Pubblicato da: giulianolapostata | 14 gennaio 2012

Anatole Le Braz, cantore delle radici del popolo bretone

Anatole Le Braz nacque a Saint-Servais, nel dipartimento delle Cotes-d’Armor, in Bretagna, nel 1859, dalla famiglia di un maestro elementare, e fece i suoi primi studi sotto la guida del padre seguendolo nei suoi vari spostamenti da una scuola all’altra della regione. Come per i suoi compagni di scuola, anche per lui il bretone fu lingua madre, e il francese lingua ‘straniera’, imparata a scuola. Ma soprattutto, in quell’ambiente mentale naturalmente portato al fantastico che è l’infanzia, coi suoi compagni egli condivise quel patrimonio di favole e leggende che tanta traccia avrebbero lasciato in lui e che avrebbero poi segnato in modo esclusivo la sua vita e i suoi studi. Divenuto professore di filosofia al Collège di Etampes, e poi di lettere al liceo di Quimper, Le Braz cominciò presto a pubblicare le sue raccolte di testi, che egli andava raccogliendo dalla viva voce di contadini, pastori e marinai, che egli ebbe a definire “les plus gentils hommes de notre race”. Professore di Lettere all’Università di Rennes dal 1901 al 1924, Anatole Le Braz continuò per tutta la vita il suo lavoro di raccolta e sistemazione delle tradizioni bretoni, compiuto con un amore ed un rispetto che tuttora commuovono, e che gli assegnano un posto d’onore accanto ai grandi folkloristi europei, come i Fratelli Grimm, Karl Felix Wolff ed altri. Morì a Mentone, dove si era trasferito nei suoi ultimi anni, nel 1926.

Di tutte le opere di Le Braz, la più famosa è probabilmente La légende de la mort chez le bretons armoricains”, pubblicata intorno al 1920 (in lingua bretone l’Armor è la costa, da cui l’appellativo di Penisola Armoricana con cui viene a volte chiamata la Bretagna). In quest’opera vastissima (circa quattrocento pagine) egli raccoglie, dividendoli per temi, innumerevoli usi e costumi dei bretoni della costa riguardanti l’Aldilà. Due osservazioni, almeno, meritano di essere fatte a proposito di questa bellissima raccolta. La prima riguarda il concetto di ‘superstizione’, perché infatti, secondo il punto di vista moderno, illuminista, razionalista, quelle raccolte da Le Braz altro non sono che, appunto, superstizioni, nel senso più deteriore del termine, e senza dubbio v’è chi si rallegra che i Lumi del Progresso e della Mondializzazione le abbiano quasi completamente sradicate anche dalle lande bretoni. E tuttavia, mai come qui si comprende il vero significato del termine ‘superstizione’: ‘superstizione’ è quod superest, ‘ciò che resta, ciò che rimane’ dell’antica cultura celtica della Bretagna, dei suoi Dèi, di quel suo passato favoloso che la cristianizzazione ha solo travestito, ma non è riuscita a cancellare. E allora, lungi dall’essere inutili frammenti di tempi barbari, queste storie diventano flebili voci che la Bretagna favolosa e pagana ancora manda al nostro presente, e noi ci chiniamo su di esse con rispetto e commozione. L’altra osservazione riguarda l’atteggiamento con cui Le Braz presenta il suo materiale: che è senz’altro quello dell’etnologo attento e sistematico – dello scienziato, appunto – ma è sempre anche, al contempo, quello del devoto e nostalgico cantore della propria terra e del proprio passato. Questi due atteggiamenti non saranno mai disgiunti, nella sua opera, e ne costituiscono uno dei principali elementi di fascino.

Le  restanti opere di Le Braz possono essere suddivise, grosso modo, in due gruppi. Uno è quello delle opere di tipo, diciamo così, strettamente etnologico, ovverosia quelle in cui egli raccoglie, sistema e collaziona, si può dire, materiali orali della tradizione popolare; in questo tipo, il suo intervento è ridotto al minimo, quando non è addirittura assente, limitandosi a null’altro, molto spesso, che alla pura e semplice trascrizione dei testi e delle testimonianze. Si tratta di opere solo apparentemente aride e noiose, ma che invece possiedono pienamente – come sa chiunque pratichi l’antropologia, sia pure da semplice ‘dilettante’, com’è il mio caso – un intenso profumo di realtà ed una grande potenza emozionale. Potremmo invece definire l’altro gruppo di opere quello più strettamente letterario. Qui l’intervento di Le Braz è patente e forte. Si tratta quasi sempre di riscritture, resoconti, rielaborazioni di materiali peraltro sempre originali, ai quali egli conferisce la struttura e la dimensione del racconto. Il mio amore per Le Braz è nato proprio da questo tipo di testi, perché qui sì, veramente, balza dalla pagina il Le Braz vero, autentico, il cantore appassionato della sua terra e della sua gente, il bardo, che canta e rimpiange un mondo che è stato e che ormai non è quasi più, e di cui egli raccoglie e custodisce con amore e devozione le ultime scintille. Qui, ancora, si svela, dopo il Le Braz scienziato, lo scrittore, ed è allora uno scrittore che io non esito a definire uno dei maggiori dell’Ottocento francese, dalla potenza descrittiva eccezionale, quale di rado ci è accaduto di incontrare.

Quando e perché, Le Braz è un grande scrittore? Lo è, prima di tutto, quando descrive la sua terra. Più che l’espressione ‘grande scrittore’, potrei usare quella di ‘grande descrittore’. Ma attenzione, però: le sue non sono mai descrizioni fine a se stesse, oggettive, da guida turistica; e neppure vuotamente estetizzanti. Il suo è tutt’altro che un semplice ‘descrivere’ la natura: egli la ‘celebra’. Quando descrive un bosco, una brughiera, il mare, Le Braz si trasfigura: da semplice osservatore e traspositore di immagini e di sensazioni, egli diventa, come ho detto, un bardo, vorrei dire un druido, che, lungi dal limitarsi a riportare colori e figure, canta la magia animata ed animistica della natura, e ne celebra paganamente il culto. A questo registro rispondono, sempre, tutte le sue pagine di descrizione, e di tale registro egli pare essere, qualche volta addirittura cosciente. Pagine che fanno davvero pensare che la cristianizzazione sia stata, per lo spirito bretone, poco più che una vernice. Una splendida vernice, senz’altro, che si è meravigliosamente amalgamata col sostrato generando nuove, complesse e magiche figure; ma comunque una vernice, che di quel sostrato non ha potuto minimamente alterare l’anima originaria, precristiana e preromana: quell’anima celtica che popolava di spiriti ogni pianta ed ogni fonte. E non solo Le Braz è grande e particolare descrittore, ma anche grande narratore. Eccezionale è, infatti, la sua capacità di ‘costruire’ la storia, di dosarne gli elementi e di legarli tra loro fino a creare macchine narrative perfette, che prendono, rapiscono e soddisfano, non solo il cuore, ma anche la mente.

La prima, e per ora unica, traduzione del corpus narrativo di Anatole Le Braz apparsa in italiano è un’antologia da me tradotta e curata per l’Editore Neri Pozza nel marzo del 2000, dal titolo “Il bastardo del Re”. Nel 2003 l’Editore Sellerio ha pubblicato un’antologia di suoi materiali più strettamente antropologici.

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