Pubblicato da: giulianolapostata | 7 gennaio 2012

“J. EDGAR”, C. Eastwood, USA, 2012

Forza, diciamolo subito, così fuori il dente e fuori il dolore: che brutto film. Anzi, questo non è nemmeno un film: è un documentario, insopportabilmente lento, terribilmente noioso, di quelli che ti agiti sulla sedia perché ti fa male il culo, e continui a guardare spasmodicamente l’orologio per vedere quanto manca per alzarsi e andarsene a casa. È una biografia di J. Edgar Hoover? E chi se ne frega, verrebbe da dire, se, appunto, il film si limita a raccontare Hoover solo ‘dall’interno’, da un punto di vista esclusivamente ed assolutamente personale ed intimista, senza che mai la sua vicenda acquisti un metasignificato? Ché a questo serve l’arte: a trasformare una vicenda personale, limitata, ‘in-significante’, in un simbolo universale, in cui tutti possono trovare echi, agganci e risposte. Altrimenti, una storia è una storia, non ‘racconta’ niente, non ‘serve a niente’. Così è, tragicamente, in questo film, in cui perfino la ‘realtà’ rimane sullo sfondo. Perfino l’anticomunismo ossessivo e patologico di Hoover rimane per tutto il film un elemento accessorio, esterno, quasi estraneo, e mai diventa elemento significante e strutturante della narrazione. Sembra incredibile, ma nessun film come questo, che sembrerebbe dover essere – anche – un film ‘politico’, ci dice tanto poco sulla storia e sulla cultura americana di quel periodo, e se un giovane dovesse usarlo per documentarsi, brancolerebbe disperatamente nel vuoto pneumatico. La storia d’amore di Hoover con Clyde Tolson: certo, è bellissima, ma è anch’essa del tutto avulsa dal contesto, è a sé. Nonostante tutto, Hoover non è mai ‘persona’, sullo schermo: è ‘figura’, maschera vuota. Non lo si ama, non lo si odia, non lo si vede, non esiste, non si sa chi sia. Il film non è altro che ‘quell’attore lì’ – mostruosamente bravo, peraltro: almeno questo bisogna riconoscerlo – che riempie la scena dal primo minuto all’ultimo. Riempie anche le inquadrature, che diventano pesanti, soffocanti, debordanti della sua figura sempre presente, sempre in primo piano, sempre ‘in scena’. Paradossalmente, in questo film ‘non c’è storia’, e nemmeno personaggi, e nemmeno storie, cose, vita. Perché non si sa cosa sia, in fondo, “J. Edgar”, o cosa volesse essere: se un biopic, o un ‘film storico’, o uno studio di carattere, o una prova d’attore (almeno questa, splendidamente riuscita, come ho detto), o una storia d’amore. Non è nessuna di queste cose, sostanzialmente, non è nemmeno un film. E non è il primo fallimento nella carriera registica di Eastwood, che alterna film ‘ampi’ e geniali a storielle minime ed asfittiche, spesso perfino banali. Certo che dopo un grandissimo capolavoro come “Gran Torino”, ed un bel film come “Invictus”, questo è davvero un brusco risveglio.

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