Pubblicato da: giulianolapostata | 10 dicembre 2011

Multivisioni – Sabato 10 dicembre 2011

Multivisioni

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

“Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

L. Wittgenstein

* * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * *

Sabato 10 dicembre

Frankenstein di Mary Shelley (K. Branagh, USA, 1994), 02.30, Rai1

Chissà perché certi film nascono senz’anima. Eppure questo aveva tutto per riuscire: scenografie stupende, una sceneggiatura intelligente, che conosce bene la cultura e l’epoca storica a cui si riferisce, un grandissimo attore, De Niro, ed un’interprete femminile intensa ed appassionata, Helena Bonham Carter. Eppure, tutto si ferma lì. Non nel senso che il film sia noioso, ma nel senso che, appunto, tutto si riduce agli elementi costitutivi. Non c’è reale coinvolgimento, c’è solo un racconto didascalico,  ‘superficiale’ – nel senso che rimane alla superficie, senza mai entrare nelle viscere, senza nessuna ‘sofferenza’. Oltretutto, Kenneth Branagh è abbastanza fuori posto nella sua parte: sarà perché abbiamo troppo introiettato l’icona dello scienziato pazzo, ma quel suo bel viso pacioccone non convince, e le sue emozioni rimangono solo a livello di abilità espressive. De Niro è, come sempre, grandissimo, ma non c’è l’anima, nel suo ‘mostro’. Peccato. Meglio rileggersi Mary Shelley.

I Goonies (R. Donner, USA, 1985), 14.35, Italia1

Nella cittadina costiera di Goon Docks (da cui l’appellativo di Goonies, che – e vedrete quant’è vero! – significa anche ‘strambo, svitato’) sette ragazzini scoprono una mappa che dovrebbe portarli ad un favoloso tesoro di pirati, di cui avrebbero un gran bisogno per salvare dalla rovina il padre di uno di loro. Purtroppo si uniscono alla caccia i membri di una locale famiglia di mafiosi, cattivissimi,  col loro fratello ‘scemo’, ma buono e simpaticissimo. Tra caverne e cunicoli si dipana un’avventura che unisce ‘meraviglie’ da Disneyland ad autentiche atmosfere da favola. Prodotto da Spielberg – e si capisce perché – un film poetico, divertentissimo e pieno di ‘buoni sentimenti’, che davvero i bambini (ed anche gli adulti!) non dovrebbero perdere.

Malcom X (S. Lee, USA, 1992), 22.30, DT

Sulla vita del celebre leader delle Black Panthers, assassinato dalla CIA nel ’65, Lee ha scritto, com’è suo solito, un film mortalmente lungo (più di tre ore!) e mortalmente noioso, raffazzonato ed approssimativo, verboso e pieno di chiacchiere, che si parla addosso, cronachistico, cioè meno ancora che documentaristico, che nulla aggiunge né alla gloria di Malcom X né al cinema. Come ho detto molte altre volte, non basta ‘essere di sinistra’ e ‘fare film di sinistra’ per fare bei film. Del resto, per rendersi conto di quanto Lee sia sopravvalutato, basta vedere quella intollerabile scemenza del suo ultimo film, Miracolo a Sant’Anna (USA, 2008).

La battaglia di Alamo (J. Wayne, USA, 1960), 22.45, DT

Una delle due sole regie del grande (l’altra è stata l’atroce Berretti verdi). Questo, però, (sul sacrificio di duecento volontari americani a Fort Alamo, nel 1836, contro l’esercito messicano)  è un capolavoro: un poema epico ed eroico, un racconto di uomini eccezionali, superiori, buoni, disinteressati, onesti, sinceri . Retorica? Certamente, ma di grandissima qualità, ed il risultato è un film commovente ed avvincente, davvero imperdibile.

Apocalypto (M. Gibson, USA, 2006), 00.35, DT

Non vi sono spiegazioni per l’attacco ‘terroristico’ scatenatosi contro questo film di Gibson, accusato di avere un tale contenuto di violenza esplicita e di ferocia da rischiare di turbare le menti, giovani e meno giovani, che vi dovessero assistere. Sgombriamo il campo, intanto, da questa sciocchezza. Apocalypto è meno violento e meno feroce di uno qualunque dei tanti horror in circolazione. Qualcuno ha visto The Hostel?! “Ma mi faccia il piacere”, direbbe Totò. Sta di fatto, comunque, che una congiura contro Gibson sembra proprio esistere. E’ cominciata con The Passion (2004), uno dei film, secondo me, più intensamente religiosi degli ultimi anni, accusato di antisemitismo e di tutte le nefandezze annesse e connesse possibili. Poi il buon Gibson ci ha messo del suo, quando, fermato alla guida della sua macchina ubriaco come una scimmia, si è messo ad insultare i poliziotti con insulti razzisti e, pare, effettivamente anche antisemiti (dato e non concesso che avesse una sia pur vaga idea di quello che stava dicendo in quel momento). Poi arriva Apocalypto, e salta fuori che, oltre a quanto detto sopra, la scena in cui il prigioniero fugge attraversando una distesa di cadaveri è ‘antisemita’ perché ricorda le distese di cadaveri di ebrei nei lager … Scemenze che si commentano da sole. Detto ciò, c’è da chiedersi: perché tanto rumore? Perché tanto rumore ‘per nulla’? Eppure sarebbe stato così semplice: bastava poco. Bastava dire che Apocalypto è un film noioso, nonostante l’espediente della caccia all’uomo che, unico, tiene in piedi la storia, e trattiene gli spettatori sulla sedia: ‘Visto che abbiamo pagato il biglietto, vediamo almeno come va a finire’. Che è ingenuo e stereotipo: i cattivi sono, appunto, ‘brutti e cattivi’; i buoni sono belli, buoni e amanti della famiglia. Che è di modesta fattura, e che, con buona pace delle esotiche locations, pare girato in uno studio in mezzo alle piante di plastica. Che è strapieno di errori storici. Cito dall’articolo di Cinzia Dal Maso sulla Repubblica del 5 gennaio 2007: “Nel film si vedono arrivare le navi spagnole con la croce e si intuisce che sono i buoni giunti per spazzar via l’impero del male. E’ un errore storico gravissimo. La civiltà maya classica crollò tra l’VIII e il IX secolo d.C., mentre gli Spagnoli arrivarono sei secoli dopo”. E ancora dallo stesso articolo: “Per rendere più veritiera l’ambientazione storica, Gibson fa parlare gli attori in lingua maya yucateca, ma, commettendo un errore, usa la lingua moderna. Sarebbe come se, in un film su Platone o Aristotele, li facessimo parlare in greco moderno”. Eccetera. Insomma: bastava dire: è un brutto film, punto e basta. E magari far notare qualche ‘infiltrazione’ cristiano-integralista abbastanza ridicola, se non fastidiosa. Per esempio, quegli spagnoli ieratici che arrivano con la croce in mano, in nome della quale commetteranno, sia pure sei secoli dopo, il più grande genocidio della storia. Oppure che, in un film che parla di ‘primitivi’ seminudi, strapieno di stupri e di violenze di ogni genere, Gibson, con prodigiosa abilità, riesce a non farci intravedere nemmeno l’ombra di una tetta … Bastava dire così, e sarebbe stato più che sufficiente per demolire un film del genere. Ma così no, così si ottiene il rischio di fartelo diventare perfino simpatico, il povero Gibson,e di trasformarlo da ‘colpevole’ (ma di che? Di aver fatto un brutto film? Sarebbe lunga, allora, la lista …) in vittima. E io, chissà perché, sono sempre stato dalla parte delle vittime preconcette … Se fossi stato in lui, quasi quasi avrei chiesto i danni per la proibizione ai minori di quattordici anni …

Domenica 11 dicembre

Il ponte sul fiume Kwai (D. Lean, GB, 1957), 15.40, Rete4

Durante la Seconda Guerra Mondiale, un gruppo di soldati inglesi prigionieri dei giapponesi viene costretto a costruire un ponte, che altri inglesi vogliono distruggere. Ho l’impressione che molti abbiano più familiarità con la bellissima colonna sonora che col film in sé, per cui questa è un’ottima occasione per rivedere questo bel film di guerra, appassionante, asciutto e rigoroso, che è anche una bella riflessione sulle follie dello spirito militare portato all’eccesso e sulla dignità della persona. Inoltre, un’occasione per rivedere due grandi del passato, David Niven e William Holden.

Spartacus (S. Kubrick, USA, 1960), 14.15, DT

Dal bellissimo romanzo omonimo di H. Fast (assolutamente da rileggere), la vicenda dello schiavo ribelle che, nel 73 a.C. capitanò una rivolta di schiavi, riuscendo ad organizzare una massa informe sino a darle vigore ed ideali, e a permetterle di sconfiggere le legioni romane. In fuga verso il sud, con l’obiettivo di passare in Asia Minore, l’esercito di Spartacus venne tradito e dovette nuovamente affrontare i Romani, che questa volta vinsero, e si vendicarono atrocemente: seimila schiavi vennero crocifissi sulla via da Roma a Capua, come monito ai loro confratelli. La sceneggiatura è di Dalton Trumbo, che non poté firmarla a causa del terrore maccartista, gli attori sono C. Laughton, L. Olivier, P. Ustinov. K. Douglas … non vi basta?!

Avatar (J. Cameron, USA/GB, 2009), 15.10, Sky

Viaggio a Pandora, provincia di Cartoonia. Ma è possibile?! È mai possibile che si spendano oceani di quattrini per (ri)fare un film già fatto cento volte? È possibile che la critica dell’universo mondo si prostri estatica – “il film che cambierà la storia del cinema”! – davanti ad un film già visto altre cento? Alcune settimane prima dell’uscita nelle sale, prima di tanta ‘epifania’, Michele Serra ebbe a dire in tv che non apprezzare Avatar significa essere un “passatista”. “Non tutto ciò che viene dopo è progresso”, gli si potrebbe rispondere, citando Alessandro Manzoni, e fregiarsi addirittura di quell’irritante e sciocco epiteto, nelle sue intenzioni spregiativo, come di un titolo di merito, dopo di che, stroncare il film a priori, addirittura senza vederlo. Confesso che l’idea mi era anche passata per la mente, ma sarebbe stata davvero una canagliata (resto comunque dell’idea che Avatar sia uno di quei film che si possono recensire dopo aver letto la trama e visto il trailer: non sono pochi, ed anzi spesso il trailer è la loro parte migliore). Vederlo è, oltre che giusto, anche istruttivo, perché consente di rendersi conto di quanto incredibilmente sia stato gonfiato questo, che non è un film, ma – in linea con la moderna cultura dell’apparire – un evento, e permette di scoprirne gli innumerevoli ascendenti (e mentre ve ne state seduti lì, per quasi tre interminabili ore, ve li vedete sfilare davanti agli occhi, e potete cominciare a fare mentalmente la lista: è un modo per passare il tempo). La storia, innanzitutto. Nel 2154, sul pianeta Pandora, a 44 anni luce dalla Terra (che nel frattempo si è ridotta ad un deserto senza più energia), viene scoperto l’Unobtainium, un minerale che costituisce una prodigiosa fonte energetica. Purtroppo il pianeta è abitato da una razza indigena, che vive in perfetta simbiosi con gli animali e le piante. Ma questo non conta per la Compagnia mineraria, che lo invade e lo devasta con mostruose macchine da scavo: a difenderla i Marines, comandati dal diabolico Colonnello Quaritch. Gli indigeni, chiamati Na’vi, cercano di opporsi, ma dispongono solo di archi e frecce. A Jake Sully, un marine tornato da una missione sulla Terra con le gambe distrutte, viene offerto, in cambio delle gambe nuove, di infiltrarsi tra i Na’vi sotto forma di Avatar – una specie di androide controllato neurologicamente a distanza – perché l’atmosfera di Pandora è tossica per i terrestri. Le informazioni che lui porterà serviranno ai marines per individuare i punti deboli dei Na’vi e così colpirli più efficacemente, fino a  distruggerli. Ma la frequentazione degli indigeni influisce radicalmente su Jake: poco per volta egli ne assorbe e condivide la cultura, s’innamora di una delle loro donne, fino a diventare uno di loro. Così, quando la Compagnia scatenerà l’attacco finale, egli si ribellerà e combatterà dalla loro parte, perché possano conservare ambiente, cultura e tradizioni. Già sentito, dite? ‘a@@o se è vero: facciamo un elenchino e magari proviamo a calcolare le percentuali, così, a spanne. Potremmo cominciare con un 30% di Un uomo chiamato cavallo (E. Silverstein, USA, 1970), da cui, con scientifica malafede, viene estrapolato il mito del ‘buon-selvaggio-in-armonia-con-l’ambiente’. Un altro venti di Soldato blu (R. Nelson, USA, stesso anno): ad uno dei suoi protagonisti, il Colonnello John Chivington, sembra evidentemente ispirato il grottesco personaggio del colonnello Quaritch, ma le sue ridicole battute (“Così si disperdono gli scarafaggi”) non raggiungono nemmeno per un istante l’orrore di quelle di Chivington (“Compiamo un gesto pietoso”). Mettiamoci ancora un venti di Balla coi lupi (K. Costner, USA, 1999): stesso discorso che per il film di Silverstein. Potete aggiungerci un 15% de L’ultimo dei Mohicani (M. Mann, USA, 1992) – c’è una scena quasi identica, anche nelle battute: per chi la scopre in premio c’è il rimborso del biglietto – e un 10% di Pocahontas (M. Gabriel/E. Goldberg, USA, 1995). Avanza un 5%, che potrete colmare coi vostri personali ricordi, di qualche altro film che certamente avrò dimenticato. Ed è tutto qui. Ecologismo? Ma ce n’è di più negli spot dei SUV ‘ecologici’, quelli che sembra che dalla marmitta buttino fuori aria di montagna. Quel poco che c’è, si disperde nell’assurdo ed interminabile duello tra l’Avatar e il Colonnello – specie di Freddie Kruger indistruttibile – che trasforma il film in un western di serie B. Richiami al presente? Qualcuno ha detto che Pandora sarebbe l’Irak, e l’Unobtainium il petrolio: ‘ma mi faccia il piacere’, come direbbe Totò … Il fascino di un ambiente fantastico, completamente inventato? Mille volte meglio Alice nel paese delle meraviglie (C. Geronimi/H. Luske/W. Jackson, USA, 1951), dove almeno la ‘finzione’ è dichiarata nella natura del cartoon. Davvero, non c’è altro da dire, se non chiedersi quale demone maligno abbia posseduto James Cameron, autore, oltre che di Titanic (USA, 1997), ottimo thrilling ed ottima storia d’amore, di due film che – quelli sì! – hanno fatto la storia della cultura del Novecento: Terminator (USA, 1984) e Terminator 2 (USA, 1991): tutte opere in cui gli effetti speciali erano, ancora, strumenti per fare un film, non, come avviene qui, il film stesso. Una parola (di requiem?) per il 3D: che il 90% degli spettatori non ha visto né vedrà mai, essendone la quasi totalità delle sale completamente sprovvista, e che probabilmente, in questa sua seconda resurrezione, farà la stessa fine che fece dopo la prima, negli anni Cinquanta: quella di affondare nell’oblio senza rimpianti da parte di nessuno se non dei produttori, che ci spesero allora, e ci hanno speso adesso, come dicevamo all’inizio, un oceano di quattrini. Alla prossima.

Lunedì 12 dicembre

Ritorno a Cold Mountain (A. Minghella, USA, 2003), 21.05, Rai3

Quando l’ho visto al cinema, voglio precisare che mi ci hanno trascinato, io non volevo andarci, io me la sentivo che era una puttanata. Tuttavia, devo dire che un’insopportabile scemenza come questa non me l’aspettavo nemmeno io, ed è perfino difficile scegliere da dove cominciare a dire perché. Dalle immagini? Ma chi l’ha commissionato, il film, la Pro Loco del North Carolina? Chi l’ha confezionata, questa serie di spottini pubblicitari, questa sfilza di fotografie troppo leccate ed elegantine, o sgranate e falsamente rustiche? Perfino le – tanto, troppo e del tutto immeritatamente – decantate scene di guerra sono raffinate e coreografiche, completamente prive di qualsiasi orrore per la carneficina che si sta mostrando, e nella casa in cui Jude Law rischia l’orgia, i corpi femminili sono voluttuosamente disposti in un perfetto ‘arredamento’, che di perverso non ha proprio nulla. Dalla recitazione? Parliamo del povero Jude Law, altrove grande attore (ricordate lo splendido gigolo Joe in A.I.?), ma qui semplicemente inesistente, costretto com’è in una parte senza spessore e senza carattere. Parliamo di Nicole Kidman, tutta gestini, mossettine, occhiatine, sospirini, irritante come non mai; negli ultimi minuti ci offre un breve flash del suo bellissimo culetto, e forse lì dà il meglio di sé. O vogliamo parlare di Renée Zellweger (‘Piggy il maialino scialbo’, l’ha ferocemente e icasticamente definita una mia amica)? Vogliamo parlare di questo personaggio schizzato, grottesco e ridicolo, che parla, pensa, gesticola e si muove come un cartone animato, e che del cartone animato ha lo spessore psicologico e il medesimo grado di ‘realtà’? E che ci fa lì il grande Donald Sutherland, costretto in una porticina da vecchio rimbambito, insipida e marginale, una specie di cornicetta introduttiva? Vogliamo aggiungere qualcosa anche sugli effetti speciali, su quella neve che cade nelle scene finali, evidentissimamente sovrapposta col computer? O sui dialoghi tra lui e lei, un incrocio tra Liala e i bigliettini dei baci Perugina? Non avevano nessuno di più bravino per le mani? Insomma, per concludere: ma questo signor Minghella Anthony, l’ha mai visto Via col vento? “Ma mi faccia il piacere” direbbe Totò …

Martedì 13 dicembre

A.I. Intelligenza artificiale (S. Spielberg, USA, 2001), 23.05, Rete4

Eccessivo, ipertrofico, barocco, sovrabbondante – par che Spielberg abbia voluto metterci dentro tutti i suoi temi favoriti – è comunque uno dei suoi film più belli e intensi, una ‘fiaba’ che disquisisce con poesia e commozione dei temi fondamentali dell’esistenza. In una mostruosa società del futuro, un robot-bambino, creato per sostituire un bambino malato, ma poi rifiutato e buttato via, cerca ovunque la madre e l’affetto che non ha mai avuto, anche attraverso i millenni. Assolutissimamente imperdibile.

Terminator salvation (J. McGinty Nichol, USA, 2009), 21.00, DT

Quanti, quanti padri, almeno a livello visivo, per questo nuovo capitolo della saga, anzi: per il primo capitolo di una saga nuova, che alla precedente vuole ricollegarsi, ma che comunque si propone appunto come l’inizio di una nuova ‘storia’, con personaggi e vicende che discendono sì dalla saga di Cameron ma vivranno di vita propria. Ma dicevamo dei padri ‘visivi’ dell’immaginario di questo film: tutti nobili, in alcuni casi nobilissimi, per carità, ma, come spesso fanno i padri, a volte troppo invadenti, tanto da togliere spazio e visibilità al figlio. Chi non ha riconosciuto, nelle strade disseminate di relitti che attraversano il deserto, le stesse strade desolate e il Medioevo post-tecnologico di Mad Max Interceptor (1979 – 1981 – 1985)? Chi non ha pensato – in molte scene, per esempio in quella dell’autobotte di benzina – che gli enormi robot antropomorfi ricordano in modo impressionante quelli dei Transformers (2007)? Chi non ha riconosciuto, negli sbuffi di fiamme che illuminano la base di Skynet, gli stessi che di tanto in tanto segnano il cielo di Blade Runner (1982)? Chi non ha visto, nei rugginosi macchinari di Skynet, la stessa minacciosa cupezza degli inferni di Metropolis (1927)? E per finire: i prigionieri nelle navi volanti di Skynet, non sono gli stessi della Guerra dei mondi (2005)? Certo, non si può negare a questo nuovo Terminator grande professionalità ed anche originalità – e, per esempio, i deserti abbaglianti di Mad Max sono qui sostituiti da bei colori spenti e terrosi, che parlano di morte e decadenza – tuttavia, lo ripeto, la componente citazionista è forte, pur se, bisogna riconoscerlo, molto ben tessuta. Così pure, ossessiva, potremmo dire perfino soffocante, è la quantità di citazioni dai precedenti Terminator: situazioni, scene, perfino personaggi si succedono sullo schermo senza posa, e si ha quasi l’impressione che la produzione voglia assicurarci e rassicurarci: ‘Attenzione: sì, siamo proprio quelli di Terminator, la ditta è la stessa, il marchio è quello, potete stare tranquilli e cominciare con noi questo nuovo viaggio’. Quella che non è la stessa, purtroppo, è la ‘ispirazione’, il bisogno di raccontare qualcosa di terribilmente presente e vero che animava i primi due bellissimi Terminator di J. Cameron (1984 – 1991) – continuo a considerare il terzo, quello di J. Mostow (2003) come un trait d’union, un lavoro ‘redazionale’ per sistemare la storia, tirare le fila e preparare il terreno, appunto, a questa nuova saga – e che, con tutta la buona volontà, manca in questo, che è poco più di un’operazione commerciale, sia pure di ottimo livello. Ma diciamo dove siamo qui, tanto per completezza di informazione. Come ci aveva raccontato appunto Mostow, la rete mondiale di computer costruita dall’uomo, chiamata Skynet, subito dopo essere stata attivata è diventata autocosciente, ha capito che l’uomo, il suo creatore, poteva essere anche il suo distruttore, lo ha dunque individuato come minaccia primaria ed ha cominciato a combatterlo per distruggerlo. John Connor, figlio di Sarah Connor (vedi Terminator 1 e 2), guida la resistenza degli umani superstiti e combatte le macchine, ma sa anche che il pericolo può venire da molto più vicino, e che un involucro di carne non nasconde necessariamente un cuore umano. Tutto qui, in sostanza, e lascio allo spettatore seguire le mirabolanti avventure dei due o tre protagonisti, anche se, lo confesso, dopo un po’ si comincia ad avvertire una specie di senso di saturazione: troppo rumore, troppa velocità, troppe cose, troppo di tutto. Nel primo Terminator, bastavano un autobotte ed una strada deserta di notte a riempire la scena, anche di angoscia e di tensione. Buona – chissà se conscia o inconscia – la cultura neoluddista che traspare spesso dalle battute dei personaggi: ‘Le macchine sono il nostro nemico’ è una frase che si sente spesso, e forse se anche noi ce ne rendessimo conto potremmo provare a costruire un universo più umano, invece del baratro verso il quale ci stiamo avviando. Tra parentesi, è curioso che il nome della rete nemica, appunto Skynet, ricordo tanto da vicino quello di un network televisivo che se – per carità! – non manifesta nei nostri confronti intenzioni omicide, certo si propone come elemento di omologazione culturale globale. Chissà se Mr Murdoch se n’è accorto… Con qualche illogicità nella sceneggiatura (a che serve fare prigionieri, dato che lo scopo è quello di sterminare la razza umana? E se il segnale spegne tutte le macchine, come fa la nave volante ad arrivare al sommergibile? Mah …) ci si avvia alla conclusione, e la regia non prova nemmeno a far finta che sia possibile un sequel. No: te lo dice esplicitamente, te lo sbatte in faccia, ad onta di un’altra illogicità (ma non è appena stata distrutta la base centrale di Skynet?) e facendoti provare sempre più forte la sensazione di essere ormai entrati in una fiction televisiva a puntate. Arrivederci alla prossima.

La terra dei morti viventi (G. Romero, USA, 2005), 21.15, DT

Dunque, in fondo è semplice, ma permettetemi di inserire ogni tanto quale notarella di commento. Qui il mondo è diviso in tre. Al centro c’è Fiddler’s Green, un grattacielo altissimo e lussuosissimo, nel quale, tra mille agi, vive l’élite dell’umanità (Stati Uniti, dunque, ma anche noi altri del G8). Lo comanda Kaufman, un padrone unico e duro (… occorre la nota?!), con metodi totalmente amorali e spietati: compiacente con i servi fedeli che ubbidiscono (per la serie ‘il rapporto di amicizia tra Italia e Stati Uniti è indistruttibile’: mai sentita?), ma disumano e spietato con chiunque abbia la strana idea di alzare la testa e di uscire dal posto che gli è stato assegnato, convinto che “tutti sono sostituibili” (anche Saddam Hussein, infatti, ex alleato di ferro degli americani). Attorno al grattacielo, vive – ma sarebbe meglio dire sopravvive – una città abitata da un proletariato schiavizzato e scontento, nel quale cova sotterraneo il fuoco della rabbia e della ribellione (qui la nota potrebbero scriverla molti militanti dei centri sociali), ma che viene blandito e rincoglionito con ogni sorta di metodo corruttivo: alcol, prostituzione, droga, sport violenti eccetera (… occorre la nota?!). Fuori dalla città vivono loro, gli zombies (ma potreste anche, senza grande sforzo, chiamarli con molti altri nomi: Africani, Latinoamericani, Cinesi … insomma, tutti quei miliardi di sottoproletari che vivono, appunto, ai margini della nostra ‘città’ dell’opulenza, raccogliendo le briciole che, sbadatamente, lasciamo cadere), nemici ovviamente dell’élite, ma, altrettanto ovviamente, anche del ‘proletariato’, che pure si nutre delle briciole che essa ‘generosamente’ gli dona, e che perciò, pur sottomesso ad essa, le è anche legato da un patto demoniaco. Tra di loro imperversano squadre di mercenari (vogliamo dire gli eserciti nazionali?) con violenza e ferocia assolutamente immotivate e gratuite, profondamente intrise di razzismo, massacrandoli “come in un videogioco”. Pagati da Kaufman, hanno il compito di rastrellare l’ambiente circostante alla ricerca di ricchezze e beni voluttuari destinati all’élite (serve la nota?!), mentre quegli stessi proletari muoiono per le loro degradate condizioni di vita (serve la nota?!).  Ma un giorno uno di loro si ribella: credeva di aver servito bene il suo padrone, e di meritare una ricompensa, ma non ha capito che ognuno deve restare al suo posto (l’avete mai visto un disoccupato diventare presidente della repubblica?) in questo universo ‘ordinato’, affinché questo ordine continui a funzionare per il verso giusto (giusto per chi ne trae vantaggio, naturalmente: mica possono diventare tutti berlusconi, se no le fette della torta sarebbero troppo piccole). Sarà questa ribellione (priva, all’inizio, di qualsiasi contenuto ‘di classe’, e che non ha altro scopo se non quello di sostituirsi al padrone per essere come lui) il granello di sabbia che porterà alla rovina questa nuova Metropolis (Romero ha il coraggio di andare fino in fondo, quello che il pur grandissimo Lang non ha avuto). Gli zombies invaderanno ‘i quartieri alti’, sbranandone furiosamente gli abitanti (chi ha scritto: ‘quando la rabbia del Terzo Mondo sarà troppa, esso verrà da noi e ci divorerà’?), il proletariato ‘prenderà coscienza’, abbandonerà i suoi sogni piccolo-borghesi per andare in cerca di una terra ‘nuova’ e capirà, soprattutto, quali sono davvero i suoi nemici. Che nessuno dica che questa è una lettura troppo ‘politica’ del film. Se non volete credere a me, riguardate i precedenti film della saga, e leggete ciò che lo stesso Romero ha sempre detto della sua opera (per esempio, nell’interessantissima intervista su Ciak di luglio 2005). Anzi: se proprio si vuol trovare un ‘difetto’ a questo stupendo, geniale, bellissimo film – era ora: non l’avevo ancora detto! – è proprio l’assoluta, quasi ‘eccessiva’ evidenza ed esplicitezza dei suoi contenuti politici. Del resto, altre letture non sono possibili, poiché La terra dei morti viventi tutto è meno che un film ‘de paura’: lo ‘orrore’ qui è solo invenzione funambolica, scherzo atroce e geniale che strappa amare e stupite risate di riflessione. Brilla di nuovo, anche in questo film, l’ironia feroce di Romero – e ce ne vuole, di humour, per sopportare un mondo come quello che lui ci racconta – e sono pronto scommettere che, tanto per fare un esempio, “Non me ne occorrono così tanti, di solito” (andate a vedere e  capirete) diventerà una delle battute più celebri della storia del cinema. Prodigiosa la fotografia, acida ma non fumettistica, della città notturna, di quella città dove è sempre notte, perché lo è nelle menti, prima di tutto. Il Maestro ‘spreca’ con indifferenza inquadrature da urlo, che farebbero la gioia di nove decimi dei suoi miseri epigoni di questi anni: gli zombies che emergono dalle acque nebbiose e limacciose del fiume, interdetti, sorpresi essi stessi per quello che hanno fatto; ancora, gli zombies che, come insetti pericolosi – anzi: direi proprio come un’infezione mortale – irrompono nelle strade della città, in un’inquadratura dall’alto da brivido (una citazione da Intrigo Internazionale?!). Insomma, il Genio è tornato, e non possiamo che ringraziare riverenti. Un’osservazione conclusiva, per i fans (?!) di Asia Argento. So che molti di voi avranno tifato per gli zombies, quando nell’arena cercano di dargliela in pasto, ed avranno maledetto il ‘buono’ che glie la leva da sotto i denti.Fatevene una ragione: purtroppo è andata così. Abbiate fede: magari la prendono nel prossimo sequel di The Ring, a fare la parte dell’annegata. Speriamo. Comunque, assolutissimamente imperdibile.

American beauty (S. Mendes, USA, 1999), 21.10, Sky

A quarant’anni passati, Lester è prigioniero di un matrimonio inesistente, di un lavoro alienante e, nel complesso, di una vita che lo ha deluso. L’amore improvviso e irrazionale – potremmo dire adolescenziale – per una giovane amica di sua figlia gli dà l’occasione e il coraggio per infrangere tutti gli schemi e provare ad essere, per la prima volta, se stesso. Ma la feroce e stupida gabbia perbenista da cui ha tentato di uscire reclamerà i suoi diritti, e lo fermerà. Stupendo apologo sulla solitudine, sul dolore e la ‘follia’ di tante nostre esistenze quotidiane, ma soprattutto sul diritto di essere felici, raccontato con immensa eleganza, che tuttavia non si risolve mai in formalismo fine a se stesso, ma è sempre strumento calligrafico magistralmente usato per indagare nell’animo dei personaggi. Kevin Spacey si riconferma ancora una volta interprete sensibilissimo, quasi subliminale, di emozioni tanto intense ed essenziali quanto nascoste e inespresse. Assolutissimamente imperdibile.

Il grande Gatsby (J. Clayton, USA, 1974), 21.00, Sky

Dal bellissimo romanzo omonimo di F. S. Fitzgerald – la storia di un gangster ricchissimo, della sua solitudine, del suo grande amore infelice – una versione elegante ma troppo patinata e senza emozioni. Anche in questo caso, meglio fare un salto in libreria.

Mercoledì 14 dicembre

L’ultimo samurai (E. Zwick, USA, 2003), 21.10, Rete4

Che delusione! US è un film ‘americano’ nel senso peggiore del termine, e mi dispiace di doverlo scrivere proprio io, che ho sempre amato molto il cinema americano, spesso – lo riconfermo – anche più di quello europeo (non parliamo di quello italiano). Ma qui la faccenda è grave. Qui siamo di fronte ad un film patinato e superficiale, in cui del Giappone feudale e del Bushido ci sono solo etichette, parole, slogan; un film inutile e culturalmente vuotissimo, che non fornisce nessun arricchimento alla conoscenza della cultura di cui parla (e non nutre nei suoi confronti alcun rispetto effettivo), ma anzi la ‘semplifica’, la banalizza, la riduce in pillole facilmente digeribili per un pubblico che, evidentemente, viene supposto essere di capacità abbastanza limitate. Per capire quanto US sia estraneo a coloro stessi che lo raccontano, è sufficiente guardare le facce degli attori ‘bianchi’ e confrontarle con quelle dei giapponesi. Nelle espressioni di questi ultimi – che comunque quella cultura hanno nel sangue – le vicende diventano dramma, turbano realmente, assumono una loro dimensione di ‘sacralità che invece manca completamente, per esempio, dalla recitazione di Tom Cruise, senz’altro bravo – devo ammetterlo, anche se a denti stretti – ma sostanzialmente estraneo ed emotivamente assente. Altri hanno parlato del Bushido non solo con maggior rispetto, ma soprattutto con maggior adesione e condivisione: si veda, per fare un confronto, il sublime Ghost Dog, film americano, certo (J. Jarmush, 1999), ma colto, raffinatissimo, colmo di ieraticità. Qui siamo, con tutto il rispetto per quel capolavoro, a livello di Ben Hur, e non bastano poche, sia pur ottime, scene di battaglia, a salvare la frittata.

Shine (S. Hicks, Australia, 1996), 19.10, DT

Dopo aver sposato il pianista David Helfgott, in preda a gravi problemi psichici, dopo averlo esibito in giro per il mondo come un fenomeno da circo, dopo aver guadagnato una carriolata di quattrini coi concerti e col la sua biografia, la moglie, un’astrologa (!) di nome Gillian pensò bene di colmare la misura vendendo i diritti del libro per questa film. Semplicemente ignobile.

La nona porta (R. Polanski, Francia/Spagna, 1999), 21.15, DT

Da anni Polanski non azzecca un film (e il banalissimo Pianista conferma questa sua serie nera). Lo testimonia questa sconclusionatissima storia satanista, che racconta le ricerche di un libraio antiquario per trovare un libro che dovrebbe servire ad evocare il Diavolo. Del resto, il libro da cui è tratto – Il Club Dumas, di Arturo Pérez-Reverte – è anche peggio. un pastiche lambiccato e noioso, pseudo (molto pseudo) intellettuale, tipica letteratura ‘da banco’, fabbricata per far soldi e darvi l’illusione che state leggendo un libro intelligente. Johnny Depp è bravo, ma non basta.

Giovedì 15 dicembre

Pelham 1-2-3 (T. Scott, USA/GB, 2009), 21.00, DT

È da quel po’ che Tony Scott si è scrollato di dosso la sgradevole etichetta di fratello ‘scemo’ della famiglia, da quando Ridley, che aveva iniziato la carriera con quattro capolavori consecutivi da far la storia del cinema (Legend, Blade runner, Alien, I Duellanti), si è poi impaludato in una serie senza fine di ciofeche. Tony, invece (cui possiamo perdonare Top gun, 1986: era giovane e inesperto …), ha costruito la sua con una serie di film d’azione che, in primo luogo, sono sempre di qualità alta se non altissima (Déjà vu, 2006, è un gioiello), e che, in secondo luogo, spessissimo si prestano ad analisi che, sotto quella ‘azione’, scoprono letture sempre più intelligenti e acute. Così è di questo suo ultimo film, magnifico action movie, certo, come abbiamo già detto, ma anche – e sembrerebbe impossibile – acuta metafora delle paure globali e collettive (la crisi economica, il terrorismo) e di quelle americane (ancora crisi e terrorismo, ma soprattutto l’angoscia, ben lontana dall’essere stata esorcizzata, dell’11 Settembre). Non solo. Altro topos del cinema USA del dopoguerra è l’incubo del Male nascosto nel sottosuolo, nelle viscere della città, che quando meno te l’aspetti riemerge a sconvolgere l’ordine e l’armonia. Nel geniale Them (G. Douglas, 1954), le formiche giganti che riemergevano dalle fogne di New York erano sì il prodotto degli esperimenti atomici, ma erano soprattutto la materializzazione dell’ossessione anticomunista, del nemico invisibile annidato sotto l’apparente serenità della superficie, pronto a distruggere il sogno americano, quello che non ha bisogno d’altro che di due litri di latte per la colazione di domani. Certo, ma tutto, in fondo, era più semplice in quegli anni, anche la distinzione tra buoni e cattivi, mentre oggi, purtroppo non è più così. Walter Garber, impiegato allo smistamento dei treni della metro, è un buono, ma i suoi segreti purtroppo li ha anche lui: è – sarà – un eroe, ma non senza macchia. Ryder, il criminale amorale e sadico che sequestra diciotto persone in un vagone per un riscatto apparentemente principesco, è un cattivo, ma ‘cattiva’ è anche la società ‘sopra’ di lui, quella che produce vedove di guerra con bambini piccoli ed ex marines disoccupati, quella che produce il crollo della Lehman Brothers, le tendopoli di nuovi poveri, le teorie di case in svendita perché i proprietari non possono più pagare i mutui e, nella fattispecie, consente proprio a Ryder di mettere in piedi un suo gioco perverso per far soldi. Ancora una volta i soldi si fanno sul sangue, reale e/o metaforico, della gente comune, e se qualcuno aveva davvero creduto che la Crisi avesse fatto ritrovare al capitalismo una sua ‘moralità’, allora può credere anche a Biancaneve. Di questa ‘confusione di piani’, di questa indefinizione di ruoli, si fa veicolo la fotografia, che dissolve la metropoli in immagini iperveloci ed imprecise, negando sempre anche allo sguardo – oltre che alla morale, come abbiamo appena visto – un ubi consistam. John Travolta, mai così bravo e giustamente sopra le righe, contende il posto di protagonista ad un bravissimo Denzel Washington, eroe imperfetto ed insicuro. E Tony Scott, come dicevamo all’inizio, si conferma con questo film un regista, maturo, intelligente e raffinato: se gli avanza tempo, tra un set e l’altro, potrebbe anche dare qualche ripetizione a suo fratello. Assolutamente imperdibile.

King Kong (P. Jackson, USA, 2005), 21.15, DT

Che non tutte le ciambelle possano riuscire sempre col buco, questo l’abbiamo sempre saputo, ma rimane il fatto che, dal regista del Signore degli Anelli, un film del genere delude ed irrita. Una parata di effetti speciali e nient’altro, o poco altro. Belli, certo, eccezionali addirittura, potremmo dire, ma assolutamente fine a se stessi, talmente perfetti da essere spesso stucchevoli e fastidiosi, per cui le inquadrature iniziali della New York della Grande Depressione sembrano un documentario di Piero Angela, e non trasmettono nessuna magia, non mettono in moto nessuna macchina del tempo. Non bastano i bellissimi titoli di testa tanto rétro, non bastano i vestiti, i bozzetti sulla fame e la disoccupazione, a farci tornare indietro. Assistiamo ad una serie di diapositive di lusso, indubbiamente molto fantasiose, certamente di altissima qualità (si capisce perfettamente perché questa sia la sesta produzione più costosa nella storia del cinema), ma senz’anima e senza sostanza. Cercate invece il vecchio King Kong di M.C. Cooper e E.B. Schoedsack, del 1933, guardatevelo, e fate un confronto, che risulterà addirittura ingeneroso. Là c’è il mito, la leggenda (di King Kong ed anche del cinema), qui la plastica, il blockbuster, e se si ascolta bene in sottofondo par di sentire l’odore di pop-corn e i gridolini dei ragazzini terrorizzati. Ogni tanto, Jackson sembra ricordare da quale splendida performance provenga, ed allora ecco l’unghiata di classe: i colloqui muti tra la Bella e Kong, sullo spuntone di roccia e poi sul grattacielo, sono momenti di intensa commozione. Ma sono praticamente gli unici, spersi in un mare di scene che sembrano calate di peso da un videogioco. Unico titolo di merito, l’eccezionale bravura di Naomi Watts, intensa come sempre, assolutamente superiore alla situazione, perfino ‘più brava’ di quanto le venga chiesto. Adrien Brody, sempre più simile ad un cartoon che ad un attore, esce da un brutto film come Il pianista per entrare in un altro. Auguri per la sua carriera, ma anche se dovesse fallire non sarebbe un gran perdita.

Venerdì 16 dicembre

Il giardino delle vergini suicide (S. Coppola, USA, 1999), 00.30, Rete4

Film d’esordio di Sofia Coppola, e già capolavoro, questa storia della breve vita di cinque sorelle, che nell’impossibilità di sottrarsi all’oppressione esistenziale di una famiglia tanto bigotta e moralista quanto povera di sentimenti e di umanità, scelgono tutte insieme la morte. Anche se non siamo ancora all’algida perfezione di Lost in translation, la Coppola si serve di questa vicenda per parlare della solitudine e della difficoltà, se non dell’impossibilità, di comunicazione tra gli esseri umani. “Non siamo riusciti a trovare un perché” dicono i genitori, abbandonando la casa dove le ragazza sono morte, e forse, tragicamente, hanno ragione. Racconto simbolico ed al tempo stesso ‘morale’, film di rara eleganza e concisione che non sono mai fine a se stesse, ma sempre funzionali all’essenzialità del sentimento espresso (magnifici i flash che fotografano il trascorrere delle stagioni sulla casa e sul giardino, e il consumarsi inutile del tempo), davvero intensissimo, ed assolutamente imperdibile.

Io, robot (A. Proyas, USA, 2004), 21.10, Italia1

Prima di questo, riguardatevi I primi due Terminator, o la saga di Alien, o A.I, per ripassarvi un po’ di fantascienza ‘intelligente’, quella che parla del futuro per far riflettere sul presente. Poi guardate pure questa baracconata bangcrash, tutta plastica ed effetti speciali, un videogioco da ragazzini rumoroso e sciocco, con cui il povero Asimov non ha nulla a che fare. Penoso.

Gomorra (M. Garrone, Italia, 2008 – Grand Prix al Festival di Cannes 2008), 21.00, DT

Già lo sapevamo. Quando il cinema italiano sceglie di rinunciare a raccontare cascami sentimentali da soap tv o a titillare l’ego vuoto dei suoi registi, riesce a scrivere opere che spesso non solo eguagliano, ma perfino superano quel filone del cinema americano, tanto spietato e senza compromessi nell’indagine quanto eccezionale nella professionalità, che da decenni racconta le malattie e gli orrori della sua società. Così, tanto per fare solo un paio di nomi, di recente abbiamo visto Arrivederci amore ciao (M. Soavi, 2006), un noir di alto livello, ottimamente scritto ed altrettanto ottimamente interpretato, che della fine dei cosiddetti ‘anni di piombo’ ci dice più e meglio di dieci inchieste giornalistiche. O La giusta distanza (C. Mazzacurati, 2007), sobrio – come sempre è il suo bravissimo autore – ma tagliente ritratto dell’intima miseria morale della tanto decantata ‘cultura’ del Nord-Est. Garrone si iscrive in questa scuola, ma stavolta con un’opera di tale bellezza filmica e di tale forza e potenza narrativa da proiettarlo d’un tratto ai vertici di questo olimpo cinematografico. Eviterei di calcare troppo sulla ‘parentela’ col libro di Roberto Saviano da cui è tratto (come ho scritto molte altre volte, si tratta di confronti secondo me ai limiti dell’impossibile, data l’assoluta diversità di linguaggio tra cinema e letteratura). Qui Garrone fa cinema, grande cinema, e lo fa – questo sì è da dire – servendosi, tra l’altro, di una sceneggiatura semplicemente perfetta, di cui Saviano è coautore. Cinque sono le storie che il film sceglie di raccontare, storie di affari sporchi nel riciclaggio dei rifiuti, di giovani vite arse come un fiammifero, di economia clandestina, di vita quotidiana di camorra. Ma non mette conto qui, secondo me, di riassumerle e presentarle al pubblico. Quello di cui occorre parlare, invece, con forza, è per esempio dell’immensa abilità con cui queste storie vengono fuse in un corpo narrativo unico. Non passano cinque minuti e subito lo spettatore le ha identificate e le segue. Ma attenzione: le individua e le segue non come storie ‘diverse’ cucite insieme – una specie di film ad episodi malamente mescolato – ma come elementi di una narrazione corale, quasi che i protagonisti fossero gli stessi, si conoscessero, agissero insieme in momenti diversi. Dunque, prima di tutto, una scrittura filmica di altissimo livello. Ma non è tutto. Soprattutto da esaltare, sono la cura, l’attenzione ossessiva e ‘maniacale’ con cui viene evitato ogni particolare, ogni sbavatura che possa far scivolare il film anche per una sola frazione di secondo sul versante dell’emotività da sceneggiata o, peggio ancora, su quello della commozione neorealista. Sull’orlo dell’abisso del sentimentale, del pietistico, del sociologismo d’accatto, Garrone si ferma sempre un istante prima di cadervi dentro; e fa fermare anche i suoi attori, cui mai viene consentito di ‘interpretare’, nel senso deteriore del termine, ma solo di ‘testimoniare’. Mai un momento in cui egli si abbandoni a giudizi personalistici, consolatori o di condanna che siano, mai una scena in cui ‘buoni’ e ‘cattivi’ si contrappongano su un palcoscenico, mai un istante in cui si impanchi a Maestro. Quello di cui è Maestro qui, assolutamente, è di cinema: un cinema essenziale, scarnificato, distillato, puro. Un cinema che non tende a ‘commuovere’ e nemmeno – paradossalmente – a ‘far pensare’: semplicemente, un cinema che ‘racconta’, un cinema che ‘mostra’. Senza alcuna barricata su cui salire, senza alcuna morale da predicare, senza nessuna ideologia da dimostrare. Di Garrone, dopo alcune prove dignitose ma non eccezionali, avevamo già ammirato, nel 2002, il bel L’Imbalsamatore, storia malata di degrado morale tra Napoli e la provincia del Nord, raccontata con amarezza e grande eleganza stilistica, a volte forse perfino eccessiva. Ma qui abbiamo l’impressione di trovarci davanti ad un altro regista, uno che ha scoperto la ‘realtà’, e ce la racconta con un film epocale nella storia del cinema italiano. Detto ciò, detto tutto il bene possibile su Garrone ed il suo magnifico lavoro, credo che questo film offra anche l’occasione per alcune considerazione di ordine, diciamo così, politico. La prima. Certamente qualcuno, nel governo, starà pensando che è davvero un peccato che questo film sia uscito solo ora. Pensate, solo pochi mesi fa, che magnifico spot avrebbe potuto essere dal punto di vista della Lega. Mi par di sentirli. Eccoli lì, i ‘terroni’: brutti, sporchi e cattivi. Delinquenti, drogati, spacciatori, il cancro dell’Italia, insomma, palla al piede di un Nord onesto, pacifico/pacioccone, laborioso, pulito. Ma oggi, purtroppo, non si può più dirlo. E non perché abbiamo scoperto che anche il Nord non è così ‘buono’ come una propaganda più cretina che razzista aveva voluto farci credere, e nemmeno perché abbiamo scoperto che se il Nord è così pulito è perché la sua merda la fa ingoiare ai terroni di cui sopra. No: semplicemente perché, ora, la Lega è forza di governo, e certe cose non si può più permettere di dirle. Padania o no, anche ‘quella’ è Italia, e bisogna farci i conti, bisogna metterci le mani, bisogna far vedere che le cazzate della campagna elettorale non erano solo cazzate, appunto, ma impegni che verranno mantenuti. E dunque, cambierà finalmente qualcosa, ora, in quel Sud martoriato, in quella società stuprata? Naturalmente no, ma che credete. Ed è questa la seconda considerazione, il secondo sentimento che ci pervade: una profondissima pietà per quella gente, per quel popolo, da secoli schiavizzato e sfruttato, ma mai emarginato come da quando Democrazia e Repubblica avrebbero dovuto portargli, finalmente, Giustizia. Innumerevoli governi hanno disgovernato il Meridione, rubando e corrompendo, governi di ogni colore, e il botto finale l’ha fatto la ‘Sinistra’, che coi suoi amministratori supponenti e incapaci, cialtroni e – forse – complici, si è scavata la tomba sotto le montagne della monnezza napoletana. Si procederà dunque all’italiana, come sempre: una mano di vernice qua e là, un nuovo buco scavato per riempire quelli vecchi. Forse un po’ alla volta la merda tossica sparirà: nascosta meglio, magari, o meglio ancora sepolta sulle spiagge del Nord Africa, ché tanto c’è sempre qualcuno più terrone di noi a cui metterlo in c***. Magari anche le montagne di spazzatura cominceranno a calare, esportate nel Nord Europa, così che vecchi e nuovi camorristi, riciclati in imprese legali e alla luce del sole, possano guadagnare anche lì montagne di denaro. O finirà bruciata negli inceneritori: che ora si costruiranno, sì, e che inquineranno come e più dei roghi sui marciapiedi di Napoli. Ma quella diossina lì non si vede, non subito, almeno, blowin’ in the wind. E poi anche i termovalorizzatori – così li chiamano adesso – sono ‘moderni’, sono il Progresso: senza contare che anche con quelli ci sarà da guadagnare valanghe di soldi. Magari, anche, si sparerà di meno. Ci saranno accordi, patti, spartizioni; gli si farà capire, a quei terroni, che non è necessario far tanto casino, per far soldi. Gli si farà, soprattutto, un bel regalo. Perché, pensateci bene, nessun camorrista vorrà ancora sparare quando sta per partire un’occasione di spreco di denaro pubblico e di illegalità diffusa e ‘legalizzata’ così gigantesca che mai nessuna organizzazione criminale, nemmeno nei suoi più folli sogni di dominio, aveva mai osato sognare. Nei prossimi anni, il cantiere del Ponte sullo Stretto e il suo indotto produrranno fiumi, oceani di soldi, produrranno potere e corruzione quali mai abbiamo visto, costituiranno un’immensa mammella a cui la criminalità non solo campana ma anche meridionale e perfino straniera succhierà ingorda e felice, e per decenni. E se  un terremoto dovesse tirarlo, giù, meglio, così poi c’è da ricostruire: altra industria in cui la criminalità organizzata è da sempre specializzata. Questo sarà il nuovo corso che aspetta il Sud, che ancora una volta verrà massacrato e insozzato, beffato e deluso, e alla fine nuovamente preso in giro. Sempre i soliti terroni: se non andiamo noi a costruirgli i ponti, da soli non hanno voglia di fare un cazzo. Povero Meridione: chissà che almeno ci sia sempre uno come Garrone a fare il controcanto.

 

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: