Pubblicato da: giulianolapostata | 3 dicembre 2011

Multivisioni – Sabato 3 dicembre 2011

Multivisioni

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

“Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

L. Wittgenstein

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Sabato 3 dicembre

Trenta giorni di buio (D. Slade, USA, 2007), 21.00, Sky

Nella cittadina di Barrow, in Alaska, la notte artica dura trenta giorni, un mese senza i raggi del sole. Ne approfitta una nave di vampiri, che sbarca nell’ultimo giorno di luce per banchettare un mese intero. Riusciranno i nostri eroi a sfangarla così a lungo? A parte alcune – poche – preziosità della fotografia (molto bella la camera che scorre dall’alto sulla città, mentre nelle strade innevate si consuma il macello in un silenzio quasi irreale), è il solito banalissimo film ‘di vampiri’, in cui si crede che basti qualche bidone di salsa di pomodoro per far paura. Particolarmente da schiaffeggiare lo sceneggiatore, per le innumerevoli lacune e contraddizioni. Fate voi.

Amistad (S. Spielberg, USA, 1997), 23.30, Sky

Nel 1839 un gruppo di schiavi neri si impadronirono della nave spagnola che li trasportava, uccidendo l’equipaggio. Bloccati da una nave americana, vennero processati per pirateria. Forse a volte un po’ prolisso e didattico, ma fortissimo e adamantino nel suo racconto dell’orrore dell’istituzione schiavistica. Morgan Freeman è meraviglioso, ma Anthony Hopkins è al di là del bene e del male. Assolutamente imperdibile.

La signora della porta accanto (F. Truffaut, Francia, 1981), 21.00, Sky

Bernard e Mathilde sono stati sposati, ed ora sono divorziati. Dopo molti anni capita che vadano ad abitare vicini, e la passione si riaccende, travolgendo ogni nuovo legame e conducendo alla tragedia. Ad onta degli psicologismi di Truffaut, una storiella ‘piccoloborghese’ nel senso peggiore del termine, a volte perfino grottesca, e soprattutto mortalmente noiosa. Depardieu spreca la sua intelligenza, e Fanny Ardant è, al solito, gelida come un iceberg. Non ne vale proprio la pena.

Domenica 4 dicembre

Roberto Succo (C. Kahn, Francia, 2001), 01.40, Italia1

Da una storia vera – quella di Roberto Succo, che nell’86, dopo aver ucciso i genitori, fuggì in Francia, abbandonandosi a delitti, rapine e stupri; arrestato ed estradato in Italia, si suicidò in carcere – un film non solo freddo ed impersonale quanto soprattutto sciatto e ‘senza scopo’, noioso ed inutile, squallidamente documentaristico.

Christiane F. (U. Edel, RFT, 1981), 22.50, DT

Dall’omonimo romanzo autobiografico, storia banalmente didascalica di Christiane, che già da ragazzina cade nella dipendenza da eroina, discendendo in breve tutti gli scalini del degrado sociale e morale. All’epoca fece scorrere parecchi brividini emotivi e buonistici lungo la schiena di parecchi adolescenti, ma in realtà è poco più di una soap. Imposto a dose massicce ai medesimi adolescenti nelle scuole, è stato oltretutto accusato di averne indotto più di uno ad abbracciare la tossicodipendenza, in quanto, più che mostrarne gli orrori, ne metterebbe in luce gli aspetti ‘anarchici’ e ‘libertari’. Mah, sarà … A me continua a sembrare una banale puttanata.

Lunedì 5 dicembre

Green zone (P. Greengrass, GB/USA, 2009), 21.15, DT

Il cinema sulla guerra (sulle guerre) in Irak è da un bel po’ diventato un genere, come a suo tempo quello sul Viet-Nam (criminale e dispendioso metodo per procurarsi del materiale cinematografico, quello di fare le guerre e poi pentirsene, ma questo è ovviamente un altro discorso). Dopo i brutti Three Kings (D.O. Russel, 1999) e Jarhead (S. Mendes, 2009), ecco l’illeggibile Syriana (C. Gaghan) e il bel Nessuna verità (R. Scott, 2008), indirettamente legati al tema, passando per il capolavoro, assolutamente sconosciuto, di Redacted (B. de Palma, 2007) per finire al bellissimo The Hurt Locker (K. Bigelow, 2008), giustamente premiato con una piccola valanga di Oscar. Buon ultimo, ecco ora questo film di Greengrass, abile mestierante, più qualificato per il secondo e terzo capitolo della saga di Jason Bourne che per il suo immeritatamente celebre Bloody Sunday (2002). Qui, in particolare, a Greengrass riesce il piccolo miracolo di costruire un thrilling avvincente su una trama di cui sappiamo già tutto, fino alle virgole: l’inesistenza delle celebri ‘armi di distruzione di massa’ in Irak, la costruzione di prove false fornite alla stampa e all’opinione pubblica mondiale, la volontà di scatenare comunque la guerra col fine di esercitare un controllo sui giacimenti petroliferi irakeni e di rafforzare la presenza USA in Medio Oriente. Miller è un ufficiale americano a capo proprio di una delle mitiche unità incaricate di trovare quelle armi. Quando scopre che i siti di stoccaggio indicatigli dall’Intelligence sono tutti vuoti, comincia a farsi qualche domanda, e soprattutto a farle in giro. Si renderà presto conto che quella che a lui appare una scandalosa verità è una specie di segreto di Pulcinella. Praticamente tutti lo conoscono, ed anche lo giustificano, in nome della ragion di Stato e, nella fattispecie, del diritto (divino?!) degli USA a governare e pacificare il mondo, ‘esportando la democrazia’. Pur non avendo voluto tratteggiare il protagonista come un eroe – è ‘un soldato, uno che fa il suo lavoro per il suo Paese’ – nel raccontarne la vicenda Greengrass ha comunque inserito molti temi ricorrenti del cinema americano, bellico e non: lo ‘uomo solo’ che con l’onestà sconfigge i corrotti, e la stampa, mito indistruttibile di libertà, verità e pulizia morale in una società altrimenti marcia fino alle midolla (non dimentichiamo nemmeno il bellissimo State of play, K. Macdonald, 2009, anch’esso legato alle operazioni sporche USA in Irak). Una lezione già saputa, dunque, ma mai come in questi casi repetita juvant, specie se vengono ripetute bene, e Greengrass ha fatto davvero un buon lavoro, girando un film appassionante, molto ben scritto, senza falle o inverosimiglianze. Un film, inoltre, che pur nell’ovvia struttura frenetica che una storia del genere implica, rimane leggibile e chiaro (il direttore della fotografia è lo stesso di The Hurt Locker), senza cedere alle fregola dei montaggi schizzati e folli che affliggono tanto cinema di oggi. Un’ultima osservazione: a memoria di cinefilo, io credo sia la prima volta che la parte del ‘buono’ la fa uno della CIA: attendo smentite.

I vicini di casa (J.G. Avildsen, USA, 1981), 17.25, DT

Una coppia di coniugi piccoloborghesi – lui è l’immenso John Belushi, ovverosia di come si può anche provare ad infilare lo spiritello in una camicia e in una cravatta, ma lui poi straccia tutto, salta fuori e rimette il mondo come dev’essere: alla rovescia! – vede la propria vita sconvolta dall’arrivo di due vicini anarcoidi e dai costumi molto ‘liberi’. Un anno dopo, il Poeta moriva, lasciandoci questa ennesima testimonianza di libertà e di eversione.

Wall Street: il denaro non dorme mai (O. Stone, USA, 2010), 21.10, Sky

Ma questo non è il sequel di Wall Street (USA, 1987), il bel film, forte e duro che quindici anni fa raccontò la totale immoralità – o amoralità? – della finanza americana. Questo è il sequel di Love Story (A. Hiller, USA, 1970), incrociato con quello di Anche i ricchi piangono (R. Banquells, Messico, 1979), di entrambi i quali esprime le caratteristiche peggiori. Una delusione, da un regista intelligente e ‘politico’ come Stone, da cui davvero non ci si aspettava un simile scivolone. Il protagonista è ancora Gordon Gekko, che dopo essersi fatto otto anni per frode finanziaria, riciclaggio e traffici illeciti, quando esce dal carcere non trova nessuno ad aspettarlo, “nemmeno sua figlia”. Gekko ha approfittato della prigione per scrivere un libro sulla sua vicenda e, dopo una presentazione all’università, viene avvicinato da Jake Moore, giovane ed abile broker finanziario. Sembrerebbe che Jake fosse un suo emulo, ma in realtà egli è un “idealista” e accumula denaro solo per una ‘nobile’ causa: finanziare un istituto di ricerca sulla fusione laser, per produrre finalmente energia pulita e liberare l’Umanità dalla schiavitù del bisogno energetico e dell’inquinamento (l’ultima favola del capitalismo). Per questo di lui si è innamorata Winnie, figlia di Gekko ma che col padre non vuol aver più nulla a che fare, perché gli rimprovera lo sfascio della famiglia, conseguenza della sua vicenda giudiziaria ed economica. Winnie è “di sinistra” (per quel che vuol dire questo termine negli USA …) e gestisce un sito di controinformazione, e vede in Jake la versione ‘buona’ del padre. Gordon, invece, vede nel ragazzo l’occasione sognata nei lunghi anni di carcere: vendicarsi di chi lo ha rovinato e ritornare sul trono. Avvia così con lui una specie di collaborazione: Jake lo aiuterà a riconciliarsi con la figlia, Gordon aiuterà lui a comprendere gli oscuri meccanismi che hanno portato al suicidio il banchiere per cui il ragazzo lavorava e che amava come un padre. Ma la volpe, si sa, perde il pelo ma non il vizio, e Jake scoprirà che fidarsi di Gekko è stato il suo investimento peggiore; fino a che … Insomma, questo è il plot, e già qui ci sono dei problemi, perché alzi la mano chi, senza essere un laureato in Economia o un operatore finanziario, ha capito davvero di cosa si parla. Le conversazione sono una raffica di termini tecnici quasi completamente incomprensibili, che una sceneggiatura volutamente ‘professionale’ – ad essa hanno collaborato anche veri broker di Wall Street – non fa nulla per spiegare e per rendere accessibili al pubblico. Si segue la storia, appunto, la quale, rimanendo perciò quasi indecifrabile allo spettatore, risulta in breve piuttosto noiosa e soprattutto assolutissimamente prevedibile. Il contentino per le platee viene invece da un’altra direzione: sì, perché qui si piange, a raffica. Giovani fanciulle idealiste incinte, innamorati abbandonati, padri che vogliono riconquistare l’affetto delle figlie: tutto un armamentario da telenovela viene messo in campo nel tentativo di dare un po’ di calore ad una vicenda che altrimenti scorre lenta, fredda e banale. Francamente grotteschi gli sforzi di LaBeouf e di Douglas per spremere una lacrima quando serve; addirittura ridicola Carey Mulligan, col suo musino innocente e commovente. Dopo un’ora il film comincia a latitare, vagando qua e là alla ricerca di una conclusione purchessia, pur di farla finita, e lì Stone tocca davvero il fondo, perché se davvero basta un’ecografia uterina a risvegliare la coscienza di un capitalista feroce e criminale, beh, allora vuol dire che anche il miglior cinema americano sta messo davvero male. Alla prossima.

Martedì 6 dicembre

Attacco al potere (E. Zwick, USA, 1989), 23.10, Rete4

In seguito ad alcuni attentati di fondamentalisti islamici negli USA, un generale con tendenze fascistoidi riesce a farsi dare i pieni poteri, sospendendo le libertà civili ed avviando il paese verso una dittatura militare. Ma i liberals insorgono. Buon film d’azione e interessante riflessione sui pericoli che si possono correre a dar retta alle follie di un Magdi Allam o ai rutti mentali di un Borghezio (ma forse è proprio quello che qualcuno desidererebbe …). Consigliabile, e non perdete i primi dieci minuti!

L’Albatross (R. Scott, USA, 1995), 17.05, DT

Un gruppo di liceali americani si imbarca su una nave-scuola per una lunga crociera nel Pacifico: le avversità li faranno diventare uomini. Probabilmente il peggior film di R. Scott – ma è una bella gara con Soldato Jane (1997) e Black Hawk Down (2001) – insopportabilmente retorico e stereotipo, e se il modello era Capitani coraggiosi (V. Fleming, USA, 1937), allora c’è da mettersi le mani nei capelli. Questo sembra la versione allungata di uno spot di Capitan Findus, e non c’è altro da dire.

Elizabethtown (C. Crowe, USA, 2005), 21.00, DT

‘Assaporato’ da pochi fortunati al Festival del Cinema di Venezia del 2005, e poi praticamente invisibile nelle sale, merita assolutamente di essere visto questo dolcissimo film, che inserire nella categoria ‘commedia’ è forse corretto dal punto di vista classificatorio, ma del tutto riduttivo ed ingeneroso da quello dei contenuti. Drew, partito trent’anni prima dal ‘rozzo’ Kentucky per fare fortuna, è oggi manager di successo di un’azienda di calzature sportive, ma nel giro di pochi giorni una sua idea sbagliata porta l’azienda sull’orlo del fallimento. Schiacciato – non solo professionalmente, ma anche come persona – dal suo “fiasco colossale”, Drew organizza metodicamente il suicidio, ma quando è proprio sul punto di riuscirci una telefonata lo avverte della morte del padre: ora è lui lo ‘uomo della famiglia’, ed oltretutto uomo di successo, come tutti credono, per cui dovrà essere lui ad andare nella cittadina natale ed occuparsi di tutto. Spento e deluso, Drew parte, ma sull’aereo avviene un incontro straordinario: Claire, una giovane hostess che esprime un’affettività fresca e primigenia. Quasi magicamente, Claire percepisce il suo malessere, e pian piano penetra nel mondo di Drew. Non c’è alcuna invasiva violenza nel suo atteggiamento: Claire gli offre per la prima volta l’occasione di riflettere su di sé e al tempo stesso, anche questo forse per la prima volta, di cercare davvero di conoscere gli altri. Barcamenandosi in una famiglia paterna tanto affollata e balorda quanto fondamentalmente unita da legami profondi, il soggiorno ad Elizabethtown diventa davvero, per Drew, un viaggio di formazione, in cui impara a capire se stesso, e a presentarsi a Claire per ciò che è veramente. Soprattutto – e paradossalmente, proprio ora che è morto – egli riesce a scoprire suo padre, a ricostruire un rapporto un tempo felice ed intenso interrotto bruscamente, ad amarlo, e finalmente anche a recidere, malinconicamente ma con serenità, il legame con lui, permettendo che il passato si decanti in pace, e aprendo lo spazio al futuro. Una ‘commedia’, dunque, ma che parla d’amore e di dolore, della vita e della morte. Lo fa con eleganza, spirito, garbo ed intelligenza, e tantissima poesia, mai sopra le righe, senza un’ombra di quella volgarità che oggi pare essere il filo rosso e ormai francamente intollerabile di qualsiasi film d’indagine psicologica. Orlando Bloom ce la mette tutta, e il risultato sarebbe anche accettabile, ma la battaglia è persa a priori di fronte ad una Kirsten Dunst semplicemente da innamorare: dolcissima, immensamente brava, praticamente perfetta. Una pletora di personaggi minori ma tutti umanissimi completano questo piccolo capolavoro di un regista che, a parte la boiata ‘su commissione’ di Vanilla sky (2001), conferma una sensibilità quasi unica per i ‘piccoli’ sentimenti dell’animo umano. Imperdibile.

Mercoledì 7 dicembre

La famiglia (E. Scola, Italia/Francia, 1986), 21.00, Sky

Attraverso la vita di Carlo – un magnifico, grandissimo Vittorio Gassman, di fronte ai cui film il figlio dovrebbe decidersi a cambiar mestiere – la ‘vita intima’ e la ‘storia minima’ della società italiana dai primi del Novecento alla fine degli anni Ottanta, raccontata coi soliti schemi di Scola: delicatezza, poesia, compassione, umanità. Un grande film, che scorre piano ed armonioso come un fiume, da apprezzare con calma, momento dopo momento. Assolutamente imperdibile.

Giovedì 8 dicembre

Il colore del crimine (J. Roth, USA, 2006), 24.00, Rete4

Dempsy, New Jersey, cittadina a maggioranza nera, ma in cui il potere è ovviamente bianco, il che provoca una continua, anche se latente, tensione razziale tra le due comunità. Brenda è bianca, ex tossica, ragazza madre, rifiutata e disprezzata dalla sua stessa famiglia. Non a caso è andata a vivere nel quartiere più nero e miserabile della città, facendo la maestra elementare: reietta tra i reietti, è riuscita a trovare un suo posto nella vita, e a farsi amare. Una sera Brenda si presenta all’ospedale locale, ferita e in stato confusionale: un nero le ha rubato la macchina, sul cui sedile posteriore stava dormendo suo figlio. Riceve la denuncia l’ispettore Lorenzo, nero, che in quel quartiere invece ci è nato e cresciuto, pagandone anche il prezzo: il suo stesso figlio è in carcere per rapina. Lorenzo lì conosce tutti, e il suo compito è molto difficile: deve barcamenarsi tra l’esigenza di mantenere l’ordine – almeno un po’, ché altrimenti anche quel poco di vita civile esistente nel quartiere svanirebbe, lasciando il posto alla legge della giungla – e il pericolo di apparire agli occhi dei ‘fratelli neri’ come uno “Zio Tom”, un “negro di merda incravattato” tenuto al guinzaglio dai bianchi. Porta avanti il suo compito – e la sua vita – con umiltà e fatica, ed una profonda umanità, sostenuto anche da un’intensissima fede religiosa – “tutto ciò che ci accade, buono o cattivo che sia, è la volontà di Dio, e deve avere un senso” – che non è una resa ipocrita ed apatica di fronte alla violenza quotidiana, bensì l’espressione del suo disperato bisogno di trovare a tutti i costi un significato all’apparente caos che lo circonda. E’ proprio grazie a questa sua acuta sensibilità, a questo suo ‘allenamento’ a cogliere i bisogni e il dolore di coloro che gli stanno vicino, che Lorenzo comincia ad intuire delle incrinature nel racconto di Brenda. Ma intanto, fuori dalle porte della stazione di polizia, nelle strade, sta succedendo dell’altro. La polizia bianca – e uno di loro è fratello di Brenda – sta infierendo sui neri alla ricerca del rapitore; violenza e desiderio di vendetta dall’una e dall’altra parte montano ora per ora. Lorenzo continua a cercare, e poco a poco la sua indagine sul rapimento diventa sempre più un’indagine sulla vita, i fantasmi e le sofferenze di Brenda. Ma anche la rabbia nelle strade è ormai giunta al limite, ed anche la soluzione – tragicissima – del caso non sarà sufficiente a fermarla. Tuttavia, questa non è la fine, e se, sino a questo momento, il film è parso avvitarsi in una spirale di disperazione senza uscita, a tratti davvero intollerabile, la conclusione ci offre una via di scampo. Assolutamente lungi dall’essere il solito happy end, melenso, ipocrita e buonista, l’ultima parte del film fa appello a quel nocciolo di umana pietà che è purtuttavia presente in ciascuno di noi: perfino una vita come quella può offrire occasioni di redenzione, perfino un quartiere come quello può essere una ‘Freedomland’, ché questo è il bellissimo e pregnante titolo originale. Con alle spalle una filmografia da dimenticare – dalla Rivincita dei Nerds a Fuga dal Natale – Roth qui ci regala invece un film dolente e pacato, riflessivo e saggio, che spesso, per atmosfere e sensibilità, ricorda il bellissimo Mystic River di  Clint Eastwood. Intensa la fotografia, dai toni morbidi e caldi, propri non di un thriller urbano quanto di un racconto dell’anima. Molto buono tutto il cast: bravissima Julianne Moore, ma davvero eccezionale Samuel L. Jackson che, onestamente, più di una volta le ruba la scena. Im perdibile.

Venerdì 9 dicembre

Jarhead (S. Mendes, USA, 2005), 23.00, DT

Dunque, nemmeno questa volta Mendes è riuscito a ripetere il miracolo di American beauty (1999), quella splendida canzone di morte sulla solitudine dell’uomo, ed ormai, dopo esser passati per quell’insopportabile cartolina leccata che è stato Era mio padre (2002), pare ci si debba rassegnare a considerare quella sua opera prima come unica. Sì, perché – diciamolo subito – questo Jearhead è, semplicemente, uno dei film più brutti e malfatti che si siano visti sugli schermi da un bel pezzo. Prima di tutto: ‘chi è’ Swofford? Voglio dire: chi è psicologicamente, ‘culturalmente’? Da che parte sta? E’ contro, è a favore, sta in mezzo? Che c**** di posizione vuole esprimere? Se si è mai visto un personaggio mal scritto, strampalato, senza logica, senza personalità, è questo. A volte ti par di aver capito: è ‘contro’. Ma poi lo vedi condividere valori e ideali dei commilitoni, come un perfetto marine, come un perfetto prodotto dell’addestramento che ha avuto. A volte dici: ah, ecco, è ‘pro’, e invece lo senti esprimere sentimenti, lo vedi assumere atteggiamenti che esprimono rifiuto e disgusto per quella vita e quelle idee. Ma allora? E si badi bene: non si tratta un’ambiguità voluta, che abbia lo scopo di fornire il ritratto di un individuo lacerato tra sentimenti opposti e contrastanti. E’ proprio il risultato di una sceneggiatura quanto mai rozza e primitiva, che l’introspezione non sa nemmeno dove stia di casa e che il massimo di ‘brivido’ psicologico ed analitico pensa di fornirlo inquadrando la copertina dello Straniero di Camus. Lì, dunque, dovrebbe stare la ‘chiave’ interpretativa del film (per farvelo capire bene la inquadrano proprio in primo piano, che quasi sembra pubblicità indiretta), contraddetta però, come ho già detto, da una sceneggiatura ondivaga e senza nerbo, che pare non porsi nemmeno il problema della coerenza. Lo stesso Jake Gyllenhaal, bravissimo in Donnie Darko e strepitoso in Brokeback Mountains, appare smarrito, inconsistente, lui stesso incapace di scegliere e decidere ‘cosa fare’. L’ambiente. Forse sarebbe stato utile, da parte di Mendes, rivedersi, che so, Platoon, o Full metal jacket, prima di girare (non oso nominare Il cacciatore: forse sarebbe stato troppo). Magari qualche idea gli sarebbe venuta. Qui ci troviamo di fronte ad una serie di banalissimi stereotipi, talmente ovvii e scontati da lasciare completamente indifferenti. Marines maschilisti e ufficiali fanatici sono macchiette ridicole; le parolacce, le idiozie, le volgarità gratuite sono rumore di fondo, passano senza emozione, non feriscono, non ‘insegnano’, non si sentono nemmeno. Potremmo ben dire che banalità ed inespressività siano la cifra del film: la scena sulla porta di casa della ragazza, al ritorno; il reduce del Viet-Nam che salta sull’autobus, i flash sulla vita ‘da civili’ al ritorno. Momenti di assoluta piattezza, privi del benché minimo ‘significato’, penosi déjà vu di altri film di guerra ben più intensi e  pregnanti. Ma dove si tocca il fondo è nella fotografia. Di chi è la colpa, qui? Del direttore della fotografia? Oppure di problemi di budget? Saperlo. Fatto sta che ci troviamo di fronte a scene di una piattezza e di una povertà mortale. Sembrano girate nel cortile dietro casa, con la sabbiera dei bambini a fare da deserto, e le bombole del Campingaz a fare i pozzi di petrolio in fiamme. Zero drammaticità, zero emozioni, soprattutto zero profondità. In questo senso – ma solo in questo, senza nessuna connotazione metaforica di merito! – un film ‘claustrofobico’: si ha la sensazione che il set sia lungo al massimo una decina di metri, vien voglia di uscire sgomitando, scoprendo i microfonisti e le macchine da presa nascoste un metro a fianco dello schermo. Il tutto si fonde in un insieme di una noia massacrante e mortale, in uno di quei film di cui ti chiedi semplicemente: ma perché?

Viaggio al centro della Terra (H. Levin, USA, 1959), 14.05, DT

Deliziosa e divertentissima versione del capolavoro di Jules Verne, con qualche variante rispetto al testo originale, del resto accettabile perché narrativamente geniale. Cinema semplice ma di classe, come si faceva una volta, e così dicasi degli attori, tra cui l’ottimo James Mason. Vedetelo, se non l’avete mai visto, e registratelo, e fatelo vedere ai vostri figli, e poi comprate loro tutti i libri del grande Verne. Assolutamente imperdibile, e davvero abbastanza raro in tv. Recentemente è stato ripubblicato in edizione restaurata e con la traccia in italiano, che da molto tempo era assente dal mercato.

 

 

 

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