Pubblicato da: giulianolapostata | 7 gennaio 2012

Vercingetorige e gli Americani: M. Llywelyn, “Il potere dei Druidi”, Ed. Nord

Uno degli errori – o meglio una delle omissioni – più frequenti quando si parla delle culture amerindie (spero non sia necessario precisare che quando uso termini come ‘primitivi’, ‘tribale’, ‘magico’ ecc. non lo faccio mai in un’accezione positivistica; essi saranno sempre intesi in senso puramente antropologico-storico, per identificare determinate culture e distinguerle dalle nostre, mai per confrontarle con le nostre in termini di ‘valore’: certi esercizi di eurocentrismo etno-razzista li lascio ad altri) è quello di guardare alla loro religiosità ed alla loro spiritualità come qualcosa di assolutamente diverso da tutto quanto si sia visto prima, qualcosa di ‘staccato’ dal mondo, di – paradossalmente – del tutto ‘nuovo’. Ciò può indurre un pericolo, e cioè quello di sviluppare nei loro confronti un interesse di tipo ‘esotico’, alla new-age, che rimane affascinato da ciò che è ‘strano’ e diverso, ma non sa e/o non può penetrare al di sotto dell’impressione superficiale per cogliere e stabilire nessi. Dobbiamo invece ricordare che il pensiero magico-animista non è stato e non è affatto una prerogativa esclusivamente delle culture amerindie, ma è stato comune a tutta l’umanità in determinate fasi della sua storia. Dobbiamo ricordare – sempre con buona pace di un certo fanatismo positivista – che non esistono organizzazioni del pensiero ‘migliori’ ed altre ‘peggiori’, alcune ‘primitive’ (appunto!) ed altre ‘moderne’: si tratta semplicemente di ‘punti di vista’ differenti nei confronti della realtà, ognuno con sue proprie caratteristiche. Dobbiamo pure ricordare – finalmente – che anche noi eurasiatici eravamo così – ebbene sì – e che ci sono voluti secoli, millenni di ‘omologazione’ (prima quella dell’imperialismo romano, poi quella cristiana, poi quella tecnologico-industriale e per finire quella ‘progressista’) per ridurci a quella condizione di morti viventi nella quale ci troviamo oggi. Avrei anche potuto intitolare questa breve nota “Come eravamo”, titolo certamente ‘banale’, ma almeno semplice e chiaro, e ciò con lo scopo di far intendere che gli Amerindi sono veramente nostri ‘fratelli’, in quanto portatori di una cultura che è stata anche nostra, e che dunque, nel fondo delle nostre emozioni e della nostra mente, non ci è né estranea né troppo lontana. Queste riflessioni mi sono state suggerite dalla rilettura di un romanzo di Morgan Llywelyn, autrice di narrativa storica di ambientazione celtica pubblicato, ormai parecchi anni fa dall’Editrice Nord: Il potere dei druidi. Si tratta di una biografia romanzata di Vercingetorige, il principe Gallo della tribù degli Arverni, che, dopo esser incredibilmente riuscito ad unire in un’unica confederazione le tribù della Gallia – prima tutte ostili tra loro – oppose l’ultima ed eroica resistenza alla conquista di Giulio Cesare nell’assedio e nella battaglia di Alesia, nel 52 d.C. Sconfitto, Vercingetorige fu portato a Roma come preda di guerra ed esposto al ludibrio della plebe; la confederazione, che egli aveva riunito grazie soprattutto al suo prestigio personale e che durante la guerra aveva pagato un altissimo tributo di sangue, si dissolse, e la Gallia venne definitivamente romanizzata, sia culturalmente che economicamente. Può darsi che, in senso stretto, il valore ‘letterario’ del libro non sia eccelso, ma si tratta comunque di una lettura affascinante ed avvincente, per due ragioni. La prima è la coincidenza impressionante (voluta?) tra la descrizione che viene fatta degli effetti negativi e deleteri dell’infiltrazione della ‘cultura’ romana in Gallia (introduzione della schiavitù, abbandono dell’economia fondata sul baratto in favore di quella monetaria, introduzione di beni di consumo nuovi ed inutili e creazione di bisogni indotti, abbandono e spregio delle vecchie tradizioni tribali, corruzione morale ecc.) e tutto quanto noi sappiamo essere accaduto di analogo in occasione della penetrazione della ‘cultura’ americana, non solo presso gli Indiani del Nord America, ma ovunque essa si sia prepotentemente insediata, al prezzo sempre di etnocidi e, quando è stato necessario, di nuovi genocidi. Non c’è di che stupirsi, si potrà obiettare: lo si sa, che l’imperialismo è sempre costituzionalmente lo stesso, anche se storicamente assume forme diverse. E’ vero; tuttavia è impressionante il numero delle volte in cui, leggendo ‘Romani’, verrebbe voglia di correggere in ‘Americani’, e di quelle in cui, dietro a questi ‘barbari’ che combattono per non essere annientati fisicamente e culturalmente (questo popolo allegro ed orgoglioso, di cui un personaggio, rammentando il passato, dice: “Noi eravamo un popolo che cantava”; la cui formula di saluto era: “Ti saluto come una persona libera”), vediamo altri ‘selvaggi’, liberi e felici, anch’essi sterminati e negati da un conquistatore portatore di ‘progresso’ e di ‘civiltà’. La seconda ragione è l’estrema somiglianza tra la religione druidica così come viene raccontata (il co-protagonista è un druido, coetaneo ed amico di Vercingetorige, che lo aiuta e lo guida nella sua battaglia) e la spiritualità indiana, come l’abbiamo conosciuta da innumerevoli testimonianze. Per entrambe le culture, la natura non è un ‘altro’ da noi: invece, tutto – esseri umani, animali, piante, pietre ecc. – tutto è sacro, ed espressione del Sacro: come tale va onorato, con riconoscenza e rispetto. Ma diamo voce direttamente a Morgan Llywelyn: “La Fonte di ogni essere è la singola e singolare forza della creazione e tuttavia ha molti volti: montagne, foreste e fiumi, uccelli, orsi e cinghiali; ognuna di queste cose rivela un diverso umore del Creatore, un suo diverso aspetto, quindi ciascuna è un simbolo dell’unica Fonte”. E ancora: “Ogni entità deve essere libera di essere se stessa. Il Sole è chiamato il Fuoco della Creazione ed è il più potente fra i simboli, perché senza la luce non c’è la vita, che è al tempo stesso Creatore e Creazione, la chiusura del sacro Cerchio. Per questa ragione noi Celti erigevamo i nostri templi in boschi vivi”. Infine: “In primavera nuovi germogli appaiono sugli alberi. Appaiono sempre … Noi eravamo gli occhi e gli orecchi della Terra, pensavamo i suoi pensieri, sentivamo il suo dolore … La Terra contaminata levava fino a noi un grido di dolore, pregando di essere risanata … Che sorta di esseri potevano avvelenare la Dea che è madre di tutti noi?”. Eccetera. Ecco: così eravamo anche noi. Poi sono venuti la Romanità (“Tu regere imperio populos, Romane, memento!”), il Dio Bianco che ha sconfitto le ‘superstizioni’, e poi ancora le macchine, il progresso, la ‘libertà’. Oggi sappiamo che non c’è più bisogno di un druido per “costringere a girare la ruota delle stagioni”, i nostri mali li curano (affermano di farlo) medici freddi ed estranei; nelle nostre case – non più capanne – otteniamo caldo o freddo a volontà, ed abbiamo asservito la terra a darci quanto vogliamo: frutti, metalli, ma anche veleni e morte. Ognuno faccia il conto di ciò che abbiamo guadagnato e di ciò che abbiamo perso.

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