Pubblicato da: giulianolapostata | 14 gennaio 2012

Multivisioni – Sabato 14 gennaio 2012

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

“Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

L. Wittgenstein

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Sabato 14 gennaio

Mars attacks! (T. Burton, USA, 1996), 21.15, DT

Ad un genio come Tim Burton si può perdonare tutto, e quindi passiamogli anche questa scemenza, anche se, a dire il vero, la lista delle sue ciofeche è pericolosamente lunga: il pessimo remake del Pianeta delle scimmie (2001), Sweeney Todd (2007), Alice (2010) … Mah, vedremo come andrà a finire. Qui c’è un’orda di marzianini brutti e cattivi che invade la terra. I politici si tormentano inutilmente per decidere come combatterli, ma sarà una vecchia nonna a trovare l’arma finale. Ispirato ai personaggi di una serie di figurine popolare in America e sconosciuta da noi, profonde a piene mani un’ironia che lascia quasi del tutto indifferenti, forse proprio per l’eccessiva ‘distanza’ culturale. Da dimenticare.

In the electric mist (B. Tavernier, USA/Francia, 2008), 22.40, Sky

Sono così tanti i film ambientati in tutto o in parte in Louisiana che ci mancherebbe lo spazio anche solo per un elenco sommario. Possiamo citarne solo qualcuno, a cominciare dal magnifico Un tram che si chiama desiderio (E. Kazan, USA, 1951), proseguendo con Angel heart, il capolavoro di A. Parker (USA, 1987) e col bellissimo Il cattivo tenente (W. Herzog, USA, 2009), senza dimenticare il delicato e poetico A love song for Bobby Long (S. Gabel, USA, 2004) o il grande poema libertario Easy rider (D. Hopper, USA, 1969) Tutti risentono del fascino e del ‘clima’ particolare di questa terra ambigua, in cui la natura stessa non è mai esattamente una cosa o l’altra e terra e mare si confondono, in cui la cultura francese ed anglosassone convivono e si compenetrano senza mescolarsi, a fianco di quella degli ex schiavi neri, con la sua magia voodoo, e di quella amerindia (gli indiani Seminole, attori nell’Ottocento di feroci guerre coi bianchi, sono l’unica tribù che non abbia mai firmato un trattato di pace col Governo americano). Sarebbe stato bello che Tavernier, prima di girare questo film, se li fosse almeno rivisti, così ci avrebbe risparmiato un film brutto e noioso come questo, che sfigura pesantemente in una filmografia che pure vanta titoli di qualità (per nominarne uno solo, Che la festa cominci – Francia, 1975 – grande affresco etico-storico sull’Ancien Régime, prima della catastrofe rivoluzionaria). Già è difficile districarsi nella storia, e forse non è un caso che ad adattare per lo schermo il romanzo In The Electric Mist with Confederate Dead (1999), del texano James Lee Burke, siano stati Jerzy Kromolowski e Mary Olson, coautori del pesantissimo La promessa (S. Penn, USA, 2001). A New Iberia, in Louisiana appunto, il detective Dave Robicheaux sta indagando sulla morte di una giovane prostituta, barbaramente seviziata e poi uccisa. Ma i sentieri di Robicheaux si biforcano subito e più volte, quando nell’indagine entrano il cadavere di un ‘negro’ ammazzato dai bianchi quarant’anni prima (ed alla cui morte il detective ha assistito da bambino), un attore alcolizzato che sta girando un film sulla guerra di Secessione, il finanziatore del film, un boss corrotto e maniaco sessuale legato alla criminalità locale e un altro cadavere straziato di un’altra giovane donna: A ciò si aggiunge il passato da alcolista di Dave e gli incubi che ancora lo tormentano: il fantasma del Generale Confederato John Bell Hood, che gli appare guidandolo nella sua ricerca. Tanta, troppa carne al fuoco, ma la cucina è indigesta e pesante. Il film procede faticosamente e senza un’autentica ‘necessità’ narrativa: va così, ma potrebbe andare colà e ancora colà. Si aspetta imbarazzati una conclusione che non arriva mai, e che quando arriva è confusa e imprecisa come tutto il resto della pellicola. Né valgono a chiarirci le idee – anzi, spesso che le confondono ancor di più – i vari sproloqui pseudofilosofici, pseudomoralistici, pseudoletterari, che la voce narrante dello stesso Robicheaux o il Generale Hood spesso ci ammanniscono. Anche la Louisiana par essere lì per caso. Potremmo essere da un’altra parte, e nessuno se ne accorgerebbe, ed anche i richiami alle devastazioni dell’uragano Katrina appaiono falsi, calati dall’alto, quasi ‘indicazioni di lettura’ estranee alla vicenda. Un ‘estraneo’ è anche Tommy Lee Jones, altrove grande e sensibile attore: troppo ‘buono’, troppo tormentato, troppo di tutto. Attorno a lui, un cast di nullità, che si dimenticano un minuto dopo aver spento il lettore DVD. Francamente, un film inutile.

Starship troopers (P. Verhoeven, USA, 1997), 21.00, Sky

Mentre la Terra è dominata da una dittatura militarista e fascista, che concede lo status di Cittadino solo a chi abbia effettuato il servizio militare, viene attaccata da una specie aliena di mostruosi insetti pensanti, e la ‘meglio gioventù’ si arruola per difendere i Valori. Un film, paradossalmente, da far vedere a scuola come perfetta lezione di antifascismo, tanto limpidamente sono in esso disegnati gli stereotipi culturali del fascismo: maschilismo, razzismo, disprezzo e demonizzazione del nemico, esaltazione della forza, militarismo. Troppo perfetto, appunto, perché non fosse questa l’intenzione del regista. Assolutissimamente imperdibile.

Domenica 15 gennaio

Mary Reilly (S. Frears, USA, 1996), 23.45, Rete4

Ennesima versione dello Strano caso del Dottor Jekyll e del Signor Hyde (1886) di R.L. Stevenson, forse non un ‘capolavoro’ nel senso strettamente letterario del termine, ma certamente uno dei grandi libri dell’umanità, per la sconvolgente e conturbante trattazione del tema pascaliano dell’uomo Angelo e Bestia. Qui, con un’idea ed uno spostamento in teoria davvero originali, la vicenda viene raccontata dal punto di vista di Mary, la cameriera del Dottor Jekyll, ma il risultato è, purtroppo, una grossa delusione. Una bellissima confezione senza niente dentro, una splendida scatola vuota. Eppure tutto era perfetto. L’ambientazione, davvero elegante e raffinata. I volti e le ‘situazioni’ dei domestici. La recitazione del grandissimo John Malkovic. Perfino Julia Roberts, la rana-dalla-bocca-larga, questa volta è incredibilmente riuscita a recitare, facendo qualcos’altro oltre al solito sbattere gli occhioni e sorridere a sessantaquattro denti. Tutto bello, ma dentro non c’è niente. Nessun approfondimento del mito del doppio, nessuna nuova ‘risposta’ all’eterno dilemma del bene e del male, nessuno spunto di riflessione, niente di niente. Un puro e semplice esercizio calligrafico. Per cui, anche quella bottina finale di effetti speciali (già visti: L’avvocato del diavolo), col ‘mostro’ che tenta di uscire dal corpo, è davvero un inutile sfoggio di bravura. Senza contare l’assurdo grottesco della cameriera, appena uscita dai bassifondi, che di punto in bianco si mette a filosofare col padrone (“Io non credo che esistano azioni senza conseguenze”). Una vera occasione sprecata.

The Body (J. McCord, USA/Israele, 2001), 21.00, DT

Cazzatina fantascientifico-religiosa costruita sulla scoperta, in uno scavo archeologico a Gerusalemme di un corpo che potrebbe essere quello di Gesù: un’archeologa israeliana ed un emissario del Vaticano si battono per confermare ciascuno la propria ‘verità’. Sarebbe da ignorare, se non fosse da segnalare per la stupida e veramente fuori luogo propaganda antipalestinese che lo ispira. Cosa aspettarsi, del resto, da una coproduzione Padrone/Servo?

Firewall (R. Loncraine, USA, 2006), 17.45, DT

L’esperto informatico di una banca ha messo a punto un firewall assolutamente invincibile, ma una banda di delinquenti prende in ostaggio la sua famiglia e minaccia di ucciderla se lui non li aiuterà a penetrare il sistema. Loffio e ‘già visto’ cento volte nella prima parte, diventa semplicemente ridicolo nella seconda, quando il buon Harrison Ford si trasforma in una specie di supereroe che ammazza tutti e salva la sua famigliola. Potete perdervelo tranquillamente.

Lunedì 16 gennaio

Il mondo dei replicanti (J. Mostow, USA, 2009), 21.05, Rai3

Terminator, Io robot, Minority report, Blade Runner, Il sesto giorno, Il mondo dei robot … Sono molti i padri di questo ultimo prodotto della SF americana, ma la ricerca degli ascendenti e delle citazioni non deve farci perdere di vista l’essenziale, e cioè che si tratta comunque di un ottimo film, sia dal punto di vista delle idee che da quello cinematografico puro e semplice. Il che non è poco: per le idee, che nel cinema ultimamente la titano spesso, e per l’aspetto tecnico, di fronte ad un cinema che, appunto a corto di ispirazione, sembra ora aspettarsi ogni miracolo ed ogni salvezza dal 3D. Ma riparleremo di questo dopo l’imminente Avatar, di J. Cameron. Qui siamo in una storia che è, prima di tutto, ‘semplice’, a partire dalla struttura narrativa: una sceneggiatura cronologicamente lineare, che coniuga benissimo il thriller con una storia della più pura ed ‘ovvia’ fantascienza. Nel 2054 la scienza ha prodotto i ‘Surrogates’ (questo è anche il titolo originale del film): androidi perfettamente antropomorfi collegati on line col loro ‘originale’ umano. Essi vivono al suo posto, mentre lui riposa quasi fetalmente in una poltrona. Possono fare qualsiasi cosa, correre qualsiasi rischio, immuni come sono da qualunque pericolo: e se si rompono, si comprano nuovi. Poco per volta, le strade si riempiono di robots, che vivono, lavorano, si divertono, mentre le loro ‘anime’ umane, ormai terrorizzate dal contatto con l’esterno ed incapaci di qualsiasi relazione reale, se ne stanno chiuse in casa, al buio. Tutto il mondo appartiene alle macchine, eccetto poche zone di ‘antimodernisti’ ed antitecnologici guidati dal Profeta, che ha istituito delle riserve ‘robots free’: ma la loro sembra una lotta senza speranza, e la VSI (Virtual Self Industries) sembra dominare ogni cosa. Un giorno però accade una cosa inaudita: alcuni robots vengono distrutti con un’arma nuova e sconosciuta, ma assieme a loro muore anche l’umano che in quel momento era collegato e che li controllava. Il pericolo di una simile eventualità è evidente e gravissimo, e delle indagini viene incaricato l’agente Greer, il cui rapporto coi surrogates è estremamente conflittuale. La verità che scoprirà sarà davvero sconvolgente, e lo porrà di fronte ad una decisione profondamente drammatica e – e non per modo di dire – epocale. Tutto chiaro, avvincente, diretto. Altrettanto chiaro è lo stile del film, che rifiuta quasi integralmente l’overdose di effetti speciali che sembra caratterizzare la SF più recente (cosa ancor più lodevole da parte di Mostow, autore del fracassone Terminator III°, 2003), usandoli il meno possibile e affidandosi invece alla ‘semplicità’ delle immagini, con una fotografia che spesso ricorda grandi classici di serie B del passato: L’ultima spiaggia (S. Kramer, 1959), La fine del mondo (R. MacDougall, 1959) eccetera. Ancora una volta, l’ennesima, è la fantascienza a parlarci quasi senza mediazioni di noi. Qui in campo c’è, questa volta, la nostra ‘paura’, quella che da qualche tempo ci intossica tutti: paura dell’estraneo, e poi del ‘diverso’, e poi di chi ha la pelle di un altro colore, e poi – o prima di tutto – di noi stessi, delle nostre emozioni. Oggi ce ne difendiamo cancellando noi stessi con alcol e droghe, e cancellando gli altri nei ghetti. In Surrogates la difesa consiste addirittura nel far vivere delle macchine al posto nostro, e non si sa cosa sia peggio. Riusciremo mai a “vivere in prima persona”?

Vatel (R. Joffé, Francia/GB, 2000), 15.30, DT

Nella primavera del 1671, Luigi XIV annuncia al Principe di Condé una visita di tre giorni. Trattandosi di ‘un’offerta che non si può rifiutare’, il Principe, pur sovraccarico di debiti, chiede a Vatel, il suo maestro di cerimonie, di organizzargli tre giorni fantasmagorici, tra giochi, feste e pranzi memorabili. A prezzo della propria consunzione, Vatel riesce nell’impresa, ma la sua dedizione non viene assolutamente riconosciuta da una corte cinica e crudele, di cui egli stesso finirà vittima. Capolavoro di ricostruzione storica e di indagine morale, tragico e fastoso, eroico e romantico, non si capisce come questa meraviglia sia uscita dalle mani di un regista che, a parte Mission (1986), è da seppellire sotto un pietoso silenzio. Grandissimo Depardieu e magnifica la Thurman. Assolutissimamente imperdibile: poi, per completare il ‘panorama’, correte a rivedervi il meraviglioso Marie Antoinette di Sofia Coppola e il coltissimo Il mondo nuovo di Ettore Scola.

Brivido caldo (L. Kasdan, USA, 1981), 09.10, DT

La ricca ed annoiata moglie di un uomo d’affari complotta col suo amante per far fuori il marito, ma per il bel gigolò (un’occasione per le fanciulle di lustrarsi gli occhi con W. Hurt: altro che George ‘Pescelesso’ Clooney!) le cose non finiranno benissimo. Uno splendido noir, amaro e ardente, con l’esordio (per i maschietti, stavolta!) di K. Turner, mai più così sensuale. Imperdibile.

Martedì 17 gennaio

Debito di sangue (C. Eastwood, USA, 2002), 19.20, DT

Sgangheratissima sceneggiatura sui drammi esistenziali di un poliziotto bianco che, in un trapianto cardiaco, riceve il cuore di una ragazza messicana. Una storia banale e melensa, condita da un’insopportabile retorica antirazzista. Come ho scritto altrove, certe volte Clint Eastwood dà l’impressione di essere stato assunto a ore da qualche organizzazione per I diritti civili: ‘Facci un film su qualche grande e nobile causa’, e lui esegue. A questo ‘filone’ si devono alcuni tra i peggiori film della sua carriera: per esempio questo e Fino a prova contraria (1999), para-thrilling sentimentaloide sulla pena di morte. Lasciate perdere.

Mercoledì 18 gennaio

Philadelphia (J. Demme, USA, 1993), 21.10, DT

Un giovane e brillante avvocato di Philadelphia viene improvvisamente licenziato in base a generiche motivazioni di inefficienza. In realtà, lo studio ha saputo che non solo è gay, ma anche sieropositivo, e vuole liberarsene come se fosse un appestato. Lui cerca giustizia, ed affida la sua causa ad un abile avvocato, che però è omofobo. Raro passaggio in tv di questo bellissimo e coraggioso esempio di cinema civile, questa volta indirizzato a combattere i pregiudizi mentali, culturali e sociali che tuttora moltissimi ancora nutrono contro i malati di AIDS. Pregevolissima l’interpretazione di un giovane Tom Hanks. Da vedere.

Giovedì 19 gennaio

Figli-Hijos (M. Bechis, Italia, 2001), 19.35, DT

Non l’ho visto (riporto la recensione del Dizionario Morandini), ma lo segnalo in onore di Marco Bechis, autore del bellissimo “La terra degli uomini rossi”, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia del 2008, dove, incredibilmente, non ha vinto nessun premio.

“Figlia di una desaparecida del 1977, l’argentina Rosa cerca un fratello gemello, adottato da uno degli assassini in divisa, e lo trova in Javier a Milano nel 2000. Nato da un’inchiesta tra alcuni dei settantadue hijos di desaparecidos (su circa 500) identificati con sicurezza, l’opus n. 3 dell’italo-cileno M. Bechis è complementare e diverso da Garage Olimpo, film sul passato. Si rievoca la stessa vergogna – di essere argentini, di essere umani – le radici del dolore e il rimosso con la sensibilità e, forse, con la speranza del presente. Scritto, come gli altri due, con l’italo-polacca Lara Fremder, conferma la capacità del regista di raccontare per immagini e di non separare il linguaggio dal discorso politico. Qualche vuoto nella 1ª parte, dovuto all’eccessiva fiducia nel fare a meno dello scavo psicologico”.

Notte prima degli esami (F. Brizzi, Italia, 2006), 21.10, Sky

E’ l’ultimo giorno di scuola, e sapendo che non rivedrà più i suoi insegnanti – lo aspetta la Maturità – Luca vuole togliersi un rospo dallo stomaco: va dal suo professore di italiano, soprannominato La Carogna, e gli vomita addosso tutto l’odio e il disprezzo che ha accumulato contro di lui per tre anni. Ma non sa una cosa: che proprio lui, all’ultimo momento, è stato nominato commissario interno all’esame, e quando lo scopre capisce di non avere futuro. Per consolarlo, gli amici lo portano ad una festa, e là Luca ha una visione: Claudia, la “donna della sua vita”. Ma non sa chi è, e inoltre l’ha vista insieme ad un burino alto il doppio di lui, e pieno di muscoli. Nella ricerca di questa fantomatica creatura, e nel tentativo di trovare una soluzione alla sua mostruosa gaffe, si consumano i giorni e le notti che separano Luca dall’esame. Ben lungi dall’essere l’ennesimo teenager-movie, sporcaccioncello  e volgarotto, NPE è un film delizioso, una commedia garbata, intelligente, discreta, piena di buon gusto e di spirito, e, tra l’altro, divertentissima. Dal micidiale colloquio iniziale con La Carogna all’ultima inquadratura, le avventure di Luca e dei suoi amici si susseguono attraverso un fuoco di fila di battute esilaranti e di situazioni comicissime, senza tuttavia che mai una sola volta si scada nella volgarità postribolare che è oggi la cifra e l’unico contenuto della commedia italiana (Boldi, De Sica e i Vanzina dovrebbero guardarselo non stop, per ventiquattr’ore filate). Fausto Brizzi – un signor nessuno dal luminoso avvenire, almeno a giudicare da questo esordio – è evidentemente un uomo di buone letture, perché raramente si è vista una sceneggiatura così squisitamente teatrale, dalla commedia degli equivoci di Feydeau al bellissimo Casa a due porte non puoi sorvegliare, di Calderon de la Barca, cui moltissime situazioni sono ‘sfacciatamente’ ma intelligentemente ispirate. In questo suo primo lavoro è stato coadiuvato da un cast davvero di qualità. Prima di tutto, ottimi i ragazzi del gruppo, impegnati solo a recitare, cioè a fare il loro lavoro, non a mettersi in mostra. Ma gli elogi maggiori vanno ai due principali interpreti adulti. Prima di tutto, è ovvio, Giorgio Faletti, semplicemente strepitoso nel dar vita ad una ‘carogna’ che però ha dentro di sé un animo e una storia, con una recitazione efficacissima, ma sempre misurata e sotto le righe, senza cedere una sola volta al tentativo di far riemergere, magari solo con un guizzo, i suoi vecchi (e peraltro pregevolissimi!) personaggi di cabaret, con cui si fece un nome a Drive In. In secondo luogo, elegantissimo, sensibile e bravissimo, ai limiti della commozione, Riccardo Miniggio, nella piccola parte del fidanzato della nonna, ad ennesima dimostrazione della sacrosanta legge per cui non esistono cattivi attori, o ruoli ‘minori’, ma solo cattivi registi. Lo aspettiamo alle prossime prove, ma certo qui cattivo regista Brizzi non è stato. Ci lascia con un altro tocco di professionalità, evitando un terrificante e stucchevole happy end che avrebbe rovinato tutto e con dei simpaticissimi titoli di coda affettuosamente ispirati ad Animal House, dopo un film che ricorderemo a lungo con vero piacere.

S1m0ne (A. Niccol, USA, 2002), 15.35, Sky

Stanco delle bizze delle dive in carne ed ossa, un regista, grazie ad un prodigioso software, ne crea una virtuale, grazie alla quale i suoi film raggiungono un successo strepitoso. Il pubblico, ed anche lui, impazziscono per questa creatura, che pare incarnare l’eterno femminino. Quando si rende conto di essere divenuto schiavo di un’illusione cerca di liberarsene, ma si accorge che non è più possibile.  Poco più di un’ombra è rimasta, in questo film della magia del sublime Gattaca (1997), film d’esordio di Niccol, che non ha più ripetuto quel miracolo di poesia e filosofia. S1mOne è un film piacevole e intelligente, certo, ma che lascia con un’acuta sensazione di non approfondito, di superficiale, di approssimativo, e che fondamentalmente si regge sulla performance di un Al Pacino semplicemente prodigioso (ma quando non lo è?). Comunque da vedere, assolutamente (così capirete anche lo stranissimo titolo …).

Venerdì 20 gennaio

L’impero dei lupi (C. Nahon, Francia, 2005), 21.10, DT

Se leggendo il titolo avete pensato a lupi mannari e orrori simili, magari, ma disingannatevi. Qui si parla dei Lupi Grigi, la celebre organizzazione turca di estrema destra, questa volta impegnata a Parigi in una storia complicatissima fatta di traffico di eroina, traffico di immigrate, esperimenti pseudoscientifici sul ricondizionamento mentale, vendette personali e chi più ne ha più ne metta. Un papocchio quasi invedibile, nel quale non si capisce perché si sia fatto coinvolgere, nella caricatura di se stesso, un attore fine e intelligente come Jean Reno, peraltro non nuovo a ‘complicità’ in solenni boiate (vedi il remake di Rollerball).

 

 

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