Pubblicato da: giulianolapostata | 25 dicembre 2011

Multivisioni – Sabato 24 dicembre 2011

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

“Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

L. Wittgenstein

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Sabato 24 dicembre

Cristallo di rocca (M. Zaccaro, Italia, 1999), 02.30, Canale5

Va bene che a Natale siamo tutti più buoni, ma niente giustifica la riprogrammazione di questa ignobile ciofeca. Merita dunque una segnalazione, per essere additato al pubblico ludibrio, questo film tratto da un racconto di Adalbert Stifter (1805-1868), uno dei più poetici e delicati autori tedeschi dell’Ottocento, qui vergognosamente massacrato a livello di trama, ambientazione e clima artistico. Correte in libreria, regalatevi il libro per Natale (Pietre colorate, Adelphi Ed.) e spegnete la tv.

Il mago di Oz (V. Fleming, USA, 1939), 14.20, DT

Nelle sperdute pianure del Kansas, la piccola Dorothy vive con gli zii ed il cagnolino Toto. Ma un tornado la porta lontano lontano, nel paese del temibile Mago di Oz, dove incontrerà due streghe e tre bizzarri amici – lo spaventapasseri senza cervello, l’uomo di latta senza cuore e il leone senza coraggio – assieme ai quali vivrà magiche e commoventi avventure, prima di poter tornare a casa. Sarà successo davvero o avrà sognato? Una favola dolcissima ed affascinante. Assolutamente imperdibile: tutti davanti alla tv coi bambini, cantando assieme a loro Over the rainbow.

La Passione (C. Mazzacurati, Italia, 2010), 01.00, DT

Carlo Mazzacurati è uno dei più grandi registi italiani (e la lista difficilmente supererebbe le dita di una mano), uno di quelli che anche quando raccontano storie minime (non ‘minori’, ché di storie minori non ne esistono) non parlano del proprio ombelico, né raccontano il proprio incomparabile Ego, ma prendono spunto da storie qualunque di gente qualunque per narrare a tutti di sentimenti ‘universali’, tanto importanti quanto semplici ed elementari. Dopo il bellissimo La giusta distanza (Italia, 2007), disincantata tranche de vie sulle malattie dello spirito che il trionfante Nord-Est nasconde dentro di sé, qui egli torna alla ‘commedia’, ma attenzione: non quella culi-tette-rutti-scoregge che tanto piace alla maggioranza degli italiani, e su cui pseudoregisti (appunto) e pseudoattori hanno costruito le loro fortune, bensì una commedia malinconica e garbata, mite, che degli esseri umani racconta sì le miserie, ma anche la dignità e la nobiltà nascosta. Vorremmo dire una specie di Germi (Signore e signori), senza la sua sacrosanta e scandalizzata indignazione, sostituita da una profonda pietas. Questa volta l’antieroe di Mazzacurati è Gianni Dubois, ‘grande’ ex regista, nel senso che da cinque anni non fa un film, sprofondato com’è in una terribile crisi d’ispirazione. Lo incontriamo in un pessimo momento. Da un lato, una giovane stellina di fiction televisive ha deciso di far fare un salto di qualità alla propria carriera chiedendo di essere diretta proprio da lui in un nuovo film, e lo perseguita continuamente per sapere se ha avuto una buona idea. Dall’altro, il suo produttore – venale e volgare – fiuta l’affare, e anche lui lo perseguita ossessivamente perché si decida a scrivere questo film. Dietro a tutto sta la ‘catastrofe’. In un appartamentino che Gianni possiede in un paesino della Toscana, e di cui non si è mai curato, si verifica una fuga d’acqua, che devasta un preziosissimo affresco nella sottostante, antica chiesetta. Col paese Gianni non ha mai avuto nessun legame, e viene visto come un estraneo profittatore e portatore di rogne, per cui Sindaco e Consigliere lo mettono vigliaccamente di fronte ad un semplicissimo ricatto: o lui accetterà di mettere in scena la sacra rappresentazione della Passione di Cristo per la Pasqua imminente, o verrà denunciato alle Belle Arti, e la sua reputazione di artista ‘impegnato’ verrà distrutta. Continuamente ‘distratto’ dalle proprie fantasie, continuamente alla ricerca della vena perduta, Gianni quasi si lascia scorrere addosso il tempo e gli eventi, ma ad aiutarlo capita – vero deus ex machina: teatro nel teatro – Ramiro, un ex detenuto, che anni prima ha frequentato un suo seminario di teatro a S. Vittore e che lo venera come un Maestro. Ramiro assume tutti i ruoli: aiuto regista, assistente al casting, trovarobe … ma ha dimenticato i suoi trascorsi criminali, e quando la polizia comincia a cercarlo per una pendenza non saldata, è costretto a scomparire. Manca un giorno alla Pasqua, e la mente di Gianni è ‘altrove’: chi lo salverà ora dalla rovina? Una storia minima, come si vede, e forse perfino abbondantemente inverosimile. Eppure, niente è inutile e sciocco, in questo film. Ogni personaggio esprime sentimenti veri e semplici: la stanchezza esistenziale di Gianni, la solitudine umana ed affettiva della barista polacca, l’amicizia bellissima ed ingenua di Ramiro. Anche la grettezza del Sindaco e del suo amante, sono vere e ‘normali’, come pure la stupida supponenza del ‘grande attore’ chiamato ad impersonare il Cristo. In ognuno di loro ci possiamo riconoscere, o confrontare, ognuno di loro ci parla, ci insegna, ci racconta verità semplici e quotidiane. Si ride, ma si ride di noi stessi, e di noi stessi si piange: de te fabula narratur. Il cast andrebbe elencato nome per nome, tanto ognuno è semplicemente perfetto nella sua parte. Silvio Orlando è Gianni, confuso e buono; Giuseppe Battiston – attore icona di Mazzacurati – è il meraviglioso ed ingenuo Ramiro, che mette a rischio la propria libertà per l’amico; Corrado Guzzanti è un odioso ‘grande attore’; Kasia Smutniak è una delicata e sognante ragazza polacca; Stefania Sandrelli – qui, diversamente dal solito, bravissima e misurata – e Marco Messeri sono il sindaco e la sua anima nera, deliziosamente meschini e ‘cattivi’. Un gioiello, insomma, come tutto quello che esce dalle mani di Mazzacurati, che – of course – non è stato selezionato a rappresentare l’Italia all’Oscar, essendogli stati preferiti sentimenti più ‘semplici’ e commerciali. Che almeno il pubblico gli renda l’onore che merita.

Domenica 25 dicembre

L’ultima legione (D. Lefler, USA/Italia, 2007), 21.05, Rai3

Dev’esser proprio vero che da un bel romanzo d’avventure è difficilissimo, se non impossibile, tirar fuori un bel film: perché l’aspetto ‘filmico’ della storia è già contenuto nelle pagine – se di grandi pagine si tratta, appunto – e diventa impossibile ‘fare meglio’. Stanno a testimoniarlo gli innumerevoli film tratti da Dumas – tutti delle ignobili ciofeche, noiose esibizioni di cappa e spada – ma soprattutto certe pagine dello stesso Dumas (l’esecuzione di Milady in riva al fiume, nei Tre Moschettieri), già in sé così potentemente visionarie da essere insuperabili. Conviene inventarsela, l’avventura, e così si avranno, per esempio, dei piccoli capolavori come Il prigioniero di Zenda (R. Thorpe, 1952), quasi un archetipo del cappa-e-spada, o il magnifico King Arthur (A. Fuqua, 2004). Sì, perché purtroppo è praticamente impossibile guardare L’ultima legione senza confrontarlo mentalmente col capolavoro di Fuqua – quasi un poema epico sul mito di Artù – ed è altrettanto impossibile non schierarsi incondizionatamente per quello contro questa ridicola storiellina per bambini. Il confronto purtroppo è d’obbligo perché la vicenda che raccontano proviene dallo stesso bacino immaginario: là la nascita della leggenda arturiana, qui addirittura i suoi prodromi, collocati all’epoca di Romolo Augustolo, l’ultimo Imperatore romano deposto da Odoacre nel 476 d.C. Ma, evidentemente, le cose bisogna sentirle dentro, e mentre il film di Fuqua turba, emoziona e commuove per il suo contenuto epico ed eroico, qui evidentemente il tema non era nelle corde del buon Lefler (ma chi c**** è?!), che ci confeziona una storiellina insipida e sciocca, una specie di ‘Fantaghirò Parte Seconda: la Vendetta’, senza il minimo afflato emotivo e senza nessuna parentela ‘culturale’ col materiale che sta trattando. Si ride per non piangere, di fronte all’ambientazione (trucchi di serie z), alle scene di battaglia (non c’è una volta che le spade si macchino di sangue: guardare per credere!), ma soprattutto alle performances attoriali (si fa per dire). Ben Kingsley interpreta un improbabile e assurdo Merlino. Aishwarya Rai può darsi che possa dire qualcosa nuda, senza quella grottesca tunica di castità con cui esce dall’acqua: ma così com’è, col suo bel faccione da Bollywood, truccato e immobile come una maschera di Carnevale, è inesistente. Per non parlare del piccolo T. Sangster, il quale doveva essersi preparato per interpretare Billy Elliot 2: la vendetta, e che ispira tenerezza per la buona volontà, purtroppo non compensata da risultati adeguati. Non ci sarebbe altro da dire, se non che non si capisce la ragione di tanto sfregio inferto ad uno dei migliori romanzi di Valerio Massimo Manfredi, grande e unico scrittore italiano ‘di avventura’, che coi suoi libri, tanto avvincenti quanto colti ed intelligenti, sta rinverdendo una tradizione che ha in Salgari il suo illustre padre fondatore. Ci dispiace davvero per lui, e per l’occasione sprecata.

Sette spose per sette fratelli (S. Donen, USA, 1954), 15.00, Rete4

Divertentissimo, commovente, sentimentale, meravigliosamente ‘falso’ e deliziosamente stereotipo. Un capolavoro assolutissimamente imperdibile.

Francesco (L. Cavani, Italia/Germania, 1989), 21.00, DT

Dopo la morte di Francesco, i suoi compagni ne raccontano la vita e il ‘dramma’ esistenziale e religioso. Un bellissimo film, aspro e ‘rozzo’, povero e disadorno quanto essenziale nella ricerca, uno dei (non molti) capolavori di Liliana Cavani. Imperdibile.

Piramide di paura (B. Levinson, USA, 1985), 21.10, DT

Delizioso pastiche doyliano in un rarissimo passaggio TV. Sherlock Holmes e John Watson, ancora adolescenti e già amici, si imbattono casualmente negli oscuri maneggi di una setta di pazzi che si rifanno alle divinità dell’antico Egitto. Misteri, inseguimenti, trabocchetti, colpi di scena: un feuilleton di qualità, divertente e intelligente. Da non perdere.

E.T. (S. Spielberg, USA, 1982), 21.20, DT

Melensa, dolciastra, insopportabile oltre ogni misura, ‘disneyana’ nel senso peggiore del termine, la favoletta dell’extraterrestre buono che cade sulla Terra, e viene aiutato da un bambino – buono, of course – a tornare sul suo pianeta. Oltre ad essere, quella dei dischi volanti, una fissa di Spielberg, questa è anche una delle tante boiatine in cui ha spesso disperso il suo indubbio talento.

Ben Hur (W. Wyler, USA, 1959), 21.00, Sky

Charlton Heston sarà stato anche un reazionario, ma non ci si stanca mai di rivedere questo capolavoro, che definire un peplum è davvero offensivo e riduttivo. La battaglia navale o la corsa delle bighe sono momenti conosciuti da tutti, ma vi invito a considerare un episodio apparentemente insignificante. I soldati romani stanno conducendo la colonna di schiavi alle galere, e si fermano a bere ad un pozzo. Un centurione, per ordine di Messala, allontana violentemente la ciotola dalle labbra riarse di Ben Hur, ma Gesù, che non viene mai inquadrato (!), la raccoglie e glie la porge di nuovo. Il centurione fa per reagire, ma si blocca. Guardate con attenzione il suo volto: esprime il timore ‘panico’ di chi si trova di fronte al Divino, che – data la malvagità e la ‘povertà’ del suo animo – gli è impossibile riconoscere e comprendere, ma che tuttavia lo annichilisce. Pochi secondi che valgono davvero un Oscar.

L’esplosivo piano di Bazil (J-P. Jeunet, Francia, 2009), 21.00, DT

Sesto film di Jeunet, Micmacs à tire-ligots (i ‘micmacs’ sono gli imbrogli, gli inganni, i raggiri, gli intrallazzi. Però si dice anche ‘quel micmac’ per dire ‘che casino’. ‘A’ tire-ligots’ vuol dire ‘a più non posso’. Bisogna prima di tutto riconoscere che tradurre il titolo era una mission impossible!) – che chiameremo dunque semplicemente Bazil – è il suo ennesimo capolavoro, ed in esso possiamo trovare tutta la sua estetica ed anche la sua etica. Attenzione, però, perché in questo caso la percezione rischia di essere più difficile. Qui infatti Jeunet non scrive una ‘poesia’, come in Amélie, non racconta una favola, come nella Città perduta, e nemmeno una storia ‘vera’, come in Una lunga domenica. In Bazil, egli mette in scena una storia che si spinge al limite e perfino oltre il limite del cartoon, incrociando per strada le comiche chapliniane, le tristi follie keatoniane e le ilari bizzarrie di Tati (e tanti, tanti altri ancora: il film è una vera festa di citazioni, di omaggi e di rimandi), per giungere tuttavia ad una creazione intimamente e profondamente ricca di significati, di ‘morale’ e di ‘messaggi’, che è forse – verrebbe da dire – la sua opera più colta e raffinata. Come nei suoi precedenti film, ma mai come in questo, anche stavolta l’eroe di Jeunet è uno ‘sfigato’. Il piccolo Bazil all’età di sette anni perde il padre, artificiere dell’esercito in Marocco, ucciso da una mina che sta disinnescando. Per il dolore la madre impazzisce e lui, solo al mondo, viene rinchiuso in orfanotrofio. Divenuto adulto si guadagna da vivere gestendo un triste e solitario videonoleggio, ma una sera la sorte si accanisce nuovamente su di lui. Durante un regolamento di conti di malviventi, nella strada antistante, un proiettile vagante lo colpisce alla fronte. Il destino di Bazil è ora comunque affidato al caso: non verrà operato, perché ciò molto probabilmente lo ucciderebbe, ma così com’è può morire in qualsiasi momento, all’improvviso. Quando esce dall’ospedale, non ha più niente: sparite tutte le sue cose, affidato ad altri l’appartamentino, perso il lavoro. Bazil va per la strada, a far parte della schiera bizzarra dei barboni, dei mimi e dei giocolieri, e proprio lì conosce la sua nuova famiglia. Sono sette buffi ‘rigattieri’ (Sette Nani?), che hanno costruito la loro tana sotto un immenso cumulo di rifiuti. Là, in quel luogo che dovrebbe essere ripugnante e che invece appare come una grotta delle meraviglie, essi vivono riciclando ciò che i ‘ricchi’ buttano via, e costruendo con esso oggetti eccezionali o fantastici e poetici. Loro stessi non sono tipi qualunque, ma individui per vari aspetti speciali. Sono anche loro ‘rifiuti’, ma della società, di una società talmente stupida e assurda che, come spreca con suicida indifferenza beni, oggetti e ricchezze, così ‘butta via’ anche persone come loro: poeti, artisti, geni. Soprattutto, sono profondamente amici e solidali, e quando Bazil, incredibilmente, scopre i responsabili della fabbricazione della mina che ha ucciso suo padre e del proiettile che ha ferito lui, abbracciano la sua causa. Lo aiuteranno a vendicarsi. Ma attenzione: i cattivi, i violenti, quelli senza cuore, sono ‘gli altri’. Loro sono i buoni, e dunque la loro vendetta sarà speciale: senza morti, senza sangue, senza violenze. Sarà semplicemente il trionfo della verità sulla menzogna, e della bontà sulla malvagità. A missione compiuta, il mondo sarà più giusto, e Bazil, oltre ad una famiglia, avrà trovato anche l’amore. Il Bene trionfa dunque sul Male, in questo film anarchico e poetico, effervescente e di incredibile creatività, che sotto una veste bizzarra e clownesca nasconde – anzi esplicita – un intensa morale ed anche una precisa visione sociale. I Cattivi sono dunque ‘gli altri’: e non solo perché fabbricano ordigni di morte, o perché col dolore degli altri si arricchiscono smisuratamente. Prima di tutto – o forse conseguentemente – sono cattivi dentro: si osservi la casa dell’uno, gelida e asettica come una sala operatoria, o le perverse collezioni dell’altro. Freddi manovratori di macchine di morte, i due sono sideralmente lontani dalla vitalistica spontaneità, dall’intima onestà, dall’ingenua saggezza e dalla profonda moralità dei Buoni. Grazie a queste loro virtù, grazie – paradossalmente – proprio alla loro francescana follia, questi ultimi riescono – Jeunet, il genio, riesce – a scatenare e vincere la guerra contro la società industriale (della morte e dello spreco) e a testimoniare che, forse un altro mondo, certo un’altra etica, sono possibili. Jeunet scrive una commedia nera ma lieve e lunare col linguaggio e gli strumenti di un surrealista, giungendo a risultati di una perfezione calligrafica mai raggiunti prima nelle sue opere. Naturalmente, lo servono una scenografia geniale, una fotografia ‘da favola’, seppia e saturata, un cast semplicemente perfetto. Assolutissimamente imperdibile.

Lunedì 26 dicembre

C’eravamo tanto amati (E. Scola, Italia, 1974), 21.05, Rai3

Questo è, secondo me, il più bel film di Scola. Certo, ce ne sono altri più ‘eleganti’ e raffinati, architettonicamente più armoniosi e coerenti: lo splendido Una giornata particolare, o il bellissimo e dolcissimo La famiglia, ma nessuno, forse, ha la stessa profonda umanità, la stessa vivacità narrativa, la stessa sincera ‘verità’ di CTA. Nelle vicende dei tre ex partigiani, non c’è solo, essenziale, la storia d’Italia degli anni ’50 e ’60: c’è anche, autentica e semplice, la ‘storia’ di tutti noi, delle nostre ipocrisie, dei nostri compromessi e dei nostri valori quotidiani. In CTA, Scola racconta il suo affetto per la gente, e per il suo paese, racconta gli errori, le cattiverie, ed anche i ‘beaux gestes’, ma racconta soprattutto il semplice ‘eroismo’ di ogni giorno, di chi non si fa troppe domande e ‘tira avanti’ costruendo faticosamente ma ‘con giustizia’ l’esistenza sua e della società che lo circonda. Sono rari, nel cinema e fuori, simili atti d’amore per la gente comune. Narrativamente ‘semplice’ e discorsivo, il film si impenna in quel magico finale ‘metafisico’, quasi un richiamo ultimo e sobrio alla meditazione ed alla riflessione. Che dire degli attori? CTA dimostra ancora una volta che non esistono cattivi attori ma solo cattivi registi. O meglio: che esistono sì attori ‘mediocri’, ma che anch’essi, tra le mani di un artista autentico, riescono ad esprimere il meglio di se stessi, ad essere, per lo meno, utili strumenti artistici. Questo vale per Nino Manfredi – abitualmente ‘cantore’ della vocazione tutta italiota alla volgarità plebea – e che invece qui dà vita ad una ‘autentica’ figura di proletario; per Stefania Sandrelli, il cui unico contributo al cinema italiana sono state le esibizioni di tette e culo, e che qui viene abilissimamente utilizzata per creare il personaggio di una creatura sciocca (che è quel che è) ma non cattiva; e per Stefano Satta Flores, ottimo attore, invece, ma ‘minore’, che di rado è stato valorizzato come in questo film. Ho lasciato per ultimi Vittorio Gassman e Aldo Fabrizi. Il primo perché, lo confesso, nei suoi confronti non riesco ad essere obiettivo: l’ho amato come pochissimi altri attori nella mia vita, e qui egli dà l’ennesima prova della sua immensa sapienza artistica. Il secondo perché qui ha dimostrato ancora una volta – vecchio e malato, a pochi anni dalla morte – quale grandissimo e sensibile attore fosse, nonostante pochissimi registi se ne fossero resi conto (occorre ricordare la sua sublime interpretazione del prete in Roma città aperta?), e fosse invece sempre stato utilizzato per particine al limite del farsesco e del caricaturale. Permettetemi di concludere con una cattiveria: se i giovani artisti del cinema contemporaneo italiano – Pieraccioni, Muccino ed altri, ed anche l’Archibugi – se li riguardassero, ogni tanto questi ‘vecchi film, forse ci risparmierebbero le loro insopportabili masturbazioncelle psicoesistenziali, e il cinema italiano recupererebbe quei contenuti alti che ha avuto e può ancora avere.

Il dottor Zivago (D. Lean, USA, 1965), 15.00, Rete4

Ora che non serve più come film di propaganda antisovietica, si può dire che è solo una melensa e noiosissima palla?

West side story (R. Wise/J. Robbins, USA, 1961), 18.25, Sky

La vicenda di Romeo e Giulietta ambientata nei quartieri popolari di New York, e ‘aggiornata’ ai problemi moderni del razzismo e dell’emarginazione. Ebbe dieci Oscar, e se li merita tutti: per le splendide coreografie di Robbins – spesso girate nelle vere strade della città – per le bellissime e struggenti canzoni di Bernstein, per il miglior film. Che difatti è ancor oggi godibilissimo ed emozionante.

Martedì 27 dicembre

A letto con il nemico (J. Ruben, USA, 1991), 23.30, Canale5

Onestamente, non è un gran film, e la partecipazione di Julia Roberts – tanto inadatta alle parti drammatiche quanto desolante in quelle comiche – non lo rende certo più appetibile. Tuttavia, merita di essere visto per il tema – la violenza domestica sulle donne – e perché magari può far venir voglia di leggere il bel romanzo di Nancy Price da cui è tratto (Io ti lascerò, Rizzoli, 1989). Una donna timida e insicura crede di aver trovato l’uomo della sua vita, ma dopo il matrimonio questi si rivela uno psicopatico violento, che la picchia e la schiavizza psicologicamente. Per sfuggirgli, deve lottare prima di tutto contro le sue personali debolezze, ma non sarà sufficiente, perché il marito la cercherà e la troverà, fino alla tragica ma liberatoria conclusione. Un’occasione interessante per riflettere.

Come eravamo (S. Pollack, USA, 1973), 21.00, Sky

Vent’anni di storia sentimentale, politica e culturale di una coppia di sinistra americana, dagli anni Trenta ai Cinquanta. Robert Redford fa, tanto più qui, il clone di John Kennedy (e già ci piaceva poco l’originale), Barbra (chissà perché non ‘Barbara’ …) Streisand fa la radical chic coi milioni in banca. Irritanti entrambi, in un film, oltretutto, irrimediabilmente datato.

Mercoledì 28 dicembre

Syriana (S. Gaghan, USA, 2006), 19.00, DT

Se volevamo capire “di che lacrime grondi e di che sangue” il nostro benessere, da quale abisso di violenza e di corruzione provengano la benzina con cui facciamo funzionare i nostri stupidissimi Suv o il gas con cui surriscaldiamo le nostre case; se, al di là dei rutti mentali di Roberto “Grunt” Calderoli, desideravamo studiare le ragioni profonde, l’humus da cui trae origine il terrorismo islamico, bastava prendersi una raccolta di giornali, o un testo di storia contemporanea, e andare a ripassarsi, per chi non la conoscesse già, qual è stata la ‘politica estera’ – chiamiamola così – di Stati Uniti ed Europa nel Medio Oriente dalla fine della guerra ad oggi. Sarebbe stato sufficiente, e soprattutto ne avremmo ricavato una visione organica, logica e chiara: quello che, invece, è praticamente impossibile tirar fuori da questo film farraginoso, schizzato, complicato invece di essere complesso, e soprattutto privo di qualsiasi pathos. Un film che molto spesso non sembra nemmeno un film, quanto piuttosto un collage di spezzoni documentari della CNN; un film che, con buona pace dell’esilissimo filo conduttore costituito dai personaggi di Clooney e Damon, si ha spesso l’impressione che potrebbe essere rimontato all’incontrario, il secondo tempo prima del primo, o in modalità random, ché tanto non se ne accorgerebbe nessuno; un film che non è nemmeno noioso, tanto è assente qualsiasi struttura ‘narrativa’ su cui esercitare la nostra attenzione. A parte l’interpretazione davvero loffia di Clooney, imbambolato dall’inizio alla fine nella stessa inespressiva espressione, è difficile persino parlar male (o bene?) degli attori, tale è la velocità con cui ci passano davanti agli occhi, ché quasi è impossibile riconoscerli. Come pure, appunto, è praticamente impossibile ‘farsi un’idea’ della situazione dalla mole di informazioni che il film propone, e che ci vengono sparate addosso a ritmi folli, senza che si abbia il tempo di effettuare nessi o riflessioni. Semplicemente un brutto film, mal raccontato, malissimo scritto, sul quale si spera che scenda presto un giusto silenzio.

Giovedì 29 dicembre

Marie Antoinette (S. Coppola, USA, 2006), 23.20, Canale5

Di Lost in translation, l’ultimo film di Sofia Coppola, si era detto: uno dei pochi film per i quali si spenderebbe volentieri la parola ‘perfetto’. E per questa M.A., che parola andremo a cercare? Opera d’arte? Bisogna parlare a mente fredda, di questo film, lasciarlo decantare, filtrare, riposare nella mente, tanto abbagliante è l’impressione che ci lascia nella mente e negli occhi dopo la visione. Il tema è noto: la vita di Maria Antonietta d’Austria, da quando viene data in moglie a Luigi XVI sino alla fuga da Versailles, incalzata dai sanculotti. Non è la ‘regina’, l’aristocratica fredda e lontana di tanta pubblicistica denigratoria, quella che la Coppola ci racconta. E’ un’adolescente, semplice, affettuosa, gentile, in cui il ricchissimo contenuto umano non viene affatto distrutto dal ruolo pesante cui è stata costretta. Maria Antonietta vuole vivere, e passa da un ballo in maschera ad una gioiosa festa di compleanno, dai fuochi d’artificio ad un’alba sui laghetti di Versailles, ad aspettare il sole. Intimamente gioioso è anche lo stile con cui la Coppola scrive e racconta. Gli splendidi vestiti, i dolciumi fantastici, le scarpe, i salottini fastosi ed eleganti, non sono descritti come gli odiosi privilegi di una sciocca aristocratica, ma come la stanza dei balocchi di una giovane donna, forse ancora un po’ bambina, che ama la vita, e che addirittura ambisce ad un ritorno a quello ‘stato di natura’ di cui legge nelle pagine di Rousseau, e che tenta di ricreare nel villaggio contadino che si fa costruire a poca distanza dalle reggia. Un tocco di levità, anche esistenziale, attraversa mirabilmente tutto il film, dalla bellissima colonna sonora punk e romantica al paio di AllStars fucsia che si intravedono tra le scarpe della regina, uno scherzo, evidentemente, della durata di un istante, con cui la regista pare volerci dire: ‘Vedete, è come una di noi’. Tuttavia Maria Antonietta ‘cresce’, in questi anni a Versailles, e, se è l’iniziale indifferenza del marito a gettarla per un attimo tra le braccia del Conte Fersen, tuttavia è proprio con quel marito, e suo re, che essa decide di rimanere, quando la folla inferocita assedia il palazzo e minaccia di ucciderla, quando i colori delicati, le luminosità, i suoni argentini si spengono, per lasciar posto a stanze cupe, e a dissonanze di morte. E’ davvero bizzarro come – ci avrà pensato la Coppola, scrivendolo? – il suo solenne inchino di fronte al popolo infuriato ricordi in modo impressionante quello che, nel meraviglioso Mondo nuovo di Ettore Scola (1982), Hanna Schygulla, dama di compagnia della regina, tributa agli abiti del re, appena arrestato a Varennes: paradossalmente entrambi, gli abiti e il popolo, simboli di una regalità che è superiore alla contingenza ed agli eventi. Un’immensa pietà ci coglie, ogni volta che il cinema – oltre a Scola, i magnifici Che la festa cominci di Bernard Tavernier (1975) e La nobildonna e il duca di Eric Rohmer (2001), per esempio – ci racconta il declino di questa classe che della joie de vivre aveva fatto un arte raffinatissima, e che non si rende conto di star danzando sull’orlo dell’abisso: verranno presto spazzati via da una rivoluzione di bottegai che manderanno avanti, a combattere al loro posto, folle insipienti e probabilmente non poi così affamate, e la loro eleganza verrà sostituita dalla boria volgare dell’arricchito. Kirsten Dunst, che il film vuole protagonista assoluta, lo è anche nella strepitosa gamma di emozioni e sentimenti che esprime, da donna e da attrice adulta, incredibilmente matura. La fotografia è cristallina e riflessiva, e Versailles – in cui la Coppola ha per la prima volta potuto girare – offre tutta la sua perfetta bellezza. Assolutissimamente imperdibile.

La ragazza delle balene (N. Caro, N.Z./Germania, 2002), 14.05, DT

Secondo le leggende del popolo Maori, Paikea, il primo antenato, raggiunse la Nuova Zelanda cavalcando una balena. Nella Nuova Zelanda dei nostri giorni, nasce una bambina a cui il padre – uno scultore, che riproduce l’arte e i miti del suo popolo – impone proprio il nome di quell’antenato. Il suo gemello, però, muore assieme alla madre durante il parto, e ciò causa un profondo dolore nel nonno, Koro, che in quel bambino maschio vedeva il ‘predestinato’, che avrebbe dovuto riportare i Maori all’antica gloria. Koro non riesce ad accettare la femmina, che vede come un ‘errore’ degli Dei, e respinge con durezza tutti i suoi tentativi di apprendere le tradizioni Maori, per ‘sostituire’ quel fratello nel suo cuore e nei destini del suo popolo. A prezzo di dolore e umiliazioni, con dolcezza ma con determinazione, Paikea riesce ad assumere il ruolo che il nonno aveva assegnato al fratello, e, cavalcando alfine proprio una balena, dimostra di essere degna erede delle tradizioni Maori. Non è la prima volta che i Maori ci narrano, con ottimi film, le sofferenze del loro popolo: certo tutti ricordiamo il bellissimo Once were warriors (1994), che narrava la terribile decadenza dei Maori forzatamente inurbati e costretti a vivere la vita corrotta e violenta dei loro dominatori bianchi. Qui è il loro strettissimo ed ancora attuale legame col mito, che ci viene raccontato e la loro intima unione con la natura e con gli animali (la balena è, evidentemente, non solo la fonte del mito, ma anche l’animale totemico), tipici di tutti quei popoli che noi Europei, nella nostra presunzione ed arroganza, spesso genocida, ci ostiniamo a definire ‘primitivi’. Nello stesso ambito, sarebbe davvero sciocco e meschinamente riduttivo definire ‘maschilista’ la cultura ed il comportamento di Koro. ‘Maschilista’ e ‘femminista’ sono concetti di una cultura occidentale alla quale questa, come altre culture ‘primitive’, sono totalmente estranee: apprezziamole per quello che sono, ed evitiamo di frapporre tra noi e loro lenti deformanti che non appartengono loro. Come tutti i film espressioni di culture a noi così lontane – penso, per faresolo unesempio, al bellissimo Zatoichi – anche questo ci lascia in parte insoddisfatti. Non per la qualità del lavoro – si tratta di un film semplice, ma intenso e magico, ed ottimamente recitato: bravissimi il nonno e soprattutto la bambina – ma perché ci rendiamo conto di quanto poco sappiamo di loro. Grazie a Whale rider colmiamo, solo molto parzialmente, un vuoto che è non solo estetico, ma anche antropologico.

Va’ dove ti porta il cuore (C. Comencini, Italia/Francia/Germania, 1996), 15.15, DT

Se il mondo avrebbe serenamente potuto fare a meno del romanzo della Tamaro (‘Susanna Luamaro’, l’hanno ribattezzata in Veneto, e il libro “Va’ dove ti porta il c***”), appartenente a quella branca di pseudoletteratura che in Germania viene etichettata come Trivialliteratur), ancor più sarebbe felicemente sopravvissuto senza il film che ne ha tratto la Comencini, nota esperta nella realizzazione di segoline sentimentali. Oltre ogni limite.

Venerdì 30 dicembre

V per Vendetta (J. Mc Teigue, USA/Germania, 2005), 18.55, DT

Inghilterra, 1605. Guy Fawkes, un gentiluomo inglese convertitosi al cattolicesimo, progetta di far saltare in aria il Parlamento il giorno dell’apertura, il 5 novembre, per uccidere re Giacomo I° Stuart, nemico e persecutore dei cattolici. Scava una galleria sotto l’edificio, e la riempie con trentasei barili di polvere, ma all’ultimo momento lui e gli altri congiurati vengono scoperti: quelli che non vengono uccisi subito vengono imprigionati e torturati atrocemente, e moriranno alcuni mesi dopo sul patibolo. E’ la famosa Congiura delle Polveri. Londra, ai giorni nostri, in un futuro prossimo. Un Partito politico di ispirazione totalitaria e razzista, omofobo ed islamofobo, diffonde artatamente per l’Inghilterra un terribile virus, che provoca centinaia di migliaia di vittime. Sfruttando il caos e il terrore che questo fatto provoca, il Partito prende il potere, instaurando un regime parafascista. L’informazione è sottoposta a rigida censura, sostituita da una rozza demagogia, qualsiasi libertà è conculcata, e gli scherani del partito costituiscono un’élite che imperversa per il paese, violentando e taglieggiando. Improvvisamente, un anno prima dell’anniversario della Congiura, appare in città uno strano personaggio. E’ vestito alla moda del Seicento, con cappello e mantello, e nasconde il volto sotto una maschera che riproduce le fattezze di Fawkes. Esordisce facendo saltare per aria, in un tripudio di fuochi d’artificio colorati, l’Old Bailey, mentre dagli altoparlanti, che abitualmente trasmettono i deliranti proclami del Gran Cancelliere, il Dittatore, egli diffonde la trionfale Ouverture 1812 di P.I. Chaikowsky, che il grande musicista russo compose per celebrare la resistenza del suo popolo contro Napoleone. Seguono altre azioni di sabotaggio del sistema, ed una promessa, da parte del Vendicatore: di lì ad un anno, il giorno dell’anniversario della Congiura, egli compirà l’opera dell’antico cospiratore, facendo saltare in aria il Parlamento, e centinaia di migliaia di inglesi come lui scenderanno in piazza, per opporsi alla dittatura e restaurare la libertà. Anche a costo, come fu per Guy Fawkes, della propria vita. Interrompo qui il racconto delle vicende di V, dei suoi segreti, dei suoi amori, della sua lotta. Lascio agli spettatori il piacere e l’emozione di scoprirli sullo schermo, in questo, che è uno dei film più belli, colti ed appassionanti degli ultimi vent’anni, ed anche, nonostante le sue caratteristiche fantastiche, uno dei più reali ed umani. Difficile davvero dire cosa emozioni e commuova di più, in questo capolavoro. La recitazione? Hugo Weaving è grande anche a volto coperto. Recita col corpo, coi movimenti del capo, coi giochi di luci ed ombre sulla maschera. Natalie Portman è intensa e ‘dolorosa’, quasi una vittima sacrificale che impersona e porta su di sé le sofferenze di tutto un popolo. Dolce e umanissimo John Hurt, il suo amico omosessuale. Ed è impossibile negare una menzione al raffinato e sensibilissimo doppiaggio di Gabriele Lavia. La fotografia: cupa e minacciosa, notturna e misteriosa, che rappresenta la notte dell’anima e dello spirito che avvolge l’Inghilterra. E poi, i numerosi e densi riferimenti culturali. Pare impossibile – ma una ragione pur ci sarà – se ogni regista o scrittore che abbia voluto tratteggiare un fascismo futuro lo abbia immaginato odiatore, oltre che della libertà, anche della bellezza e della cultura. Così è in 1984 di J. Orwell, uno dei padri evidenti di questa storia, ma soprattutto così è in uno dei film più belli ed importanti del Novecento, Fahrenheit 451, di F. Truffaut. Vedendo la galleria d’arte di V, e quelle sterminate pareti di libri, e l’amore trepido con cui John Hurt custodisce la sua antica copia miniata del Corano, è impossibile non richiamare alla memoria i roghi dei libri di quel capolavoro, e l’affetto con cui, contro quella dittatura, i libri venivano amati e protetti, fino ad immolarsi per loro. E non dimentichiamo, tra gli illustri padri di V, il grande feuilleton ottocentesco, con lo stereotipo dell’eroe tenebroso, del giustiziere misterioso ed eroico. Un ultima notazione per i dialoghi, davvero ‘teatrali’ nel senso più colto e nobile del termine: del resto, spessissimo, nonostante le scene d’azione o quelle in esterni, è davvero forte l’impressione di essere a teatro, ad assistere a un dramma shakespeariano. Inno alla libertà e alla dignità umana, anarchico ed eversivo ma ancor più umanissimo e vero, film denso di emozioni e significati, V per Vendetta è un raro capolavoro, che rimane nella mente, nel cuore e negli occhi. Un film da ricordare

 

Remember remember the Fifth of November,

the gunpowder treason and plot.

I know of no reason why the gunpowder treason

should ever be forgot.

 

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