Pubblicato da: giulianolapostata | 28 gennaio 2012

Multivisioni – Sabato 28 gennaio 2012

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

“Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

L. Wittgenstein

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Sabato 28 gennaio

Il Profeta (D. Risi, Italia, 1968), 09.25, DT

Incapace a sopportare un minuto di più un lavoro alienante, una società impazzita ed un matrimonio fallito, un impiegato romano pianta tutto e si rifugia sul Monte Soratte a vivere come un eremita, abbandonando qualsiasi ‘comodità’ del mondo moderno. Ma la società dei consumi trasforma tutto in merce (già allora!), e non può tollerare la presenza di uno come lui che non rispetti ‘le regole’. Raggiunto da una troupe di TV7 (ve la ricordate?!) che vuole documentare questa ‘bizzarria sociale’, l’uomo viene convinto a rientrare per un brevissimo periodo nella società, solo per sistemare alcune pendenze burocratiche. Ma la ‘Civiltà’ purtroppo avrà la meglio sul ‘Buon Selvaggio’, e poco per volta ‘il Profeta’ verrà risucchiato nella corruzione morale e materiale da cui aveva invano tentato di fuggire. Scritto da Risi assieme ad Ettore Scola (due forme che bastano e avanzano), “Il Profeta” è un bel film, intelligente e amaro, che se pur non sembra voler fare ‘la lezione’ tuttavia non sembra lasciare vie d’uscita. Specie di pessimistica parabola russoviana, sembra che racconti il lato oscuro del Sessantotto, quel periodo della nostra Storia recente in cui, assieme a tante cialtronerie, la nostra società aveva pur percepito la possibilità di una svolta ‘culturale’. Gassman interprete geniale come sempre, che alterna il registro del grottesco a quello dell’introspezione. Assolutamente imperdibile.

Chiamami aquila (M. Apted, USA, 1981), 21.15, DT

Uno dei film meno noti e meno visti di John Belushi, ed anche uno dei più atipici, per la tenerezza e la dolcezza che contiene, così lontane dalle storie ‘esagerate’ che ha sempre interpretato. Qui è un giornalista radicale, accanito fumatore, che si trova a dover intervistare un’ornitologa sulle Montagne Rocciose. Per riuscirci dovrà mutare quasi completamente le sue abitudini di vita, fino ad innamorarsene. Ma il richiamo della vita ribalda ed irregolare è troppo forte: come fare per conciliarla con questo amore? Un film ‘minore’, certo, nella sua breve ma geniale filmografia, che tuttavia è particolarmente importante, per l’evidenza con cui traspare il disperato bisogno proprio di normalità che Belushi aveva, ed al tempo stesso l’incapacità, l’impossibilità di accettarla, che lo condusse alla fine.

Domenica 29 gennaio

Cast away (R. Zemeckis, USA, 2000), 21.30, Rete4

Film loffio, noioso e dalle situazioni prevedibilissime. Uno spedizioniere della FED precipita col suo aereo su un isolotto delle Fiji, dove deve sopravvivere da solo per quattro anni. Miracolosamente salvato, torna a casa e trova la sua bella impalmata da un altro. Lasciate perdere e rileggetevi Robinson Crusoe.

Il grande Lebowski (J. e E. Coen, USA/GB, 1998), 00.15, Rete4

Jeff Lebowski, per gli amici Drugo (non si capisce perché, chevvordì, e già vi cominciano a vibrare le punte dei baffi) è un disoccupato losangelino negli anni Novanta: pigro, bevitore, ‘fumatore’. Trascorre le sue giornate al bowling assieme ad un gruppo di amici totalmente svitati ed altrettanto fancazzisti. Un giorno scopre di avere un omonimo, un miliardario cui è stata rapita la moglie e che lo incarica di fare da tramite coi rapitori per recuperarla. Da qui si inanellano tutta una serie di complicazioni e di equivoci che coinvolgeranno Drugo e i suoi amici, fino ad una bizzarra conclusione. Capolavoro dei Coen per alcuni, questo è invece molto probabilmente il loro film più irritante, quello in cui più compiutamente ed esplicitamente si svela la sostanza del loro pseudoumorismo: “cinema concettuale”, lo chiama qualcuno Come in tutti i loro film, anche qui i Coen raccontano una storiellina idiota, senza senso e senza nerbo, mascherandola però da chissà qual messaggio anarco-nichilista: se riuscite a coglierlo entrate di diritto a far parte del club e potete sentirvi intelligenti, altrimenti siete anche voi solo dei poveri sfigati. Ma se ascoltate attentamente, sentirete nel fondo i Fratelli Coen che sghignazzano: ‘Li abbiamo fatti fessi un’altra volta, quei cretini’.

El Cid (A. Mann, USA/Spagna, 1961), 23.50, DT

Magnifico kolossal sulla vita, e sulla leggenda, di Rodrigo Díaz de Vivar (1030-99), campione della lotta contro i Mori. Splendide ambientazioni, e soprattutto Charlton Heston eroico e splendido. Un raro passaggio TV, da non perdere.

Lunedì 30 gennaio

La caduta (O. Hirschbiegel, Austria/Germania/Italia, 2004), 21.05, Rai3

Fare un film su Hitler, quando Hitler è qui, ora, adesso, nelle bande di naziskin che infestano l’Europa tutta, negli striscioni e nelle bandiere allo stadio, nei cento razzismi che impestano la nostra cultura e la nostra politica, è estremamente difficile, e si rischiano risultati deludenti. Così è per questo film di Hirschbiegel (ma non è stato troppo ambizioso, il salto, dal Commissario Rex al Terzo Reich?), che non è altro che un lungo (e a volte anche un po’ noioso) documentario TV sugli ultimi giorni di Hitler. Cronaca, appunto, semplice narrazione, racconto, esposizione di fatti, allineamento cronologico di eventi. Un’opera irrisolta, insomma. Ottimo B. Ganz, ma assolutamente inattendibile U. Matthes, che dà vita ad un Goebbels isterico, lontanissimo da quel satanico e raffinato gentiluomo che conosciamo dai documentari.

Martedì 31 gennaio

Il primo cavaliere (J. Zucker, USA, 1995), 21.10, Rete4

Probabilmente la peggior pellicola – grottesca, ridicola, falsa, mal recitata eccetera – mai ispirata al ciclo arturiano. Julia Ormond, seminuda e bagnata sotto la cascata, è indubbiamente deliziosa, ma non è sufficiente a sopportare un film che sembra un’attrazione di Disneyland. Richard Gere sta a Lancillotto come Sandro Bondi sta ad un intellettuale.

Robin e Marian (R. Lester, GB, 1976), 21.15, DT

Robin Hood, ormai anziano e pieno di acciacchi, torna dalla Crociata e tenta di ricostruire il vecchio amore con Marian, che ormai si è ritirata in convento. Il tutto in una chiave narrativa grottesca e farsesca assolutamente spoetizzante, che rende la vicenda estremamente irritante, e quasi invedibile.

Mercoledì 1 febbraio

Viaggio al centro della Terra (E. Brevig, USA, 2008), 21.10, Rai1

Il 3D sta diventando la soluzione finale di chi, non avendo idee e non sapendo fare cinema, pensa di aver trovato in questo espediente la bacchetta magica per stupire: una versione in negativo del mariniano “È del poeta il fin la meraviglia”. Naturalmente qui si tratta, appunto, di una ‘meraviglia’ intesa da chi l’autentica capacità di meravigliarsi e far meravigliare l’ha dimenticata da un pezzo, e l’ha sostituita con l’accumulo: di rumori, di assurdità, di buffonate. Un esempio è questo film di rara idiozia, specie di viaggio fracassone a Mirabilandia che deve aver fatto rivoltare nella tomba non solo Jules Verne, ma anche H. Levin, autore, nel 1959, della prima versione cinematografica del libro: un gioiello di sceneggiatura, di recitazione (ma Brendan Frazer ha una paresi facciale?), di intelligenza e di spirito, ma ‘soprattutto’ – visto che è di questo che stiamo parlando – di effetti speciali, ottenuti coi poverissimi mezzi degli anni Cinquanta eppure strabilianti ed emozionanti. Dove si conferma che per avere idee non occorrono i soldi: occorrono le idee.

L’enfant (J.-P. e L. Dardenne, Francia/Belgio, 2005 – Palma d’Oro a Cannes 2005), 23.45, DT

Sonia e Bruno sono due emarginati. Lei vive in un misero appartamento, probabilmente assegnatole dall’assistenza sociale, non lavora. E’ rimasta incinta, ed ha appena avuto il piccolo Jimmy. Bruno vive sulla strada, qualche volta dorme con Sonia, ma più spesso la sua casa è un rifugio di cemento in riva al fiume, di quelli dove gli operai conservano gli attrezzi. Nemmeno lui lavora: “lavorare è da coglioni”. E’ a capo di una piccola banda di ragazzini. Rubano insieme – macchine, scippi, negozi – dividono equamente i proventi dei colpi, e Bruno dilapida la sua parte in futilità. Il futuro non esiste. Ogni occasione è buona per far qualche soldo: mentre Sonia era all’ospedale, lui ha affittato per una settimana il suo appartamento ad una coppia. Sono giovani, sembrano innamorati, giocano come due ragazzini. Sonia sembra attaccata al bambino, ma Bruno pare non vederlo nemmeno. Quando una ricettatrice gli parla della possibilità di venderlo, non ci pensa due volte, ma la reazione di Sonia è terribile: prima sviene e viene ricoverata in ospedale, poi lo denuncia alla polizia. Bruno riesce a farsi restituire il bambino, ma i delinquenti che avevano organizzato l’affare rivogliono i soldi che hanno perso: lo picchiano e gli ordinano di rubare per loro. Con uno dei suoi ragazzini Bruno organizza uno scippo, ma le cose vanno male, e il complice rischia di annegare. Bruno lo salva, e quando viene arrestato al suo posto va a denunciarsi. Sonia, che non aveva più voluto parlargli, va a trovarlo in carcere; Bruno non riesce a parlarle, e scoppia a piangere. Questo è il film, né più né meno, tutto qui. Un puro elenco cronologico, in cui tutto è ‘assente’: emozione, stile, ‘storia’, tutto. Di un altro film dei Dardenne, Il figlio, F. Tassi ha scritto che i Dardenne “continuano a togliere, ad asciugare trama, dialoghi e décor. E più tolgono, più il risultato è potente”. Sarà. Ma qui siamo arrivati al punto in cui, a forza di asciugare e di togliere, è stato tolto anche il film, e non è rimasto più niente. Nessun ‘suggerimento’ sul ‘significato’ che dovrebbe avere la storia, sul ‘messaggio’ che vorrebbe trasmettere, sulle riflessioni che dovrebbe indurre. Siamo stupidi noi che non ci arriviamo da soli? Siamo forse dei poveri di spirito che hanno bisogno del bigliettino con le istruzioni? Può anche darsi, per carità. Per parte mia ho avuto l’impressione di trovarmi davanti ad una di quelle ‘opere d’arte’ moderne che fanno la delizia di certi snob, quelle dove non si capisce niente perché non c’è niente da capire, ma nessuno ha il coraggio di dirlo per non passare da stupido. Beh, troviamolo, ogni tanto, questo coraggio: alla faccia della Palma d’Oro. Uno sguardo particolare merita la bella e brava Deborah François, qui totalmente sprecata, che qualche hanno fa ha avuto modo di mettere in mostra le sue doti nel bellissimo La voltapagine di D. Dercourt (Francia, 2007).

Chi giace nella mia bara? (P. Henreid, USA, 1964), 23.25, DT

Una gemella uccide la sorella in nome di vecchi rancori mai sopiti e si sostituisce a lei, ma si troverà invischiata in un delitto che non ha commesso e a pagare per un crimine di cui non ha colpa. Geniale, barocco, assolutamente spiazzante, con una meravigliosa Bette Davis. Un rarissimo passaggio tv, assolutamente imperdibile.

Giovedì 2 febbraio

Pulp fiction (Q. Tarantino, USA, 1994), 21.00, Sky

Probabilmente il film più ‘osceno’ ed ‘immorale’ che io abbia mai visto. Ebbene sì. A costo di passare da bacchettone e sciocco moralista, voglio dirlo. Trovo ‘osceni’ i film di Tarantino: per il gusto della violenza e del sangue fine a se stessi. Li trovo immorali: per l’assenza di qualsiasi argomentazione estetica che giustifichi e renda funzionale quell’esibita violenza. Li trovo ripugnanti: per il piacere che il regista sembra ricavare da questa esibizione, da questo avvoltolarsi nella ferocia fine a se stessa. Non sto esprimendo – dovrebbe essere ovvio, spero che sia chiaro – un rifiuto preconcetto ed aprioristico della violenza al cinema come strumento narrativo. Quanti capolavori ‘violenti’ abbiamo visto? Ci sono sangue e ferocia negli western di Sergio Leone: ma servono a creare figure mitiche, eroi terribili da tragedia greca. C’e violenza apparentemente gratuita e stupida in Fight Club: ma costituisce la radice della sua carica anarchica ed eversiva. C’è follia omicida in Henry pioggia di sangue: ed è strumento per narrare la disperata solitudine del protagonista ed il suo progressivo perdersi nella pazzia. Qui c’è solo il gusto di farlo, e basta. Non è cinema: è educazione alla perversione, e Tarantino è un perverso pornografo della violenza. Se avessi un figlio minorenne, non gli farei vedere il suo cinema.

Capricorne one (P. Hyams, USA, 1978), 14.55, DT

Vecchio ma interessante thrilling fantascientifico: una spedizione americana su Marte non può partire per un guasto, ma viene ugualmente inventata virtualmente per il pubblico e la tv. Con tutte le balle che gli americani ci hanno raccontato dalla fine della guerra ad oggi, vale la pena di rivederlo, tanto più che molti sono convinti che lo sbarco sulla Luna non sia mai avvenuto, e che le cose siano andate proprio così. Con tutte quelle, poi, che ci hanno raccontato sull’Irak e sull’Afghanistan, quasi quasi ci credo.

Wasabi (G. Krawczyk. Francia, 2001), 21.00, DT

Sì, d’accordo, è una sciocchezzuola, ma quanta grazia in questa sciocchezzuola, quanta leggerezza, quanta levità. Taxi (la sceneggiatura è di Luc Besson) e Wasabi non sono niente di più di un balletto semplice e divertente, che forse non si vedrebbe due volte. Ma raccontano le loro storie con elementare eleganza, con umorismo fresco, mai volgare, mai stupido. D’accordo, nulla di geniale, ma con le sconcezze vanziniane e desichiane che circolano oggi, vere infezioni per l’intelligenza, anche un divertissement come questo acquista un valore particolare. E poi c’è Jean Réno, coi suoi occhi, con quello sguardo che “io ne ho viste cose, che voi umani non potreste immaginarvi”. Insomma, guardatevelo, non ve ne pentirete. Al limite, come si suol dire, c’è di peggio.

Venerdì 3 febbraio

L’Albatross (R. Scott, USA, 1995), 17.05, DT

Un gruppo di liceali americani si imbarca su una nave-scuola per una lunga crociera nel Pacifico: le avversità li faranno diventare uomini. Probabilmente il peggior film di R. Scott – ma è una bella gara con Soldato Jane (1997) e Black Hawk Down (2001) – insopportabilmente retorico e stereotipo, e se il modello era Capitani coraggiosi (V. Fleming, USA, 1937), allora c’è da mettersi le mani nei capelli. Questo sembra la versione allungata di uno spot di Capitan Findus, e non c’è altro da dire.

Il giardino dei Finzi Contini (V. de Sica, Italia /RFT, 1970), 17.25, Sky

Bella e fedele versione del bel romanzo di Giorgio Bassani (da rileggere), sulla persecuzione degli ebrei ferraresi negli anni Trenta. Uno dei migliori film di de Sica, sobrio e antiretorico. Da vedere.

La famiglia (E. Scola, Italia/Francia, 1986), 21.00, Sky

Attraverso la vita di Carlo – un magnifico, grandissimo Vittorio Gassman, di fronte ai cui film il figlio dovrebbe decidersi a cambiar mestiere – la ‘vita intima’ e la ‘storia minima’ della società italiana dai primi del Novecento alla fine degli anni Ottanta, raccontata coi soliti schemi di Scola: delicatezza, poesia, compassione, umanità. Un grande film, che scorre piano ed armonioso come un fiume, da apprezzare con calma, momento dopo momento. Assolutamente imperdibile.

 

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