno molto, ma molto dignitosamente il loro mestiere. Mi vengono in mentre altre ‘performances’ di altri illustri sconosciuti i quali, pensando evidentemente di trovarsi di fronte all’occasione della loro vita, hanno dato origine ad esibizioni inconcepibilmente grottesche e canine: tanto per dirne uno, il team di informatici della Polizia in quell’incredibile boiata del Cartaio, D. Argento, 2003); l’unica cosa davvero notevole sono gli effetti speciali; c’è il lieto fine; gli americani sono sempre giovani, belli e coraggiosi’; è inverosimile, eccetera eccetera (senza contare che, probabilmente, molti non hanno mai perdonato ad Emmerich quell’idiozia di Independence Day, 1996). Troppo facile, appunto, forse anche perché, in gran parte, può darsi che sia tutto vero. E tuttavia, pur con tutti i suoi ‘difetti’, un merito, assolutamente importante, questo film ce l’ha: quello di farci riflettere sull’immensa fragilità della nostra società tecnologica. Viviamo in un mondo in cui la Natura è stata negata e rifiutata; un mondo in cui ogni atto, funzione, compito sono stati delegati ad una Tecnologia che è diventata un surrogato di dio, magnifica ed onnipotente; una tecnologia che orgogliosamente consideriamo nostra serva e schiava. Ebbene, quelle immagini ci aiutano a scoprire quanto sia appunto fragile ed inconsistente questa nostra sicurezza, e quanto non sia la tecnologia ad essere nostra schiava, ma quanto siamo noi ad essere suoi succubi, impotenti, non appena essa ci venga meno, perfino a sopravvivere. Pensate. Sono orribili, quelle immagini di strade fino a poco prima colme di auto, di merci lussuose ed inutili, improvvisamente invase dall’acqua, che trasforma tutto in un ammasso di inutile ferraglia; sono orribili le immagini di quella città, fino a poco prima arrogante nella sua potenza e ricchezza, in pochi giorni ridotta ad un pack gelido e mortale, in cui pochi sopravvissuti bruciano libri e mobili per scaldarsi, e contendono il cibo ai lupi di uno stabulario (la nemesi!). E che angoscia, tutti quei computer spenti, i telefoni che non funzionano, treni ed aerei spazzati via, tutta la nostra onnipotente rete di comunicazione annullata d’improvviso, e per vedere se un figlio sta bene bisogna fare quaranta miglia a piedi nella tormenta. Improvvisamente abbiamo paura, improvvisamente ci sentiamo piccoli, fragili, insicuri, improvvisamente ci rendiamo conto di camminare – la metafora è d’obbligo – su una sottile lastra di giaccio, che può spezzarsi all’improvviso, distruggendo la trionfante sicurezza che vi abbiamo edificato sopra. Altro suo pregio – ricordiamo sempre che si tratta di un film tutto made in USA – è l’aver evitato ogni soluzione religioso-misticoide, un topos tipico del cinema americano (tanto più strano per i tempi in cui il film è stato girato, quando in America imperversava il più stupido e fanatico integralismo religioso). C’è un dialogo davvero illuminante, nella sceneggiatura. Quando, nella biblioteca assediata dal gelo, i ragazzi stanno bruciando i libri, il bibliotecario sottrae al rogo una Bibbia. Una ragazza gli chiede: “Tu credi che Dio ci salverà?” e lui risponde: “No: io non credo in Dio”. “Però – dice lei – quella Bibbia te la tieni ben stretta”. “Ma – risponde lui – questa è una Bibbia di Gutenberg, il primo libro stampato al mondo. Io credo che la parola scritta sia stata la più grande conquista dell’umanità, e se la civiltà occidentale deve soccombere, allora io voglio salvarne almeno un pezzettino”. Dunque, se una speranza rimane nel cuore di questi uomini, essa non viene riposta in un astratto fideismo, ma nel Pensiero. Un affermazione inaudita, nel cinema americano, in cui i ‘miscredenti’, tradizionalmente, hanno due sole ‘vie d’uscita’: o la conversione (Clark Gable in San Francisco, W.S. van Dyke, 1936) o la punizione (Achab in Moby Dick, J. Huston, 1956 ). D’accordo, dunque: non sarà un capolavoro. Ma se fosse servito solo a farci riflettere su questo, a farci ritrovare la nostra ‘dimensione’ nei confronti di una Natura che abbiamo dimenticato, a far sì che ci poniamo il problema di un diverso, paritario, rispettoso rapporto con l’ambiente e il mondo, allora solo per questo è un film buono e ‘utile’. In un suo articolo sul Corriere della Sera del 30 dicembre 2004, Viviano Domenici parlava dei miti cosmogonici degli indigeni della Andamane, uno dei molti luoghi completamente spazzati via dall’apocalittico maremoto di quell’anno. I vecchi delle isole raccontavano ai giovani che le isole stavano sospese su un albero, ma che gli spiriti maligni che vivono sotto terra un giorno le avrebbe scosse e fatte cadere di sotto, e tutto sarebbe finito. Di questa ‘superiorità’ della Natura sull’uomo, questi popoli erano dunque da sempre coscienti, questi popoli che noi bianchi europei e poi anglosassoni abbiamo sempre etichettato con lo stupidissimo ed arrogante appellativo di ‘primitivi’: e mai come ora, quell’aggettivo mostra tutto il suo contenuto di insipiente presunzione.

Domenica 5 febbraio

Amen (Costa-Gavras, Francia, 2002), 19.00, DT

Uno dei migliori film di Costa-Gavras – per valore etico, rigore narrativo, concisione narrativa – tratto dal dramma Il Vicario di R. Hochut (1963), che per la prima volta demolì il ‘mito’ cattolico di Pio XII difensore degli Ebrei contro il nazismo, e che per questa ragione da allora è oggetto in Italia, nota enclave del Vaticano, di un feroce ostracismo. Assolutamente imperdibile, tanto più ora che una recente fiction televisiva (“Sotto il cielo di Roma”, 2010) ha tentato di riproporre quella menzogna (http://www.google.it/#sclient=psy-ab&hl=it&site=&source=hp&q=pio+XII+fiction+tv&psj=1&oq=pio+XII+fiction+tv&aq=f&aqi=&aql=&gs_sm=e&gs_upl=1812l6718l0l6953l18l16l0l3l3l4l1437l14031l6-1.12l13l0&bav=on.2,or.r_gc.r_pw.,cf.osb&fp=ea5e4f4cda89baa7&biw=800&bih=392)

Il deserto dei Tartari (V. Zurlini, Italia/Francia/RFT, 1976), 14.05, DT

Dall’omonimo e bellissimo capolavoro di Dino Buzzati, un bel film, che riesce a rendere in modo più che accettabile la febbre esistenziale e lo straniamento dalla realtà espressi nelle pagine del grande scrittore italiano. Un cast strepitoso (Vittorio Gassman, Giuliano Gemma, Philippe Noiret, Jean-Louis Trintignant, Max von Sydow) per un film molto poco conosciuto, che merita assolutamente di essere visto.

Pelham 1-2-3 (T. Scott, USA/GB, 2009), 21.30, DT

È da quel po’ che Tony Scott si è scrollato di dosso la sgradevole etichetta di fratello ‘scemo’ della famiglia, da quando Ridley, che aveva iniziato la carriera con quattro capolavori consecutivi da far la storia del cinema (Legend, Blade runner, Alien, I Duellanti), si è poi impaludato in una serie senza fine di ciofeche. Tony, invece (cui possiamo perdonare Top gun, 1986: era giovane e inesperto …), ha costruito la sua con una serie di film d’azione che, in primo luogo, sono sempre di qualità alta se non altissima (Déjà vu, 2006, è un gioiello), e che, in secondo luogo, spessissimo si prestano ad analisi che, sotto quella ‘azione’, scoprono letture sempre più intelligenti e acute. Così è di questo suo ultimo film, magnifico action movie, certo, come abbiamo già detto, ma anche – e sembrerebbe impossibile – acuta metafora delle paure globali e collettive (la crisi economica, il terrorismo) e di quelle americane (ancora crisi e terrorismo, ma soprattutto l’angoscia, ben lontana dall’essere stata esorcizzata, dell’11 Settembre). Non solo. Altro topos del cinema USA del dopoguerra è l’incubo del Male nascosto nel sottosuolo, nelle viscere della città, che quando meno te l’aspetti riemerge a sconvolgere l’ordine e l’armonia. Nel geniale Them (G. Douglas, 1954), le formiche giganti che riemergevano dalle fogne di New York erano sì il prodotto degli esperimenti atomici, ma erano soprattutto la materializzazione dell’ossessione anticomunista, del nemico invisibile annidato sotto l’apparente serenità della superficie, pronto a distruggere il sogno americano, quello che non ha bisogno d’altro che di due litri di latte per la colazione di domani. Certo, ma tutto, in fondo, era più semplice in quegli anni, anche la distinzione tra buoni e cattivi, mentre oggi, purtroppo non è più così. Walter Garber, impiegato allo smistamento dei treni della metro, è un buono, ma i suoi segreti purtroppo li ha anche lui: è – sarà – un eroe, ma non senza macchia. Ryder, il criminale amorale e sadico che sequestra diciotto persone in un vagone per un riscatto apparentemente principesco, è un cattivo, ma ‘cattiva’ è anche la società ‘sopra’ di lui, quella che produce vedove di guerra con bambini piccoli ed ex marines disoccupati, quella che produce il crollo della Lehman Brothers, le tendopoli di nuovi poveri, le teorie di case in svendita perché i proprietari non possono più pagare i mutui e, nella fattispecie, consente proprio a Ryder di mettere in piedi un suo gioco perverso per far soldi. Ancora una volta i soldi si fanno sul sangue, reale e/o metaforico, della gente comune, e se qualcuno aveva davvero creduto che la Crisi avesse fatto ritrovare al capitalismo una sua ‘moralità’, allora può credere anche a Biancaneve. Di questa ‘confusione di piani’, di questa indefinizione di ruoli, si fa veicolo la fotografia, che dissolve la metropoli in immagini iperveloci ed imprecise, negando sempre anche allo sguardo – oltre che alla morale, come abbiamo appena visto – un ubi consistam. John Travolta, mai così bravo e giustamente sopra le righe, contende il posto di protagonista ad un bravissimo Denzel Washington, eroe imperfetto ed insicuro. E Tony Scott, come dicevamo all’inizio, si conferma con questo film un regista, maturo, intelligente e raffinato: se gli avanza tempo, tra un set e l’altro, potrebbe anche dare qualche ripetizione a suo fratello. Assolutamente imperdibile.

Lunedì 6 febbraio

Operazione Valchiria (B. Singer, USA, 2008), 21.05, Rai3

Una bella e nobile storia, come sempre nobile e bella è la vita di coloro che ad un certo momento decidono di combattere battaglie ‘folli’, e di rischiare tutto ciò che hanno, persino la propria famiglia, quando sentono il dovere di opporsi alla ferocia ed all’assassinio elevato a sistema. Così fu per Claus von Stauffenberg, giovane ufficiale tedesco (era nato nel 1907) nella Seconda Guerra Mondiale. Fin dall’inizio contrario alla guerra, e per questo ‘esiliato’ su fronti scomodi, Staufenberg viene richiamato a Berlino dopo gravi ferite, il che gli acquista la simpatia del Fuehrer. Ma le opinioni di Stauffenberg non sono cambiate. Anzi: il prosieguo della guerra gli mostra con sempre maggior evidenza come non solo la Germania, ma l’intera Europa si stiano avviando verso un baratro spaventoso. Contattato da un gruppo di ufficiali che hanno organizzato l’ennesimo complotto per uccidere Hiltler (quindici ne vennero attuati, e tutti falliti), Stauffenberg ne diviene in breve tempo il leader. E’ lui a pensare, per prendere il potere dopo la morte del Fuehrer, di servirsi delle stesse strutture organizzate proprio da Hitler per prevenire un colpo di stato, appunto l’Operazione Valchiria. Sarà ancora lui a portare la bomba nella sala riunioni ove si trova Hitler. Dopo aver assistito all’esplosione, corre a Berlino per dare il via al suo piano, ma non sa che il Fuehrer non è morto. Dopo le prime ore di successi, la notizia si spande e poco a poco Stauffenberg e i suoi si ritrovano soli. Arrestati dalle S.S., saranno tutti impiccati o fucilati. “Volevamo dimostrare al mondo che non siamo tutti come lui”, dice ad un certo punto uno dei congiurati, ed effettivamente la loro vicenda è una medaglia fulgida sul petto della Germania di quegli anni.  La narrazione si limita ai fatti, asciutta e senza divagazioni, convinta che i fatti parlino da soli alto e forte. Tom Cruise, forse ‘trasfigurato’ dal personaggio che interpreta, evita qualsiasi gigioneggiamento, e crea una figura vera e drammatica. Ottimo anche il resto del cast.

Sulle mie labbra (J. Audiard, Francia, 2001), 19.00, DT

Possiamo definirlo un noir ? Sì, certo, ma di un tipo davvero speciale. Parte come una storia ‘banale’, la vicenda di un’impiegata in un’impresa edile, stressata dal troppo lavoro e dai colleghi, arroganti e maschilisti, soprattutto perché portatrice di handicap (sordastra) e non ‘bella’, vale a dire non corrispondente ai canoni (appariscente e ‘facile’). L’incontro con un nuovo impiegato – ladro appena scarcerato in libertà condizionale – comincia a trasformare la sua esistenza. Attratta eroticamente ma anche ‘emotivamente’ dall’uomo, la ragazza comincia ad intessere con lui un rapporto strano, che, senza mai risolversi sul piano erotico, si trasforma poco per volta in complicità nell’organizzazione di un nuovo colpo, nel quale metterà a sua disposizione le sue capacità nella lettura labiale. Lo scioglimento della vicenda porterà a compimento, anche a livello erotico, la complicità della protagonista. Film ‘modesto’ ed intelligente, SML è arricchito da una fotografia particolarissima: si veda il modo estremamente intimista di ‘chiudere’ le scene, quasi si trattasse di immagini rubate da una finestra che si sta chiudendo e che ci consentono di gettare uno sguardo furtivo sulla vita dei personaggi. Così sono sempre mostrate, ad esempio, le scene erotiche, che acquistano perciò un erotismo intensissimo e quasi morboso, pur essendo, in sé, di una discrezione assoluta. Grande, come sempre, Vincent Cassel, qui spaesato, goffo e ‘selvaggio’ nella sua naturalità; e bravissima – né ‘brutta’ né priva di sex appeal! – Emmanuelle Devos. Un gioiellino semisconosciuto, da scoprire ed apprezzare.

Vallanzasca (M. Placido, Italia, 2010), 21.10, Sky

Si levava, dalla crociata (preventiva, come le guerre di Bush) che la Lega a suo tempo scatenò contro il film di Placido, un insopportabile afror di forca, un odioso sventolio di cappi, quasi una risposta alla foia giustizialista che spazza da tempo il paese. Rom, lavavetri, rapinatori, pedofili, e poi ladri comuni, spacciatori, puttane e compagnia bella: da più anni e da più parti si leva ormai, contro di loro, l’invocazione di una moratoria, sì, ma della legalità. Il carcere è poco, per questa feccia: la pena di morte, ci vuole, magari fucilati in piazza, la domenica mattina, e addebitare i proiettili alla famiglie, come si diceva ai tempi delle B.R. E per sopperire all’inefficienza di uno Stato troppo lassista e buonista, qualcuno si sta già organizzando per amministrare la giustizia in proprio: sempre più spesso piove benzina sugli accampamenti Rom, ed attendiamo gli squadroni della morte, che di notte vadano in giro ad eliminare mendicanti e barboni, esseri inutili e dannosi. Così la pensa – è inutile negarlo – la gran parte degli ‘italiani brava gente’, e di questa sensibilità si è fatta interprete e guida la Lega: fino a dove potrà arrivare, lo scopriremo vivendo. È interessante tuttavia osservare come, da parte leghista, non si siano avute analoghe reazioni quando Placido ha raccontato, in Romanzo criminale (2005), le malefatte della Banda della Magliana, attiva anni fa nel territorio della malfamata ‘Roma Ladrona’: forse, come ha commentato lo stesso regista, alla Lega i banditi vanno bene solo quando sono “immigrati, islamici o terroni”. Senza contare, ha poi aggiunto, “che in questo paese delle stragi mafiose e del terrorismo, in Parlamento c’è chi ha fatto peggio di lui”. Forse, prima di parlare, la Lega dovrebbe guardarsi un po’ intorno, tra i suoi amici più stretti. Ma basta con queste squallide miserie. Chi è, chi è stato – invece –  Renato Vallanzasca? Renato Vallanzasca è un delinquente. Ha rapinato, sparato, ucciso, più volte e in modo atroce. Ha provocato devastazioni alla società e dolore insanabile a numerosi esseri umani. Condannato a quattro ergastoli e a 260 anni di reclusione, ha consumato in galera trentanove dei suoi sessant’anni di vita, più di qualsiasi altro terrorista o criminale comune in Italia. Oggi ‘vive’ ancora nel carcere di Opera, da cui esce al mattino e rientra alla sera, in quanto ammesso al lavoro esterno (il primo giorno gli hanno fregato la bici che gli era stata regalata per andare al lavoro: chi di furto ferisce …). In un Paese in cui si può fare a fette la propria madre e un’ora dopo l’arresto ci si precipita a chiedere ‘perdono’; in un Paese in cui i familiari delle vittime di delitti orrendi pare non attendano altro che l’opportunità di concedere quel ‘perdono’ sotto l’occhio morboso delle telecamere – secondo rituali idioti e osceni mutuati dai talk show televisivi – Vallanzasca non si è mai ‘pentito’ e non ha mai chiesto perdono: “Non sono così ipocrita da chiedere perdono a chi so che non potrebbe concedermelo. Non è dignitoso chiederlo ed è stupido pretenderlo”. Né ha mai preteso di farsi passare per qualche specie di rivoluzionario: “Ho deciso autonomamente di fare un certo tipo di vita, non ho mai accampato scuse, mai pensato di essere una vittima della società”. Ma in questa società, com’è noto, spesso e volentieri si usano due pesi e due misure. È di non molti anni fa la grazia a Sofri, condannato per un delitto certamente esecrabile ma spiegabile – non giustificabile, si badi bene – col disordine morale, culturale e politico dei tempi; lo stesso Sofri che, con gli anni, un po’ di carcere, la fama e i soldi, ha cambiato fronte, e da “lo Stato borghese si abbatte e non si cambia” è passato ad essere, di quello Stato, una colonna ideologica. È di questi giorni la crociata di pseudoscrittori e pseudointellettuali di mezzo mondo per la liberazione di Cesare Battisti, un vile assassino, che ha cercato di verniciare di rosso rivoluzionario le sue squallide infamie. L’unico errore di Vallanzasca – ha commentato qualcuno – è stato quello di sparare in proprio: l’avesse fatto sotto qualche bandiera, oggi come minimo sarebbe direttore di giornale. Andava punito, Renato Vallanzasca? Vanno puniti tutti quelli che come lui causano dolore agli uomini e danno alla comunità? Certamente, ma se è evidente che la pena di morte non è né un deterrente al crimine né una ‘punizione’ giusta e logica, tanto più evidente risulta che non lo sia nemmeno il carcere. A che serve tenere chiusa in cella una persona per cinque, dieci o vent’anni? A fargli frequentare un corso di specializzazione in alta criminalità? A farlo diventare un omosessuale coatto? A farlo diventare un tossico? A riempirlo di rabbia cieca e di vendetta, così che poi possa costituire una lombrosiana dimostrazione che i delinquenti è meglio ammazzarli tutti? E inoltre, sia pur accettando di ragionare secondo questa logica bottegaia, in che modo questo ‘risarcisce’ la società e il singolo del male patito? Ma cos’è, questa: Giustizia, o la versione per adulti delle bacchettate sulle dita e delle scudisciate sul culo di vittoriana memoria? O non è altro che la vecchia, cara legge del taglione? E’ un punto di vista ammissibile anche questo, perché no: ma allora, se non altro per coerenza – virtù molto poco praticata in Italia – cancelliamo dalla Costituzione quell’articolo che dice che la pena deve tendere non alla punizione ma alla rieducazione del condannato. E Michele Placido, in tutta questa storia, che parte ha avuto? Placido ha scritto, con “Vallanzasca”, un film magnifico, uno splendido gangster movie che non sfigura affatto a fianco del bellissimo “Banditi a Milano” (C. Lizzani, 1968) né dello stupendo “Nemico pubblico n. 1” (J-F. Richet, 2008), che pure richiama alla mente. Un film teso, serrato, forte, senza la minima sbavatura, senza il minimo calo di tensione, senza la minima ombra di retorica, senza alcuna traccia di quel giustficazionismo che lettori ignoranti e ottusi hanno voluto vedervi. Un film costruito grazie ad eccezionali performances attoriali, da quella di Kim Rossi Stuart – semplicemente eccezionale – a quelle dei comprimari: Filippo Timi, Enzo, il tossico paranoico; Francesco Sciacca, Francis Turatelo, ambiguo ma nel fondo sincero; Valeria Solarino, Consuelo, la donna intensa e tragica che gli darà un figlio. Un film cui contribuisce la colonna sonora dei Negramaro, che lascia senza fiato. Un film che, per ‘obbedire’ agli isterismi leghisti, all’ultima Mostra del Cinema di Venezia è stato presentato fuori concorso, senza di che Rossi Stuart avrebbe certamente vinto la Coppa Volpi per il miglior attore. Un altro capolavoro, dunque, di quel cinema italiano ‘sociale’ e ‘civile’ che spesso sa dimostrare di che pasta vera sia fatta la nostra intellettualità, quando riesca a galleggiare sopra l’ignoranza e la meschinità. Insomma, un grande film, che ci rende felici.

Martedì 7 febbraio

Oliver Twist (R. Polansky, Francia/GB/Repubblica Ceca, 2005), 22.55, DT

Nella storia dei rapporti tra letteratura ‘di avventura’ (e che Calliope, la Musa protettrice della Poesia, mi perdoni una definizione così riduttiva) e cinema, ci sono due autori che sembrerebbero fatti apposta per il cinema: Alexandre Dumas e Charles Dickens. Dumas par quasi aver profeticamente ‘anticipato’ il genere del ‘cappa e spada’, con le sue storie tutte intessute di duelli, inseguimenti, amori di re e regine, tesori nascosti, intrighi. Dickens, invece, pare aver inventato, cent’anni prima, un genere misto di giallo-thrilling-noir, raccontando di bambini smarriti e ritrovati, di perfidi patrigni ed angeliche madri, di agnizioni condotte sul filo del rasoio. Parrebbe proprio così. Invece – ci avete mai fatto caso? – proprio loro due sono tra gli autori meno ‘tradotti’ per lo schermo. Non solo. Quando lo si è fatto, i risultati sono stati, nella migliore delle ipotesi, mediocri; nella peggiore tragici. Per capirsi. Se onestamente non ho memoria fresca delle precedenti versioni di Oliver Twist (e degli altri – comunque pochi, appunto – film tratti da Dickens) è certo ‘indimenticabile’ quella sciocchezza ignobile della Maschera di ferro (R. Wallace, 1998), solo per citare l’ultimo tentativo; ma possiamo tranquillamente affermare che tutti i film dumasiani si risolvono in gran sventolii di cappelli impennacchiati e gran salti su e giù per i tavoli di un’osteria, fracassando brocche e bicchieri, con la spada in pugno e gridando: ‘Fatti avanti, vil marrano!’. Perché, allora, questo strano esito, quando proprio loro sembrerebbero dei perfetti ‘contenitori’ di materiale cinematografico? Paradossalmente, proprio per questo. Per dirla sinteticamente, ho sempre pensato che la scrittura di Dumas e Dickens sia profondamente ‘cinematografica’, tutta costruita com’è di colpi di scena, bruschi cambiamenti di situazione, ambienti ‘esotici’, caratteri ‘evidenti’, storie complesse ma coerenti; e poi per l’uso assolutamente emotivo e magistrale del ‘colore’ e dell’atmosfera. E dunque, come si può trarre un film da ciò che ‘è già’, un film? E’ possibile, sullo schermo, rendere più cupa e lugubre di quanto già lo sia sulla pagina la scena della decapitazione di Milady, illuminata a sprazzi dalla luna seminascosta dalle nuvole? Ed era possibile – veniamo finalmente al nostro Polanski – girare, sulla morte di Bill Sikes, una scena che avesse, più forte della pagina dickensiana, quella connotazione da bolgia dantesca, da scontro di dannati e diavoli? Si poteva mostrare, con un’intensità maggiore di quanto lo faccia Dickens, la disperata follia di Fagin durante il processo e poi nel corso della sua ultima notte – una, lasciatemelo dire, delle più grandi pagine della letteratura inglese? Secondo me, no: non era possibile. Forse, addirittura, penso che Polanski se ne sia perfino reso conto, ed abbia scelto, per la sua versione, un registro completamente diverso: quello del ‘libro illustrato’. Questo è infatti, secondo me, il suo film: una grande, magnifica, ricchissima edizione illustrata dell’Oliver Twist di Dickens, quale l’abbiamo sempre sognata leggendolo; e se l’obiettivo era questo, bisogna obiettivamente riconoscere che esso è stato raggiunto perfettamente. Par quasi di averlo in mano, di sfogliarlo, e ad ogni ‘pagina’ quasi ci scappa da dire: ‘Ecco, questo è il Mazziere, proprio come me l’ero immaginato; questa è la vecchia pietosa; questo è Trappolone’ eccetera. Ottimo risultato, appunto: ed unico. Da queste ‘belle figure’ mancano parecchie cose. Mancano appunto, quasi del tutto, le emozioni, anzi la commozione dickensiana per la disperazione e gli orrori che racconta. Manca, completamente e assolutamente, l’ironia dickensiana, per cui, per esempio, il Magistrato Fang (ma perché non è stato tradotto in italiano il suo nome, così appropriato, che in inglese significa ‘zanna’?), appare solo come un botolo ottuso e ringhioso, senza un’ombra della feroce ironia con cui lo scrittore commenta la sua gestione della giustizia. Manca l’acutissima osservazione e descrizione della divisione ‘classista’ della società inglese dell’epoca e della conseguente differenziazione quasi ‘genetica’ tra plebei e gentiluomini. Insomma: un compitino ben svolto, ma nulla di più; un lavoretto da manuale, ma senz’anima e senza cuore. Dopo il 1976, dopo quel magnifico incubo sulla solitudine e l’incomunicabilità che è stato L’inquilino del terzo piano, per anni abbiamo atteso da Polanski un altro ‘bel’ film, ma ormai abbiamo capito che possiamo tranquillamente mettercela via.

Mercoledì 8 febbraio

Il buio nell’anima (N. Jordan, USA, 2007), 21.15, DT

Il buio entra prima di tutto nel cervello di Erica Bain, conduttrice di un programma radiofonico sui lati oscuri di New York, dopo che, durante una passeggiata notturna al Central Park, lei e il fidanzato vengono bestialmente picchiati da tre teppisti. Lei, appunto, precipita nell’oscurità assoluta di tre settimane di coma, e quando si risveglia scopre che è tutto finito: lui è morto, addirittura già sepolto, perché i parenti non sapevano se nemmeno lei sarebbe mai tornata alla vita. Erica torna a casa, guarita nel corpo, ma quel che ora la tormenta non sono tanto gli innumerevoli ricordi del fidanzato disseminati ovunque, quanto la paura: del portone d’ingresso, di un passante che cammina dietro di lei sul marciapiede, di una voce che parli troppo forte. Anche la Polizia le appare come ‘distratta’, occupata da mille altri casi uguali o peggiori del suo, così, quando l’inquietudine si fa troppo forte, Erica sceglie l’unica strada che le appare percorribile: compra una pistola, e comincia a uccidere i ‘cattivi’. Non lo fa ‘apposta’: le occasioni par che le si presentino naturalmente, a ribadire la ferocia di un mondo che prima, evidentemente, non sapeva essere così. E nemmeno lo fa con piacere, assaporando una sua vendetta personale: ogni volta, dopo, si strappa i vestiti di dosso e li butta nelle immondizie, quasi a volersi ripulire da quell’atto. Ma il punto è – ed è questo il leit motiv del film, che la voce narrante della stessa Erica ripete spesso ed ossessivamente – il punto è che lei non è più quella che era prima di quel pestaggio: ‘Dopo non sei più la stessa persona, sei quell’estraneo che ora abita dentro di te’. Una strana amicizia la lega, giorno dopo giorno, a Sean, un detective che appunto indaga su quel misterioso vigilante che ‘sta facendo il lavoro della Polizia’, e sarà con lui, oltre che con se stessa, che alla fine dovrà fare i conti, in un finale assolutamente spiazzante ma amarissimo. Nulla di più sbagliato che aver etichettato BNA come un remake del Giustiziere della notte (Michael Winner, USA, 1974), peraltro un gran buon film: questa è la storia della distruzione di una mente e di un’anima, e delle macerie che ne sono rimaste. Alcuni ‘inserti ‘politici’ – “Lo spirito americano è duro, solitario e  assassino”; “Ma non ci ha insegnato nulla la guerra in Irak?” – sono lì apposta per essere negati: non c’è nulla di ‘politico’ in questo ottimo film, se non un’intelligente ed acuta indagine sulla devastazione dei valori che il contatto con la violenza può indurre in noi. O forse sì, qualcosa di politico c’è: e, tutto sommato, la Erica del dopo pestaggio non è molto diversa dai reduci dall’Iraq, che tornano e violentano e uccidono. Lo stesso male, par di capire, che ha infettato Sean, a contatto ogni giorno con la barbarie delle strade. Assolutamente brava Jodie Foster nel disegnare il ritratto di una donna spezzata e resa fragile, un po’ meno Terrence Howard, che forse preme troppo il pedale dell’umanità e della bontà. Ottima la sceneggiatura, limpida e tesa, che scorre via senza un difetto e senza un intoppo. Un altro successo nella carriera di Jordan, regista intelligente e spesso raffinato, che qui firma un thriller appassionante e che fa riflettere. Imperdibile.

Giovedì 9 febbraio

Crepa padrone, tutto va bene (J-L. Godard, J-P. Gorin, Francia/Italia, 1972), 02.30, Rete 4

Due intellettuali partecipano all’occupazione di una fabbrica, scontrandosi con le due anime della lotta, quella riformista e quella ‘rivoluzionaria’. Un film marxista e postsessantottino che di quel periodo ha tutte le caratteristiche e, purtroppo, anche tutti i difetti: schematicità dei personaggi, pesante didascalismo ideologico, sostanziale noia. Da vedere nell’ambito di un programma di archeologia cinematografica e politica.

Venerdì 10 febbraio

Nessuna verità (R. Scott, USA, 2008), 23.35, DT

Dopo una serie lunghissima di film mediocri, se non decisamente brutti, lontani anni luce dai capolavori coi quali ha esordito molti anni fa, ecco finalmente un film di R. Scott che, senza essere appunto un capolavoro, è comunque un ottimo film, serio, intelligente e ben scritto. Tanto più apprezzabile se lo si confronta – il paragone è inevitabile – con una recente pellicola sullo stesso argomento – le operazioni della CIA in Medio Oriente – quel Syriana di S. Gaghan (USA, 2005) dalla sceneggiatura schizzata e scombiccherata ai limiti della comprensione. Qui invece abbiamo, prima di tutto, un’ottima sceneggiatura, estremamente complessa nello svolgersi degli eventi (le locations cambiano in media ogni dieci minuti e gli eventi sono quasi sempre frenetici), ma ordinata e rigorosa nel raccontare, che permette allo spettatore di seguire con vera passione. Ambientato ai nostri giorni in Giordania, NV narra appunto di un’operazione CIA tesa ad impadronirsi di un terrorista a capo di una cellula molto attiva, che sta martoriando l’Europa con sanguinosi attentati (una metafora di Al Qaeda, la bestia nera degli americani, i quali mai si chiedono chi abbia creato il mare in cui ora nuota agilmente quel pesce velenoso). L’uomo sembra assolutamente inafferrabile, non solo perché accuratissimamente protetto dai suoi, ma anche perché i mezzi di comunicazione che usa sono estremamente ‘primitivi’, e dunque purtroppo non rilevabili dalle incredibili tecnologie dell’intelligence USA. Così, Roger Ferris, l’agente sul campo (un bravo Leonardo di Caprio) propone a Ed Hoffman, suo capo a Langley (un bravissimo Russel Crowe, come sempre) un’operazione di infiltrazione, allo scopo di far uscire allo scoperto il terrorista. Il marchingegno avrà successo, ma Ferris vi rimarrà coinvolto molto più di quanto avesse progettato. A parte un discorso iniziale di Hoffman, ed alcune conversazioni tra lui e Ferris, il film non si schiera, e non propone alcuna ‘morale’ finale. Con grande obiettività, anche a costo di rinunciare a facili tipizzazioni, il giudizio viene lasciato allo spettatore, messo di fronte a due figure psicologicamente molto interessanti. Hoffman è un personaggio non ‘cattivo’, ma visceralmente amorale, nel quale il cinismo è, più che un mezzo, una seconda natura. Indifferente al destino degli uomini sul campo, interessato solo all’esito della missione, non prova passioni o sentimenti per nessuno (“Il ragazzo è andato”). Così pure, Ferris non incarna il suo doppio ‘buono’ (il poliziotto buono e quello cattivo). E’ solo un soldato, fedele, onesto e coraggioso, che ad un certo punto si stanca di essere usato come una pedina. Nessuna conversione politica, ideologica o ideale, in lui: solo la ‘scoperta’ della realtà, dopo tanti amici mandati a morire e una vita personale, la sua, in procinto di sfasciarsi. Insomma, un gran bel film, che vale ampiamente i soldi spesi. Un ultimo consiglio. La prossima volta che vi fermate dietro ad un albero a far pipì, guardate in alto, e se vedete qualcosa che luccica, beh, la CIA vi spia! (Per i maniaci dei ‘contenuti speciali’: le immagini dai Predator non sarebbero ‘trucchi’ cinematografici. Pare che Scott abbia avuto in ‘prestito’ dalla CIA un vero Predator per le riprese, che in effetti hanno un contenuto realistico assolutamente strabiliante).

 

 

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Responses

  1. grazie Giuliano per le tue illuminanti recensioni LEDA


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