Pubblicato da: giulianolapostata | 21 gennaio 2012

Multivisioni – Sabato 21 gennaio 2012

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

“Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

L. Wittgenstein

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Sabato 21 gennaio

Salvador (O. Stone, USA, 1986), 14.00, DT

Un giornalista fallito e disilluso capita nel Salvador, dove sperimenta di persona l’orrore della guerra civile e le criminali responsabilità USA nel sostegno ai regimi fascisti centroamericani. Uno dei migliori film di Stone, una storia bella, forte e dura, senza sconti e senza retorica, e una rara occasione per rivedere ed amare il folletto triste di John Belushi.

La città verrà distrutta all’alba (B. Eisner, USA/EAU, 2010), 23.05, Sky

Un aereo militare con una nuova e pericolosa variante della rabbia precipita vicino ad una cittadina inquinando le sorgenti dell’acqua potabile, e trasformando in breve tutta la popolazione in una banda di assassini spietati e feroci. Dopo una buona partenza, purtroppo quasi subito il film vira nel filone zombies-verdastri-e-con-le-pustole-affamati-di-carne-umana. Tra l’altro non si capisce perché la rabbia debba far venire le pustole e la pelle verde. L’ennesimo remake che non si doveva fare, considerando che l’originale era il cupo e disperato capolavoro di quel genio di G.A. Romero (1973). Praticamente invedibile.

Domenica 22 gennaio

Lontano dal paradiso (T. Haynes, USA, 2002), 18.40, DT

L’ipocrita, stupida e feroce perfezione della vita piccolo-borghese di Kathy si spezza quando il marito, dirigente d’industria e ‘uomo a posto’ le svela la propria omosessualità. Kathy non condanna, ma cerca amicizia e trova affinità elettiva col giardiniere di colore, un ‘delitto’, questo, se possibile ancor più inammissibile nella stolida società bianca di una cittadina del Connetticut degli anni Cinquanta. Il marito seguirà la sua strada, e Kathy rimarrà a metà, sospesa, indecisa e forse incapace di spezzare anche lei le barriere che la separano dal suo personale paradiso. Film di rara bellezza e raffinatezza, pudicamente ed elegantemente recitato, FFH è sì un melodramma, ma anche un piccolo gioiello, che non si risolve nella formalità, ma ci consente di meditare sulla nostra ‘autenticità’ e, non ultimo, ci induce a riflettere sui risvolti segreti del sogno americano. Il tutto servito da una fotografia davvero unica, e da uno studio dei colori incantevole. Assolutamente imperdibile.

Lunedì 23 gennaio

Dillinger è morto (M. Ferreri, Italia, 1969), 24.00, DT

Ennesimo gelido capolavoro di Ferreri sull’alienazione, rivoluzionario nel ’69, attualissimo ancor oggi. Il cinema di genio non passa mai di moda. Michel Piccoli, grandissimo come sempre, è un designer industriale, ormai svuotato di umanità, alieno e inutile come gli oggetti che disegna (e come il corpo del cuoco che verrà gettato a mare). In quella inutilità senz’anima egli compone e celebra la propria fine, con un’omicidio senza ‘giustificazione’ ed una fuga senza reale obiettivo. Assolutissimamente imperdibile, come tutti i film di Ferreri.

Fuga da Alcatraz (D. Siegel, USA, 1979), 23.15, Rete4

Del grande Don Siegel, questo film più volte visto ma sempre imperdibile su un gruppo di ergastolani che non si fanno spezzare dalla ferocia e dalla disumanità del carcere, riuscendo invece a progettare una fuga apparentemente impossibile. Eccezionale Clint Eastwood, del resto come sempre.

Buried (R. Cortés, Spagna, 2010), 21.15, DT

Paul Conroy è un contractor americano in Irak. Fa il camionista, trasporta rifornimenti, armi, non sa neppure lui bene cosa. Un giorno il suo convoglio viene attaccato, i suoi compagni uccisi, lui colpito da una sassata alla testa. Quando si risveglia è sotto terra, chiuso in una bara di legno. Ha un coltello, due luci chimiche, una pila, un accendino Zippo, un cellulare. Attraverso il telefono gli insorti irakeni che l’hanno catturato si fanno vivi. Deve cercare di procurare un riscatto di cinque milioni di dollari entro due ore, altrimenti verrà lasciato a morire lì. Paul comincia un’allucinante ricerca di aiuto e di contatto col mondo: la ditta che l’ha assunto, l’FBI, il Dipartimento di Stato, la vecchia madre malata di Alzheimer, la moglie. I minuti passano, mentre lui si sente sempre più isolato e trascurato, rotellina insignificante di una macchina infinitamente più grande di lui, inutile granellino di sabbia, come quella che sta filtrando attraverso le assi, e che poco a poco lo sta soffocando. Non ha molto tempo per trovare il modo di sopravvivere. Buried è un film apparentemente ‘geniale’, che invece si sgonfia subito, dopo pochi minuti, paradossalmente proprio a causa della ‘eccezionalità’ della situazione immaginata. Capiamo tutti immediatamente che due sono le soluzioni possibili: o un happy end, e la sua resurrezione, o un bad end, e la sua orribile morte. Si tratta solo di lasciar passare il tempo, e vedere quale delle due il regista abbia scelto. E il tempo passa, lentamente, con un occhio alla schermo, su cui non succede niente, ed uno all’orologio, sapendo che man mano che le lancette girano inevitabilmente vedremo il coup de théatre che finalmente venga a risolvere la situazione. Tutti i tentativi di trasformare Paul in un ‘simbolo’, quello dell’uomo qualunque vittima di un ingranaggio che lo schiaccia e lo ignora, si risolvono in frasi fatte – “Sono solo un uomo, sono venuto qui per lavorare, per aiutare la mia famiglia” – in un temino scontato e diligentemente svolto, ma noioso e banale. Buried è un film fallito per presunzione, quella di chi ha pensato che bastasse portare al limite una situazione per renderla eccezionale, dimenticando che spesso proprio la ricerca dell’insolito a tutti i costi può portare proprio al risultato opposto, quello dell’ovvio più scontato. Un esordiente che speriamo resti tale, se questa è la sua idea di cinema, un brutto film anzi peggio: un film desolantemente inutile.

Martedì 24 gennaio

Factotum (B. Hamer,Germania / Norvegia / USA, 2005), 00.40, DT

Molti conoscono Charles Bukowski (1920-1994), che nelle sue opere descrive, con linguaggio crudo ma efficace, la vita degli emarginati nelle grandi città americane. Da uno dei suoi romanzi è tratto questo bellissimo film. Il protagonista – chiaramente lo scrittore stesso, i cui romanzi e novelle costituiscono un’unica autobiografia – è uno scrittore che, per mantenersi, passa da un lavoro all’altro, perdendoli tutti, sia per la sua insofferenza ad ogni regola sia per la sua ‘passione’ per l’alcol e le donne. Tuttavia ciò non genera in lui alcuna reazione ribellistica, antisociale o distruttiva. Chinaski – così si chiama il personaggio – attraversa rifiuti e fallimenti con dolente sopportazione, quasi conscio che ‘così dev’essere’. Non c’è rabbia, in Chinaski, ma solo un’assoluta estraneità ad un mondo il cui ordine e le cui regole gli sono, non tanto nemiche, quanto semplicemente incomprensibili. C’è invece, in lui, l’immenso ed umile coraggio dei perdenti, di coloro che hanno ‘scelto’ una vita ai margini, e non se ne lamentano, ma anzi di quell’esistenza fanno un punto d’osservazione specialissimo ed esclusivo per cercare la verità. Non c’è una trama precisa, in questo film, come del resto non c’è nel romanzo da cui è tratto e in genere nelle opere di Bukowski. Vi sono solo momenti, giorni, sequenze di esistenza, una dietro l’altra, tutte apparentemente uguali, tutte nella sostanza diverse, perché da ognuna Chinaski ricava una scintilla di vita e di dolore, ma anche, a suo modo di felicità. Ogni tanto si ferma, per l’urgenza insopprimibile di tradurre su carta la sua vita, le vite e le storie che ha incontrato. Spedisce le sue pagine agli editori, ma poi riparte, senza nemmeno curarsi di verificare se siano state accettate o meno. Scrivere per lui non è tanto una professione, quanto, oserei dire, una missione: quella di testimoniare la straziante vitalità sua e del suo mondo. Hamer racconta questa esperienza con delicata tenerezza, ed intimo rispetto, inframmezzando quei brevi flash di vita con brani dalle opere di Bukowski stesso. Matt Dillon lo coadiuva in quest’opera con una recitazione al di sopra di qualsiasi lode, anticipando la grandissima prova che darà di lì a poco nello splendido Crash di Paul Haggis (2005). Sua degna compagna la bravissima Lily Taylor, donna allo sbando, che Chinaski incontra, prende, lascia, riprende per poi lasciare definitivamente. Non per disamore – che anzi li unisce un’affinità intima e fortissima – quanto per l’impossibilità di fermarsi, per il bisogno di andare e andare attraverso la vita. Film minimalista, ma, come accade spesso a questo genere di films – vedi il magico Bubble (Steven Soderbergh, 2005) – assolutamente essenziale, intimamente poetico, profondamente ‘vero’, Factotum è un capolavoro da riscoprire, dopo il suo troppo veloce passaggio nelle sale di qualche mese fa, ed è anche il primo film che, finalmente, renda giustizia all’arte di Bukowski, che dell’orribile Storie di ordinaria follia (Marco Ferreri, 1984) disse semplicemente: “Questo film buttatelo nel cesso”. Può essere anche un’occasione per riscoprire le opere di Bukowski, Virgilio alcolizzato nell’inferno dell’emarginazione e del rifiuto: l’unico, assieme ai grandissimi Jack Kerouac e Ferdinand Céline – i soli Santi laici della letteratura del Novecento – che abbia saputo cantarne la tragica bellezza.

Codice Swordfish (D. Sena, USA, 2001), 11.35, DT

Bell’action movie di argomento informatico (come arricchire grazie ad un bravissimo hacker), il cui punto di forza è un nudo integrale di Halle Berry: vale la pena solo per quello. John Travolta comunque sempre bravo nei ruoli di cattivo.

Hud il selvaggio (M. Ritt, USA, 1963), 21.00, DT

Assente da sempre dai palinsesti questo stupendo film che racconta la vicenda di Hud, cowboy arrogante, violento ed amorale, in contrapposizione al padre Homer, uomo ‘d’altri tempi’, impregnato di valori elementari ed essenziali, al giovane nipote Lonnie, diviso tra l’attrazione per l’integrità morale del nonno e il fascino dannato dello zio, ed alla governante Alma, assolutamente disincantata di fronte ai “bastardi dal cuore freddo” come Hud. ‘Grazie’ alla sua amoralità, quest’ultimo conquisterà i beni terreni, ma perderà definitivamente il cuore dei suoi simili. Splendido dramma shakespeariano, magnificamente interpretato e raccontato in un bianconero semplicemente prodigioso. Ebbe tre Oscar, e ne avrebbe meritati anche di più. Assolutissimamente imperdibile.

Mercoledì 25 gennaio

Lolita (S. Kubrick, GB, 1962), 23.45, Rete4

Sinceramente, non ho mai capito cosa renda questo film – oltretutto mortalmente noioso, banale e ‘borghese’ – una ‘opera d’arte’ e non un incitamento alla pedofilia. Identico discorso vale per il romanzo di V. Nabokov da cui è tratto, che anzi è ancor più ‘esplicito’ e malato.

Abandon (S. Gaghan, USA, 2002), 23.00, DT

Un’ambiziosa studentessa universitaria, che nell’infanzia era stata abbandonata dal padre, viene lasciata anche dal brillantissimo boy friend. Il quale però ricompare all’improvviso, occhieggiando dietro gli angoli, e lei chiede aiuto ad un seducente e dolcissimo poliziotto. Giallo noiosissimo, che solo negli ultimi cinque minuti – e molto disonestamente – svela il suo coté psicologico. Katie Holmes deve ringraziare tutti gli Dei dell’Olimpo che Tom Cruise se la sia tirata in casa, altrimenti non la farebbero recitare neanche nelle pubblicità dello sciroppo d’acero.

La morte ti fa bella (R. Zemeckis, USA, 1992), 23.15, DT

Ossessionate dal problema di rimanere belle, due amiche acquistano da una fattucchiera un filtro speciale, che garantisce l’immortalità. Ma il diavolo insegna a fare le pentole eccetera. Irriconoscibile lo Zemeckis brillante, frizzante e ironico di Ritorno al Futuro in questa storia banale e noiosa, che si regge solo per gli effetti speciali, allora mirabolanti, ma oggi francamente noiosi anche quelli. Goldie Hawn sarà anche oca ma è sempre un bel bocconcino; Meryl Streep è sempre eccitante (ed espressiva) come un igloo.

Custer eroe del West (R. Siodmak, USA, 1968), 16.35, Sky

Premesso che, come tutti sanno, amo il cinema americano ed anche la loro cultura, non ricordo più chi abbia scritto che solo il popolo americano è riuscito a trasformare il più grande genocidio della Storia in un’epopea: sarebbe come se i tedeschi facessero dei film sui lager con le SS buone ed eroiche e gli ebrei cattivi da sterminare. Che poi, addirittura nel ’68, si facesse un film in cui si eleva ad “eroe” un razzista assassino come Custer, è uno dei miracoli della sfacciataggine. Ma del resto, il pazzo assassino di Bush, non è forse andato in Irak ad “esportare la democrazia”?

Giovedì 26 gennaio

Basic instinct 2 (M. Caton-Jones, USA, 2006), 14.05, DT

Un film che batte ogni record: più volgare del primo, più stupido del primo, più noioso del primo. Questa volta la Stone (che dedica il film al suo chirurgo plastico: se quelle tette non sono rifatte io sono un trans) è una scrittrice di gialli che vive a Londra, dove scrive e chiava, chiava e scrive, chiava e chiava (se lo sapevo che andava così, facevo lo scrittore anch’io), mentre attorno a lei i morti si sprecano. Ma un fascinoso (?!) analista, travolta da insana passione per lei, cerca di sedurla. Come andrà a finire? Invedibile.

Exodus (O. Preminger, USA, 1960), 21.00, DT

La storia, abbondantemente romanzata ed insopportabilmente zuccherata, della nave Exodus, che nel 1947 trasportò da Cipro alla Palestina un carico di profughi ebrei. Trama in sintesi: ebrei buoni in cerca della Terra Promessa (ancora! Che palle!), Palestinesi selvaggi e cattivi. Ignobile pamphlet sionista, ennesima menzogna a nascondere la realtà storica, quella di un’etnia minoritaria, quella ebraica, che con la barbarie e la violenza derubò un popolo, quello Palestinese, della terra che occupava da secoli. Da allora, la Palestina attende ancora verità e giustizia (https://giulianolapostata.wordpress.com/2011/12/30/gilbert-sinoue-la-terra-dei-gelsomini-neri-pozza-editore-2011-traduzione-di-giuliano-cora/).

Venerdì 27 gennaio

Amen (Costa-Gavras, Francia, 2002), 21.00, DT

Uno dei migliori film di Costa-Gavras – per valore etico, rigore narrativo, concisione narrativa – tratto dal dramma Il Vicario di R. Hochut (1963), che per la prima volta demolì il ‘mito’ cattolico di Pio XII difensore degli Ebrei contro il nazismo, e che per questa ragione da allora è oggetto in Italia, nota enclave del Vaticano, di un feroce ostracismo. Assolutamente imperdibile, tanto più ora che una recente fiction televisiva (“Sotto il cielo di Roma”, 2010) ha tentato di riproporre quella menzogna (http://www.google.it/#sclient=psy-ab&hl=it&site=&source=hp&q=pio+XII+fiction+tv&psj=1&oq=pio+XII+fiction+tv&aq=f&aqi=&aql=&gs_sm=e&gs_upl=1812l6718l0l6953l18l16l0l3l3l4l1437l14031l6-1.12l13l0&bav=on.2,or.r_gc.r_pw.,cf.osb&fp=ea5e4f4cda89baa7&biw=800&bih=392).

Le avventure del Barone di Munchausen (T. Gilliam, GB/RFT, 1989), 21.15, DT

Splendido e dimenticato film di Gilliam, geniale come sempre e perfettamente a suo agio in questo genere di storie, che rende con incredibile senso del fantastico e del meraviglioso le avventure del celeberrimo Barone. Semplicemente prodigiosi gli effetti speciali: e allora la computer grafica non si sapeva nemmeno cosa fosse. Imperdibile.

 

 

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