Pubblicato da: giulianolapostata | 17 dicembre 2011

Multivisioni – Sabato 17 dicembre 2011

Multivisioni

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

“Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

L. Wittgenstein

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Sabato 17 dicembre

Gli spietati (C. Eastwood, USA, 1992), 00.50, DT

Uno dei capolavori di Clint Eastwood, ed anche uno degli western più belli che si siano mai visti. Un ex bandito, che ha rinunciato alla pistola, viene incaricato da una prostituta di trovare l’uomo che l’ha sfregiata per vendicarla, ma dovrà percorrere una strada di sangue. Cupo e crepuscolare apologo sulla ‘violenza della violenza’. Assolutamente imperdibile.

Domenica 18 dicembre

10.000 a.C. (R. Emmerich, USA, 2008), 21.15, DT

Certo non sarà un Maestro del cinema, Roland Emmerich, uno di quelli i cui film costituiscono esperienze estetiche e culturali che ti segnano l’esistenza. Ma un bravo artigiano questo sì, senza ombra di dubbio, e quando vai a vedere i suoi film puoi star sicuro che a) sono fatti ‘bene’, b) non è mai tutto da buttar via, e qualcosa di buono da conservare c’è sempre (a parte – lo dico subito così mi tolgo il pensiero – quell’incredibile boiata di Indipendence Day, 1996, evidentemente concepito in una notte insonne dopo un’indigestione di rane fritte). Così è stato per Stargate (1994), bel ‘peplum’ fanta-archeologico, per Godzilla (1998), divertente ed ironica rivisitazione del mitico lucertolone giapponese, per Il Patriota (2000), ottimo e documentato film sulla Rivoluzione Americana, e per L’alba del giorno dopo (2004), catastrofica profezia sulle alterazioni climatiche. Qui torna al lavoro con una storia fanta-preistorica, ambientata tra gli Yaghal, cacciatori delle montagne. Quando i mammuth, le loro prede favorite, si fanno sempre più rari, il capotribù decide di oltrepassare quel confine apparentemente invalicabile, e di cercarne la causa. Ma non fa più ritorno. Dopo molti anni sarà D’Leh, suo figlio, divenuto adulto, a ripetere l’impresa, di fronte alla fame sempre maggiore della tribù. Oltre quelle cime scoprirà un mondo inaspettato: sole ardente, deserti, popoli dalla pelle scura, animali ferocissimi e mai visti prima. Scoprirà anche un regno spietato, i cui leggendari fondatori provengono forse da Vega o forse da Atlantide, che sfrutta uomini e mammuth per costruire i suoi edifici sacri, immense piramidi di pietra e metallo. Spinto da un’ampia gamma di sentimenti, D’Leh riuscirà a riscattare la propria dignità e la libertà degli schiavi, e a tornare sulle sue montagne ricco di esperienza e di sapere. Dicevamo dunque. A) Ben fatto, non c’è che dire, e solo la bellezza della tigre dai denti a sciabola o dei magnifici mammuth vale la visione. La storia è semplice ed elementare, come un romanzo di Salgari o di H. Rider Haggard ma ben raccontata, con personaggi ‘potenti’ ed essenziali. Affascinanti e magiche le locations (Nuova Zelanda, Sud Africa, Namibia). B) Non è tutto da buttar via. Né da un punto di vista antropologico-culturale – le figure degli sciamani, la scoperta dell’agricoltura – né da quello dei ‘messaggi’: l’amore per il proprio popolo, la solidarietà tra ‘diversi’, la dignità di ogni essere umano. Aggiungeteci la solita grande abilità di Emmerich nelle scene d’azione ed avrete due ore di buon divertimento. Non è Ermanno Olmi, dite? Lo so anch’io, ma tra questo e Vacanze di Natale a Cortina – diciamo la verità – comunque non c’è gara.

Lunedì 19 dicembre

Puerto Escondido (G. Salvatores, Italia, 1992), 17.40, Sky

Dopo Mediterraneo (1991) – l’ultimo, e forse l’unico, bel film di Salvatores – ecco una storiellina appena appena accettabile sulle avventure messicane di tre milanesi, tra esotismo di serie B, fantasie allucinogene, traversie picaresche. Abatantuono simpatico, ma in preda ad una sceneggiatura sbrindellata, la Golino incapace come sempre. Complessivamente, da buttare, anche se con rimpianto.

Martedì 20 dicembre

Rapa Nui (K. Reynolds, USA, 1974), 15.45, DT

Ambientata sull’Isola di Pasqua – i cui graffiti e i cui megaliti non sono mai stati interpretati, e del cui passato, perciò, non sappiamo nulla – una vicenda ‘fantasy’ incentrata sul contrasto tra i costruttori dei Moai e i loro schiavi. Gradevole, ma, antropologicamente, da prendere con le pinze. Comunque, sarà probabilmente l’unica occasione della vostra vita per vedere l’isola, almeno sullo schermo.

L’arte del sogno (M. Gondry, Francia/Italia, 2006), 17.30, DT

Dopo alcuni bei film – Human nature (2000), Se mi lasci ti cancello (2004) – variamente trattati o bistrattati e non sempre compresi e amati – Gondry ci regala qui un film bellissimo, poetico, straziante e geniale. Stéphane è un giovane grafico dalla creatività onirica e sfrenata. Tornato a Parigi dal Messico (ma torna veramente? Il taxi che lo deposita davanti alla porta riparte con Stéphane all’interno, che guarda se stesso davanti alla porta …), in cui ha vissuto fino a quel momento, va ad abitare dalla madre, nella sua vecchia casa, e scopre che nell’appartamento di fronte abita Stéphanie, ‘artista’ strampalata, che cuce animali di pezza. E’ amore, quello tra Stéphane e Stéphanie, ma non tanto ‘a prima vista’. Si tratta di sintonia, affinità elettiva, comunione emotiva, sintesi onirica. Lui rincorre lei, e poiché teme di non averla nella realtà, la corteggia e la seduce nel sogno. Lei, ancora immatura e spaventata dall’amore, fugge lui, in una continua fusione/commistione/confusione tra sogno e realtà che affascina e rapisce mente e cuore. Il sogno, i sogni di Stéphane sono i grandi protagonisti di questo incredibile film che se può ricordare la doppia dimensione del sia pur bellissimo Amélie (2001) di J.P. Jeunet – altro grande ‘sognatore’ – travalica e supera quel capolavoro per viaggiare in una dimensione davvero ‘altra’. Stéphane entra ed esce dai suoi sogni, li riporta nel mondo attraverso le macchine magiche che inventa, le quali macchine usa poi per fuggire ancora. Gondry è un genio, che crea magie ricorrendo ad una tecnica di animazione degli oggetti che già conoscevano nella cinematografia dell’Est, qui portata a vertici poetici davvero eccezionali. Si ‘consuma’, l’amore tra Stéphane e Stéphanie? O davvero “la vita è sogno”, come insegnava Calderon de la Barca? O davvero “noi siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni”, come insegnava Shakespeare? Anche l’amore è sogno? Cosa è ‘reale’? Il bacio – sommamente straziante! – che Stéphanie pone sulla fronte di Stéphan addormentato? Lui e lei che cavalcano in una foresta di carta su un cavallo di pezza? Si ‘consuma’, dunque, questo amore? E’ pur reale, il dialogo surreale alla fine del film, tra tettine, pompini e uccelli duri, eppure così lunare e giocoso da spingere nuovamente verso una dimensione sognata, di coprolalia quasi ‘infantile’. Un capolavoro, nel quale/anche perché ogni istante è al tempo stesso immensamente creativo e tuttavia intimamente ‘controllato’, voluto e collegato col tutto, in una sinfonia onirica senza pari. Gael Garcia Bernal recita come un bambino che – appunto! – sogni di essere entrato in un immenso magazzino di giocattoli. Charlotte Gainsbourg commuove e innamora: non più – forse mai – ‘attrice’, ma Musa, simbolo, icona di una femminilità sensuale, giocosa e pura.

Excalibur (J. Boorman, USA, 1981), 21.15, DT

Forse la miglior versione mai realizzata del mito arturiano, qui raccontato nella sua versione leggendaria, senza nessuna pretesa di verosimiglianza storica. Ne risulta un film intriso di magia, di leggenda e di fascino, che sarebbe bello vedere assieme al bellissimo King Arthur di A. Fuqua (2004), per confrontare due ottiche diverse ma entrambe interessantissime.

Godzilla (R. Emmerich, USA, 1998), 21.00, Sky

Di nuovo il buon, vecchio Emmerich in uno dei suoi film più divertenti, in cui riesuma non indegnamente il mitico lucertolone giapponese degli anni Sessanta. Appassionante, ottimi effetti speciali, divertente, anche per la deliziosa presenza del grande Jean Reno. Ci si passa una gran bella serata.

Mercoledì 21 dicembre

Ogni cosa è illuminata (L. Schreiber, USA, 2005), 23.55, Rete4

Jonathan, giovane ebreo americano, stereotipo dell’ebreo succube della famiglia, parte per l’Ucraina in cerca della donna che cinquant’anni prima salvò suo nonno dallo sterminio nazista. E’ accompagnato da un giovane ucraino col nonno, un vecchio che pare aver rifiutato il presente rifugiandosi in una sua personale follia. Tutti e tre concluderanno il viaggio avendo ognuno trovato la propria illuminazione, anche se potrà costare carissimo. Opera prima dell’esordiente Schreiber, il film è un gioiello di poesia e di malinconico umorismo, un racconto apparentemente semplice e lineare quanto invece turgido di sentimento e di umanità. Assolutamente imperdibile.

Robin e Marian (R. Lester, GB, 1976), 14.05, DT

Robin Hood, ormai anziano e pieno di acciacchi, torna dalla Crociata e tenta di ricostruire il vecchio amore con Marian, che ormai si è ritirata in convento. Il tutto in una chiave narrativa grottesca e farsesca assolutamente spoetizzante, che rende la vicenda estremamente irritante, e quasi invedibile.

Mammuth (B. Delépine/G. de Kervern, Francia, 2010), 23.10, DT

Serge Pilardosse è operaio in una macelleria industriale. Non è un genio, forse è anche un po’ tonto, e più o meno da idiota lo trattano tutti, apparentemente anche Catherine, la moglie, affezionata ma burbera, che dà quasi l’impressione di non saper che fare di quel grosso stupidotto in giro per casa. Gli hanno addirittura affibbiato un soprannome, “Mammuth”, che allude alla sua stazza davvero debordante ma anche al suo vecchio ‘amore’ di gioventù, una gigantesca e bellissima moto Munch Mammuth, che da anni sta abbandonata in garage. Pilardosse, però, è un uomo onesto, ligio al lavoro, con un profondo senso del dovere. Negli ultimi vent’anni passati in macelleria non ha mai fatto un giorno di malattia, e per questo i suoi padroni (che sembrano aver assunto osmoticamente le fattezze degli innumerevoli maiali che hanno ucciso), gli dedicano una grottesca festa di addio. Tuttavia il problema sono i venticinque anni precedenti, che lui ha trascorso vagabondando per la Francia, da un posto di lavoro all’altro. Al momento di mettere insieme le carte per ottenere la sospirata pensione, Serge si accorge che molti dei vecchi datori di lavoro non gli hanno versato i contributi. Non c’è altro da fare che andarli a cercare, dopo tanti anni, uno per uno, e recuperare ciò che gli è dovuto. Ma come viaggiare? La vecchia e scalcagnata auto di famiglia ha il parabrezza rotto – ne circolano pochi, di soldi, a casa Pilardosse – così non resta che riesumare la vecchia moto, e partire con quella. Catherine lo spedisce via trepidante, ma non sa che Serge non parte da solo. Invisibile, viaggia con lui il fantasma di Yasmine, amata molti anni prima, la cui morte tragica è legata proprio a quella moto, e il cui ricordo si è trasformato col tempo in un colpevole incubo, che gli ha impedito perfino di percepire l’affetto sincero della moglie. Ma bisogna andare. Che cos’è, il viaggio di Serge? È un viaggio nel suo passato, prima di tutto, durante il quale farà molte scoperte. Scoprirà che sì, effettivamente è vero, quasi tutti coloro che hanno attraversato la sua vita l’hanno trattato da scemo, ed hanno cercato di farlo fesso. Anzi, è ancora così, e la prostituta con la protesi serve a farlo sentire ancor più stupido, come se ce ne fosse bisogno. Alla loro amoralità, Serge guarda con olimpica e indifferente superiorità, quasi che essa gli stesse servendo da specchio per scoprire, di contro, il valore della sua umanità e della sua sincerità. Perché, infatti, egli scopre anche – impercettibilmente, quasi subliminalmente – la propria ‘forza’, e la propria umanità. Ritrova Paul, il cuginetto con cui aveva scoperto i primi turbamenti sessuali e con cui tenta, pateticamente ed ingenuamente, di ritrovare quello sprazzo di adolescenza. Ri-trova Miss Ming, la nipote sconosciuta, artista folle e lunare, che maieuticamente insegna a Serge la bellezza del creare, cercandone la materia dentro di sé. Poco per volta, Pilardosse si ri-trova, e ritrovandosi si libera. La scena del bagno nello stagno è una sublime e lirica manifestazione del Buon Selvaggio che è in lui. Libero dunque prima di tutto da quel se stesso che lo aveva per una vita intera imprigionato nel cliché dello stupido, liberato finalmente dalla stessa Yasmine, liberatosi della vecchia Mammuth, il cui ruolo di ‘monumento alla memoria’ ora non è più necessario, Serge torna da ciò che veramente ha costruito: l’amore di Catherine, e la incontra in una scena di una tenerezza familiare pudica ed indicibile. Sono molti gli aspetti per cui Mammuth si qualifica come un film di bellezza e poesia sublimi, a partire dagli interpreti. Gerard Depardieu abbandona alla storia ed allo spettatore il suo corpo immenso in un’interpretazione altrettanto immensa quanto ‘naturale’ e vera, quale forse mai gli era riuscita. Yolande Moreau è la moglie, di una bellezza che nasce dall’animo e dal cuore, e che si esprime nei gesti tenerissimi e nello sguardo. Miss Ming è un Pierrot lunaire che spande attorno a sé una sottile polvere magica di poesia e di umana follia. Prodigiosa la scelta stilistica dei registi. Delépine e De Kervern hanno scelto di ‘raccontare’ la vita di Serge con una tecnica quasi documentaristica, servendosi di una pellicola, il Super 16 reversibile, che pochissimi ormai usano, e che coi suoi colori saturi regala la stessa leggerezza e naturalità del vecchio Super 8, e mantenendo pienamente evidente il tremolio della cinepresa, che conferisce alle immagini la semplice evidenza della vita. Mammuth è uno di quei miracoli che a volte accadono al cinema, e che ci fanno amare e capire l’eccezionale bellezza e particolarità di questo mezzo espressivo. In Francia, il film ha avuto 800.000 spettatori: e in Italia?

Giovedì 22 dicembre

Le cronache di Narnia (A. Adamson, USA, 2005), 21.05, Rai3

Non c’è molto da dire su questo prodotto Disney, se non che è un discreto prodotto. Diligente versione  e nulla più de Il leone, la strega e l’armadio, il secondo libro del ciclo di C.S. Lewis, con pochissime ed ininfluenti varianti, ma con alcune incongruenze, interpretabili solo da chi ha letto anche il primo, Il nipote del mago: da dove salta fuori il lampione? Perché esiste la strega nel Regno di Narnia? E perché proprio da quell’armadio si accede al regno? A parte ciò, una storia normale, effetti speciali nella norma, insolitamente bravi e capaci gli interpreti, cosa rarissima, quando gli attori sono dei ragazzi Del tutto ridicole le interpretazioni mistiche relative alla resurrezione di Aslan, tanto assurde ed inconsistenti che non meriterebbero nemmeno che si fermasse a confutarle, se non avessero caricato il film di significati e simboli che, davvero, gli sono totalmente estranei. Senza contare che, negli universi magici, la ‘resurrezione’ – o meglio la non morte – dell’eroe è un topos talmente comune da non destare alcuna meraviglia. Un solo appunto, dovuto a quella ‘perversione’ tutta e solo italiana che è il doppiaggio. Il povero leone è stato doppiato – non si sa perché – da Omar Sharif, che, ad una voce arrochita ed impastata da fumatore di toscano e bevitore di clinto, unisce un curiosissimo accento siculo-partenopeo che più di una volta fa veramente ridere. A parte ciò, discreta fantasy, nulla di speciale. Da elogiare il meritorio lavoro di alleggerimento e di sfoltimento che è stato fatto rispetto ai romanzi originali, secondo me una delle storie fantasy più mortalmente noiose che siano mai state scritte.

Che fine ha fatto Baby Jane? (R. Aldrich, USA, 1962), 15.55, DT

Capolavoro ‘gotico’ del grande Aldrich. Due sorelle, entrambe ex glorie del cinema, vivono e invecchiano insieme nella stessa casa, gettandosi addosso l’un l’altra rancori e delusioni. Bette Davis come sempre bravissima. Una rara occasione per rivederlo.

Spy game (T. Scott, USA, 2001), 21.00, Sky

Ventiquattr’ore prima di andare in pensione, Nathan Muir, vecchio ed esperto dirigente della CIA, viene a sapere che Tom Bishop, un giovane agente da lui addestrato e che considera quasi come un figlio, è stato arrestato in Cina mentre cercava di far evadere una donna. Scopre anche che l’unità di crisi incaricata di seguire il caso non ha nessuna intenzione di far qualcosa per liberarlo. Ammettere l’incidente significherebbe guastare imminenti accordi commerciali tra Cina e USA, e il governo americano ha deciso di abbandonare Bishop al suo destino. Ma Muir è della vecchia scuola, e quando deve scegliere tra il suo Paese e i rapporti personali, sceglie ancora questi ultimi. In quelle poche ore che gli restano, Muir dovrà dunque, da migliaia di chilometri di distanza, cercare di far qualcosa per liberare Bishop, senza scoprire le proprie carte davanti ai colleghi che ormai lo considerano un vecchio arnese inutile. Anche se non è certo uno dei migliori film di T. Scott, il mestiere si vede, ed è quello che tiene in piedi un film con parecchi difettucci. Troppo ‘veloce’ in alcune parti, troppo ‘lento’ in altre, e i sia pur numerosi ed avvincenti flash-back non sempre riescono a risollevare la noia dei lunghi monologhi e dialoghi. Comunque, onore ad una sceneggiatura che porta avanti una storia complessa senza confusioni e senza inverosimiglianze, rendendo il film sufficientemente appassionante. Rimarrebbe da esprimere qualche riserva sull’infantile ed olimpica indifferenza con cui gli Americani devastano il mondo per i loro interessi, ma a questo siamo abituati da tempo, nel cinema ed anche fuori. Ho scritto altre volte di non aver mai amato molto Robert Redford, che mi è sempre sembrato la caricatura di John Kennedy, ma onestamente bisogna dire che qui Brad Pitt semplicemente scompare di fronte, se non alla sua bravura, per lo meno di fronte alla sua eccezionale esperienza. Vale una visione, non credo due.

Venerdì 17 dicembre

Terminator 3: le macchine ribelli (J. Mostow, USA/GB/Germania/Giappone, 2003), 22.00, DT

Una boiata appena vedibile il cui unico fine è stato quello di sfruttare il successo dei primi due film, una delle saghe più belle e intelligenti del cinema ‘apocalittico’. Non aggiunge assolutamente nulla ad un capolavoro in due capitoli già concluso in se stesso. Dopo che avete visto Kristanna Loken nuda, potete spegnere. Anzi, lasciate proprio perdere.

The wolfman (J. Johnston, USA/GB, 2009), 21.15, DT

Sir Lawrence Talbot, fuggito in giovanissima età dalla dimora paterna per lasciarsi dietro l’incubo dell’atroce morte della madre, vi rientra in età matura, ormai attore affermato, su richiesta della fidanzata del fratello. Quest’ultimo è scomparso da vari giorni, ma quando Lawrence arriva il suo corpo viene trovato, orrendamente straziato e sbranato, nei boschi circostanti la tenuta. La gente del villaggio vocifera di una Bestia demoniaca che si scatena nelle notti di luna piena, e mentre Lawrence la sta cercando, ecco che essa appare, facendo strage degli abitanti e ferendo anche lui a morte. Tuttavia, stranamente, la ferita guarisce senza conseguenze. Le sue tracce, purtroppo, sono di tutt’altro genere. Ad aver morso il giovane Talbot è stato un licantropo, ed ora, all’apparire della nuova luna, anch’egli scatenerà la sua ferocia. A dargli la caccia, tutto il villaggio, alla testa del quale si pone l’Ispettore Aberline, cui brucia ancora il non esser riuscito, pochi anni prima, a catturare Jack lo Squartatore. Ad aiutarlo, un’ambigua ma gigantesca figura paterna, e soprattutto Gwen, ex fidanzata del fratello ed ora innamorata di lui.

Primo regista ad aver osato tentare un remake del mitico e bellissimo film omonimo di G. Waggner (USA, 1940), Johnston, pur senza avere alle spalle particolari titoli di nobiltà cinematografica, confeziona un film che può tranquillamente essere considerato un capolavoro del genere. Dimostrando cosi due cose. Primo. Se è vero che da sempre invoco una ‘legge’ che proibisca di fare i remakes, tuttavia bisogna fare un’eccezione per chi si accosti all’originale non col bisogno scioccamente protagonistico di dover per forza fare ‘meglio’ e ‘di più’, ma con rispetto ed intelligenza, avendone studiato e compreso a fondo l’ispirazione e gli stimoli, che in questo caso è allora legittimo innervare di nuovi spunti e idee. A patto di averne, naturalmente. Secondo, che la computer grafica, che tante sciagure ha prodotto negli ultimi tempi – fino al recentissimo bidone di Avatar – è non solo tollerata, ma anche benvenuta, quando però essa divenga uno strumento artistico, uno dei molti di cui un bravo regista può servirsi. Così è accaduto in questo ottimo film, in cui Johnston ha sì voluto con sé Rick Baker, premio Oscar per make-up ed effetti speciali del magnifico Un lupo mannaro americano a Londra (J. Landis, USA, 1981), ma anche Rick Heinrichs, premio Oscar anche lui per le scenografie del Mistero di Sleepy Hollow (T. Burton, USA, 1999). Ne è risultato un film magico, dalle atmosfere cupe, umide e nebbiose, inquietante, drammatico ed appassionante. Tutto è ‘vero’, in questo Wolfman, e ci entra nel cuore. Il sangue, le mutilazioni, i corpi fatti a brani vengono accennati per il minimo indispensabile, e comunque non sono mai splatter gratuito, banale gore per adolescenti, ma esprimono un orrore assoluto e incontrollato, sono il linguaggio di una Bestia che viene dall’Inferno, e che altro che così non potrebbe esprimersi. Lawrence Talbot, suo padre, Gwen, sono tutt’altro che profili di cartone messi lì a fare da silhouettes sulla luna piena. Lawrence pare quasi una vittima di quella società vittoriana che reprime le pulsioni inconsce e primigenie (siamo circa nel 1895, la data di pubblicazione della “Interpretazione dei sogni” di S. Freud). Suo padre è un re Lear debordante ed opprimente, la cui autorità costituisce la rovina dei figli. Gwen – una dolcissima Emily Blunt – assiste in disparte a malvagità in cui non ha assolutamente parte, e per lenire le quali può offrire solo la sua dolcezza e il suo amore. “Non c’è cura”, è vero, ma il ‘grazie’ di Lawrence è la presa di coscienza dell’unico rimedio possibile. Benicio del Toro ed Anthony Hopkins sembrano due eroi shakespeariani che duettano sulle tavole del Globe. Costumi, locations e scenografie creano un film più gotico che banalmente dark, un gioiello di genere quale non si vedeva da decenni.

 

 

 

 

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