Pubblicato da: giulianolapostata | 7 gennaio 2012

Multivisioni – Sabato 7 gennaio 2012

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

“Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

L. Wittgenstein

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Sabato 7 gennaio

Nessuna verità (R. Scott, USA, 2008), 17.05, DT

Dopo una serie lunghissima di film mediocri, se non decisamente brutti, lontani anni luce dai capolavori coi quali ha esordito molti anni fa, ecco finalmente un film di R. Scott che, senza essere appunto un capolavoro, è comunque un ottimo film, serio, intelligente e ben scritto. Tanto più apprezzabile se lo si confronta – il paragone è inevitabile – con una recente pellicola sullo stesso argomento – le operazioni della CIA in Medio Oriente – quel Syriana di S. Gaghan (USA, 2005) dalla sceneggiatura schizzata e scombiccherata ai limiti della comprensione. Qui invece abbiamo, prima di tutto, un’ottima sceneggiatura, estremamente complessa nello svolgersi degli eventi (le locations cambiano in media ogni dieci minuti e gli eventi sono quasi sempre frenetici), ma ordinata e rigorosa nel raccontare, che permette allo spettatore di seguire con vera passione. Ambientato ai nostri giorni in Giordania, NV narra appunto di un’operazione CIA tesa ad impadronirsi di un terrorista a capo di una cellula molto attiva, che sta martoriando l’Europa con sanguinosi attentati (una metafora di Al Qaeda, la bestia nera degli americani, i quali mai si chiedono chi abbia creato il mare in cui ora nuota agilmente quel pesce velenoso). L’uomo sembra assolutamente inafferrabile, non solo perché accuratissimamente protetto dai suoi, ma anche perché i mezzi di comunicazione che usa sono estremamente ‘primitivi’, e dunque purtroppo non rilevabili dalle incredibili tecnologie dell’intelligence USA. Così, Roger Ferris, l’agente sul campo (un bravo Leonardo di Caprio) propone a Ed Hoffman, suo capo a Langley (un bravissimo Russel Crowe, come sempre) un’operazione di infiltrazione, allo scopo di far uscire allo scoperto il terrorista. Il marchingegno avrà successo, ma Ferris vi rimarrà coinvolto molto più di quanto avesse progettato. A parte un discorso iniziale di Hoffman, ed alcune conversazioni tra lui e Ferris, il film non si schiera, e non propone alcuna ‘morale’ finale. Con grande obiettività, anche a costo di rinunciare a facili tipizzazioni, il giudizio viene lasciato allo spettatore, messo di fronte a due figure psicologicamente molto interessanti. Hoffman è un personaggio non ‘cattivo’, ma visceralmente amorale, nel quale il cinismo è, più che un mezzo, una seconda natura. Indifferente al destino degli uomini sul campo, interessato solo all’esito della missione, non prova passioni o sentimenti per nessuno (“Il ragazzo è andato”). Così pure, Ferris non incarna il suo doppio ‘buono’ (il poliziotto buono e quello cattivo). E’ solo un soldato, fedele, onesto e coraggioso, che ad un certo punto si stanca di essere usato come una pedina. Nessuna conversione politica, ideologica o ideale, in lui: solo la ‘scoperta’ della realtà, dopo tanti amici mandati a morire e una vita personale, la sua, in procinto di sfasciarsi. Insomma, un gran bel film, che vale ampiamente i soldi spesi. Un ultimo consiglio. La prossima volta che vi fermate dietro ad un albero a far pipì, guardate in alto, e se vedete qualcosa che luccica, beh, la CIA vi spia! (Per i maniaci dei ‘contenuti speciali’: le immagini dai Predator non sarebbero ‘trucchi’ cinematografici. Pare che Scott abbia avuto in ‘prestito’ dalla CIA un vero Predator per le riprese, che in effetti hanno un contenuto realistico assolutamente strabiliante).

Domenica 8 gennaio

Il colore viola (S. Spielberg, USA, 1985), 23.35, Rete4

Storie tragiche di due sorelle nere nell’America dei primi Novecento: lacrimoni, emozioni, melodrammone noiosissimo. Woopy Goldberg – ‘attrice’ (si fa per dire …) le cui virtù attoriali si sono sempre mosse tra i confini della pagliacciata disneyana, della soap e del grottesco – al massimo potrebbe fare la ‘mamie’ in un remake di Via col vento, ma recitare è un’altra cosa.

Babe (C. Noonan, Australia, 1995), 20.30, DT

Piccolo miracolo di fantasia e di eleganza, questa affettuosissima favola che sembra avere avuto i Fratelli Grimm come sceneggiatori e aiuto registi. Babe è un maialino di fattoria, destinato a finire in salsicce, naturalmente. Ma lui si ribella, e con l’aiuto – o l’ostilità! – degli altri animali, cerca di costruirsi un destino diverso: fino al ‘miracolo’ finale (la parola non è eccessiva: guardate il cielo che si apre!). Assolutamente imperdibile.

Pitch Black (D. N. Twohy, Australia/USA, 2000), 17.10, DT

Un’astronave precipita su un pianeta apparentemente disabitato. Tra i suoi passeggeri, un cacciatore di taglie e la sua preda, Riddick, un criminale del tutto privo di morale – apparentemente – con una particolare caratteristica fisica: durante i lunghi anni trascorsi in isolamento, si è fatto modificare gli occhi, ed ora vede perfettamente al buio. I superstiti iniziano ad esplorare il pianeta e trovano un villaggio di minatori abbandonato. Studiandone le attrezzature, scoprono un’orribile verità. Il sottosuolo del pianeta è infestato da mostri sanguinari, che escono solo di notte (e che proprio di notte hanno già sterminato tutti i minatori). Ma non è tutto. Nonostante i tre soli che ruotano attorno al pianeta, per una rarissima congiunzione astrale sta per arrivare un’eclissi, che precipiterà per sempre il pianeta nel buio. Nel villaggio c’è anche un’astronave di salvataggio, ma per riattivarla occorrono dei pezzi di ricambio da prelevare nel relitto di quella caduta. Il gruppo si precipita a recuperarli, ma quando sta per ripartire, scende il buio perpetuo, e i mostri escono dalle loro tane ed iniziano a fare strage. Ora sono tutti nelle mani di Riddick, l’unico che può guidarli, e che può salvarli: se vorrà. Ispirato all’ottimo racconto Strada buia (A walk in the dark, Arthur C. Clarke, Einaudi, 1962), PB è un altrettanto ottimo film di fantascienza, che riesce benissimo a mettere in scena quello che, secondo me, dovrebbe essere il ‘tema’ fisso di tutti i film di questo ‘genere’: l’ignoto, e la paura che esso produce. Un genere, la fantascienza – lo dico en passant – oggi tragicamente negletto, e un’ispirazione altrettanto dimenticata. Dopo Alien, passando per quell’idiozia pseudofilosofica (!!!???) di Matrix, sono pochissimi i titoli degni di menzione. Forse La mosca di Cronenberg, ma ben poco altro. Qui c’è il meglio di tutto. L’ignoto, appunto: e quale ‘ignoto’ può essere più terrificante del buio? Tutti ne abbiamo avuto paura, da bambini. L’eroe, negativo, ma sempre eroe. La solitudine, senza speranza di salvezza e di aiuto. I mostri: misteriosi, sanguinari, nascosti. La luce acida e tagliente – finché ce n’è! – rende ancor più inquietante questo posto maledetto. E poi i ribaltamenti di fronte, i colpi di scena: violenti ed inaspettati, fino all’ultimo, il ‘peggiore’ di tutti. Un gioiellino, in cui anche l’abitualmente inespressivo Vin Diesel è perfettamente adeguato al personaggio, inquietante, sfuggente ed ambiguo.

Lunedì 9 gennaio

1855 – La grande rapina al treno (M. Crichton, GB, 1978), 21.00, DT

Deliziosa e piacevolissima versione del buon romanzo di Crichton (interessante ed intelligente: da leggere), con uno sfavillante Sean Connery ed un divertente Donald Sutherland. Attenti alla divertentissima schermaglia di doppi sensi tra Connery ed una signora ‘allegra’ al tavolino del tè. Da vedere.

21 (R. Luketic, USA, 2008), 21.00, DT

Ben è uno studente del MIT di Boston. Col suo curriculum da “piccolo genio” vorrebbe studiare medicina ad Harvard, ma gli servono trecentomila dollari: un sogno proibito. Micky è il suo insegnante di matematica, ex giocatore di Black Jack, che ha messo insieme una squadra di studenti eccezionalmente dotati in campo matematico-probabilistico, con la quale sta sbancando i casinò di Las Vegas. Micky vuole anche Ben nel suo gruppo e ben, dopo molte riluttanze iniziali, accetta, perché vede che è l’unico modo per pagarsi gli studi. Quando avrà messo da parte la somma necessaria smetterà: “È solo un mezzo per il fine”. Ma poco per volta l’ebbrezza del gioco e del denaro facile gli danno alla testa, fino a metterlo in urta proprio col suo Pigmalione, e le conseguenze rischieranno di essere terribili. Una storia modestissima, sceneggiata ancor più modestamente (chi non ha capito perché Ben torna a chiedere scusa a Micky?!) e moderatamente noiosa. Ma la presenza di Kevin Spacey – uno degli attori più intelligenti del cinema contemporaneo, qui magnetico e gelidamente amorale – nella splendida interpretazione del professore, ne consiglia comunque almeno una visione.

Unstoppable (T. Scott, USA, 2010), 21.10, DT

I migliori film di suspense sono quelli in cui ‘non succede niente’, quelli che si svolgono tutti ‘lì’, magari nella stessa stanza, meglio ancora quelli che ‘sai già come andrà a finire’. Perché lì si vede l’intelligenza, o per lo meno l’abilità, del regista e dello sceneggiatore, che riescono a tenerti inchiodato con una storia che, appunto, conosci già per averla vista mille volte, ma che questa volta ti viene raccontata in modo così originale che tu stai lì a mangiarti le unghie fino ai polsi, e ti diverti da morire. Innumerevoli sono gli esempi, riusciti ed anche falliti. Tra i primi, tanto per citare un capolavoro, La parola ai giurati (S. Lumet, USA, 1957); tra i fallimenti, uno clamoroso: In linea con l’assassino (J. Schumacher, USA, 2002). Ancor più difficile è il compito quando ci si cimenta con un tema già usato tante volte, e magistralmente, o addirittura con una storia già raccontata. Qui il tema è quello dei film ‘di treni’, che tanti bellissimi film ci ha regalato. La storia, già raccontata magnificamente da A. Koncalovskij (A trenta secondi dalla fine, USA, 1985) è invece quella del treno fuori controllo che rischia di provocare una catastrofe. Dopo l’incantevole thriller ‘politico’ di Pelham 1-2-3, forse il suo film più raffinato ed intelligente, Scott ci regala oggi questo piacevolissimo film che appunto rimescola, con l’aiuto del suo grande mestiere, storie e situazioni che hanno molto di déjà vu (ancora Scott!), ma che egli racconta con maestria quasi ineguagliabile. La trama l’avrete già capita, e si racconta in due parole. Per un errore di manovra, un treno carico di pericolosi prodotti chimici parte senza conducente, e rischia di deragliare proprio al centro di una popolosa cittadina, facendo esplodere dei depositi petroliferi. Saranno due normali ferrovieri, uno dei due novellino in odor di raccomandazione, a risolvere per il meglio la faccenda. Tutto saputo dunque. Ma. 1) Nonostante si possa perfettamente prevedere come finirà – ed anzi lo si sappia, perché il film è ispirato ad una storia vera – tuttavia la suspense è alle stelle, al punto che è difficile starsene fermi sulla sedia. ‘Riusciranno i nostri eroi …?’ Certo che ci riusciranno, ma tu palpiti, tremi, fai il tifo per loro, e questo, cari miei, è spettacolo puro. 2) I personaggi sono puri stereotipi: vero. Il vecchio ferroviere in procinto di essere licenziato ma tuttavia innamorato del suo lavoro; il principiante con casini coniugali, che getta il cuore oltre l’ostacolo, salva migliaia di vite e riconquista la moglie; il burocrate stupido e corrotto, che viene scalzato dal subordinato onesto e idealista. Tuttavia qui lo stereotipo non è ‘il’ film, ma semplicemente un ingrediente, spruzzato con misura certosina, tanto che – il ricordo di quel gioiellino di Pelham è vivissimo – anche qui è possibile leggere qualche metafora non tanto della società americana, quanto dei suoi miti, il che è anche meglio. Insomma, Tony Scott bravissimo, da anni non ne sbaglia una, Denzel Washington ormai suo attore icona, capace di ogni sfumatura, anche di calarsi in un film come questo, ‘commerciale’ ma di gran qualità. Averne.

Il tagliaerbe (B. Leonard, USA/Giappone/GB, 1992), 17.20, DT

Da un racconto di S. King (che chiese di cancellare il suo nome dai credits, tanto l’originale era stato violentato dagli sceneggiatori) una storia fantascientifica comunque disordinata e strampalata: uno scienziato tenta di trasformare un ritardato mentale in un individuo dai poteri eccezionali. Confuso e abbastanza noioso.

Non aprite quella porta (T. Hooper, USA, 1974), 01.05, DT

In una cittadina americana di una provincia desolata, resa ancor più disperata dallo spostamento dell’autostrada, che l’ha gettata nell’abbandono e nella miseria, un gruppo di ragazzi incappa in una casa nei campi abitata da una famiglia che prima cucinava hamburger per i viaggiatori, e che ora la povertà e l’isolamento hanno precipitato nella follia assoluta. Celeberrimo capolavoro dell’horror moderno, NAQP è una splendida metafora del male oscuro che cova sotto la coperta falsamente tranquillizzante del sogno americano. Hooper è genio e maestro nel confezionare un film che terrorizza oltre ogni limite (con un contributo minimo di effetti speciali: niente a che vedere con la serie infinita di recenti ed inutili rifacimenti, tutti bassissima macelleria, e in particolare con lo sciagurato remake di Marcus Nispel, 2003), e che al tempo stesso fa riflettere. Semplicemente sublime la fotografia: l’immagine sgranata della ragazza resa pazza dall’orrore, che, alla fine del film, irrompe sull’autostrada inseguita da Faccia-di-cuoio brandente la motosega, è da Oscar. Assolutamente imperdibile.

Martedì 10 gennaio

Attacco al potere (E. Zwick, USA, 1989), 21.00, Sky

In seguito ad alcuni attentati di fondamentalisti islamici negli USA, un generale con tendenze fascistoidi riesce a farsi dare i pieni poteri, sospendendo le libertà civili ed avviando il paese verso una dittatura militare. Ma i liberals insorgono. Buon film d’azione e interessante riflessione sui pericoli che si possono correre a dar retta alle follie di un Magdi Allam o ai rutti mentali di un Borghezio (ma forse è proprio quello che qualcuno desidererebbe …). Consigliabile, e non perdete i primi dieci minuti!

The road (J. Hillcoat, USA, 2009), 23.15, DT

Ma come, come nascono certi ‘miti’ cinematografici? O meglio, poiché a questo punto è evidente che non sono nati da soli: perché mai vengono inventati? Su che basi (come Avatar: ve lo ricordate? “Il film che cambierà la storia del cinema” … ‘sti cazzi!)? Questo dunque sarebbe il film di cui si è ritardata la programmazione perché troppo tragico, cupo, angosciante, per cui si temeva una reazione negativa del pubblico? Ma andiamo, via, un po’ di serietà. Altro c’era da temere, da parte appunto del pubblico. Per esempio, un’epidemia di suicidi in massa causati dalla noia, la noia massacrante di un film in cui non succede nulla, e quel nulla succede con una lentezza esasperante, per cui dopo una decina di minuti è giocoforza mettersi a fare il tifo per i cannibali, l’unico elemento ‘vitale’ del film: che se li mangino, quel lagnosissimo papà col suo bambino, così almeno ci divertiamo un po’. Oppure una pericolosa serie di travasi di bile, causati dalla rabbia per quella che pare essere la fiera dell’inverosimile e dell’improbabile. Cogliamo fior da fiore. Il bambino non ha mai visto una lattina di Coca Cola, e chiede “che cos’è”. Assurdo, per molte ragioni. Perché quando lui e il padre sono fuggiti lui aveva circa otto anni, e tra i viveri di cui fino a quel momento avevano vissuto, accumulati in casa, è ragionevole pensare che due americani medi avessero stipato anche numerose bibite in lattina (scommetto che a rivedere il film con attenzione – no, per favore! – sarebbe facile individuarne qualcuna sugli scaffali della cucina). Perché, anche, le strade su cui camminano sono cosparse di migliaia di lattine vuote, e il padre-mentore, tra i tanti filosofemi di cui gratifica il figlio, gli avrà pur spiegato cosa sono. Perché è impossibile che, in tutti gli edifici abbandonati che visitano, quella sia l’unica e la prima lattina piena che trovano. E la stessa cosa si può dire dello shampoo. Oppure. Due soli proiettili? Ma è semplicemente assurdo pensare che in tutte le case abbandonate in cui entrano non abbiano mai trovato una scatola di proiettili, o un’altra arma carica: a quel che ne sappiamo, in una casa americana è molto più facile trovare un’arma che un libro, tanto per dirne una. Oppure. Possibile che, visitando una nave abbandonata, l’unica cosa utile che trova sia, in tutto e per tutto, una pistola lanciarazzi?! Scendendo poi nel deposito di cibi sotterraneo, scendiamo nel ridicolo. Le scatole di biscotti sugli scaffali sono disposte come in mostra, a spina di pesce, per esser sicuri che gli spettatori capiscano di cosa si tratta … Chi è stato lo sciagurato scenografo che l’ha arredato? Ancora. Il mondo è in rovina, ma in una casa abbandonata funziona tutto perfettamente: luce, acqua, gas, riscaldamento … Ma prima di questo, è tutta la ‘storia’ in sé che non sta in piedi, che non ha sostanza, vita, dramma. I flash-back con la madre sono assolutamente, totalmente estranei all’economia della narrazione: si potrebbe rimontare il film eliminandoli e nessuno se ne accorgerebbe. Come pure incomprensibile è l’incontro col ‘Profeta Elia’: cosa dovrebbe dirci? Cosa dovrebbe significare, per i personaggi del film? E perché sempre “a Sud”, anche dopo aver visto che il Sud fa schifo come il Nord? Perché i buoni dovrebbero stare solo a Sud e i cattivi solo a Nord? Dobbiamo vedere in ciò una subdola polemica antileghista (si fa per cazzeggiare: non c’è molto altro da fare di serio, in questo film)? Modestissimi i risultati della computergrafica nella resa delle nebbie e dei fumi, che sanno tanto da trasparenti anni Cinquanta. Modestissimo il grande Viggo Mortensen, in una performance da dimenticare. Il piccolo Codi Smith-McPhee, quando piange fa piangere: meno male che non ride mai. Andate a letto, ché è meglio.

Mercoledì 11 gennaio

Fuga di mezzanotte (A. Parker, GB, 1977), 21.00, DT

La storia vera di Billy Hayes, arrestato negli anni Settanta all’aereoporto di Istanbul con due chili di hashisch, il quale, per colpa di un’assistenza legale estremamente rozza – ma soprattutto per la volontà del governo turco di ‘dare una lezione’ a spese del primo fesso che gli fosse capitato per le mani – venne condannato all’ergastolo. Rinchiuso nelle carceri turche, Hayes si trovò improvvisamente precipitato in un girone infernale di violenza, abiezione, follia e malattia che lo ridusse ad una larva umana. Solo per un caso fortuito riuscì a fuggire e a raggiungere l’ambasciata americana, che lo fece espatriare. Un bel film, forte e duro, con una bella sceneggiatura di O. Stone. Da vedere soprattutto ora, quando con tracotanza la Turchia preme per entrare in Europa: la stessa Turchia dove, l’8 marzo dell’anno scorso, uno sparuto drappello di donne e omosessuali, che aveva osato mostrare la faccia nel centro di Istanbul, venne massacrato di botte dalla polizia. La stessa Turchia che tutt’oggi nega il genocidio degli Armeni, uno dei più orribili della Storia recente. La stessa Turchia dove il genocidio e l’etnocidio dei Curdi sono tutt’ora in atto. La stessa Turchia dove, di recente, il portavoce del Ministero della Giustizia ha dichiarato: “Tutti gli uomini vogliono sposare una vergine: chi lo nega è un ipocrita” ed anche “Una donna violentata è meglio che sposi il suo violentatore: il tempo guarirà le ferite, lei lo amerà e saranno felici”. Oltretutto, un ottimo film, veramente da vedere.

Hook (S. Spielberg, USA, 1991), 14.50, Sky

Un avvocato di successo pensa solo agli affari e non si cura dei figli, ma quando Capitan Uncino glie li rapisce si ricorda di essere stato un giorno Peter Pan, e torna sull’Isola che non c’è a riprenderseli. Uno di quei film di Spielberg di derivazione tragicamente ‘disneyana’ nel senso peggiore del termine: dolciastro, melenso, insopportabile. E, come se non bastasse, noioso e banale. Da perdere, soprattutto per i bambini: fategli vedere “Peter Pan” di Disney, che è cento volte meglio.

Solomon Kane (M.J. Basset, Francia/Repubblica Ceca/GB, 2009), 19.10, Sky

Assieme a J.R.R. Tolkien, Robert Ervin Howard (1906-1936) è stato il maggior scrittore di Fantasy del secolo scorso. Di questa branca della letteratura fantastica egli ha esplorato praticamente tutti i sottogeneri, ma soprattutto grandissimo è stato nell’heroic fantasy (o sword & sorcery), ambito nel quale creò – oltre a Solomon Kane, cui è ispirato questo film – anche il celeberrimo Conan il Barbaro. Succube di una madre oppressiva, ma anche delle sue stesse fantasie, Howard visse un’esistenza breve e tormentata, che per alcuni aspetti ricorda quella del suo ‘predecessore’, E.A. Poe – scrittore peraltro ampiamente sopravvalutato – ma soprattutto quella del suo ‘maestro’, il grandissimo H. P. Lovecraft. Nonostante ciò, la sua produzione letteraria fu amplissima, e tutta di ottima qualità, e merita assolutamente di essere riscoperta: gran parte di essa è oggi disponibile in traduzione italiana. Curiosamente, Howard è stato pochissimo frequentato dal cinema. Vien da pensare che sia accaduto a lui ciò che è accaduto a Dumas: scrittori la cui prosa è di per sé talmente ricca e densa, a livello immaginifico e narrativo, da renderne paradossalmente ardua la trasposizione sullo schermo (e infatti i film tratti da Dumas sono, in genere, piuttosto banali). Se non sbaglio, prima di questo due sono state le traduzioni cinematografiche da Howard. La seconda – Conan il Distruttore, R. Fleischer, USA, 1983 – è una ridicola parodia, con una sceneggiatura da dimenticare e il penoso contributo di Grace Jones. Ma il primo – Conan il Barbaro, J. Milius, USA, 1982, con un bravissimo A. Schwarzenegger – è un capolavoro del genere Fantasy, che non sfigura affatto a fianco del recente Signore degli Anelli. La bellezza del film, però, è in gran parte merito del regista, il grande John Milius che, già di suo sensibile ai temi dell’eroe e della regalità, trovò nell’immaginario di Howard e nel suo personaggio un soggetto ideale, scrivendo una storia colma di grandezza, magia ed avventura, stilisticamente ‘elementare’, che fa un uso minimo e ridottissimo di qualsiasi effetto speciale. Purtroppo quei tempi son passati, ed anche quei registi. La nostra è l’era della computer grafica, che consente a chiunque di credersi un genio del cinema e di poter fare qualsiasi cosa. Così è stato per questo signor Basset, che dubitiamo seriamente sia in grado di lasciare nel cinema una gran traccia di sé. Invece di scavare, appunto, nel materiale letterario, culturale e fantastico dello scrittore americano, invece di esplorare il personaggio di Solomon Kane – mortale spadaccino in un’imprecisata Europa del Cinquecento, un blade runner sempre in bilico tra nemici sanguinari ma concreti e ben più pericolosi nemici infernali e soprannaturali – Basset si limita a confezionare la solita orgia di creature virtuali che cominciano ormai a sapere pesantemente di déjà vu. Anche l’ambientazione, a dir la verità più al sapor di cupo Medioevo che di Cinquecento, è risaputa, e soprattutto eccessiva. Raramente il mestiere, se pur c’è, salva dalla sostanziale assenza di ispirazione. Un film vedibile, con l’impegno di correre però subito dopo in libreria, perché, come dice Conan: “Volete vivere in eterno?!”.

Giovedì 12 gennaio

Malcom X (S. Lee, USA, 1992), 16.00, DT

Sulla vita del celebre leader delle Black Panthers, assassinato dalla CIA nel ’65, Lee ha scritto, com’è suo solito, un film mortalmente lungo (più di tre ore!) e mortalmente noioso, raffazzonato ed approssimativo, verboso e pieno di chiacchiere, che si parla addosso, cronachistico, cioè meno ancora che documentaristico, che nulla aggiunge né alla gloria di Malcom X né al cinema. Come ho detto molte altre volte, non basta ‘essere di sinistra’ e ‘fare film di sinistra’ per fare bei film. Del resto, per rendersi conto di quanto Lee sia sopravvalutato, basta vedere quella intollerabile scemenza del suo ultimo film, Miracolo a Sant’Anna (USA, 2008).

Cafè express (N. Loy, Italia, 1980), 17.15, Sky

Come Alberto Sordi, anche Nino Manfredi è stato spesso – e purtroppo volentieri – il ‘cantore’ delle volgarità e delle miserie sottoproletarie italiane. Così è anche in questo film, in cui si raccontano le peripezie di un venditore abusivo di caffè sui treni di linea del Sud. Ridicolo è dir poco, anche se è riuscito a fare di peggio (Cioccolata a colazione).

Venerdì 13 gennaio

Million dollar baby (C. Eastwood, USA, 2004), 21.00, DT

Certe volte Clint Eastwood dà l’impressione di essere stato assunto a ore da qualche organizzazione per I diritti civili: ‘Facci un film su qualche grande e nobile causa’, e lui esegue. A questo ‘filone’ si devono alcuni tra i peggiori film della sua carriera: Fino a prova contraria (1999), para-thrilling sentimentaloide sulla pena di morte, e Debito di sangue (2002), sgangheratissima sceneggiatura sui drammi di un trapiantato cardiaco, banale e retorica. Qui ci risiamo. Questa volta tocca all’eutanasia, tema quanto mai drammatico e straziante, e dunque assolutamente degno di rispetto. Ma il punto è che non basta parlare di una grande causa per fare un grande film, come non basta parlare di temi ‘alti’ per produrre un grande libro (tanto per fare un esempio al volo: leggetevi le scemenze pseudofilosofiche, da Baci Perugina, di Paulo Coelho); come, a scuola, non bastava saper ‘scrivere bene’ per fare un bel tema. Così è, secondo me, di questo film. Perché non c’è dubbio: MDB è ‘scritto’ molto bene. A cominciare dalla recitazione, per esempio: Eastwood forse mai così intenso, la Swank meravigliosa, Morgan Freeman talmente umano e dolce da rubare quasi la scena al suo grandissimo partner. Per continuare con la sceneggiatura, questa volta rigorosa e concisa, senza sbavature (se vogliamo trascurare il particolare della figlia che lo ha rifiutato, da cui lui cerca di farsi perdonare e di cui Maggie prende il posto, che ha grande importanza nel tessuto della narrazione. Perché è successo? Che cos’ha lui da farsi perdonare? Non sono domande che possano essere lasciate all’immaginazione dello spettatore), per finire con la fotografia, semplice e asciutta (ma quelle insistite inquadrature dei grattacieli di periferia contro il tramonto sono davvero manieristiche e calligrafiche). Scritto bene, certamente: anche troppo. In effetti, se lo si guarda con attenzione, gli stereotipi e i luoghi comuni ci sono tutti. Il vecchio burbero dal cuore d’oro, che prima si nega e poi, commosso dalla dedizione del giovane, cede e lascia sgorgare tutta la sua saggezza. Specularmente, il giovane inesperto che ‘si innamora’ del vecchio saggio e che lo elegge a sua guida spirituale (ma – lasciatemi dire una cattiveria – a volte la Scwank è quasi ridicola, all’inizio del film, nel suo scodinzolare attorno al vecchio Eastwood). Il ‘fior del fango’, ovverosia il giovane proveniente da una realtà sociale degradata e che ciò nonostante è uno scrigno di virtù (la ‘famiglia cattiva di Maggie è quasi una macchietta). La ‘paternità per adozione’, leit motiv di tanti, bellissimi film americani (per esempio, il magnifico I cowboys, con John Wayne). La coppia di vecchi amici, che magari hanno qualcosa da rimproverarsi nel passato ma che sono comunque strettamente legati da affetti, sofferenze ed avventure (anche qui, innumerevoli titoli). Il rovello religioso, che si accompagna e nasconde personali problemi esistenziali. Lo sport – meglio se duro e doloroso – come scuola di vita. Il vecchio eroe imbolsito che tuttavia è ancora capace di uno scatto di orgoglio per rimettere le cose a posto. Eccetera, eccetera. Scritto bene, appunto. Ma quando esci, ti fermi un attimo e ti chiedi: e allora? Ma perché? Cosa mi ha detto? Al di là di tante scene ruffiane – certe volte pare quasi che manchi solo il cartellino “Attenzione: scena da piangere. Tirare fuori i fazzoletti” – quello che, come sembrerebbe, nelle intenzioni del regista doveva essere ‘il’ tema, ‘il’ problema – l’eutanasia – è invece proprio quello che esce più trascurato e più ignorato da questo film, sopraffatto invece dalle emozioni personali dei personaggi e dalla commozione che esse destano nello spettatore. Una storia, in conclusione, chiusa in se stessa, potremmo dire ‘una storia inutile’, che – ed è questa la cosa incredibile – sembra non avere parentela alcuna con Mystic River, uno dei film più struggenti e intensi degli ultimi anni. Peccato. Anche se – e sono sincero – comunque niente riuscirà a scalfire in noi l’amore e il rispetto per questo grandissimo del cinema americano. Provaci ancora, Clint.

Un dollaro d’onore (H. Hawks, USA, 1959), 15.50, Rete4

Il grande John Wayne qui impegnato non solo a  sconfiggere i soliti prepotenti, ma anche a restituire onore e dignità ad un amico alcolizzato, in un western elegante e perfetto. Imperdibile.

La spina del diavolo (G. Del Toro, Spagna/Messico, 2001), 21.10, DT

Pare che nel cinema spagnolo sia abbastanza frequente la figura di chi s’inventa regista dalla sera alla mattina, e pensa che, per ‘cucinare’ un buon prodotto, sia per forza necessario usare ingredienti forti. Il risultato sono spesso dei polpettoni indigeribili e scadentissimi (come, per esempio, il pessimo La vita segreta delle parole, di I. Coixet, 2005). Uno di questi è Guillermo Del Toro, e quale miglior ingrediente, in Spagna, della dittatura franchista? Come nel suo successivo Il labirinto del fauno (2006), anche qui Del Toro se ne serve a piene mani, ma, come in quello, vicenda ‘politica’ e plot procedono come le parallele geometriche, senza mai incontrarsi. Qui, oltretutto, anche la storia è banale, noiosa e stravista – il fantasma di un bambino ‘morto male’ che infesta un orfanotrofio: Dio, che originalità – per cui il risultato è un bruttissimo film che sopporta a stento una visione. Forse in Spagna dovrebbero avere un po’ più di considerazione per il cinema, ed anche evitare di svilire a ‘location storica’ la tragedia del fascismo che hanno attraversato.

Quel treno per Yuma (J. Mangold, USA, 2007), 01.00, DT

Non è vero che i generi muoiono e non possono essere resuscitati. I generi non muoiono mai, ed eventualmente il problema è che a ‘resuscitarli’ sia la mano di un genio, il tocco di un artista. Si veda, per esempio, il bellissimo Gli spietati (USA, 1992), in cui un Maestro come Clint Eastwood, proprio nel momento in cui sembra celebrare, con un film crepuscolare e ‘decadente’, la fine dell’epopea western, al tempo stesso ci dà un film perfetto, che di quell’epopea è una massima esaltazione. Così pure, non c’è nulla di male ad usare gli stereotipi – il Mito ne è pieno! – purché essi sfuggano alla bassa condizione della macchietta da caratterista e diventino simbolo ‘universale’. Tutte considerazioni, queste, evidentemente del tutto estranee, a chi ha concepito e messo in atto questo film (non è che la filmografia di Mangold sia precisamente infarcita di capolavori) in cui l’epos è assente in misura assoluta, e che addirittura irrita per la sua balordaggine. Non si sa da che parte cominciare. O forse sì: certo dalla sceneggiatura, che vola raso terra, tra banalità, stereotipi – appunto! – involontarie cadute nel ridicolo, incongruenze. Il bandito Ben Wade è “Il Bandito”: gentile con le donne, che gli cadono ai piedi come cachi, spietato coi traditori e i nemici, uomo d’onore con gli uomini d’onore; e per chi gli tocca la Mamma sono c**** amari. Dan Evans, l’eroe suo malgrado, è anche lui “L’Eroe-suo-malgrado”: pulito, semplice, onesto, che preferisce farsi ammazzare piuttosto di rubare un cent, che non avrebbe mai voluto essere lì dov’è, ma che ora che ci si trova ha un onore da difendere, e lo fa fino alla morte. Li accompagna nel loro viaggio verso l’appuntamento fatale (l’avrete visto tutti l’originale del 1957 di Delmer Daves, che ora si starà rivoltando nella tomba) un gruppo di comprimari abbastanza normali e prevedibili. Un’eccezione (in negativo) è il figlio di Dan, una figura all’insegna del battistiano “io vorrei, non vorrei, ma se vuoi”, che passa a corrente alternata dall’ammirazione per il Bandito a quella per L’Eroe-suo-malgrado, e non si capisce per quale mai ragione alla fine scelga il secondo, se non per la volontà incomprensibile del regista: “Mi hanno disegnato così” potrebbe ripetere anche lui con Roger Rabbit. Le avventure si susseguono – con una certa fantasia, bisogna ammettere – ma bisogna anche riconoscere che la sfiga di Wade, che cento volte arriva sul punto di riconquistare la libertà e altrettante fallisce per un pelo, è davvero troppa, e quando si arriva alla scena nella tenda degli operai cinesi è difficile soffocare una risata. Come pure è difficile non ridere durante la fuga tra le case di Contention, con questi due che, come un incrocio tra Batman e James Bond, sfuggono ad una inimmaginabile pioggia di pallottole; o ascoltando la frase: “Non durerei due minuti come capo di questa banda se non fossi marcio dentro”, che candidiamo immediatamente all’Oscar per la battuta più artificiosa e falsa che si sia sentita al cinema da decenni. E Wade? Wade che, dopo un assurdo dialogo finale, accetta di andare a farsi impiccare solo per permettere a Evans di dimostrare a suo figlio di essere “un uomo”? E che ammazza tutti appunto perché lui ‘ha capito’? Ma loro, poveri sfigati, come possono capire che lui ha capito?! “Ma mi faccia il piacere!” direbbe Totò. Da questa fiera dell’improbabilità, una sola figura emerge, prepotente, davvero epica, e nemmeno si capisce come sia andata a finire in un film così: l’aiutante di Wade, Charlie, il pistolero gay, l’unico Franti, l’unico vero vilain del gruppo, fatto come Dio comanda: perverso, feroce, spietato, crudele, beffardo, immorale ed amorale, intimamente malvagio. Un autentico ‘eroe negativo’, uno splendido personaggio – sembra scritto da Sergio Leone – per il quale viene immediato e istintivo ‘parteggiare’, splendidamente interpretato da Ben Foster, cui auguriamo miglior fortuna e miglior compagnia. Cosa aggiungere ancora. Russel Crowe e Christian Bale non interpretano i personaggi, ma semplicemente mettono in atto una gara di recitazione, in questo ennesimo ed inutile remake, a proposito del quale ancora una volta invochiamo, dalle Nazioni Unite, una Risoluzione: “E’ severamente proibito fare remakes”. Punto.

 

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