Pubblicato da: giulianolapostata | 30 dicembre 2011

Non bastano i rubinetti per essere felici

Di buone intenzioni sono lastricate le vie dell’Inferno, dice il vecchio adagio, e mai queste parole sono così vere come quando si parla di aiuti ai popoli ‘sottosviluppati’. Basta parlare con qualche responsabile di Survival (www.survival.it) per sentirsi raccontare storie da brivido. Molte, troppe volte, dopo che Occidentali ‘illuminati’ si sono recati presso una di queste popolazioni ad attuare progetti di ‘sviluppo’ finalizzati a portare loro i vantaggi della nostra ‘civiltà’, ci si accorge che questi progetti non hanno tenuto in nessun conto lo stile di vita e la ‘cultura’ dei locali, per cui, non che risolvere il problema e migliorare la situazione, molto spesso addirittura la aggravano. Peggio ancora è quando dietro a queste azioni sta non solo la ‘ignoranza’ della realtà in cui si opera, ma addirittura un più o meno malcelato atteggiamento di ‘superiorità’, per cui la ‘inferiorità’ di queste popolazioni viene attribuita non tanto e non solo ad avverse condizioni climatiche e/o a ‘povertà’ (e già qui potrebbe aprirsi un’immensa parentesi: chi definisce cosa vuol dire ‘povertà’? In base a quali parametri va misurata? Con quali punti di riferimento va confrontata?), ma proprio ad un ‘naturale’ atteggiamento di ‘pigrizia’ e di indifferenza nei confronti della ‘civiltà’ occidentale. In altre parole, molto rozzamente: stanno male perché sono dei fancazzisti: se muovessero un po’ il culo diventerebbero ricchi e felici come noi … Questo pare essere, per esempio, il punto di vista espresso nell’intervista rilasciata al Giornale di Vicenza del 24/12/11 dall’Ing. Filippo Bastianello, Project Manager di una ditta veneta che sta costruendo in Nepal vari acquedotti ed impianti per la macinazione del grano. Le affermazioni dell’Ing. Bastianello vanno esaminate attentamente ed analizzate anche in quel che non dicono ma sottendono, o trascurano. Nella prima parte dell’intervista, l’Ingegnere  racconta di come sia cambiato l’accesso all’acqua della popolazione nepalese dopo l’installazione dei nuovi impianti: “Ogni abitante doveva camminare ore ed ore, sostenendo nella migliore delle ipotesi 1000 m di dislivello, per recuperare l’acqua per l’uso quotidiano. Ora l’acqua, grazie ad alcune opere di ingegneria, raggiunge direttamente i villaggi”. Certamente è vero, ma Bastianello non dice una cosa. Che prima l’approvvigionamento dell’acqua era sì estremamente faticoso, ma veniva fatto in proprio, autonomamente, con le proprie forze e le proprie capacità. Ora è più ‘comodo’, ma in cambio i Nepalesi saranno per esso dipendenti da tecnologie straniere ed ‘esterne’, che non conoscono e non controllano, e in caso di guasti, sostituzioni di pezzi di ricambio eccetera dovranno sempre rivolgersi all’’Uomo dell’acqua’, cioè al ‘bianco’, all’’Occidentale’, spendendo del denaro che in qualche modo dovranno procurarsi. In cambio della ‘comodità’, sono stati espropriati della propria ‘libertà’. Ma proseguiamo. Dopo alcune considerazioni sull’ospitalità e la benevolenza della gente nepalese, arrivano però le note negative. “Le condizioni di vita sono pessime”: espressione che, in sé, non significa assolutamente nulla. “Pessime” rispetto a che cosa, ingegnere? Esiste uno standard ‘assoluto’ in base al quale valutare la qualità delle condizioni di vita di una popolazione? Forse ciò che a noi appare pessimo, ai Nepalesi sembrava sufficiente, se non addirittura confortevole: per lo meno fino a quando non siamo arrivati noi Occidentali a proporre loro nuovi e falsi bisogni, soddisfacendo i quali diverrebbero più ‘civili’ e più ‘felici’. Come noi. ‘Più pessime’ – mi permetta lo strafalcione, Ingegnere – di quelle di Milano, per esempio, dove l’inquinamento dell’aria è la prima causa di malattia e di morte per i bambini? Più pessime di quelle di certe zone ‘agricole’ del Sud, dove adulti, bambini ed animali si ammalano e muoiono per le esalazioni delle scorie tossiche sepolte nei terreni ad opera di uno sviluppo industriale criminale e disumano? O forse sono “pessime” come quelle di Kathmandu, un tempo città ‘povera’, felice e serena, oggi trasformata dal progresso, dal turismo degli Occidentali e dalla loro ‘civiltà’ in una megalopoli da quasi un milione di abitanti, soffocata da un traffico infernale e da un inquinamento allucinante. Forse è là che Bastianello ha visto “i bambini che sniffano colla lungo le strade”. Proprio tutti, Ingegnere? Tutti i bambini del Nepal, sono così disperati? Amici, che da anni frequentano quella regione con umiltà e in amicizia, mi raccontano storie e realtà diverse: voglio credere che abbiano ragione loro. “Il 90% delle case resta senza elettricità per sei ore al giorno”. È un bisogno così essenziale? Mia nonna, povera contadina, ebbe l’elettricità in casa quando si trasferì a vivere in periferia, negli anni Quaranta. Nel frattempo aveva lavorato, si era sposata e aveva messo al mondo tre figli. Non l’ho mai sentita lamentarsi della sua precedente ‘barbarie’. Per millenni i Nepalesi ne hanno fatto senza: continuerebbero a farlo anche adesso, forse, se noi non insistessimo. I panni si lavano lo stesso, anche senza lavatrice, anzi, così non si inquinano i fiumi. E se il prezzo è quello di non poter vedere il Grande Fratello o di non essere in Facebook, forse allora sarà un guadagno, non un sacrificio. “Non hanno il riscaldamento”. Ma allora sarebbero già tutti morti di freddo, mentre tutti i grandi orientalisti che hanno amato quei luoghi, da Giuseppe Tucci a Fosco Maraini, e perfino Heinrich Harrer, nella sua bellissima autobiografia, hanno raccontato di come quelle case fossero costruite per resistere al freddo, e fossero anche riscaldate, magari con sterco di yak o di bovino. Forse puzza un po’, ma certo fa meno danni delle centrali nucleari con cui produciamo la nostra elettricità. “Per non parlare delle strade”. Eh già: poco più che sentieri sterrati. Niente in confronto con le TAV, con le nostre bellissime autostrade, costruite sugli scarti velenosi delle fonderie, con le tangenziali e le strade che hanno violentato le nostre campagne. Ma forse – ci ha pensato, Ingegnere? – forse non ne hanno bisogno, forse non ne sentono addirittura il bisogno. Perché non hanno le nostre belle macchinette veloci e inquinanti da farci correre su, perché non hanno fretta. Forse la fretta, altro ‘prezioso’ insegnamento occidentale, non l’hanno ancora imparata, e come Lei dice, in Nepal “sai quando parti, ma non sai mai se arrivi alla meta, e quando ci arrivi”. È l’Impermanenza, potrei dirLe da Buddista. Ma dove si rivela autenticamente l’atteggiamento mentale dell’Occidentale nei confronti dell’Oriente induista e buddista è quando, al giornalista che gli chiede quale sia il tratto caratteristico dei nepalesi, l’Ing. Bastianello risponde: “Il nepalese medio è mentalmente bloccato nella realtà. Non vede la possibilità di progredire, di fare qualcosa per raggiungere una migliore qualità di vita. E quando dai ad un abitante del Nepal qualcosa da fare, lo realizza sempre al 70%. Si accontenta”. Eh già, ecco perché noi Occidentali, noi bianchi, siamo superiori: noi non ci siamo mai accontentati. Noi ci siamo sempre ‘dati da fare’. Abbiamo accumulato immense ricchezze e poi le abbiamo dilapidate: in guerre, o in monumenti folli alla nostra grandezza. Poi abbiamo ricominciato, e ne abbiamo accumulate ancora, e sempre avanti così, senza mai smettere, senza mai ‘accontentarci’. Quando ci è parso di non averne abbastanza, siamo andati a prenderne dagli altri, e abbiamo inventato il Colonialismo, e poi il Progresso, e il Capitalismo, per succhiare il sangue direttamente ai nostri figli. Nostro unico Dio, con buona pace delle favole che ancora racconta il Cristianesimo, è il PIL, cui sacrifichiamo le nostre vite e il mondo che ci circonda, e ci è sembrata una bizzarria da montanari selvaggi quando, due anni fa, il Re del vicino Bhutan decise di sostituirlo con il G.N.H. (Gross National Happiness), l’Indice della Felicità Interna Lorda (https://giulianolapostata.wordpress.com/2010/05/02/ce-speranza-se-questo-accade-in-bhutan/). Noi no, non ci accontentiamo, mai, e la Cina è oggi l’ultimo esempio dell’orrore cui uno Sviluppo senza freni e senza regole (ché attenzione: lo Sviluppo, per sua intrinseca natura, non può avere né freni né regole) può condurre il mondo. I Nepalesi, invece, “si accontentano”: del poco che hanno, della povertà (che è cosa ben diversa e molto più nobile della miseria), del fango, di metterci quattro ore invece di una per andare da un posto all’altro, della semplicità. Lei mi scuserà, Ing. Bastianello, ma per questa loro natura io li ammiro, li onoro, li sento fratelli. Da lontano li saluto, ed anch’io dico loro: “Namastè”, ‘saluto il Divino che c’è in te’.

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Inserisco questo commento per conto di un amico la cui connessione Internet è piuttosto precaria, e che per questa ragione mi ha pregato di farlo al suo posto. In calce i suoi dati personali.

 

1 – Il territorio rurale montano e pedemontano  del Nepal è coltivato principalmente a riso in terrazze che discendono a valle. Come sappiamo il riso si coltiva usando grandi quantità di acqua che da sempre l’Himalaya generosamente fornisce alle popolazioni che vivono ai suoi piedi.

Ho sempre ammirato queste terrazze, trovandomi di fronte ad un sistema ingegnoso per la coltivazione in collina. Frequentando le zone himalayane da circa 30 anni, penso di aver capito quale sia il problema legato all’acqua e non c’è bisogno di essere ingegnere per capirlo, bastano il buon senso e l’onestà intellettuale.

2 – Il territorio montano trattiene l’acqua e la rilascia lentamente e costantemente a valle, lungo tutto l’anno,  grazie agli alberi delle foreste che ne regolano il flusso graduale e naturale.

Le coltivazioni a terrazza erano state pensate creando un equilibrio tra l’esigenza della coltivazione e l’importanza della presenza degli alberi che regolano il flusso dell’acqua.

Purtroppo da troppo tempo ormai, le foreste himalayane, pre-himalayane e gli alberi attorno alle terrazze da coltivazione hanno subito un vergognoso e criminale disboscamento per rifornire il mercato industriale del consumo globale del legname. Noi dobbiamo sempre avere la possibilità di poter cambiare la camera da letto ed il salotto almeno una volta all’anno: chi se ne frega se il contadino nepalese si cucca lo smottamento della terrazza, a noi interessa il nuovo mobile alla moda.

Quando si tagliano in modo indiscriminato e senza controllo programmato le foreste, si sconvolge l’equilibrio del territorio ma soprattutto il terreno senza le piante non trattiene e non rilascia più l’acqua gradualmente, creando così smottamenti, distruggendo le terrazze e provocando a valle le a noi ben note frane e disastri connessi.

3 – Il Nepal dipende economicamente e tecnologicamente dall’India, che dista poche centinaia di km dalla capitale Katmandu. L’India e perciò il Nepal dispongono di tutte le tecnologie e competenze manageriali e professionali per realizzare qualsiasi opera idraulica.

Il fatto che questo non viene fatto ha a che vedere con il controllo, lo sfruttamento e la gestione delle risorse idriche da parte dei grossi gruppi industriali e centri di potere economico-finanziari a loro connessi.

L’acqua che dalle vette himalayane scende a valle rifornisce in pianura le prosperose industrie del boom economico indiano. I vari poteri che gestiscono l’acqua non hanno nessun interesse nell’organizzare la fornitura idrica delle comunità montane perché hanno bisogno di usare l’acqua a loro piacimento per le loro industrie e con questo obiettivo costruiscono un numero sconsiderato di enormi dighe fregandosene beatamente delle popolazioni, spesso tribali, che vivono nelle sfortunate aree dove si deve costruire la diga di turno.

4 – Nella valle di Katmandu, oltre alla fiorente (per pochi) ed inquinante industria del turismo, esiste l’industria del tappeto annodato a mano. Questi tappeti vengono spacciati come ‘tibetani’ ma in realtà l’85% della lana proviene dalla Nuova Zelanda ed il restante 15% da qualche pecora e capra nepalese. Forse non molti sanno che questi bei tappeti, che riforniscono i lussuosi negozi dei nostri centri commerciali, sono trattati con potenti coloranti chimici. Come tutte le lavorazioni industriali, anche quella del tappeto necessita di grandi quantità di acqua; si colorano così le lane, i tappeti vengono ripetutamente lavati e tutta la bella chimica finisce nell’acqua senza nessun tipo di depurazione, pronta per essere usata dal nepalese che “si accontenta” e dal contadino nepalese “mentalmente bloccato”.

Inutile dire che la gestione del mercato dei tappeti è in mano a pochi “amici” ed al nepalese che “si accontenta” non arriva nulla, nemmeno un gomitolo di lana, tanto meno le opere idriche e di depurazione per la comunità.

In nome del turismo e del suo indotto, i cinesi hanno pensato ad un modo efficace per “entrare” nel mercato nepalese, e hanno avuto una geniale idea: costruire una linea ferroviaria per unire Lhasa, capitale di quello che era il Tibet, a Katmandu, capitale del Nepal.

Una sorta di “TAV himalayana” che, come possiamo capire, distruggerà l’ecosistema himalayano. Chissà: forse i cinesi hanno bisogno di qualche giovane ingegnere italiano che dia loro consigli su come deviare un ghiacciaio perenne o un torrente in alta quota.

5 – Di questi tempi, in Italia ed in generale nel così detto mondo avanzato, si sta discutendo dell’importanza della gestione dei beni-comuni, di un modo nuovo  di gestire beni e risorse di vitale importanza per la comunità, per noi tutti. C’è l’esigenza di togliere la gestione di questi beni, come in questo caso dell’acqua, ai grossi gruppi privati di interesse politico-economico. Dobbiamo reimpossessarci di questi beni-comuni, non è più tollerabile che vengano usati, sfruttati ed inquinati: senza considerare che sono dei veri e propri patrimoni dell’umanità e che tutti devono averne accesso e diritto rispettando il loro uso e consumo ecologico.

6 – Negli insegnamenti del Buddha, che nacque in una foresta che ora fa parte del Nepal, si parla di Interdipendenza di tutti i fenomeni e di tutte le creature. Viene insegnato che la nostra vera felicità dipende al 100% da quella altrui. Bisognerebbe ritornare a questa considerazione fatta dal Buddha, forse anche lui come gli altri un “nepalese mentalmente bloccato”. Senza ricorrere alla saggezza razionale occidentale, il nepalese Buddha ha insegnato che la compassione, l’amore, il gioire delle felicità altrui e l’equanimità sono il bene-comune che ci porta alla vera gioia, alla vera felicità, ad un modo d’essere e di vivere che ha a che vedere con una profonda armonia tra tutte le creature ed il loro ambiente naturale. Se si guardasse alla saggezza di questo Mendicante nepalese, forse capiremmo che non c’è bisogno di rampanti ingegneri che vanno in terre esotiche ad insegnare cose che si sanno già. Sarebbe invece bello se un giorno qualche ingegnere andasse e ritornasse, confessando con onestà d’animo, che il nostro sistema industriale-finanziario ha creato profonde sofferenze, disperazione, fratture, conflitti sociali e diseguaglianze che ora minacciano anche le nostre comunità “avanzate”.

Sarebbe bello se qualche ingegnere tornasse avendo compreso che la profonda Saggezza di quei nepalesi che “si accontentano” potrebbe essere la forza che ci aiuta a trasformare noi stessi ed il mondo in qualcosa di migliore, in nome della vera condivisione dei beni-comuni e di una profonda comprensione della legge di Interdipendenza come annunciata dal nepalese Gotama il Buddha, il Saggio Vagabondo del Dharma che ha praticato l’ascesi nella natura, che si è illuminato sotto un albero nella natura, che ha enunciato il Dharma per il bene di tutti e che è dipartito sotto un albero nella natura.

 

Carlo Donini, fruitore di beni-comuni 

cardonini@gmail.com

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Anche in questo caso inserisco un commento per conto di un’amica, la cui connessione Internet è anch’essa piuttosto precaria, e che per la stessa ragione mi ha pregato di farlo al suo posto. In calce sono comunque disponibili i suoi dati personali.

 

 

Premettendo che spesso il Giornale di Vicenza, e non solo lui, storpia le interviste,  per cui bisognerebbe avere in mano la reale intervista,  la descrizione del Nepal che fa questo giovane ingegnere è per lo meno stupefacente. Mi reco spesso e da anni in Nepal per ragioni personali, e se è vero che alcuni poveri ragazzini di strada sniffano colla è anche vero che la maggior parte dei  bambini non lo fanno. Quelli che conosco io per esempio sono ottimi studenti, volonterosi e primi della classe e ottimi figli di ottimi genitori, per lo più poveri.

È vero che le condizioni della valle di Kathmandu sono caotiche, ma la colpa non è della gente bensì del loro governo, che non ha creato piani regolatori, che non inizia opere di infrastrutture, che distrugge quel poco che c’è di decente senza rimpiazzarlo per mesi e forse anni.

Osserviamo questo ingegnere che crede di essere il salvatore. Probabilmente  è  superpagato  per installare pompe supercare che costano al governo grandi cifre (più tutte le bustarelle annesse e connesse). Non so se queste pompe potranno funzionare bene anche senza l’ausilio della casa madre. Ne dubito, non perché i Nepalesi siano incapaci ma perché è un discorso di guadagno ulteriore per la ditta madre, che così può andare ad aggiustare  quando qualcosa si rompe e quindi guadagnare ancora (e via con altre bustarelle…)

Non capisco come si possa dire che i villaggi sono anche a 1000 metri di dislivello dalle fonti d’acqua! Se non sbaglio l’acqua scende dai ghiacciai  e così in modo naturale viene raccolta in rogge, ed ora in tubi, e portata ai villaggi, come si è sempre fatto! Ho fatto di recente un trekking e non ho mai visto pompe, perché semplicemente non ce ne era bisogno! L’acqua c’era e basta, forse non in casa ma nelle stradine del villaggio sì. Comunque, una cosa che mi ha sempre meravigliato è la capacità degli abitanti di non scoraggiarsi mai di fronte a qualunque problema  che può insorgere, tecnico o altro (a parte la tecnologia elettronica)  Chi dice che non sono capaci è un cretino. Siamo noi che quando abbiamo la macchina in panne, aspettiamo con le lacrime ed il telefonino in mano il meccanico e il traino!  Sfido chiunque a mettere le mani nella propria automobile moderna. Loro almeno ci provano a risolvere i problemi  e devo dire che riescono a superare difficoltà incredibili in luoghi incredibili.

Inoltre – e questo non viene MAI detto – bisogna fare grandi ricerche e stare bene attenti ad intervenire nella natura. Consiglio al giovane ingegnere di leggere il bellissimo libro di Vandana Shiva sull’acqua: le pompe messe dall’occidente in alcune zone hanno funzionato bene ma hanno praticamente desertificato  la risorsa ed ora giacciono nella sabbia e la gente non ha neppure la poca acqua che aveva prima. Ma voglio essere ottimista poiché l’acqua dell’Himalaya spero duri per sempre.

Per concludere  desidero riferire  un aneddoto vero  riportato in un libro sulla montagna nepalese, che ci dà l’idea che per fortuna non tutti i popoli hanno la mentalità predatoria , avida  e narcisista dell’Occidente.

Uno scalatore occidentale, avendo visto che il suo sherpa non aveva un cuscino per appoggiare la testa nella fredda notte nella tenda sulla montagna e avendone uno in più, lo offrì allo sherpa medesimo, ma questi cortesemente rifiutò. Di fronte allo sconcerto dello scalatore occidentale lo sherpa pazientemente spiegò:

“Vedi, se tu mi dai il cuscino io mi sentirò più a mio agio, e dormirò bene, ma quando te lo restituirò, perché è tuo, poi ne sentirò la mancanza e proverò desiderio per qualcosa che non posso avere. Inoltre, come potrei avere io qualcosa che i miei compagni non hanno ? Quindi è meglio che tu non me lo dia …”

 

Mitti Gulla, mitti48@tiscali.it

 

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