Pubblicato da: giulianolapostata | 30 dicembre 2011

Gilbert Sinoué, “La terra dei gelsomini”, Neri Pozza Editore, 2011, Traduzione di Giuliano Corà

Sia considerando la totalità della produzione letteraria di Gilbert Sinoué (da me tutta tradotta), che il suo ‘nuovo corso’ – che possiamo considerare iniziato con “L’Ambasciatrice” (pubblicato nel 2005: un’interessantissima biografia di Emma Hamilton, amante di Lord Nelson, 1765-1815) – questo è, molto probabilmente, il suo libro migliore.

Nelle sue opere precedenti, con le quali pure aveva ottenuto esiti più che lusinghieri, egli ha sempre operato nell’ambito del ‘romanzesco’, scrivendo testi che erano sì immersi nel contesto storico di riferimento, ma nei quali la componente principale era costituita dalle vicende personali dei personaggi: ‘romanzi’ nel senso più proprio del termine.

Con “L’Ambasciatrice” la chiave narrativa muta profondamente. Le vicende familiari e personali diventano uno strumento – peraltro efficacissimo ed appassionante – per illustrare la Storia all’interno della quale esse accadono. I personaggi sono ‘persone’, ma al tempo stesso diventano figure simboliche dei grandi eventi nei quali sono immersi. Attraverso di loro parla la Storia.

Alla biografia di Emma Hamilton seguono dunque, nella stessa linea creativa, “La Signora con la lampada” (pubblicato nel 2010: una biografia di Florence Nightingale, 1820-1910) e finalmente, nel 2011, “Armenia”, un ottimo romanzo storico sul genocidio del Popolo Armeno perpetrato dalla Turchia durante la Prima Guerra Mondiale, un libro che, come nessun altro, riesce a disegnare il quadro complessivo che costituisce lo sfondo della vicenda armena, e a render conto limpidamente delle losche connivenze politiche, dei sordidi interessi economici, dell’ignavia e delle complicità che indussero il mondo a tacere mentre in Anatolia si consumava l’orrore. E se – naturalmente – nessun romanzo può sostituire un libro di Storia, tuttavia questo può essere un’introduzione perfettamente propedeutica alla conoscenza e poi allo studio di quel periodo e di quel dramma.

La terra dei gelsomini” (Le souffle du jasmin) – ultimo romanzo di Sinoué, primo di un dittico intitolato “Insh’allah”, il cui secondo volume, Le cri des pierres, è in corso di traduzione – si pone sulla stessa scia compositiva. È, come ho detto, probabilmente il suo libro migliore. Certamente è il suo libro più meritorio. Se infatti criminale e colpevole è stato il silenzio complice che molti hanno voluto far scendere sul Genocidio armeno, non vi sono definizioni possibili per i delitti commessi contro i popoli Arabi – dal 1918, data della dissoluzione dell’Impero Ottomano, agli anni Cinquanta, quando, almeno formalmente, cessò l’influenza coloniale dell’occidente in Medio Oriente – ma soprattutto contro quello che tra tutti gli Arabi è il popolo-martire: il Popolo Palestinese.

Da secoli stanziato in Palestina, esso improvvisamente si vide espropriato della sua terra dall’immigrazione degli Ebrei. Caldeggiata sin dall’Ottocento dal Sionismo di Theodor Herzl (1860-1904) – che già nel 1896 aveva pubblicato Der Judenstaat, nel quale chiedeva agli Stati europei di creare uno Stato ebraico in Palestina, “dove gli Ebrei sarebbero stati l’avamposto della civiltà europea contro la barbarie mussulmana” (http://it.wikipedia.org/wiki/Theodor_Herzl) – essa si avviò concretamente solo nel 1917. In quell’anno, Lord Arthur James Balfour, Ministro degli Esteri inglese, scrisse una lettera a Lord Rotschild, principale rappresentante della comunità ebraica in Inghilterra e referente del Movimento Sionista. Nella lettera, divenuta celebre col nome di Donazione Balfour, egli dichiarava: “Il governo di Sua Maestà vede con favore la costituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico, e si adoprerà per facilitare il raggiungimento di questo scopo”.

Una vergogna di fronte all’Umanità, che peserebbe sulla coscienza britannica, se quel Paese, con la sua tradizione di imperialismo, avesse dimostrato da tempo di non averne nessuna; una vergogna tanto più pesante in quanto Balfour ‘donava’ ciò che in nessun modo era suo. Uno squallido scambio, perché, come racconta Sinoué, pare che la donazione sia stata il frutto di un accordo tra il governo inglese ed un chimico ebreo, Haim Weizmann, che durante la Prima Guerra Mondiale aveva scoperto e regalato all’Inghilterra un procedimento sicuro per la fabbricazione e la stabilizzazione del TNT.

Negli anni successivi, centinaia di migliaia di Ebrei, su navi inglesi, raggiunsero così la Palestina, riducendo sempre più lo spazio vitale degli Arabi, espropriandoli poco a poco di terra ed acqua, costituendo bande criminale e terroristiche – l’Haganah e la Banda Stern – che ottennero col sangue quello che una formale ‘immigrazione’ ancora non era riuscita a fare. Fino alla Nakba, in arabo ‘la catastrofe’, il 14 maggio 1948, quando gli Inglesi, alla scadenza del loro mandato, si ritirarono dalla Palestina, e gli Ebrei, senza più nessun ipocrita controllo a trattenerli, espulsero in pochi giorni quasi 750.000 Palestinesi dalla terra e dalle case in cui vivevano da secoli. Nel 2010 il Parlamento di Israele, “la più grande democrazia del Medio Oriente” (!?), avrebbe emanato una legge che addirittura proibisce agli Arabi di commemorare quella tristissima ricorrenza.

Nasceva così, contro ogni straccio di diritto internazionale, lo Stato di Israele, e negli anni successivi innumerevoli sarebbero state le ‘leggende’ propalate per giustificarne l’esistenza, a partire da quella secondo cui gli Ebrei, impadronitisi delle terre, avrebbero fatto “fiorire il deserto”, mentre gli arabi – naturalmente pigri e ignoranti, secondo l’iconografia razzista che li riguarda – si sarebbero limitati ad un’economia di sussistenza.

Da quel giorno è cominciata, per il Popolo Palestinese, un’Intifada lunga ormai quasi settant’anni, costellata di migliaia di morti, che potrà aver fine solo quando verrà loro restituita la patria rubata.

Ma non soltanto di questo, naturalmente, racconta Sinoué. Parla degli appetiti dell’Occidente, che dopo il 1918 si precipitò a spartirsi la torta ottomana, farcita di petrolio. Della stupidità del colonialismo francese in Siria e in Libano, dell’ottusità del colonialismo inglese in Irak ed in Egitto. Parla dell’oggi raccontando lo ieri, di come quegli appetiti non siano finiti, ma abbiano solo cambiato volto e motivazione, e le tragedie che hanno distrutto l’Irak e devastato in questo ultimi mesi la Libia trovano qui un’illuminante spiegazione.

La terra dei gelsomini” è non solo un ottimo romanzo storico, ma soprattutto, lo ripeto, un libro degno e meritorio, un libro che andrebbe letto nelle scuole, per fornire ai giovani – e purtroppo non solo a loro – gli elementi per comprendere una delle più grandi tragedie del mondo moderno.

Bon courage, Gilbert! Attendiamo con impazienza il secondo tomo.

 

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Responses

  1. […] La storia, abbondantemente romanzata ed insopportabilmente zuccherata, della nave Exodus, che nel 1947 trasportò da Cipro alla Palestina un carico di profughi ebrei. Trama in sintesi: ebrei buoni in cerca della Terra Promessa (ancora! Che palle!), Palestinesi selvaggi e cattivi. Ignobile pamphlet sionista, ennesima menzogna a nascondere la realtà storica, quella di un’etnia minoritaria, quella ebraica, che con la barbarie e la violenza derubò un popolo, quello Palestinese, della terra che occupava da secoli. Da allora, la Palestina attende ancora verità e giustizia (https://giulianolapostata.wordpress.com/2011/12/30/gilbert-sinoue-la-terra-dei-gelsomini-neri-pozza-e…). […]


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